﻿Alexandre Dumas.
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Il Conte di Montecristo.
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1850. Francesco Rossi Editore. NAPOLI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Barbara Magni e Claudio Paganelli per www.liberliber.it
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Parte 1.
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Capitolo 1. MARSIGLIA L'ARRIVO.
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Il 28 Febbraio 1815 la vedetta della Madonna della guardia dette il segnale della nave a tre alberi il Faraone che veniva da Smirne, Trieste e Napoli. Come è d'uso, un pilota costiere si partì tosto dal porto, e passando vicino al castello d'If, recossi a bordo del naviglio fra il capo di Morgiou, e l'isola di Rion. Quindi, come parimente è uso, la piattaforma del forte San Giovanni si ricoprì di curiosi; poichè è sempre un avvenimento di grande importanza a Marsiglia l'arrivo di un bastimento, soprattutto poi quando questo sia stato come il Faraone, costrutto, attrezzato, stivato nei cantieri della vecchia Phocée, ed appartenga ad un armatore della città. Frattanto il naviglio avanzava; aveva felicemente superato lo stretto formatosi da qualche scossa vulcanica fra l'isola di Calasareigne e quella di Jaros; ed oltrepassato Pomègue, procedeva col suo gran corpo sotto le tre gabbie in relinga, ma tanto lentamente, e con andamento sì tristo, che i curiosi, con quell'istinto che presagisce le disgrazie, l'un l'altro si domandavano quale infortunio fosse accaduto a bordo. Ciò non pertanto gli esperti alla navigazione riconoscevano che se un qualche accidente era avvenuto, questo non sarebbe stato al materiale del bastimento, poichè se procedeva lentamente lo faceva peraltro con tutte le condizioni di un naviglio eccellentemente governato. La sua ancora era gettata, i pennoni di bompresso abbassati, e vicino al pilota che si prestava a dirigere il Faraone nella stretta entrata del porto di Marsiglia, stava un giovinotto di rapido gestire, che con occhio vivo invigilava ciascun movimento del naviglio, e ripeteva ogni ordine del pilota. La vaga inquietezza che commoveva la folla aveva particolarmente turbato uno degli accorsi alla spianata di San Giovanni, di modo che egli senza attendere l'entrata del bastimento nel porto, saltò in una barchetta, ordinando di vogare avanti al Faraone, cui raggiunse rimpetto all'ansa di riserva. Il giovine marinaio vedendo giungere quest'uomo, lasciò il suo posto a lato del pilota, e venne col cappello in mano, ad appoggiarsi al parapetto del bastimento. Era costui un giovine di vent'anni circa, alto, snello, con occhi neri, e capelli color dell'ebano. Vi si scorgeva in tutta la persona quell'aspetto di calma e di risoluzione degli uomini avvezzi fin dalla loro infanzia a lottare coi perigli.
Ah! siete voi, Dantès? gridò l'uomo dalla barca; che è mai accaduto, e perchè quest'aria di tristezza sparsa su tutto il bordo?
Una gran disgrazia, signor Morrel, rispose il giovinotto, una gran disgrazia particolarmente per me. All'altezza di Civitavecchia abbiamo perduto il bravo Capitano Leclerc.
Ed il carico? domandò vivamente l'armatore.
È giunto a buon porto, signor Morrel, e sono persuaso che sotto questo riguardo voi sarete contento. Ma il povero Capitano Leclerc....
Che gli è dunque accaduto? domandò l'armatore con un aspetto notabilmente rallegrato.
È morto.
Caduto in mare?
No, signore, morto di una febbre cerebrale in mezzo ad orribili patimenti. Poi volgendosi verso l'equipaggio.
Olà eh! disse egli, ciascuno al suo posto per l'ancoraggio. L'equipaggio ubbidì. Nel medesimo momento gli otto o dieci marinari che lo componevano si slanciarono chi sulle scotte, chi sui bracci, e chi infine agl'imbrogli del trinchetto e delle altre vele. Il giovine marinaio gettò uno sguardo non curante al cominciamento della manovra, e vedendo che si eseguivano i suoi ordini, ritornò al suo interlocutore.
E come accadde adunque questa disgrazia? continuò l'armatore riprendendo la conversazione al punto in cui il giovine marinaio l'aveva interrotta.
Ahimè! nel modo più imprevisto. Dopo un lungo colloquio col comandante del porto, il Capitano Leclerc abbandonò Napoli molto turbato: in capo a ventiquattro ore fu colto dalla febbre, e tre giorni dopo era morto. Noi gli abbiamo resi gli ordinarii funerali, ed ora riposa decentemente avviluppato in una branda con una palla da 36 ai piedi ed una alla testa all'altezza dell'Isola del Giglio; ne riportiamo alla vedova la croce d'onore e la spada. Ov'era il fastidio, continuava il giovinotto con un sorriso malinconico, di fare per dieci anni la guerra agl'Inglesi per arrivare poi a morire come tutti gli uomini nel suo letto!
Peccato! che volete, Edmondo? riprese l'armatore che sembrava consolarsi sempre più, siamo tutti mortali, e bisogna pure che i vecchi cedano il posto ai giovani; senza di ciò non vi sarebbe più avanzamento, ed al momento che voi mi assicurate che il carico...
È in buono stato signor Morrel, ve ne assicuro. Ecco un viaggio che io vi consiglio di non iscontare per 25mila franchi di guadagno. Poi come era passata la Torre Rotonda:
Lesti a caricare le vele dei pennoni, il flocco e la bregantina, comandò il giovine marinaio. L'ordine venne eseguito quasi colla stessa celerità che sur un bastimento da guerra. Ammaina, e carica in ogni luogo! All'ultimo comando tutte le vele si abbassarono, ed il naviglio si avanzò in un modo quasi insensibile, non camminando più che per l'impulso ricevuto. Ora se voi volete salire, signor Morrel, disse Dantès, vedendo l'impazienza dell'armatore, ecco qui il vostro scrivano Danglars che esce dal suo camerino, e che vi darà tutte le notizie che potete desiderare; quanto a me bisogna che invigili l'ancoraggio e che metta la nave a lutto. L'armatore non se lo fe' ripetere due volte, afferrò una gomena che gli gettò Dantès, e con una sveltezza che avrebbe fatto onore ad un uomo di mare, salì gli scalini inchiodati sporgenti sul fianco del bastimento, mentre che l'altro, ritornando al suo posto di secondo, cedeva la conversazione a colui che aveva annunziato sotto il nome di Danglars, il quale uscendo dal suo gabinetto si avanzava in fatto verso l'armatore. Il sopraggiunto era un uomo di 25 a 26 anni di figura molto cupa, ossequioso verso i suoi superiori, insolente coi sottoposti, cosicchè oltre il suo ufficio di computista, che è di per se stesso un motivo di avversione pei marinari, egli era tanto malveduto dall'equipaggio, quanto al contrario Dantès n'era amato.
Ebbene? signor Morrel, disse Danglars, voi sapete già la disgrazia, n'è vero?
Sì, sì povero capitano Leclerc! era un bravo ed onest'uomo.
E soprattutto un eccellente uomo di mare, invecchiato fra il cielo e l'acqua, come si conviene ad un uomo incaricato degli affari di una casa così importante, come la casa Morrel e Figlio.
Ma, disse l'armatore tenendo gli occhi rivolti a Dantès che cercava il punto del suo ancoraggio, ma mi sembra che non faccia d'uopo essere tanto vecchio marinaio quanto voi dite, Danglars, per conoscere ben bene il suo mestiere. Ecco il nostro amico Edmondo che fa il suo, e mi sembra in vero che non ha bisogno di chiedere consigli ad alcuno.
Sì, disse Danglars gettando su Dantès uno sguardo obliquo in cui balenò un lampo d'odio, sì, questi è giovane, e perciò non teme di nulla. Appena morto il capitano, egli assunse il comando senza consultare alcuno, e ci ha fatto perdere un giorno e mezzo all'Isola d'Elba invece di ripiegare direttamente a Marsiglia.
Quanto al prendere il comando del naviglio, disse l'armatore, era suo dovere come secondo; quanto al perdere un giorno e mezzo all'Isola d'Elba, egli ha fatto male, a meno che il naviglio non avesse avuto qualche avaria da riparare.
Il naviglio stava bene come sto io, e come desidero che voi stiate sempre, signor Morrel, e questa giornata e mezzo fu perduta per un capriccio, pel solo piacere di andare a terra.
Dantès, disse l'armatore volgendosi verso il giovinotto, venite qui.
Perdono, signore, disse Dantès; io sarò da voi fra un momento. Poi indirizzandosi all'equipaggio: Date fondo! diss'egli. L'ancora cadde, e la catena scorse con rumore.
Dantès restò al suo posto, malgrado la presenza del pilota, fino a che fu compita questa manovra, dopo di che: Abbassate la fiamma a mezz'albero, disse; la bandiera in derno, incrociate le antenne!
Voi vedete, disse Danglars, egli si crede, sulla mia parola, di già Capitano.
E lo è difatto, disse l'armatore.
Sì, signor Morrel, salva la vostra sottoscrizione e quella del vostro socio.
Diamine! perchè non lo lascerem noi a tal posto? disse l'armatore, egli è giovine, lo so bene, ma mi sembra atto alla bisogna, e molto esperimentato nel suo mestiere.
Una nube passò sulla fronte di Danglars.
Perdono, signor Morrel, disse Dantès avvicinandosi, ora che il bastimento è ancorato, eccomi ai vostri ordini. Voi mi avete, cred'io, chiamato?
Danglars fece un passo indietro.
Io voleva domandarvi il perchè vi siete fermato all'Isola d'Elba.
Lo ignoro io stesso: fu per eseguire un ultimo comando del Capitano Leclerc, che morendo mi aveva confidato un plico pel gran Maresciallo Bertrand.
Avete voi dunque veduto il gran maresciallo, Edmondo?
Sì. Morrel si guardò attorno e tirò da un canto Dantès.
E come sta l'Imperatore, domandò egli vivamente.
Bene, per quanto ne ho potuto giudicare coi miei propri occhi.
Avete veduto adunque anche l'Imperatore?
Egli entrò dal Maresciallo mentre vi era io.
E gli avete parlato?
Cioè, fu egli che parlò a me, disse Dantès sorridendo. Mi fece delle interrogazioni sul bastimento, sul tempo della partenza da Marsiglia, sul viaggio che avea fatto, e sul carico che portava. Io credo che se questo fosse stato vuoto, e che io ne fossi stato il padrone, la sua intenzione sarebbe stata quella di farne acquisto. Ma io gli dissi che non era che un semplice secondo, e che il bastimento apparteneva alla casa Morrel e figlio. «Ah! diss'egli, io la conosco. I Morrel sono armatori di padre in figlio ed ho conosciuto un Morrel, che serviva con me nello stesso reggimento quando era di guarnigione a Valenza».
È vero! gridò l'armatore tutto contento. Era Policar Morrel, mio zio, che divenne capitano. Dantès, direte a mio zio che l'Imperatore si è risovvenuto di lui, e vedrete piangere il vecchio brontolone. Andiamo, andiamo, continuò l'antico armatore battendo amichevolmente la mano sulla spalla del giovinotto; voi avete fatto bene ad eseguire le istruzioni del capitano Leclerc, e di fermarvi all'Isola d'Elba quantunque se si sapesse che voi avete consegnato un plico al Maresciallo e parlato coll'imperatore, ciò potrebbe mettervi in rischio.
Come volete voi che ciò avvenga? disse Dantès: io non so neppure ciò che ho portato, e l'Imperatore non mi ha fatto che quelle interrogazioni che avrebbe dirette a chiunque. Ma perdono! riprese Dantès, ecco la Sanità e la Dogana che giungono: Voi permettete, n'è vero?
Fate fate, mio caro Dantès.
Il giovinotto si allontanò, ed a misura ch'egli si allontanava, Danglars si accostava. Sembra, diss'egli che abbia addotto buone ragioni sulla sua sosta a Porto Ferrajo?
Eccellenti, mio caro Danglars.
Ah! tanto meglio rispose questi, poichè è sempre cosa dispiacevole di vedere un camerata che non fa il proprio dovere.
Dantès ha fatto il suo, rispose l'armatore, e non v'è nulla che dire. Fu il capitano Leclerc, che gli ordinò questa sosta.
A proposito del capitano Leclerc, vi ha egli rimessa una sua lettera?
A me? no. Ne aveva egli dunque?
Io mi credeva che oltre il piego, il capitano Leclerc gli avesse confidata questa lettera.
Di qual piego intendete voi parlare?
Di quello che Dantès ha depositato nel passar da Porto Ferrajo.
E come lo sapete?
Danglars arrossì. Io passava davanti la porta del capitano che era socchiusa e vidi rimettere a Dantès il piego e la lettera.
Egli non me ne ha parlato, disse l'armatore, ma se ha questa lettera me la consegnerà.
Danglars riflettè un istante: Allora, signor Morrel, vi prego, di non parlare di ciò a Dantès; mi sarò ingannato.
In questo momento il giovinotto fece ritorno. Danglars si allontanò. Ebbene? mio caro Dantès siete libero? domandò l'armatore.
Sì, o signore, ho dato alla Dogana la lista delle vostre mercanzie, e quanto alla consegna, essa avea inviato col pilota costiere un uomo al quale ho rimesso le mie carte.
Voi dunque non avete più nulla a far qui?
Dantès gettò uno sguardo rapido intorno a sè. No, qui tutto è in ordine.
Potete dunque venire a pranzo con noi.
Scusatemi, signor Morrel, ve ne prego, ma la prima mia visita la debbo a mio padre. Non sono però meno riconoscente all'onore che mi fate.
È giusto, Dantès, so che siete un buon figlio.
E...., domandò Dantès con una certa esitazione, sta bene mio padre, per quel che voi ne sappiate?
Io credo di sì, quantunque non l'abbia veduto.
Sì, egli si tiene ritirato nella sua cameretta.
Ciò prova per lo meno, che non ha avuto bisogno di nulla durante la vostra assenza.
Dantès sorrise. Mio padre è altiero, o signore, e quand'anche egli fosse stato sprovveduto di tutto, non si sarebbe rivolto a chiedere cosa alcuna a chicchessia, eccetto che a Dio.
Ebbene! dopo questa prima visita, noi calcoliamo su voi.
Scusatemi di nuovo, signor Morrel, ma dopo questa prima visita, io ne ho un'altra che non mi sta meno a cuore.
Ah! è vero, Dantès, dimenticava che vi è ai Catalani qualcuno che deve aspettarvi con non minore impazienza di vostro padre. È la bella Mercedès. (Dantès arrossì). Ah! ah! disse l'armatore, non sorprende più ch'ella sia venuta tre volte a domandare le notizie del Faraone. Perbacco! Edmondo voi non siete da compiangere, avete una graziosa amica.
Ella non è mia amica, è mia fidanzata.
Qualche volta è tutt'uno, disse ridendo l'armatore.
Ma non per noi, rispose Dantès.
Andiamo, andiamo! non voglio trattenervi di più. Voi avete fatto sufficientemente bene i miei affari, e debbo lasciarvi l'agio di fare i vostri. Avete voi bisogno di danaro?
No, signore, io ho tutti i miei stipendi del viaggio, cioè quasi tre mesi di paga.
Voi siete un giovinotto regolato, Edmondo!
Aggiungete che ho un padre povero, signor Morrel.
Sì, sì, so che siete un buon figliuolo! andate dunque a vedere vostro padre. Io pure ho un figlio, e non saprei perdonarla a colui che dopo tre mesi di viaggio lo trattenesse lontano da me.
Dunque voi permettete? disse il giovinotto salutandolo.
Sì, non avete altro a dirmi?... Il Capitano Leclerc non vi ha dato morendo alcuna lettera per me?
Gli sarebbe stato impossibile di scrivere; ma ciò mi ricorda che io avrei un congedo di qualche giorno a domandarvi.
Per prender moglie?
Per primo... poi per andare a Parigi.
Bene! bene! voi prenderete il tempo che vorrete, Dantès. Non si occuperanno meno di sei settimane per iscaricare il bastimento, e non rimetteremo in mare prima di tre mesi. Sarà però d'uopo che vi troviate qui fra tre mesi. Il Faraone, continuò l'armatore battendo sulla spalla del giovine marinaio, non potrebbe mettere alla vela senza il suo Capitano.
Senza il suo Capitano! esclamò Dantès cogli occhi sfavillanti di gioia. Ponete ben mente a ciò che mi dite, poichè voi vi fate mallevadore delle più segrete speranze del mio cuore; avreste voi intenzione di nominarmi Capitano del Faraone?
Se io fossi solo, vi stenderei la mano, mio caro Dantès, e vi direi: è fatto, ma io ho un socio, e voi sapete l'antico proverbio Italiano: che ha un padrone chi ha un compagno; la metà della faccenda però è fatta, per lo meno, poichè sopra due voti, voi ne avete di già uno. Fidatevi di me per aver l'altro, ed io farò quanto potrò di meglio.
Oh! signor Morrel, esclamò il giovine marinaio stringendo colle lagrime agli occhi le mani dell'armatore; vi ringrazio in nome di mio padre e di Mercedès.
Va bene! va bene, Edmondo, vi ha un Dio in cielo per la brava gente; andate a vedere vostro padre e Mercedès; poi ritornate da me.
Non volete voi che vi riconduca a terra?
No, grazie, rimango a regolare i miei conti con Danglars. Siete voi rimasto contento di lui durante il viaggio?
Secondo il senso che voi date a questa interrogazione; se si tratta come buon camerata, no, perchè io credo ch'egli non m'ami: dal giorno in cui ebbi la debolezza, in conseguenza di una contesa che avemmo assieme, di proporgli che ci fermassimo dieci minuti all'Isola di Monte-Cristo per terminarla, proposizione che io ebbi torto di fargli e che egli ebbe ragione di rifiutare; se poi è come scrivano che mi fate questa domanda, credo che non vi sia nulla a dire, e sarete contento del modo con cui ha fatto il suo dovere.
Ma, domandò l'armatore, se voi foste Capitano del Faraone, conservereste Danglars con piacere?
Capitano, o secondo, rispose Dantès, avrò sempre i più grandi riguardi per coloro che possederanno la confidenza dei miei armatori.
Andiamo, andiamo, Dantès, vedo bene che siete un bravo giovinotto su tutti i riguardi. Non voglio più a lungo trattenervi; andate, poichè siete sulle spine.
A rivederci, signor Morrel, e mille ringraziamenti.
Il giovine marinaio balzò nella lancia, andò a sedersi a poppa e ordinò di approdare alla Cannebière. Due marinai si piegarono tosto sui loro remi e la barca fuggì con quella rapidità che è possibile in mezzo alle mille barche, le quali ingombrano quella specie di angusta strada che conduce fra due file di navigli, dall'entrata del porto allo scalo d'Orléans. L'armatore sorridendo lo seguì cogli occhi fino alla spiaggia, lo vide saltare sui gradini dello scalo e perdersi tosto in mezzo alla folla variopinta, che dalle cinque del mattino alle nove della sera ingombra questa famosa strada della Cannebière, i cui Phocéens moderni sono tanto orgogliosi, che dicono con la più gran serietà del mondo e con quell'accento che imprime tanto carattere a ciò che dicono «Se Parigi avesse la Cannebière, sarebbe una piccola Marsiglia.» Rivolgendosi, l'armatore vide Danglars, che in apparenza sembrava attendere i suoi ordini, ma che in fatto seguiva come lui il giovine marinaio collo sguardo. V'era però grandissima diversità nella espressione di questo doppio sguardo diretto sul medesimo individuo.
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2. IL PADRE ED IL FIGLIO.
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Lasciamo Danglars, alle prese col genio dell'odio, cercare di gettare contro il suo camerata qualche maligna supposizione all'orecchio dell'armatore, e seguiamo Dantès, che dopo aver percorsa la Cannebière in tutta la sua lunghezza, prende la contrada Nouaille, entra in una piccola casa sita alla sinistra dei viali di Meillan, sale i quattro piani di una scala oscura e attenendosi con una mano al mantegno, comprime coll'altra i battiti del cuore, e si arresta davanti una porta socchiusa, che lascia vedere fino al fondo una piccola camera: in essa stava il padre di Dantès. La notizia dell'arrivo del Faraone non era ancor giunta al vecchio che salito sur una cassa, era occupato a piantare delle cannucce sopra cui adattava con mano tremante alcuni nasturzi misti a clematidi che si arrampicavano lungo la pergola della finestra. Ad un tratto si sentì circondare il corpo da due braccia, ed una voce ben conosciuta gridare dietro a sè: Mio padre! mio buon padre. Il vecchio gettò un grido e si volse; poi vedendo suo figlio, si lasciò cadere tra le braccia di lui tremante e pallido.
Che avete dunque o padre? sareste voi ammalato?
No, mio caro Edmondo, mio figlio, mio caro figlio, no: ma io non ti aspettava, e la gioia, la sorpresa di rivederti così all'improvviso... Dio, Dio... mi sembra di morire...
Coraggio! rimettetevi, o padre. Sono io, io stesso. Si dice sempre che la gioia non nuoce; ed è perciò che sono entrato così senza farvi preparare; guardatemi, sorridetemi in vece di osservarmi con occhi spaventati. Io ritorno e noi saremo felici.
Ah! tanto meglio, o figlio, riprese il vecchio. Ma in qual modo possiamo noi essere felici? tu adunque non mi abbandoni più? Vediamo, raccontami le tue fortune.
Che il signore mi perdoni, disse il giovinotto, di allegrarmi di una fortuna che faccio col lutto di una famiglia: ma il cielo m'è testimone che io non l'ho desiderato! Essa mi giunge, ed io non ho forza di affliggermene. Il bravo Capitano Leclerc è morto, ed è probabile che colla protezione del signor Morrel, io vada al suo posto... Capitano a venti anni! con cento luigi di stipendio ed una parte nello interesse! non è ciò più di quel che poteva sperare un povero marinaio come sono io!
Sì, figlio mio, sì, infatto questa è una felicità.
E perciò io voglio che col primo denaro che avrò voi abbiate una casetta con un giardino per piantare le vostre clematidi, i nasturzi ed il caprifoglio. Ma che avete padre? si direbbe che state male!
Pazienza, pazienza, non sarà nulla.
E le forze mancando al vecchio, cadde rovescioni in addietro.
Via, via, disse il giovinotto, un bicchiere di vino, vi rianimerà. Dove conservate il vino?
No grazie, non lo cercare, io non ne ho bisogno, disse il vecchio cercando di trattenere il figlio.
Lasciate fare, lasciate fare, o padre, indicatemi il luogo.
Ed aprì due o tre armadi.
È inutile... disse il vecchio, non vi è più vino....
Come non vi è vino, disse Dantès impallidendo a sua volta, e guardando alternativamente le guance smunte ed increspate del vecchio, e gli armadi vuoti. Come! non vi è più vino! sareste voi restato privo di denaro, o padre?
Io non son rimasto privo di nulla, dappoichè tu sei qui.
Frattanto, balbettò Dantès, asciugandosi il sudore che freddo gli colava dalla fronte, io vi aveva però lasciato 200 franchi son tre mesi partendo.
Sì, sì Edmondo, è vero. Ma tu avevi dimenticato nel partire un piccolo debito col vicino Caderousse, egli me lo ha ricordato, dicendomi che se io non pagava per te, egli andava a farsi pagare dal signor Morrel. Allora tu comprendi, per tema che ciò non ti facesse torto... ho pagato io per te.
Ma, esclamò Dantès, il mio debito con Caderousse era di 140 franchi; e voi li avete pagati sui 200 franchi che vi ho lasciati.
Il vecchio fece un segno affermativo colla testa.
Dimodochè voi avete vivuto, per tre mesi con soli 60 franchi
Tu sai quanto poco mi abbisogni e mi basti.
Oh! mio Dio! padre mio perdonatemi, gridò Edmondo gettandosi ai piedi del buon vecchio.
Che fai tu mo?
Ah voi mi avete squarciato il cuore! Nulla! tu sei qui, disse il vecchio sorridendo, ora tutto è dimenticato, se stai bene.
Sì io son qui; eccomi con un bell'avvenire e con qualche poco di danaro. Prendete o padre, diss'egli, prendete e inviate subito qualcuno a cercare qualche cosa. E vuotò sulla tavola la borsa che conteneva una dozzina di monete d'oro, cinque o sei scudi da cinque franchi e qualche poco di moneta minuta. Il viso del vecchio si annuvolò. Di chi è quel danaro?
Mio, tuo, di entrambi, prendi, compra delle provvisioni, sii felice, domani ve ne sarà dell'altro.
Adagio, adagio, disse il vecchio sorridendo, colla tua permissione io farò uso della tua borsa, ma con moderazione, mentre le persone che mi vedessero fare grandi provviste direbbero che io era obbligato ad aspettare il tuo ritorno per farle.
Fate come vi aggrada, ma prima d'ogni altro provvedetevi di una persona di servizio. Non voglio più che usciate solo. Io ho del caffè e dell'eccellente tabacco di contrabbando in una cassetta in fondo alla stiva; voi l'avrete domani. Ma... zitto; sento arrivare qualcuno.
Sarà Caderousse che avendo saputo il tuo arrivo viene a darti il ben venuto.
Bene, ecco altre labbra che dicono diversamente da ciò che pensa il cuore; ma non serve, mormorò Edmondo; egli è un vicino che ci ha altra volta reso un servigio; che sia il ben venuto. Di fatto al momento in cui Edmondo terminava la frase a voce bassa, si vide comparire la testa nera barbuta di Caderousse sul limitare della porta.
Era costui un uomo di 25 a 26 anni, aveva fra le mani un po' di panno che nella sua qualità di sartore si accingeva a tramutare nei paramani di un abito.
Ah! eccoti dunque di ritorno, Edmondo! disse con l'accento marsigliese più pronunciato, e con un largo sorriso che gli scopriva dei bellissimi denti, bianchi come l'avorio.
Come vedete, vicino Caderousse, e pronto a servirvi in qualunque cosa, rispose Dantès, mal dissimulando la sua freddezza, nel fare questa offerta.
Grazie, grazie, fortunatamente non ho bisogno di nulla, anzi gli altri hanno qualche volta bisogno di me (Dantès fece un movimento d'impazienza); non dico ciò per te o giovinetto; ti prestai del denaro, tu me lo hai reso, ciò si pratica fra buoni vicini e noi siamo pari.
Non si è mai pari con quei che ci han favorito, disse Dantès, mentre, allorquando non si deve loro più danaro, loro si deve la riconoscenza.
E a che parlare di ciò? Ciò che è passato, è passato; parliamo del tuo felice ritorno o giovinotto. Io era andato sul porto per ritrovare da accompagnare del panno color marrone, allora quando ho incontrato l'amico Danglars. «Tu a Marsiglia? Sì, io stesso, rispose egli. Io ti credeva a Smirne? Io potrei ancora esservi mentre vengo di là E Edmondo ov'è egli, il bravo giovinotto? Certamente presso suo padre» mi rispose Danglars ed allora io sono venuto per avere il piacere di stringere la mano ad un amico.
Questo buon Caderousse, disse il vecchio, ci ama molto.
Certamente vi amo e vi stimo ancora, molto più che gli uomini onesti sono tanto rari... ma sembra che tu ritorni ricco, continuò il sartore, volgendo uno sguardo bieco sull'oro e sull'argento che Dantès aveva posato sulla tavola.
Al giovine marinaro non sfuggì il lampo di cupidigia che rischiarò gli occhi neri del suo vicino. Eh! mio Dio, disse con non curanza, questo danaro non è mio, aveva manifestato a mio padre il timore che nella mia assenza gli fosse mancato qualche cosa ed egli per rassicurarmene ha vuotata la sua borsa sulla tavola. Andiamo padre, rimettete il vostro danaro nel tiratoio, a meno che il vicino Caderousse non ne abbia a sua volta bisogno, nel qual caso è sempre a sua disposizione.
No, giovinotto, disse Caderousse, io non ho bisogno di niente, e grazie a Dio il proprio stato mantiene l'uomo; conserva il tuo danaro, che non se ne ha mai di troppo; ciò non toglie che io ti sia obbligato della tua offerta come se ne avessi approfittato.
Era di buon cuore, disse Dantès.
Non ne dubito. Ebbene, eccoti dunque di bene in meglio col signor Morrel, furbo che sei.
Il signor Morrel ha sempre avuto molta bontà per me.
In questo caso tu hai avuto torto a ricusare il suo pranzo.
Come! ricusare il suo pranzo? riprese il vecchio; egli dunque ti aveva invitato a pranzo?
Sì, padre mio, rispose Edmondo sorridendo della meraviglia che cagionava a suo padre l'eccessivo onore di cui si credeva il soggetto.
E perchè dunque? dimandò il vecchio.
Per ritornare più presto vicino a voi, mio padre, rispose il giovinotto, aveva gran fretta di vedervi.
Ciò però avrà dispiaciuto a quel buon uomo del signor Morrel, soggiunse Caderousse; e quando uno aspira a divenir capitano, ha torto di non far la corte al suo armatore.
Io gli ho spiegata la causa del mio rifiuto, rispose Dantès, e sono certo che egli l'ha intesa.
Ah! per diventar capitano bisogna accarezzare un poco più i suoi padroni.
Io spero di divenire capitano anche senza di ciò.
Tanto meglio, ciò farà piacere ai tuoi vecchi amici. Io so che vi è qualcuno laggiù dietro alla cittadella San Nicola che ne sarà molto contento.
Mercedès? disse il vecchio.
Sì, padre mio, rispose Dantès, e colla vostra permissione, ora che vi ho veduto, ora che so che voi state bene, che avete tutto ciò che vi abbisogna, vi chiederei il consenso di fare una visita ai Catalani.
Va figlio mio! va! disse il vecchio Dantès, e Dio benedica te nella tua donna, come benedisse me nel figlio!
Sua donna! disse Caderousse, voi andate tropp'oltre, papà Dantès: ella non lo è ancora, io credo.
No, ma, secondo ogni probabilità, rispose Edmondo, ella non tarderà molto a divenirlo.
N'importa, disse Caderousse, hai fatto bene a sbrigarti.
E perchè ciò?
Perchè la Mercedès è una bella giovinetta, e le belle giovinette non mancano d'innamorati, quella particolarmente, la seguivano a dozzine.
Davvero! disse Edmondo con un sorriso sotto il quale traspariva un'ombra d'inquietudine.
Oh sì! riprese Caderousse, e anche belle proposte capisci tu? diventi capitano, e si guarderà bene da rifiutarti.
Ciò equivale al dire, disse Dantès con sorriso che mal dissimulava la sua inquietudine, che se io non diventassi capitano...
Eh! eh! fece Caderousse.
Via, via, disse il giovinotto, io ho migliore opinione che voi delle donne in generale, e di Mercedès in particolare, e sono convinto che diventi o no capitano, ella mi resterà egualmente fedele.
Tanto meglio! disse Caderousse, egli è sempre una buona cosa che i giovinotti, quando si maritano, siano forniti di buona fede, ma non serve, credimi Dantès, corri ad annunziarle il tuo arrivo, ed a metterla a parte delle tue speranze.
Vi vado, disse Edmondo, che abbracciò suo padre, salutò con un cenno di testa Caderousse, e partì.
Caderousse restò un altro momento, poi prendendo congedo dal vecchio Dantès, discese a sua volta, e andò a raggiunger Danglars che lo aspettava all'angolo della strada Senac.
Ebbene! disse Danglars, l'hai tu veduto?
L'ho lasciato ora.
Ti ha egli parlato della sua speranza di divenir capitano?
Egli ne parla come se lo fosse digià.
Pazienza! mi sembra che si solleciti un po' troppo.
Diavolo! sembra che il posto gli sia stato promesso dallo stesso signor Morrel.
Dimodochè egli sarà molto contento?
Cioè, egli è molto insolente; mi ha di già offerti i suoi servigi come se fosse un personaggio d'importanza; e del denaro in prestito come se fosse un banchiere.
E tu avrai ricusato?
Certamente, quantunque io avessi potuto accettare, atteso che sono stato io che gli ho messo fra le mani le prime monete bianche ch'egli ha toccato: ma ora Dantès non avrà più bisogno d'alcuno divenendo capitano.
Baie! disse Danglars, egli non lo è ancora; ed in fede mia sarebbe una bella cosa se nol fosse più, Caderousse; altrimenti non vi sarebbe modo di potergli parlare.
Se noi lo vogliamo veramente, disse Danglars, egli resterà ciò che è, e forse diventerà ancor meno di quel che è.
Che dici tu?
Niente, parlo a me stesso. È egli sempre innamorato della Catalana?
Innamorato pazzo; ora è andato da lei. Ma o mi sbaglio, o avrà dei dispiaceri da quella parte.
Spiegati! ciò è più importante di quel che credi. Tu non ami certamente Dantès?
Io non amo gli arroganti.
Ebbene dimmi allora ciò che sai relativamente alla Catalana.
Io non so niente di positivo, ho veduto soltanto cose che mi fanno credere, come ti diceva, che il futuro capitano avrà dei dispiaceri nei dintorni della via delle Vieilles-Infirmeries.
Che hai tu veduto? Via, dimmi.
Ebbene, ho veduto che tutte le volte che Mercedès entra in città, è sempre accompagnata da robusto e minaccioso Catalano dagli occhi neri, la pelle rossa, molto scuro, ardentissimo, e ch'ella chiama mio cugino.
Ah! davvero, e credi tu che costui le faccia la corte?
Lo suppongo; che diavol'altro vuoi che faccia un giovinotto di ventun'anno ad una bella ragazza di diciassette?
E tu dici che Dantès è andato ai Catalani?
Egli è uscito di casa sua poco prima di me.
Se noi andiamo dalla medesima parte, ci fermeremo all'osteria della Réserve dal papà Panfilo e mentre staremo bevendo un bicchier di vino di Lamalgue, attenderemo notizie.
E chi ce le porterà?
Noi saremo sulla strada, e vedremo bene sul viso di Dantès ciò che sarà avvenuto.
Andiamo, disse Caderousse; ma sei tu che paghi?
Certamente, rispose Danglars. E tutti e due s'incamminarono con passo rapido verso il luogo indicato. Giunti colà si fecero portare una bottiglia e due bicchieri. Il papà Panfilo aveva veduto passare Dantès, che non erano dieci minuti. Certi che Dantès era ai Catalani, si assisero sui banchi di verdura nascente ai piedi delle piante di sicomori sui rami delle quali gli uccelli salutavano i primi giorni della primavera.
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Capitolo 3. I CATALANI.
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A cento passi dal luogo ove i due amici, collo sguardo all'orizzonte e l'orecchio all'erta, vuotavano lo spumoso vino di Lamalgue s'innalzava dietro il monticello nudo ed arido pel sole e pel maestrale, il piccolo villaggio dei Catalani.
In un bel giorno, una colonia misteriosa partì dalla Spagna, e venne ad approdare alla lingua di terra che abita oggidì: giungeva non si sa da dove, e parlava una lingua sconosciuta. Uno dei capi, che capiva il provenzale, domandò alla Comune di Marsiglia quel promontorio ignudo ed arido, sul quale essi avevano, come gli antichi marinari, ritirati i loro navigli. La domanda fu accordata, e tre mesi dopo si elevava un piccolo villaggio attorno ai dodici o quindici bastimenti che erano stati tirati a terra da questi Zingari. Il villaggio costrutto in un modo bizzarro e pittoresco, di stile metà moresco, metà spagnuolo, è quello che in oggi si vede abitato dai discendenti di quegli uomini, che parlano la lingua dei loro padri. Dopo tre o quattro secoli essi sono ancora rimasti fedeli a questo piccolo promontorio, sul quale caddero a guisa di uno stormo di uccelli di mare, senza immischiarsi in niente alla popolazione marsigliese, maritandosi fra di loro, e conservando gli usi e costumi della loro madre patria, come ne hanno conservata la favella. Fa d'uopo che i nostri lettori ci seguano a traverso l'unica strada di questo villaggio ed entrino con noi in una di queste case, alle quali per di fuori il sole ha dato il bel colore di foglia secca, particolare ai monumenti del paese, e al di dentro uno strato di tinta gialla che forma l'unico ornamento della Posadas spagnuola. Una bella giovinetta coi capelli neri come il lustrino, cogli occhi vellutati come quelli della gazzella stava ritta ed appoggiata ad un assito, sfrondando tra le sue dita profilate con un disegno antico una innocente erica di cui strappava i fiori, e gli avanzi della quale erano già sparsi sul terreno; inoltre le sue braccine, nude fino al gomito, modellate su quelle della Venere d'Arles, fremevano con una specie d'impazienza febbrile, ed ella batteva la terra col piede agile, e curvato in modo da fare apparire la forma pura e superba della gamba serrata da una calza di cotone rosso ad angoli grigi e azzurri. A tre passi da lei assiso sur una cassa cui dondolava con un movimento rozzo, appoggiando il suo gomito ad un vecchio mobile tarlato, stava un robusto giovinotto di 20 a 22 anni che la guardava con un'aria da cui si scorgeva l'interno combattimento tra l'inquietudine ed il dispetto. I suoi occhi interrogavano; ma lo sguardo fermo e fisso della giovinetta, dominava il suo interlocutore. Vediamo, Mercedès, diceva il giovine; fra poco sarà Pasqua; ecco un'epoca propizia ad un matrimonio.
Io vi ho risposto le cento volte, Fernando, e bisogna per verità che siate nemico di voi stesso, per rinnovarmi questa interrogazione.
Ebbene! ripetetelo ancora, ve ne supplico, affinchè io giunga a crederlo, ditemi per la centesima volta che voi ricusate il mio amore che aveva l'approvazione di vostra madre; fate ben comprendere che vi prendete giuoco della mia felicità, e che la mia vita e la mia morte sono un nulla per voi. Ah! mio Dio! mio Dio! aver sognato per dieci anni di essere vostro sposo, Mercedès, e perdere questa speranza, unica meta della mia vita!
Non sono però stata io, che abbia giammai incoraggiata questa speranza, Fernando, rispose Mercedès; voi non avete una sola lusinga a rimproverarmi, che io abbia usata a vostro riguardo; vi ho sempre detto: «Io vi amo come un fratello; ma non esigete giammai da me altra cosa che quest'amicizia fraterna, poichè il mio cuore è dato ad altri.»
Sì, lo so bene, Mercedès, rispose il giovine, voi vi siete gloriata a mio riguardo del merito crudele della franchezza. Ma dimenticate però che esiste fra i Catalani una sacra legge che ordina di maritarsi fra loro.
Voi v'ingannate Fernando, non è una legge, è un'abitudine, ecco tutto; e credetemi non vi giova invocare questa abitudine in vostro favore. Voi siete entrato nella coscrizione, la libertà che vi si lascia non è che una semplice tolleranza. Da un momento all'altro potete essere richiamato al servizio militare, ed una volta soldato, che farete voi di me, di me povera orfanella, trista, senza beni, che in tutto possiede una capanna quasi in rovina, alla quale sono attaccate alcune reti usate, miserabile eredità lasciata da mio padre a mia madre, e da mia madre a me? Da un anno ch'ella è morta, pensate o Fernando che io vivo quasi di pubblica carità. Qualche volta voi fingete che io vi sia utile, e ciò per avere il diritto di dividere la vostra pesca meco; io accetto perchè voi siete il figlio del fratello di mio padre, perchè noi siamo stati allevati insieme, e più ancora sopra tutto perchè vi cagionerei troppo dispiacere s'io ricusassi. Ma io ben capisco che questo pesce che vado a vendere e dal quale ritraggo il danaro per comprare la canape che filo è un'elemosina.
E che importa! Mercedès? Così povera e sola come siete, mi convenite assai più che la figlia del più superbo armatore o del più ricco banchiere di Marsiglia. A noi che abbisogna? una donna onesta ed atta alle faccende domestiche. Ove potrei io ritrovar meglio di voi sotto questi rapporti?
Fernando, rispose Mercedès scuotendo la testa, si diviene abili alle faccende domestiche; ma non si può guarentire di restare oneste allora quando si ama un altro uomo che non è suo marito. Contentatevi della mia amicizia; poichè ve lo ripeto, ciò è quanto posso promettervi, ed io non prometto, che quel che sono sicura di mantenere.
Sì, lo comprendo, voi sopportate pazientemente la vostra miseria, ma avete paura della mia. Ebbene, Mercedès, amato da voi, io tenterò la fortuna, voi mi porterete felicità, ed io diverrò ricco. Io posso estendere il mio stato di pescatore, posso entrare come commesso in un banco, io stesso posso diventar negoziante.
Voi non potete tentare niente di tutto ciò, Fernando, voi siete soldato, e se restate ancora ai Catalani, gli è perchè non v'è guerra; restate adunque pescatore, non fate dei sogni che vi farebbero riuscire ancora più terribile la realtà, e contentatevi della mia amicizia, dacchè non posso darvi altro.
Ebbene, voi avete ragione Mercedès, io sarò marinaro; avrò in vece del costume dei padri nostri, che voi disprezzate, un cappello inverniciato, una camicia a righe ed una veste blu colle ancore sui bottoni; non è egli così che bisogna essere vestito per piacervi?
Che intendete di dire? domandò Mercedès, vibrandogli uno sguardo imperioso; io non vi capisco.
Voglio dire Mercedès, che voi non siete così inflessibile e crudele con me, se non perchè attendete qualcuno che va così vestito; ma quello che voi aspettate è forse incostante, e se pur non lo è, il mare lo è per lui.
Fernando, gridò Mercedès, io vi credeva buono; mi sono ingannata; voi avete un cuore cattivo invocando ad aiuto della vostra gelosia la collera di Dio. Ebbene! sì, non vi nascondo nulla, io aspetto, io amo quello che voi dite, e s'egli non ritorna, in vece di accusare questa incostanza che voi invocate, io dirò che egli è morto amandomi.
Il giovine Catalano fece un gesto di rabbia.
Io vi capisco Fernando; voi vi rivarreste con lui perchè io non vi amo; voi incrocereste il vostro coltello catalano contro del suo pugnale. Ma ciò, a che servirebbe? a perdere la mia amicizia se rimaneste vinto, a vederla cambiata in odio se vincitore. Credetemi, il muovere contesa con un uomo, è un cattivo mezzo per piacere alla donna che lo ama. No, Fernando, voi non vi lascerete trasportare da così perversi pensieri; se non mi potete avere a moglie, vi contenterete di avermi ad amica ed a sorella. D'altronde, soggiunse ella cogli occhi commossi e bagnati di lagrime, aspettate Fernando; voi lo avete detto or ora: il mare è perfido e sono già quattro mesi che egli è partito: ed in quattro mesi ho contato molte burrasche!
Fernando restò impassibile. Egli non cercò di asciugare le lagrime che scorrevano sulle guance di Mercedès, e ciò non pertanto avrebbe dato una libbra del suo sangue per ciascuna di quelle lagrime che colavano per un altro; si alzò, fece un giro nella capanna, ritornò, si fermò davanti a Mercedès, coll'occhio cupo, e coi pugni fortemente serrati. Vediamo, Mercedès, diss'egli, anche una volta rispondete... avete voi ben risoluto?
Io amo Edmondo Dantès, disse freddamente la giovinetta, e niun altro fuorchè Edmondo sarà il mio sposo! e l'amerò finchè avrò vita.
Fernando chinò la testa scorato, e cacciò fuori un sospiro che sembrò un gemito; poscia ad un tratto alzando la fronte, coi denti serrati e le narici socchiuse:
Ma s'egli è morto! diss'egli.
S'egli è morto, io morrò.
Ma se egli vi obblia?
Mercedès, gridò una voce esultante al di fuori della capanna.
Ah! sclamò la giovinetta arrossendo di gioia, esultante d'amore, tu vedi bene ch'egli non mi ha dimenticato; poichè eccolo qua... E si slanciò verso la porta che aprì gridando:
A me, a me, Edmondo, eccomi qui! Fernando pallido e fremente dette addietro come fa un viaggiatore alla vista di un serpente, ed urtando nella sua cassa vi ricadde a sedere. Edmondo e Mercedès erano vicini l'uno all'altro. Il sole ardente di Marsiglia che penetrava per l'apertura della porta, gli inondava di un torrente di luce. Sulle prime essi non videro nulla di ciò che li circondava, una felicitò immensa li isolava da questo mondo; non si parlavano che con quelle parole interrotte che sono lo slancio della più viva gioia, e sembrano accostarsi all'espressione del dolore. Ad un tratto Edmondo si accorse della figura cupa di Fernando che si designava nell'ombra, pallida e minacciosa; per un movimento di cui egli stesso non si sarebbe forse dato ragione, il Catalano teneva la mano sul coltello posto alla cintura. Perdono, disse Dantès inarcando a sua volta le sopracciglia, non aveva osservato che eravamo in tre. Poi rivolgendosi a Mercedès domandò: Chi è questo signore?
Egli sarà il vostro migliore amico, mentre è egualmente il mio, è mio cugino, è mio germano, egli è Fernando, è finalmente l'uomo che dopo voi, Edmondo, amo di più in questa terra.
Edmondo, senza abbandonare Mercedès stese, con un movimento di cordialità, la mano al Catalano. Ma Fernando lungi dal corrispondere a questo gesto amichevole, restò muto ed immobile come una statua. Allora Edmondo portò il suo sguardo scrutatore, da Mercedès commossa e tremante a Fernando cupo e minaccioso. Questo solo sguardo gli fece tutto comprendere. La collera gli salì alla fronte. Io non avrei saputo venire con tanta fretta da voi, Mercedès, per ritrovarvi un nemico.
Un nemico! esclamò Mercedès, con uno sguardo corrucciato rivolto al suo cugino: un nemico presso di me, dici tu, o Edmondo? Se io credessi ciò, ti prenderei sotto il braccio e me ne andrei a Marsiglia abbandonando questa casa per non riporvi mai più il piede. (L'occhio di Fernando lanciò un baleno). Se ti accadesse disgrazia, mio Edmondo, continuò ella col medesimo implacabile sangue freddo il quale provava a Fernando che la giovinetta aveva saputo leggere fino al più profondo de' suoi sinistri pensieri, se ti accadesse qualche disgrazia, io salirei sul capo di Morgiou e mi getterei sugli scogli colla testa in avanti. (Fernando divenne spaventosamente pallido). Ma tu t'inganni, Edmondo, continuò ella, tu qui non hai nemici: qui non vi è che Fernando mio fratello, che ti stringerà la mano come ad un amico di cuore. A queste parole la giovinetta fissò il suo sguardo imperioso sul Catalano, il quale come se fosse stato affascinato da questo sguardo, si accostò lentamente a Edmondo, e gli stese la mano. Il suo odio pari ad un flutto impotente quantunque furioso, veniva ad infrangersi contro l'ascendente che questa donna esercitava su lui. Ma appena toccata la mano di Edmondo, sentì di aver fatto tutto ciò che poteva, e slanciandosi fuori della capanna, correndo come un insensato, ed intrecciandosi le mani nei capelli gridava: Oh chi mi libererà da quest'uomo: me infelice! me infelice!
Eh! Catalano! ehi Fernando, ove corri tu? disse una voce. Il giovinotto si arresta ad un tratto, guarda a sè d'intorno e riconosce Caderousse seduto a tavola con Danglars sotto un pergolato di foglie. Eh! disse Caderousse, perchè non vieni tu qui? hai tu dunque tanta fretta da non avere il tempo di dire buon giorno agli amici?
Particolarmente quando essi hanno ancora una bottiglia quasi piena davanti, soggiunse Danglars. Fernando guardò quei due uomini con occhi da ebete e nulla rispose.
Sembra affatto stordito, disse Danglars urtando col suo nel ginocchio di Caderousse, sarebbe egli possibile che ci fossimo sbagliati, e che Dantès trionfasse in opposizione a quanto abbiam preveduto?
Diavolo bisogna vedere, disse Caderousse, e volgendosi verso il Catalano. Ebbene, non ti risolvi tu? Fernando asciugò il sudore che gli colava dalla fronte, entrò lentamente sotto il pergolato, la cui ombra sembrava rendere un po' di calma ai suoi sensi, e la freschezza un po' di sollievo al suo corpo spossato.
Buon giorno, diss'egli, voi mi avete chiamato, n'è vero? E fu piuttosto un cadere che un assidersi sur una delle panche che circondavano la tavola.
Io ti ho chiamato perchè tu correvi come un pazzo, e perchè ho avuto paura che ti buttassi in mare, disse ridendo Caderousse. Che diavolo! quando uno ha degli amici, non è solo per offrir loro un bicchiere di vino, ma ancora per impedir loro di bere tre o quattro pinte di acqua.
Fernando mandò un gemito simile ad un singulto, e lasciò cadere la testa su i suoi due pugni incrociati sulla tavola.
Ebbene! vuoi tu che te lo dica Fernando? rispose Caderousse, intavolando la conversazione con quella villana brutalità della gente del popolo, cui la curiosità fa dimenticare ogni specie di diplomazia; tu mi hai l'aria di un amante sconfitto. Ed accompagnò questo scherzo con una forte risata.
Baie! rispose Danglars, un giovinotto come costui, non è fatto per essere disgraziato in amore; tu ti burli di lui, Caderousse.
Niente affatto, non senti come sospira? Coraggio, coraggio, Fernando, disse Caderousse, alza in alto il naso e rispondici. Non è civiltà il non rispondere agli amici che vi domandano come va la salute.
La mia salute va bene; disse Fernando serrando le pugna, ma senza alzar la testa.
Ah! vedi tu Danglars, disse Caderousse occhiando l'amico, ecco qua come sta l'affare: Fernando che vedi qui, buono e bravo Catalano, uno dei migliori pescatori di Marsiglia, è innamorato di una bella ragazza che si chiama Mercedès: ma disgraziatamente sembra che la bella ragazza dal canto suo sia innamorata del secondo del Faraone, e siccome il Faraone è entrato oggi stesso nel porto, tu capisci?...
No, io non capisco niente, disse Danglars.
Il povero Fernando, avrà ricevuto il suo congedo.
Ebbene! e poi? disse Fernando alzando la testa e guardando Caderousse come chi cerchi qualcuno con cui sfogare la sua collera. Mercedès non dipende da alcuno, n'è vero? Ella dunque è ben libera di amare chi vuole.
Ah! se tu la prendi così, disse Caderousse, è un altro affare; io ti credeva un Catalano, e mi era stato detto che i Catalani non eran tali da lasciarsi impunemente metter da banda da un rivale, aggiungendo che particolarmente Fernando era un uomo terribile nella sua vendetta.
Fernando sorrise di pietà.
Un innamorato non è mai terribile, diss'egli.
Povero giovinotto, riprese Danglars fingendo di compiangerlo col più profondo sentimento dell'anima, che vuoi? non si aspettava di vedere ritornare Dantès così presto; forse lo credeva morto, forse infedele, e che so io? Queste cose sono tanto più sensibili quanto più ci accadono all'impensata.
In fede mia! disse Caderousse che beveva parlando, e su cui il vino di Lamalgue cominciava a fare il suo effetto; in ogni modo Fernando non è il solo che viene afflitto dal felice arrivo di Dantès: non è vero, Danglars?
Sì, ed oserei quasi dire che ciò gli porta disgrazia.
Ma non importa, soggiunse Caderousse versando un bicchiere di vino a Fernando, e riempiendo il proprio per la ottava o decima volta, mentre che Danglars aveva appena assaggiato il suo; non importa, frattanto egli sposa Mercedès, la bella Mercedès; almeno egli ritorna per ciò.
In questo mentre Danglars fissava uno sguardo scrutatore per iscoprire il cuore del giovinotto sul quale le parole di Caderousse cadevano come piombo liquefatto. E quando si faranno le nozze? dimandò.
Oh! non sono ancor fatte, mormorò Fernando.
No, ma esse si faranno, disse Caderousse, tanto è vero quanto che Dantès sarà capitano del Faraone, n'è certo Danglars?
Danglars abbrividì a questo colpo inatteso, e si volse a Caderousse di cui studiò i lineamenti per scorgervi, se questo colpo era stato premeditato; ma egli non lesse che l'invidia su quel viso fattosi di già quasi stupido dall'ubbriachezza. Ebbene! disse egli riempiendo i bicchieri, beviamo dunque alla salute del capitano Edmondo Dantès, marito della Catalana! Caderousse portò il bicchiere alla bocca, e con una mano appesantita lo tracannò d'un fiato. Fernando prese il suo e lo stritolò al suolo.
Eh! eh! eh! disse Caderousse, che vedo là, sull'alto del promontorio, nella direzione dei Catalani? Guarda tu Fernando che hai miglior vista della mia; io credo di cominciare a vedere doppio, e tu sai che il vino è traditore... non sono i due amanti che passeggiano tenendosi vicini vicini?... Il Cielo mi perdoni! essi non si credono da noi veduti, eccoli!
Danglars non perdeva di vista alcuna delle angosce che soffriva Fernando, il cui viso si scomponeva visibilmente.
Gli conoscete voi Fernando? diss'egli.
Sì, rispose questi con sorda voce, sono Edmondo e Mercedès.
Ah! vedete, disse Caderousse, io gli aveva riconosciuti! Ohe! Ohe! la bella ragazza! venite un po' per di qua; e diteci quando si faranno le nozze, poichè Fernando si è ostinato a non volercelo dire.
Vuoi tacere! disse Danglars, simulando di ritenere Caderousse, che colla tenacità dell'ubbriaco si sforzava di piegarsi fuori del pergolato. Cerca di tenerti dritto, e lascia gl'innamorati amarsi tranquillamente. Guarda Fernando, e prendi esempio da lui, ch'è uomo ragionevole.
Forse Fernando, ridotto agli estremi, e, punto da Danglars come il toro dai giostratori, stava per islanciarsi, perchè si era già alzato e sembrava raccogliersi in sè stesso per iscagliarsi innanzi al suo rivale; ma Mercedès, ridente e accorta, alzò la bella testa e fece brillare il suo limpido sguardo. Allora Fernando si ricordò la minaccia ch'ella aveva fatta di morire se Edmondo morisse, e ricadde scorato sul suo sedile.
Danglars guardò successivamente quei due uomini l'uno stupito dall'ubbriachezza, l'altro dominato dall'amore. Io non trarrò niente da questi imbecilli, mormorò: ed ho gran paura di essere qui fra un ebbro ed un poltrone. Ecco un invidioso che si ubbriaca di vino mentre dovrebbe farlo di fiele; ecco un amante imbecille al quale vien tolta l'innamorata di sotto al naso, e che si contenta di piangere e lamentarsi come un fanciullo, e ciò nonostante ha gli occhi fulminanti come gli Spagnuoli, i Siciliani e i Calabresi, i quali sanno vendicarsi così bene: egli ha i pugni che infrangerebbero la testa ad un bove non diversamente dalla mazza del macellaio! Senza più dubbio il destino di Edmondo la vince; egli sposerà la giovinetta, sarà fatto capitano e si riderà di noi, ammenochè... Un sinistro sorriso, si spiegò sulle labbra di Danglars. Ammenochè io non vi prenda parte. Olà! continuava a gridare Caderousse per metà alzato e coi pugni sulla tavola, olà! Edmondo, tu non vedi adunque gli amici, o sei diventato già tanto superbo da non poter parlar loro? No, mio caro Caderousse, rispose Dantès, io non sono superbo, io sono felice, e la felicità accieca, cred'io, assai più della superbia. Oh! ecco una bella spiegazione, disse Caderousse. Ehi! buon giorno, madama Dantès.
Mercedès salutò con gravità.
Questo non è ancora il mio nome, diss'ella, e nel mio paese è di cattivo augurio chiamare le ragazze col nome del loro fidanzato prima che sien maritate. Vi prego adunque di chiamarmi Mercedès.
Bisogna perdonare al buon vicino, disse Dantès, egli si sbaglia di poco. Dunque le nozze si faranno quanto prima, Dantès? disse Danglars salutando i due giovani. Il più presto possibile, signor Danglars: oggi si parlerà del tutto con mio padre, e domani o dopo domani al più tardi il pranzo degli sponsali, qui alla Réserve; io spero che gli amici vi saranno, e ciò vuol dire che voi siete invitato, signor Danglars, e che tu o Caderousse non mancherai. Fernando, disse Caderousse ridendo, Fernando, sarà invitato anch'egli? Il fratello della mia sposa è pure mio fratello, disse Edmondo, e sì Mercedès come io saremmo molto dispiacenti che si allontanasse da noi in questa occasione.
Fernando aprì la bocca per rispondere, ma la voce gli si estinse in gola, e non potè articolar parola.
Oggi gli accordi, domani o dopo domani gli sponsali!... che diavolo! capitano, avete molta fretta.
Danglars, rispose Edmondo sorridendo, vi dirò ciò che Mercedès diceva or ora a Caderousse, non mi date un titolo che non mi appartiene, anche ciò mi sarebbe di cattivo augurio.
Scusate, rispose Danglars, io dunque diceva semplicemente che avete molta fretta. Che diavolo! Noi abbiamo tempo, il Faraone non metterà alla vela che fra tre mesi.
Si ha sempre fretta di esser felici, poichè quando uno ha sofferto lungamente, si ha pena a credere alla felicità. Ma non è il solo egoismo che mi fa operare in tal modo; fa d'uopo che io vada a Parigi.
Ah davvero! a Parigi, è la prima volta che vi andate, Dantès? Sì. Vi avete affari? Non per conto mio, un'ultima commissione del nostro capitano Leclerc da adempire; capirete, Danglars, che è cosa sacra. D'altra parte, state tranquillo io non prenderò che il tempo necessario per la gita e pel ritorno. Sì, sì, capisco, disse ad alta voce Danglars, poi soggiunse abbassando la voce, fra sè: A Parigi, senza dubbio, per rimettere al suo indirizzo la lettera che gli consegnò il capitano. Ah! perbacco! questa lettera mi fa nascere un'idea, un'eccellente idea, perbacco! ah! signor Dantès, amico mio, tu non hai ancora dormito a bordo del Faraone nella cella n. 1. Poi volgendosi a Edmondo che già si allontanava. Buon viaggio, gli gridò dietro. Grazie, rispose Edmondo voltando la testa, ed accompagnando questo movimento con un gesto amichevole.
Dopo di che i due amanti continuarono la loro strada lieti e tranquilli come due eletti che salgono al cielo.
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Capitolo 4. IL COMPLOTTO.
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Danglars seguì Edmondo e Mercedès collo sguardo finchè i due amanti furono spariti da uno degli angoli del porto San Nicola; poi rivolgendosi, s'avvide che Fernando era ricaduto sulla sua panca pallido e fremente, nel mentre che Caderousse balbettava le parole di una canzone da osteria. Ecco qua, disse Danglars a Fernando, un matrimonio, che sembra non formi la felicità di tutto il mondo. Anzi, che fa la mia disperazione. Voi dunque amate Mercedès? Da che la conobbi l'amai; l'ho sempre amata! E voi state là a strapparvi i capelli in luogo di cercare un rimedio alla cosa? che diavolo! io non credeva che fosse questo il modo in cui operano quei della vostra nazione. Che volete che io faccia? domandò Fernando. E che so io? è forse cosa che mi riguarda? non sono io l'innamorato di Mercedès, ma voi. Io voleva pugnalar l'uomo, ma la donna mi ha detto che se avveniva disgrazia al suo fidanzato, ella si sarebbe uccisa. Baie! queste son cose che si dicono sempre, e non si fanno mai. Signore, voi non conoscete Mercedès; quando ella ha minacciato, esegue.
Imbecille! mormorò Danglars; che ella si uccida o no a me poco importa, purchè Dantès non diventi capitano. E prima che Mercedès muora, soggiunse Fernando coll'accento di una ferma risoluzione, morirei io stesso. Questo si chiama amore! disse Caderousse con una voce sempre più avvinata: o questo è vero amore, o io non lo so più conoscere. Vediamo, disse Danglars, voi mi sembrate un gentil giovinotto, e io vorrei, che il diavolo mi porti! togliervi d'impaccio; ma...
Sì, sì, disse Caderousse, vediamo il modo. Mio caro, soggiunse Danglars, tu sei per tre quarti ubbriaco, termina la bottiglia e lo sarai del tutto. Bevi e non mischiarti di ciò che noi facciamo, perchè a noi abbisogna di aver libera la testa. Io ubbriaco? disse Caderousse, eh via, io delle tue bottiglie ne beverei altre quattro, se sono più grandi di una boccetta da acqua di Colonia!.. Papà Panfilo, vino!... E per aggiungere la prova alla proposizione, Caderousse battè col suo bicchiere la tavola.
Voi dunque dicevate?... riprese Fernando aspettando con impazienza il seguito della frase interrotta. Che diceva io? non me ne sovvengo. Questo ubbriacone di Caderousse mi ha fatto perdere il filo delle idee. Ubbriaco quanto tu vorrai. Tanto peggio per quelli che hanno paura del vino! ciò è perchè hanno qualche cattivo pensiero e temono che il vino glielo tolga dal cuore. E Caderousse si mise a cantare gli ultimi versi di una canzone molto in voga a quei tempi: Bevon acqua soltanto i malvagi. Il diluvio la prova ne fu.
Voi dicevate, signore, riprendeva Fernando, che mi vorreste levar di pena; ma aggiungeste...
Sì, aggiungeva che per levarvi di pena, basta che Dantès non sposi quella che voi amate, ed il matrimonio può benissimo non effettuarsi anche senza che Dantès muora.
La morte sola può separarli, disse Fernando.
Voi ragionate come un ragazzo, amico mio, disse Caderousse, e siccome Danglars è un furbo, un maligno, un greco, vi mostrerà in qual modo voi avete torto. Provalo Danglars, io ho garantito per te; digli che non vi è bisogno che Dantès muora; d'altra parte mi dispiacerebbe ch'ei morisse, Dantès è un buon giovinotto; io l'amo... io ti amo, Dantès; alla tua salute, Dantès!
Fernando si alzò con la massima impazienza. Lasciatelo dire, riprese Danglars trattenendo il Catalano; e poi sebbene ubbriaco non dice un grande sproposito: l'assenza separa due individui tanto bene, quanto la morte: supponete per esempio che vi fosse fra Edmondo e Mercedès la muraglia di una prigione, essi non sarebbero divisi nè più nè meno che se vi fosse la lapide di una tomba. Sì, ma di prigione si esce, disse Caderousse, che con gli ultimi avanzi della sua intelligenza si andava frammischiando alla conversazione, e quando si esce di prigione, e si porta il nome di Edmondo Dantès, uno si vendica. Che importa! mormorò Fernando. E poi, riprese Caderousse, perchè si metterebbe in prigione Dantès, egli non ha nè rubato, nè ammazzato, nè assassinato. Taci una volta! disse Danglars. Sì non voglio tacere, disse Caderousse, io pretendo che mi si dica perchè si vuol far mettere in prigione Dantès; io amo Dantès; alla tua salute, Dantès. E vuotò di un fiato un altro bicchier di vino. Danglars seguì con lo sguardo i progressi dell'ubbriachezza del suo compagno, e volgendosi a Fernando: Ebbene! comprendete voi che non vi è bisogno di ucciderlo? No certo, se come voi dicevate poco fa si potesse ritrovare il modo di farlo catturare. E questo modo lo sapreste voi? Cercando bene, disse Danglars, si potrebbe ritrovarlo... ma di che diavolo vado io ad immischiarmi? è forse cosa che mi riguarda? Io non so se ciò vi riguardi, disse Fernando afferrandogli un braccio; ma ciò che so io, si è che voi avete qualche motivo particolare di odio contro Dantès: colui che odia sè stesso, non s'inganna sui sentimenti altrui. Io! dei motivi di odio con Dantès? nessuno, sulla mia parola! Io vi ho veduto infelice e la vostra infelicità mi ha commosso, perciò ho preso interessamento per voi, ecco tutto. Ma dal momento, che voi credete che io operi per conto mio, addio amico caro; levatevi d'impaccio come potete. E Danglars fece le viste a sua volta d'alzarsi. No, disse Fernando trattenendolo, restate, in fin dei conti poco mi importa che odiate o no Dantès: io l'odio e lo confesso altamente, trovate il mezzo ed io l'eseguo, purchè non vi sia la morte dell'uomo, mentre Mercedès si ucciderebbe se venisse ucciso Dantès.
Caderousse che aveva lasciata cadere la testa sulla tavola rialzò la fronte, e guardando Fernando e Danglars, con occhi appesantiti e stupidi. Uccidere Dantès... diss'egli. Chi parla qui di uccidere Dantès? io non voglio che sia ucciso, io!... egli è mio amico... egli mi ha offerto questa mattina di divider meco il suo danaro, come io ho diviso il mio con lui... io non voglio che si uccida Dantès! E chi ti parla di ucciderlo, imbecille? riprese Danglars, si tratta di un semplice scherzo. Bevi alla sua salute, soggiunse riempiendogli il bicchiere, e lasciaci tranquilli. Sì, sì, alla salute di Dantès, disse Caderousse votando il suo bicchiere, alla sua salute... a... lla.... Ma il mezzo?... il mezzo? disse con impazienza Fernando. Non lo avete ancora ritrovato? No; voi ne avete assunto l'incarico.
È vero, riprese Danglars, i Francesi hanno questa superiorità sopra gli Spagnuoli, gli Spagnuoli ruminano, ed i Francesi inventano. Inventate dunque, inventate, disse Fernando con impazienza. Cameriere! disse Danglars, carta, penna e calamaio. Carta, penna e calamaio? mormorò Fernando. Sì, io sono scrivano computista, la penna, l'inchiostro e la carta sono i miei istrumenti, e senza di questi non saprei fare cosa alcuna. Carta, penna e calamaio, gridò ad alta voce Fernando. Ecco tutto, disse il cameriere portando gli oggetti richiesti. Quando si pensa, disse Caderousse lasciando cadere la sua mano sulla carta, che qui vi è il modo di ammazzare un uomo più al sicuro di quello che se si attendesse all'angolo di un bosco per assassinarlo! Io ho sempre avuto più paura di una bottiglia d'inchiostro, di una penna e di un calamaio, che di una spada o di una pistola. Il buffone non è ancora ubbriaco quanto sembra, disse Danglars. Versategli dunque da bere, o Fernando. Fernando riempiè il bicchiere di Caderousse, e questi da quel bravo bevitore che era, levò la mano dalla carta e la portò al bicchiere. Il Catalano seguì i movimenti fino a che Caderousse, quasi sopraffatto da questo nuovo assalto, rimise, o meglio lasciò cadere il suo bicchiere sul desco.
Ebbene!... riprese il Catalano vedendo che il rimanente della ragione che restava a Caderousse cominciava a sparire a quest'ultimo bicchier di vino. Ebbene! io diceva adunque, per esempio, riprese Danglars, che se dopo un viaggio come quello che ha fatto Dantès, e nel quale ha toccato Napoli e l'isola d'Elba, qualcuno lo denunciasse al procuratore del re, come messo bonapartista...
Lo denunzierò io, disse con vivacità il giovine. Sì, ma allora vi si fa sottoscrivere la vostra dichiarazione, e sarete confrontato con quello che avete denunziato. Io vi somministro di che sostenere la vostra accusa, lo so bene; ma Dantès non può restare eternamente in prigione; un giorno o l'altro ne uscirà, e il giorno in cui egli esce sarà terribile per quello che ve lo ha fatto entrare. Oh! io non desidero che una cosa, disse Fernando, ed è ch'egli venga a muovermi contesa. Sì, e Mercedès? Mercedès che vi prenderà in odio se voi avrete soltanto la disgrazia di scalfire l'epidermide al suo diletto Edmondo! È giusto, disse Fernando. No, no, riprese Danglars, se si risolve una cosa di simil genere, vedete bene, val meglio prendere bonariamente così, come faccio io, questa penna, bagnarla nell'inchiostro e scrivere colla mano sinistra, affinchè il carattere non sia conosciuto, la piccola seguente denunzia. E Danglars, unendo l'esempio all'insegnamento, scrisse colla mano sinistra e con un carattere rovesciato, che non aveva alcuna analogia col suo carattere ordinario, le righe seguenti che passò a Fernando, e che questi lesse a mezza voce. «Il procuratore del re è avvisato, da un amico del trono e della religione, che il nominato Edmondo Dantès, secondo nel bastimento il Faraone, giunto questa mattina da Smyrne, dopo aver toccato Napoli e Portoferraio, è stato incaricato da Murat di una lettera per l'Usurpatore, e dall'Usurpatore di una lettera pel Comitato Bonapartista di Parigi. Si avrà la pruova del suo delitto arrestandolo, poichè si troverà questa lettera, o nelle sue tasche, o presso suo padre, o nel suo gabinetto a bordo del Faraone».
Alla buon'ora, continuò Danglars; in tal modo la vostra vendetta avrebbe senso comune, e siete sicuro ch'essa non ricadrebbe su voi, e la cosa andrebbe da sè sola; e perciò non resta più che a piegare la lettera, come faccio io, e di scrivere sopra: Al procuratore del re: e tutto sarebbe fatto. E Danglars fece la soprascritta come se avesse scherzato.
Sì, tutto sarebbe fatto, gridò Caderousse, che con un ultimo sforzo d'intelligenza aveva seguito la lettura e che comprendeva per istinto tutto il male che avrebbe potuto apportare una simile denunzia; sì tutto sarebbe fatto, soltanto questa sarebbe un'infamia. Ed allungò il braccio per prendere la lettera.
Per tal modo, disse Danglars allontanando la lettera, tutto ciò che ho detto e fatto, non è che uno scherzo; ed io sarei il primo ad essere afflitto se accadesse qualche disgrazia a Dantès. A questo buon Dantès! così, guarda... Prese la lettera, la maltrattò fra le mani, e la gettò in un angolo del pergolato.
Alla buon'ora disse Caderousse, Dantès è mio amico, e non voglio che gli si faccia del male.
E chi diavolo pensa a fargli del male? Certamente nè io nè Fernando, disse Danglars alzandosi, e squadrando il giovinotto che era rimasto seduto e che non perdeva d'occhio il foglio denunciatore gettato nell'angolo.
In questo caso, riprese Caderousse, che ci portino del vino, voglio bere alla salute di Edmondo e della bella Mercedès.
Tu hai anche troppo bevuto, ubbriacone, disse Danglars, e se continui sarai obbligato di dormir qui, che non potrai più tenerti in piedi.
Io! disse Caderousse levandosi colla fatuità dell'uomo ubbriaco, non potrò tenermi in piedi? scommetto di salir sul campanile degli Accoules ed anche senza contrappeso!
Sia! disse Danglars, scommetto ma per domani, oggi è ora di ritornare a casa; dammi il braccio e andiamo.
Andiamo, disse Caderousse, ma non ho bisogno del tuo braccio. Vieni anche tu Fernando, rientri con noi a Marsiglia?
No, disse Fernando, io ritorno ai Catalani.
Tu fai male, vieni con noi a Marsiglia, vieni.
Non ho che fare a Marsiglia e non voglio andarci.
Come hai tu detto ciò? nol vuoi? ebbene a tuo bell'agio, libertà per tutti; vieni Danglars, lasciamo rientrare il giovinotto ai Catalani, poichè vuole così.
Danglars profittò del momento di buona volontà di Caderousse per trascinarlo alla volta di Marsiglia; e per lasciare la strada più corta e più facile a Fernando, invece di ritornare per la riviera della Rive-Neuve, ritornò per la porta San Victor. Caderousse lo seguì barcollando, stretto al suo braccio. Quando fu ad una ventina di passi, Danglars si voltò, e vide Fernando precipitarsi sul foglio che mise tosto in tasca, poi subito balzò fuori del pergolato e voltò dalla parte del Pillon.
Ebbene, che fa dunque? disse Caderousse, egli ha mentito: ci ha detto che andava ai Catalani ed ha voltato dalla parte della città. Olà! Fernando, tu ti sbagli, mio giovinotto.
Sei tu che vedi male, disse Danglars, egli segue direttamente la strada della Vieilles-Infirmeries.
In verità? disse Caderousse. Eppure avrei giurato che ha voltato a destra!... il vino è un traditore.
Andiamo, andiamo, mormorò Danglars: credo che l'affare sia ora bene incamminato e che altro non vi resta che lasciarlo progredire da sè.
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Capitolo 5. IL PRANZO DEGLI SPONSALI.
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Il dì seguente fu un bel giorno. Il sole si alzò puro e rilucente, e i suoi primi raggi di un rosso purpureo screziavano di un bel color rubino le spumose cime delle onde. Il pranzo era stato preparato al primo piano di quella stessa Réserve col pergolato della quale abbiam di già fatto conoscenza. Era una gran sala illuminata da cinque o sei finestre al di sopra di ciascuna delle quali, (non si sa perchè) stava scritto il nome di una delle grandi città della Francia; una balaustrata di legno passava avanti e univa queste finestre. Quantunque il pranzo non fosse fissato che pel mezzogiorno, fin dall'undici del mattino questa balaustrata era sopraccaricata di persone che vi passeggiavano con impazienza. Erano i marinai privilegiati del Faraone e qualche soldato amico di Dantès. Tutti per fare onore al fidanzato erano vestiti dei loro migliori abiti. Correva voce fra i convitati che gli armatori del Faraone avrebbero onorato di lor presenza gli sponsali del loro secondo. Ma questo, a loro pensare, era un onore sì grande accordato a Dantès che nessuno osava crederci. Ciò non ostante Danglars che giungeva in compagnia di Caderousse, confermò a sua volta la notizia. La mattina aveva veduto lo stesso signor Morrel, e questi lo aveva assicurato che sarebbe venuto a pranzo alla Rèserve. Difatti pochi momenti dopo, il signor Morrel fece il suo ingresso nella sala e fu salutato dai marinai del Faraone con un hourrah di unanimi applausi. La presenza dell'armatore era per essi una conferma della voce che già correva, che Dantès sarebbe nominato capitano; e siccome Dantès era molto amato dalla ciurma, così questa brava gente ringraziava in tal modo l'armatore, che, per caso, l'elezione del capo era una volta in armonia coi desideri dei subordinati. Appena entrato il signor Morrel, unanimamente furono incaricati Danglars e Caderousse di andare incontro ai fidanzati, prevenirli dell'arrivo del personaggio importante, la cui venuta aveva prodotto sì forte impressione, e dir loro che si sollecitassero. Danglars e Caderousse partirono a tutta corsa; ma non ebbero fatto cento passi che all'altezza del magazzino a polvere scorsero la piccola compagnia che veniva alla loro volta: essa componevasi di quattro giovinette amiche di Mercedès, catalane come essa, che accompagnavano la fidanzata cui Edmondo dava braccio. Vicino alla futura sposa camminava il vecchio Dantès, e dietro loro veniva con sinistro sogghigno Fernando; i poveri giovinotti erano così felici, che non vedevano che sè soli ed il bel cielo che li benediva. Danglars e Caderousse disimpegnarono la loro missione di ambasciatori: quindi dopo avere cambiata con Edmondo una stretta di mano ben vigorosa ed amichevole, Danglars prese posto vicino a Fernando, Caderousse si mise in fila accanto del padre di Dantès, centro dell'attenzione generale. Il vecchio era vestito del suo bell'abito di taffettà mischio, guernito di larghi bottoni di acciaio tagliati a faccette. Le sue gambe sottili, ma nerborute, erano ricoperte da un magnifico paio di calze di cotone frastagliato, puzzanti un poco di contrabbando inglese. Dal suo cappello a tre pizzi pendeva una fettuccia bianca e turchina: finalmente egli si appoggiava sur un bastone di legno tornito e ricurvo in alto come il pedum degli antichi. Si sarebbe detto uno di quei zerbinotti che facevano nel 1796 la loro parata, nei giardini nuovamente riaperti del Lussemburgo, e delle Tuglierie. Vicino a lui, come si è detto, si era introdotto Caderousse che la speranza di un buon pranzo aveva riconciliato con Dantès, Caderousse al quale restava nella mente una vaga memoria di ciò che era accaduto nel giorno innanzi, come quando allo svegliarsi il mattino si trova nel proprio spirito l'ombra del sonno che si è fatto la notte. Danglars nell'avvicinarsi a Fernando aveva gettato sull'amante spregiato uno sguardo profondo. Fernando camminava dietro ai fidanzati, completamente dimenticato da Mercedès la quale con quell'egoismo giovanile e caro dell'amore, non aveva occhi per altri che per Edmondo; Fernando era pallido, poi rosso a tratti istantanei, che scomparivano per dar posto ciascuna volta ad un pallore sempre più crescente. A quando a quando volgeva uno sguardo verso Marsiglia, ed allora un tremito nervoso ed involontario gli scorreva per tutte le membra. Fernando sembrava attendere o per lo meno prevedere un qualche grande avvenimento. Dantès era vestito con semplicità, appartenendo alla marina mercantile, aveva un abito che teneva il mezzo fra l'uniforme militare ed il costume borghese, e sotto questo abito il suo portamento che veniva riscaldato ancora dalla gioia e dalla bellezza della sua fidanzata era superbo. Mercedès era bella come una di quelle greche di Cipro o di Cèos dagli occhi d'ebano e dalle labbra di corallo. Essa camminava col passo franco e libero delle Andaluse. Una cittadina avrebbe forse cercato di nascondere la sua gioia sotto un velo o almeno sotto il velluto delle sue palpebre; ma Mercedès sorrideva e guardava tutto ciò che la circondava, e il suo sorriso ed il suo sguardo dicevano francamente quanto avrebbero potuto dire le sue parole: «Se voi siete amici rallegratevi meco, poichè in verità io sono molto felice». Dal momento che i fidanzati e coloro che gli accompagnavano furono alle viste della Rèserve, Morrel discese, e s'avanzò anch'egli verso di loro, seguito dai marinari e dai soldati coi quali era rimasto ed a cui aveva rinnovato la promessa, già fatta a Dantès, ch'egli sarebbe succeduto al Capitano Leclerc. Edmondo vedendolo venire lasciò il braccio della sua fidanzata e lo passò sotto a quello di Morrel. L'armatore e la giovinetta dettero allora l'esempio e salirono pei primi la scala di legno che metteva alla camera ove era preparato il pranzo, che cigolò per cinque minuti sotto i pesanti passi dei convitati. Padre mio, disse Mercedès, fermandosi alla metà della tavola, voi starete alla mia destra, alla sinistra vi porrò quello che fin qui mi ha fatto da fratello, e lo disse con dolcezza tale, che penetrò nel più profondo del cuore di Fernando a guisa di un colpo di pugnale.
Le sue labbra s'incresparono e sotto la tinta livida del suo viso maschile, si potè ancora vedere una volta il sangue ritirarsi a poco a poco, per affluire al cuore. Durante questo tempo Dantès aveva eseguita la stessa manovra; alla sua destra avea posto Morrel, alla sua sinistra Danglars; quindi aveva fatto segno colla mano che ciascuno prendesse posto a suo piacere. Di già circolavano intorno alla tavola i salami di Arles colle carni brune e affumicate, le raguste ricoperte della loro rosea corazza, i ricci di mare che sembravano castagne circondate dalla loro scorza spinosa, le cappe, che hanno l'orgoglio di rimpiazzare con superiorità, presso i ghiottoni del mezzo giorno, le ostriche del nord; finalmente tutti quei crostacei, che i flutti gettano sulla riva sabbiosa e che i pescatori riconoscenti designano col nome generico di frutti di mare.
Bel silenzio! disse il vecchio assaggiando un bicchiere di vino giallo come il topazio, che il papà Panfilo in persona aveva portato avanti a Mercedès; si direbbe che qui vi sono trenta persone che non desiderano altro che di ridere?
Eh! un marito non è sempre allegro, disse Caderousse.
Il fatto si è, disse Dantès, che io sono troppo felice in questo momento. Se egli è così che voi lo intendete, o vicino, voi avete ragione: la gioia qualche volta fa un effetto strano; essa opprime come il dolore.
Danglars osservò Fernando la cui natura sensitiva riceveva ed espandeva ciascuna emozione. Andiamo adunque, diss'egli, avreste forse paura di qualche cosa? mi sembra al contrario che vada tutto a seconda dei vostri desideri.
Ed è precisamente questo che mi spaventa, disse Dantès; mi sembra che l'uomo non sia fatto per essere così facilmente felice. La felicità è come quei palazzi dell'isole incantate, le porte dei quali sono guardate dai Draghi; bisogna combattere per acquistarli, ed io per dir la verità non so con qual merito mi abbia la felicità di essere marito a Mercedès.
Il marito! il marito! disse Caderousse ridendo, non ancora caro capitano; provati un poco di fare da marito e tu vedrai come sarai ricevuto. Mercedès arrossì. Fernando si agitava sulla sua sedia, rabbrividiva al più piccolo rumore e di tempo in tempo asciugava delle grosse gocce di sudore che gli colavano dalla fronte come le prime gocce della pioggia di un oragano. In fede mia, disse Dantès, vicino Caderousse, non val la pena di darmi una mentita per così poco. Mercedès non è ancora mia moglie, è vero, cavando l'orologio, ma fra un'ora e mezzo ella lo sarà. Ciascuno fece un grido di sorpresa eccetto il padre di Dantès, il cui largo riso mostrava dei denti sempre belli. Mercedès sorrise e non arrossì più. Fernando afferrò convulsamente il manico del coltello. Fra un'ora disse Danglars, impallidendo anch'egli, e come ciò? Sì, amici miei, rispose Dantès, grazie al credito del signor Morrel, l'uomo al quale dopo mio padre io debbo il più a questo mondo, tutte le difficoltà furono appianate; noi abbiamo pagate le pubblicazioni; e a due ore e mezzo il Maire di Marsiglia ci aspetta al palazzo di città. Ora essendo un'ora e un quarto, credo di non essermi sbagliato di molto dicendo che tra un'ora e trenta minuti Mercedès si chiamerà Madama Dantès.
Fernando chiuse gli occhi; una nube di fuoco gli bruciò le palpebre, si appoggiò alla tavola per non cadere in deliquio, e ad onta di tutti gli sforzi non potè ritenere un sordo gemito che si perdè fra il rumore delle risa e delle felicitazioni dell'assemblea. È un bel fare eh! disse il padre di Dantès, vi sembra che questo si chiami perder tempo? arrivato ieri mattina, maritato oggi a tre ore; parlatemi di marinari per andar dritti alla meta. Ma le altre formalità? osservò timidamente Danglars, il contratto, la scritta? Il contratto! disse Dantès ridendo, il contratto è fatto; Mercedès non ha niente ed io del pari, noi ci maritiamo sotto il regime della comunione, e ciò non è lungo a scrivere e non sarà costoso a pagare. Questa facezia eccitò una nuova esplosione di gioia e di evviva.
Per tal modo quel che noi crediamo un pranzo di sponsali, disse Danglars, è un pranzo di nozze? No, disse Dantès, state tranquilli; non vi perderete niente. Domani mattina parto per Parigi; cinque giorni per andare, cinque per tornare, un giorno per eseguire coscienziosamente la commissione di cui sono incaricato, e il 12 marzo sono di ritorno. Pel 12 marzo adunque vi aspetto al vero pranzo di nozze!
La prospettiva di un nuovo festino, raddoppiò l'ilarità al punto che Dantès padre, che al principio del pranzo si lamentava del silenzio, faceva ora in mezzo della conversazione generale vani sforzi per fare sentire il suo voto di prosperità in favore dei promessi sposi. Dantès indovinò i pensieri del padre e vi rispose con un sorriso pieno di amore. Mercedès cominciò a guardare l'ora sul pendolo della sala e fece un piccolo segno ad Edmondo. Regnava intorno alla tavola quella gioia fragorosa, quella libertà individuale, propria della fine dei pranzi della bassa classe. Quegli che erano malcontenti del loro posto si erano alzati di tavola, ed erano andati a cercare altri vicini. Tutti cominciavano a parlare in una volta e nessuno si occupava di rispondere a ciò che il suo interlocutore gli diceva, ma soltanto alle proprie idee. Il pallore di Fernando era quasi passato sulle guance di Danglars; Fernando stesso più non viveva; sembrava un dannato in un lago di fuoco; si era alzato dei primi e passeggiava in lungo e in largo nella sala, cercando d'isolare il suo orecchio dal rumore delle canzoni e dal toccarsi dei bicchieri. Caderousse si avvicinò a lui nel momento in cui Danglars, che egli sembrava fuggire, lo raggiungeva in un angolo della sala. In verità, disse Caderousse, a cui le buone maniere di Dantès, e più ancora il vino di papà Panfilo, avevan tolto i resti di quell'odio di cui l'inattesa fortuna di Dantès aveva gettato i germi nel suo animo; in verità Dantès è un gentil giovinotto, e quando lo vedo seduto presso la sua fidanzata, dico a me stesso che sarebbe stato veramente male di fargli quella cattiva burla che gli tramavate ieri.
Tu hai veduto, disse Danglars, che la cosa non ha avuto alcuna conseguenza; questo povero Fernando era così sconvolto che mi aveva sulle prime fatto pena; ma dal momento che egli ha preso la sua risoluzione al punto di farsi il primo testimonio delle nozze del suo rivale, non v'è più nulla a dire. Caderousse guardò Fernando, egli era livido.
Il sacrificio è tanto più grande, continuava Danglars, in quanto che la giovinetta è molto bella. Che furbo felice è il mio futuro Capitano! vorrei chiamarmi Dantès, per dodici ore soltanto.
Partiamo? domandò la dolce voce di Mercedès; suonano le due, e siamo aspettati a due ore e un quarto.
Sì, sì, partiamo, disse vivamente Dantès.
Partiamo, ripeterono in coro, tutti i convitati.
Nel medesimo istante Danglars che non perdeva di vista Fernando assiso sul parapetto della finestra, lo vide aprire due occhi spaventati, alzarsi come per un movimento convulsivo e ricadere assiso al suo posto. Quasi nel medesimo momento un sordo rumore ritronò nelle scale, un fragor di passi ed un mormorio di voci, confuso all'urtarsi di armi, coprì le esclamazioni dei convitati per fragorose che fossero, ed attirò l'attenzione generale, che si manifestò ad un tratto con un silenzio. Il rumore si avvicinò, tre colpi percossero la porta; ciascuno guardò il suo vicino con sorpresa.
In nome della legge! gridò una voce, cui nessuno rispose. Tosto la porta si aprì, ed un commissario, cinto della sua sciarpa, entrò nella sala seguito da quattro soldati armati, condotti da un caporale. L'inquietudine diede luogo al terrore. Che c'è? domandò l'armatore facendosi avanti al commissario cui conosceva; qui v'è sbaglio certamente?
Se vi è sbaglio, signor Morrel, rispose il commissario, state sicuro che sarà tosto riparato. Frattanto io sono portatore di un mandato di arresto, e quantunque, esegua la mia commissione con dispiacere, pur non ostante m'è forza l'eseguirla. Chi di voi, è Edmondo Dantès? Tutti gli sguardi si diressero verso il giovinotto, che, commosso ma conservando la sua dignità, fece un passo in avanti e disse: Son io signore.
Edmondo Dantès, riprese il commissario, in nome della legge, io vi arresto.
Voi mi arrestate! disse Edmondo con un leggiero pallore; e perchè?
L'ignoro, ma voi lo conoscerete certamente nel vostro primo interrogatorio. Morrel capì che non vi era nulla a farsi contro la riflessione; un commissario cinto di sciarpa non è più un uomo, egli è la statua della legge fredda, sorda, muta. Il vecchio al contrario si precipitò verso l'uffiziale; vi sono cose che il cuore di un padre o di una madre non capiranno mai. Egli pregò e supplicò, lagrime e preghiere non ebbero alcun potere: e frattanto la sua disperazione era sì grande che il commissario ne fu commosso. Signore, diss'egli, calmatevi, forse vostro figlio avrà trascurato qualche formalità di dogana o di sanità, e secondo tutte le probabilità, allorchè si saranno ricevuti da lui gli schiarimenti che si desiderano, sarà messo in libertà.
Che significa tutto ciò? domandò Caderousse aggrottando le sopracciglia, a Danglars che fingeva sorpresa.
Lo so io forse? disse Danglars; io sono come te, guardo ciò che accade, mi confondo, e non ci capisco niente: Caderousse cercò con gli occhi Fernando, egli era disparso.
Tutta la scena del giorno avanti si presentò allora a Caderousse con una spaventevole chiarezza. Si sarebbe detto che la catastrofe alzava il velo che l'ubriachezza del giorno innanzi aveva posto fra lui e la sua memoria.
Oh! oh! diss'egli con voce rauca, sarebbe questa la conseguenza dello scherzo di cui parlavate ieri, Danglars? In questo caso guai a chi l'avesse fatto, perchè è ben triste!
Niente affatto, rispose Danglars, tu sai bene che al contrario io ho lacerato il foglio.
Tu non l'hai lacerato, gridò Caderousse, l'hai maltrattato e gettato in un angolo, ecco tutto.
Taci, tu non hai veduto nulla, eri ubbriaco.
Ov'è Fernando? domandò Caderousse.
E che so io! rispose Danglars, sarà pei fatti suoi probabilmente. Ma invece di occuparci di ciò, andiamo piuttosto a portare qualche consolazione a questi poveri afflitti.
Infatti, durante questa conversazione Dantès, aveva stretta la mano sorridendo ai suoi amici, e si era costituito prigioniero dicendo: Siate tranquilli, ben presto si spiegherà l'errore, e probabilmente non andrò neppur fino alla prigione.
Oh! sì certamente, io ne risponderei, disse Danglars che in questo momento si avvicinava, come abbiam detto, al gruppo principale.
Dantès discese la scala preceduto dal commissario di polizia, e circondato dai soldati. Una carrozza il cui sportello era aperto aspettava alla porta: egli vi salì, due soldati ed il commissario di polizia salirono dopo di lui. Lo sportello si chiuse, e la carrozza riprese la strada di Marsiglia.
Addio Dantès! addio Edmondo, gridava Mercedès spingendosi fuori della ringhiera. Il prigioniero intese quest'ultimo grido uscito come un singhiozzo dal cuore lacerato della fidanzata, cacciò la testa dalla portiera gridando: a rivederci Mercedès! e disparve dietro uno degli angoli del forte San Nicola.
Aspettatemi qui, disse l'armatore; prendo la prima carrozza che incontro, corro a Marsiglia, e vi riporterò sue notizie.
Andate, gridarono tutte le voci: andate e tornate presto. Dopo questa duplice partenza vi fu un momento di stupore terribile, che invase tutti coloro che erano rimasti, il vecchio e Mercedès restarono qualche tempo appartati, ciascuno nel proprio dolore. Ma finalmente i loro occhi s'incontrarono, essi si riconobbero come due vittime d'uno stesso colpo, e di un subito si gettarono nelle braccia l'uno dell'altra. In questo mentre Fernando rientrò, versò un bicchier d'acqua che bevve e andò ad assidersi ad una sedia. Il caso volle che Mercedès uscendo dalle braccia del vecchio venisse a cadere in una sedia vicina. Fernando rabbrividì e con un movimento affatto istintivo dette addietro con la sua.
È lui, disse Caderousse a Danglars che non aveva perduto di vista un momento il Catalano. Nol credo, rispose Danglars, egli è troppo stupido. In ogni caso, il colpo ricada sulla testa di chi lo vibrò! Tu non parli di colui che lo ha consigliato, disse Caderousse. Affè, disse Danglars, se si dovesse mallevar tutto quello che si manda in aria. Sì, allorchè ciò che si manda in aria, ricade per la punta.
Durante questo tempo gli altri convitati riunitisi in gruppi commentavano l'arresto ciascuno secondo la sua opinione.
E voi Danglars, disse una voce, che pensate di questo accaduto? Io disse Danglars, credo che abbia portato qualche balla di merce proibita. In questo caso, voi avreste dovuto saperlo; siete lo scrivano. Sì è vero, ma lo scrivano non conosce che le balle che gli vengono dichiarate. Io so che noi abbiamo un carico di cotone, ed ecco tutto; che abbiamo preso il carico in Alessandria dal signor Pastret, e a Smyrne dal signor Paschal; non mi domandate altro.
Oh! mi ricordo or bene, mormorò il povero padre, egli mi ha detto ieri che aveva per me una cassa di caffè ed una di tabacco. Vedete dunque! disse Danglars è questo; nella nostra assenza la dogana avrà fatta una visita a bordo del Faraone, e vi avrà scoperto il contrabbando. Mercedès non credeva niente di tutto ciò: per il che compresso il dolore fino a quel momento, scoppiò di repente in singulti.
Coraggio, coraggio, speriamo! disse il padre di Dantès senza troppo sapere ciò che si diceva. Speriamo! ripetè Danglars. Speriamo, tentò di mormorare Fernando: ma questa parola lo soffocava, le sue labbra si agitarono, e non ne uscì alcun suono. Amici, gridò uno dei convitati che era rimasto in vedetta sulla ringhiera, amici, una carrozza... Ah! è il signor Morrel! coraggio! senza dubbio egli ci porta qualche buona notizia.
Mercedès ed il vecchio padre corsero verso l'armatore, che incontrarono sulla porta: il signor Morrel era pallidissimo. Ebbene!... gridarono tutti ad una voce... Ebbene, amici miei, rispose l'armatore scuotendo la testa, l'affare è più grave di quello che noi non possiamo pensare. Oh! Signore, gridò Mercedès, egli è innocente. Lo credo, rispose Morrel; ma è accusato. Di che dunque? Domandò il vecchio Dantès.
Di essere un messo bonapartista.
Quegli dei miei lettori che han vivuto ai tempi di cui tratta questa storia si ricorderanno qual terribile accusa era allora quella che fu indicata da Morrel. Mercedès gettò un grido; il vecchio si lasciò cadere sulla sedia.
Ah! mormorò Caderousse, voi mi avete ingannato, Danglars, quello che voi chiamate scherzo, fu fatto. Ma io non voglio lasciar morire di dolore questo vecchio e questa giovinetta, vado a spiegar loro ogni cosa. Taci, disgraziato! gridò Danglars afferrando la mano di Caderousse, o io non rispondo della tua vita. Chi ti dice che Dantès non sia veramente colpevole? il bastimento si è fermato all'isola d'Elba, egli è disceso; è rimasto un giorno intero a Porto Ferrajo. Se si è ritrovata qualche lettera che lo metta in rischio, verrebbero dichiarati suoi complici coloro che volessero proteggerlo.
Caderousse aveva l'istinto rapido dell'egoismo, e capì tutta la solidità di questo ragionamento. Egli guardò Danglars con occhi fatti ebeti dal timore e dal dolore e per un passo che aveva fatto in avanti, ne fece due in dietro; ed: Aspettiamo allora, mormorò Aspettiamo, disse Danglars: se è innocente sarà messo in libertà, se è reo è inutile mettersi a rischio, per un cospiratore. Allora partiamo, io non posso più lungamente restar qui. Sì, vieni, disse Danglars, contento di trovare un compagno nella ritirata: vieni, e lasciamoli tirarsi d'impaccio come potranno. Essi partirono. Fernando divenuto il sostegno della giovinetta, prese Mercedès per mano, e la ricondusse ai Catalani. Dalla loro parte gli amici di Dantès ricondussero il vecchio quasi svenuto ai viali di Meillan. Ben presto il rumore che Dantès era stato arrestato come un messo bonapartista, si sparse per tutta la città. Avreste voi creduto ciò, caro Danglars? disse Morrel raggiungendo il suo computista e Caderousse; poichè egli stesso rientrava con tutta fretta in città per avere qualche notizia diretta di Edmondo dal sostituto del procuratore del Re, il signor Villefort, che conosceva un poco. Avreste mai creduto ciò? Diamine, signore, rispose Danglars, io vi aveva detto che Dantès non si sarebbe fermato senza un motivo all'isola d'Elba, e tal sosta, voi lo sapete, mi era paruta sospetta. Ma avete voi fatto parte ad alcuno, fuori che a me di questo vostro sospetto? Me ne sarei ben guardato, soggiunse a bassa voce Danglars; sapete bene che a cagione di vostro zio il signor Policar Morrel, che ha servito sotto l'altro e che non nasconde il suo pensiero, voi siete sospetti di amare Napoleone, e avrei avuto paura di far torto ad Edmondo non meno che a voi. Vi sono delle cose, che è un dovere del subordinato di dire al suo armatore, e di tenere severamente celate agli altri. Bene! Danglars, bene! disse Morrel, voi siete un bravo uomo, così io aveva pensato a voi nel caso in cui questo povero Dantès fosse divenuto capitano del Faraone. Come signore? Sì, io aveva già domandato a Dantès ciò che pensava di voi; e se egli avesse avuto repugnanza a conservarvi il vostro posto; mentre non so perchè mi era sembrato scorgere qualche ripugnanza fra voi due. E che vi ha egli risposto? Che credeva infatto avere avuto, in una congiuntura che non mi ha detto, qualche torto con voi, ma che chiunque avesse avuta la confidenza dell'armatore, avrebbe pur anche avuta la sua. L'ipocrita, mormorò Danglars. Povero ragazzo, disse Caderousse; è un fatto che egli era un eccellente giovinotto. Sì, ma frattanto, disse Morrel, ecco il Faraone senza capitano. Oh! bisogna sperare, poichè noi non possiamo ripartire che fra tre mesi, che di qui allora Dantès sia messo in libertà. Senza dubbio; ma fino allora! Ebbene fino allora eccomi qua, signor Morrel, disse Danglars. Sapete che io conosco il modo di menare un bastimento quanto un capitano venuto da un lungo viaggio. Ciò vi offre nello stesso tempo un vantaggio di servirvi di me; mentre allora quando Edmondo uscirà di prigione voi non avrete a licenziare alcuno, egli riprenderà il suo posto, ed io il mio.
Grazie, Danglars, disse l'armatore: ecco infatto il modo di conciliar tutto. Prendete dunque il comando, io ve ne do facoltà e vigilate lo sbarco; non bisogna mai che per la disgrazia di un individuo ne soffrano le faccende.
Siate tranquillo, o signore... si potrà poi almeno vederlo il buon Edmondo? Vi risponderò in breve. Vado a cercare di parlare col signor de Villefort ed intercederne il favore a pro del prigioniere. Io so bene che egli è di parte regia, ma che diavolo, quantunque regio e Procuratore del Re, è ciò non pertanto un uomo e io non lo credo cattivo. No, disse Danglars, ma ho inteso dire che è ambizioso; e malvagio ed ambizioso si assomigliano molto.
Infine poi, disse Morrel con un sospiro, staremo a vedere; andate a bordo, vi raggiungo in breve; ed abbandonò i due amici per prendere la strada del palazzo di Giustizia.
Vedi, disse Danglars a Caderousse, il giro che prende la cosa: hai ancora l'intenzione di andare a difendere Dantès? No certamente; ciò nonostante è assai terribile che uno scherzo abbia conseguenze sì triste. Diamine! e chi lo ha fatto? non siamo stati nè tu nè io, non è vero? fu Fernando. Tu sai bene che in quanto a me ho gettato il foglio in un canto: ed anzi credevo di averlo lacerato. No, no, disse Caderousse! in quanto a ciò ne sono sicuro, io lo vedo ancora là nell'angolo del pergolato tutto maltrattato, tutto avvolto, e vorrei anzi che fosse ancora là ove mi sembra di vederlo. E che vuoi farci? Fernando lo avrà raccolto, Fernando lo avrà copiato o fatto copiare, o forse non avrà avuto neppur questo fastidio. Or che ci penso, mio Dio! egli avrà forse mandata la mia propria lettera. Fortunatamente che io aveva cambiato il mio carattere. Ma tu sapevi dunque che Dantès cospirava? Io non sapevo niente affatto. Come ti dissi, ho creduto di fare uno scherzo e niente altro. Sembra che scherzando, come fa Arlecchino, io abbia detta la verità. Tant'è, soggiunse Caderousse, io pagherei qualche cosa di bello perchè la burla non fosse accaduta, o almeno per non essermene mischiato: tu vedrai che quest'affare ci cagionerà qualche disgrazia.
Se deve portar disgrazia a qualcuno, sarà al vero colpevole, che è Fernando e non noi. Qual disgrazia vuoi tu che accada? noi non abbiamo che a starci cheti, e a non dire una parola su quanto è avvenuto, e il temporale passerà senza che cada il fulmine. Amen! disse Caderousse facendo un saluto di addio a Danglars e dirigendosi verso i viali di Meillan scuotendo la testa e brontolando seco stesso, come è solito di fare chi è molto preoccupato.
Buono! disse Danglars, le cose prendono quell'avviamento che io aveva preveduto; eccomi Capitano provvisorio, e se questo imbecille di Caderousse può tacere, ben presto capitano effettivo. Non vi sarebbe dunque altro caso che la giustizia rilasciasse Dantès... Oh! ma, aggiunse con un sorriso, la giustizia è giustizia ed io mi rimetto ad essa. Ciò dicendo saltò in una barca dando ordine al battelliere di portarlo a bordo del Faraone ove l'armatore gli aveva dato posta.
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Capitolo 6. IL SOSTITUTO DEL PROCURATORE DEL RE.
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In via gran Corso, rimpetto alla fontana delle Meduse, in una di quelle vecchie case che hanno l'architettura aristocratica fabbricate da Puget, si celebrava pure nello stesso giorno e nella stessa ora un pranzo di sponsali. Solamente, gli attori invece d'essere gente del popolo, marinai, e soldati, appartenevano alla più alta società di Marsiglia. Erano antichi Magistrati che avevano chiesto la dimissione dai loro ufficii sotto l'usurpatore; vecchi ufficiali disertati dalle file francesi per passare in quelle dell'esercito di Condè; giovinotti educati dalle loro famiglie ancor mal sicuri della propria esistenza, ad onta dei quattro o cinque cambi che avevano pagati in odio di quell'uomo. Erano a tavola e la conversazione ferveva per tutte le passioni del tempo, passioni tanto più terribili, vive ed accanite nel mezzodì. L'imperatore, re dell'isola d'Elba dopo essere stato sovrano d'una parte del mondo, regnava sopra una popolazione di 25 mila anime, e dopo avere inteso gridare; Viva Napoleone! da 120 milioni di sudditi, e in dieci lingue diverse, era là, trattato come un uomo perduto per sempre per la Francia e pel trono; i Magistrati riaccendevano le loro contese politiche, i militari parlavano di Mosca e di Lipsia; le donne, del divorzio con Giuseppina. A tutta questa gente allegra e trionfante sembrava, non dalla caduta dell'uomo ma dall'annientamento del principe, che la vita ricominciasse per loro e che uscissero da un sogno penoso. Un vecchio decorato della croce di San Luigi si alzò e propose ai convitati di bere alla salute di Luigi Diciottesimo. Era questi il marchese di San Méran . A questo brindisi che ricordava ad un tempo e l'esiliato di Hartwell e il pacificatore della Francia, il rumore fu grande, i bicchieri si alzarono all'uso inglese, le donne staccarono i loro mazzolini di fiori e gli unirono sui nastri; fu un entusiasmo quasi poetico. Ne converrebbero se fossero qua, disse la marchesa di San Méran , donna dall'occhio secco, dalle labbra sottili, dal contegno aristocratico ed ancora elegante, ad onta dei suoi cinquant'anni; ne converrebbero s'ei fosser qua, tutti quei rivoluzionari che li scacciarono e che noi lasciamo a nostra volta tranquillamente cospirare nei nostri vecchi castelli, da loro acquistati per un tozzo di pane, sotto il regime del terrore; converrebbero che il vero entusiasmo era dalla nostra parte, mentre noi ci stringevamo alla monarchia che crollava, ed invece essi salutavano il sole nascente che faceva la loro fortuna perdendo la nostra; converrebbero che il nostro Re era per noi il vero Luigi prediletto, mentre che il loro usurpatore non è stato per essi giammai che il Napoleone maledetto, n'è egli vero Villefort?
Che dite signora marchesa?... rispose il giovine al quale era rivolta questa domanda. Perdonatemi, io non era attento alla conversazione.
Eh! lasciate questi ragazzi, marchesa, riprese il vecchio che aveva proposto il brindisi; essi stan per sposarsi in breve, e naturalmente han tutt'altro da parlar che di politica.
Vi chiedo perdono, madre mia, disse una bella giovinetta dai capelli biondi. Vi rendo Villefort, che avevo usurpato per un istante. Villefort, mia madre vi parla.
Ed io son pronto a rispondere alla signora, se vuole avere la bontà di rinnovarmi la interrogazione che non ho intesa.
Vi perdoniamo, Renata, disse la marchesa con un sorriso di tenerezza che era meraviglia veder su quel volto secco, ma il cuore della donna è così fatto che per quanto arido divenga al soffio dei pregiudizi ed alle esigenze dell'etichetta, ha sempre un angolo fertile e ridente, ed è quello che Dio ha consacrato all'amore materno. Vi perdoniamo... Diceva adunque, Villefort che i bonapartisti non avevano nè l'entusiasmo, nè l'abnegazione nostra.
Oh! signora, essi hanno almeno qualche cosa che compensa tutto ciò; egli è il Maometto dell'occidente; egli è per questi uomini, volgari ma di somma ambizione, non solo un legislatore ed un padrone, ma ancora un tipo....
Dell'eguaglianza! gridò la marchesa. Napoleone! il tipo dell'eguaglianza! e che direte voi dunque di Robespierre? mi sembra che gli togliate il posto per darlo al Corso: e questo pare a me sufficiente usurpazione.
No, signora, io lascio ciascuno sul proprio piedestallo; Robespierre, nella piazza di Luigi Quindicesimo, sul suo patibolo; Napoleone nella piazza Vendôme su la sua colonna. Ciò però non vuol dire, aggiunse Villefort sorridendo, che tutti e due non siano due infami rivoluzionari, e che il 9 termidoro e il 4 aprile 1814 non sieno due giorni felici per la Francia, e degni di essere egualmente festeggiati dagli amici dell'ordine e della monarchia; ma ciò spiega egualmente come Napoleone caduto per non rialzarsi più mai, io spero, abbia pur sempre conservati i suoi satelliti. Che volete, marchesa! Cromvel che non era neppure la metà di tutto ciò che è stato Napoleone, aveva anch'egli i suoi!
Sapete voi che ciò che dite, Villefort, puzza di rivoluzione da una lega lontano. Ma vi perdono: egli è impossibile di essere figlio di un Girondino, e non conservare qualche gusto per il terrore. Un vivo rossore passò sulla fronte di Villefort. Mio padre era girondino, disse egli, è vero; ma non ha dato il suo voto per la morte del Re: mio padre è stato proscritto da quello stesso terrore che proscriveva voi pure, poco ha mancato che non portasse la testa sullo stesso patibolo ove cadde quella di vostro padre.
Sì, disse la marchesa, senza che questo sanguinoso pensiero portasse la menoma alterazione sulla sua fisonomia; solamente era per principi diametralmente opposti che vi sarebbero saliti tutti e due; e n'è prova che tutta la mia famiglia è rimasta affezionata ai principi esiliati, nel mentre che vostro padre si è affrettato di accomodarsi col nuovo governo, e che dopo che il cittadino Noirtier fu girondino, il conte di Noirtier divenne senatore.
Madre mia, madre mia! disse Renata, voi sapete che fu convenuto che non si sarebbe giammai parlato di queste tristi rimembranze.
Signora, rispose Villefort, io mi unisco a madamigella di San Méran  per domandarvi umilmente l'obblio del passato. Con qual vantaggio ritornare su cose su cui la stessa volontà di Dio è impossente? L'io può cambiare l'avvenire; non può modificare il passato. Ciò che possiamo noi mortali, si è, se non di rinnegarlo, almeno di gettarvi sopra un velo. Ebbene io non solo mi sono diviso dalle opinioni di mio padre, ma ancora dal suo nome. Mio padre è stato, e forse è ancora bonapartista, e si chiama Noirtier; io sono regio, e mi chiamo Villefort. Lasciate morire nel vecchio tronco un avanzo rivoluzionario, e non pensate, signora, al ramo che si diparte da questo tronco senza potere, e dirò quasi, senza volere staccarsene del tutto.
Bravo Villefort, disse il marchese, bravo! bella risposta. Io ho sempre predicato alla marchesa la dimenticanza del passato senza averla mai potuto ottenere; spero che voi sarete più fortunato di me.
Sì, sta bene, disse la marchesa, dimentichiamo il passato, io non dimando meglio, ciò è convenuto; ma che almeno Villefort sia inflessibile per l'avvenire. Non dimenticate, Villefort, che noi vi abbiamo garantito in faccia a Sua Maestà, che Sua Maestà stessa ha voluto dimenticare tutto, dietro le nostre raccomandazioni, come io dimentico tutto alla vostra preghiera. Così dicendo gli stendeva la mano. Soltanto se vi cade fra i piedi qualche cospiratore, pensate che si hanno gli occhi aperti su voi, tanto più che si sa che siete di una famiglia che può essere in relazione coi cospiratori.
Pur troppo! signora, disse Villefort, la mia professione, e soprattutto il tempo in cui viviamo mi ordinano di essere severo. Io tale sarò. Ho di già avuta qualche accusa politica da sostenere, e sotto questo riguardo ho dato le mie prove. Disgraziatamente però, noi non siamo ancora al fine.
Credete? disse la marchesa. Il temo. Napoleone all'Elba è troppo vicino alla Francia, la sua presenza quasi in vista alle nostre coste risveglia la speranza nei suoi partigiani. Marsiglia è piena di ufficiali a mezza paga che tutti i giorni sotto qualche frivolo pretesto cercano contesa coi regii. Di qui i duelli fra le persone elevate, di qui gli assassini nella classe del popolo.
A proposito, disse il conte di Servieux vecchio amico di San Méran  ciambellano del conte Artois, voi sapete che la Santa alleanza lo toglie di là.
Sì, si è tenuto discorso su questo argomento quando siamo entrati in Parigi, disse San Méran . Ma dove lo invieranno?
A San Elena. A San Elena? e che è? disse la marchesa.
Un'isola a duemila leghe di qua, oltre l'Equatore.
Alla buon'ora! come disse Villefort, è una gran follia aver lasciato un simile uomo fra la Corsica ov'è nato, fra Napoli ove regna ancora suo cognato, e in faccia a quella Italia, di cui voleva fare un regno a suo figlio.
Disgraziatamente, disse Villefort, abbiamo i trattati del 1814, e non si può toccare Napoleone senza infrangerli.
Ebbene! s'infrangeranno, disse de Servieux. Vi ha egli guardato tanto pel minuto quando si trattò di far moschettare l'infelice duca d'Enghien?
Sì, disse la marchesa; è stabilito, la santa Alleanza libererà l'Europa da Napoleone, e Villefort libererà Marsiglia da tutti i partigiani di lui. Il Re regna o non regna: se egli regna, il suo governo dev'essere forte e i suoi magistrati inflessibili: questo è il solo mezzo per prevenire il male.
Disgraziatamente signora, disse sorridendo Villefort, un sostituto del Procuratore del Re giunge sempre quando il male è fatto. Allora sta a lui a ripararlo.
Potrei aggiungere ancora, che noi non ripariamo il male ma lo vendichiamo.
Oh! signor de Villefort, disse una bella giovinetta, figlia del conte de Servieux e amica di Renata, sollecitatevi adunque di avere una bella causa fin che saremo a Marsiglia; io non ho mai veduto una tornata al Tribunale, e mi si dice che sia una cosa molto curiosa.
Curiosissima, davvero madamigella, disse il sostituto, perchè invece di una finta tragedia si rappresenta un dramma vero; in vece di dolori rappresentati sono dolori sentiti. Quell'uomo che là si vede, invece di ritornare a casa sua dopo calato il sipario, e di andare a cena, rientra in prigione ove ritrova il più delle volte il carnefice. Vedete bene che per le persone nervose, che cercano le emozioni, non vi è spettacolo che possa paragonarsi a questo; state tranquilla, madamigella, se l'agio si presenterà, vi proverò la verità del mio asserto.
Ci fa rabbrividire... ed egli ride! disse Renata impallidendo.
Che volete!... riprese Villefort; questo è un duello... io ho ottenuto cinque o sei volte la pena di morte contro accusati politici... ebbene! chi sa quanti pugnali a quest'ora si arruotolano nelle tenebre o sono già diretti contro di me?
Oh! mio Dio, disse Renata impallidendo sempre più, parlate voi seriamente Villefort?
Non si può parlare più seriamente, rispose il giovine magistrato con un sorriso sulle labbra. E con questi bei processi che madamigella desidera appagare la sua curiosità, ed io la mia ambizione, la condizione delle cose non farà che peggiorare. Tutti questi soldati di Napoleone abituati ad andar come ciechi incontro alle palle nemiche, rifletton forse a bruciare una cartuccia, o a marciare a passo di carica colla baionetta abbassata? ebbene! penseranno ad uccidere un uomo che credono loro nemico personale più che ad uccidere un Russo, un Tedesco o un Ungherese che non hanno mai veduto? d'altra parte bisogna ammettere ciò, altrimenti non vi sarebbe punto di difesa, io stesso quando vedo luccicare nell'occhio dell'accusato il lampo luminoso della rabbia mi esalto tutto e m'incoraggio: non è più un processo, ma un combattimento; io lotto contro di lui, egli risponde, io raddoppio, il combattimento finisce come tutti gli altri, con una vittoria o con una sconfitta. Ecco ciò che si chiama discussione! è il pericolo che fa l'eloquenza. Un accusato che sorride dopo una mia replica mi fa conoscere che ho parlato male, e ciò che ho detto è snervato, senza vigore, insufficiente; immaginate dunque quale dev'essere la sensazione d'orgoglio di un procuratore del re convinto della reità dell'accusato, allora quando vede avvilirsi ed annientarsi il reo sotto il peso delle prove e sotto i fulmini della eloquenza! quella testa si abbassa, dunque cadrà. Renata gettò un leggiero grido. Ecco ciò che si chiama saper parlare, disse uno de' convitati.
Ecco l'uomo che ci abbisogna in tempi come i nostri!
Così, disse un terzo, nel vostro ultimo affare, sarete rimasto superbo, mio caro Villefort. Lo sapete quell'uomo che aveva ucciso suo padre, ebbene senza metafora voi lo avete ucciso prima che il carnefice lo toccasse.
Oh per i parricidi, disse Renata, poco importa, non vi sono supplizi abbastanza grandi per tal fatta di gente, ma per gl'infelici accusati politici!...
Gli accusati politici! gridò la marchesa, è ancor peggio, perchè il Re è padre della nazione, e volere rovesciare od uccidere il Re è lo stesso che volere uccidere il padre di 32 milioni di uomini.
Oh! è lo stesso, Villefort, disse Renata, voi mi promettete di avere indulgenza per quelli che vi raccomanderò?
State tranquilla, disse Villefort con un sorriso affettuoso, noi faremo insieme le nostre requisitorie.
Cara mia, disse la marchesa, occupatevi di ricami, di aghi, di nastri, e lasciate il vostro futuro sposo disimpegnare il suo ufficio. Oggi giorno le armi sono in riposo, e la toga è in credito; vi ha su questo proposito un motto latino...
Cedant arma togae, interruppe inchinandosi Villefort.
Io credo che avrei desiderato meglio che voi foste stato un medico, rispose Renata; l'angelo sterminatore per quanto sia un angelo, fa sempre paura.
Buona Renata! mormorò Villefort accarezzando la giovanetta con uno sguardo di amore.
Figlia mia, disse il marchese, Villefort sarà il medico morale e politico di questa provincia; ha una bella parte da rappresentare, credetemi.
E sarà un mezzo di fare dimenticare la parte che ha rappresentata suo padre, soggiunse l'incorreggibile marchesa.
Signora, riprese Villefort con un mesto sorriso, io ho di già avuto l'onore di dirvi che mio padre aveva, spero almeno abiurati gli errori del tempo passato: che era divenuto un amico zelante della religione e dell'ordine, miglior regio forse di me stesso, poichè egli lo è con pentimento e io non lo sono che con passione. E dopo questa frase rotonda, Villefort per giudicare dell'effetto della sua facondia, girò intorno lo sguardo sui convitati, come dopo una frase equivalente, avrebbe guardato l'uditorio dal suo seggio in tribunale.
Ebbene, mio caro Villefort, riprese il conte di Servieux, è appunto ciò che io risposi l'altro giorno alle Tuglierie al ministro della casa del Re che mi domandava conto di questa singolare alleanza fra il figlio di un girondino, e la figlia di un ufficiale dell'esercito di Condè, e il ministro l'ha intesa molto bene. Questo sistema di fusione è pur quello di Luigi 18esimo. Così il Re, che senza che noi ce n'accorgessimo, ascoltava la nostra conversazione, c'interruppe, dicendo «Villefort (notate bene che il Re non ha pronunziato il nome di Noirtier, anzi al contrario ha appoggiato su quello di Villefort), Villefort ha dunque detto il Re, farà una bella carriera, è un giovane di già sennato e di mio genio. Ho visto con piacere che il marchese e la marchesa di San Méran  lo prendono per genero, ed io stesso avrei loro consigliata questa alleanza, se non fossero venuti pei primi a chiedermi la permissione di contrattarla».
Il Re ha detto questo! gridò entusiasmato Villefort.
Io vi ho riferite le sue stesse parole, e se il marchese vuole essere sincero vi confesserà che ciò che io ho riferito in questo momento coincide perfettamente con quanto il Re disse a lui stesso, son circa sei mesi, quando gli parlò di una proposta di matrimonio fra sua figlia e voi.
Sì, è vero, disse il marchese.
Ah! dunque io dovrò tutto a quest'ottimo principe! Perciò che non farei io per servirlo bene?
Alla buon'ora, disse la marchesa, ecco come io vi desidero; venga ora un cospiratore, e sarà il ben venuto.
Ed io, madre mia, disse Renata, prego il cielo che non vi ascolti; che egli non invii a Villefort che dei ladroncelli, dei piccoli fallimenti, dei timidi scrocconi; in questo modo soltanto potrò dormire tranquilla.
Egli sarebbe come se, disse ridendo Villefort, voi desideraste ad un medico che avesse a curare soltanto delle emicranie, delle flussioncelle, delle punzicature di api, tutte cose che non sono di menomo rischio. Ma se volete vedermi procuratore del Re, auguratemi al contrario che io abbia a curare di quelle malattie che fanno onore al medico. In questo momento, come se il destino avesse aspettato il voto di Villefort per esaudirlo, un cameriere entrò e gli disse qualche parola all'orecchio; Villefort lasciò la tavola scusandosi, e ritornò dopo brevi momenti col viso aperto e le labbra sorridenti. Renata lo guardò con amore; perchè veduto così, cogli occhi azzurri, col colorito maschio e le nere barbette che gli contornavano il viso era veramente un bello ed elegante giovinotto. Per tal modo tutta l'anima della giovinetta sembrava dipendere dalle sue labbra, aspettando che spiegasse la causa della sua momentanea assenza.
Ebbene, disse Villefort, voi desideravate madamigella non ha guari di avere un medico per marito. Io ho per lo meno coi medici questo di simile che non son mai padrone del mio tempo, e che son disturbato anche vicino a voi, anche al pranzo di nozze.
E per qual causa venite dunque disturbato? domandò la bella giovinetta con una leggiera inquietudine.
Ahimè, per un malato che, a quanto sembra, se debbo credere a quello che mi è stato detto, trovasi agli estremi; questa volta è un caso grave, e la malattia confina molto col patibolo. Oh! mio Dio, gridò Renata impallidendo.
Davvero? disse ad una voce tutta l'assemblea.
Sembra che siasi scoperto niente meno che un complotto bonapartista. Sarebbe possibile! gridò la marchesa.
Ecco la lettera di denunzia, e Villefort, lesse ad alta voce. «Il signor procuratore del Re, è avvisato da un amico del Trono e della Religione, che il nominato Edmondo Dantès, secondo nel bastimento il Faraone giunto questa mattina da Smyrne, dopo aver toccato Napoli e Porto-ferraio, è stato incaricato da Murat di una lettera per l'usurpatore e dall'usurpatore di una lettera per il comitato bonapartista di Parigi. Si avrà la prova del suo delitto arrestandolo poichè si troverà questa lettera o nelle sue tasche o presso del padre, o nel suo gabinetto a bordo del Faraone».
Ma disse Renata, questa non è che una lettera anonima, e diretta al Procuratore del Re, e non a voi.
Sì, ma il Procuratore del Re è assente; in sua assenza la lettera è stata portata al suo segretario, che è facoltato ad aprire le lettere. Egli dunque ha aperta questa, mi ha fatto cercare, e non avendomi ritrovato, ha dato gli ordini necessari per l'arresto.
Il colpevole dunque è già arrestato, disse la marchesa.
Cioè l'accusato, soggiunse Renata.
Sì, o signora, disse Villefort, e come aveva l'onore di dire or ora a madamigella, se la lettera si ritrova, il malato è malato gravemente.
E dov'è quest'infelice? domandò Renata.
A casa mia che mi aspetta.
Adunque, amico mio, disse il marchese, non mancate al vostro dovere per trattenervi con noi, andate che il servizio del Re lo impone.
Ah! signor Villefort siate indulgente, disse Renata giungendo le mani, ricordatevi che questo è il giorno dei vostri sponsali. Villefort fece un giro intorno alla tavola, e avvicinandosi alla sedia della giovinetta, sulla spalliera della quale si appoggiò: Per risparmiarvi un'inquietudine, diss'egli, farò quanto potrò, mia cara Renata; ma se gl'indizi sono sicuri, e l'accusa è vera, bisognerà bene tagliare questa cattiva erba bonapartista.
Renata rabbrividì a questa parola tagliare poichè l'erba che si dovea tagliare era la testa di un uomo.
Bah! Bah! disse la marchesa, non date ascolto a questa giovinetta, Villefort; ella ci si avvezzerà. E la marchesa stese a Villefort una mano secca che egli baciò, sempre guardando Renata e dicendole cogli occhi: È la vostra mano che intendo baciare in questo momento o almeno desidererei che fosse.
Questi sono tristi auspici, mormorò Renata.
In verità, madamigella, disse la marchesa, voi siete di una puerilità disperante. Vi domando un poco ciò che può aver che fare il destino dello stato con le vostre fantasie sentimentali, e colle vostre sensibilità di cuore?
Oh! madre mia, mormorò Renata.
Grazia per la cattiva regia, marchesa, disse Villefort. Io vi prometto di fare il mio dovere di sostituto del Procuratore del Re coscienziosamente, vale a dire di essere severo. Ma nel medesimo tempo che il magistrato indirizzava queste parole alla marchesa, il fidanzato gettava di nascosto uno sguardo, che diceva: State tranquilla, Renata, per amor vostro sarò indulgente. Renata corrispose a questo sguardo col più dolce sorriso, e Villefort uscì col paradiso nel cuore.
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Capitolo 7. L'INTERROGATORIO.
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Non appena Villefort fu fuori della sala da pranzo che lasciò la maschera allegra per prendere l'aria grave di un uomo chiamato al supremo ufficio di pronunciare sulla vita del suo simile. Ora, ad onta della mobilità della sua fisonomia, mobilità che il sostituto aveva studiata, come deve fare ogni abile attore, più di una volta innanzi lo specchio, allora per altro durò molta fatica ad aggrottare le sopracciglia e a rendere severi i suoi lineamenti. Di fatto, prescindendo dalle memorie di quella linea politica seguita da suo padre e che poteva se egli non se ne allontanava compiutamente, inceppare il suo avvenire, Gherardo de Villefort era in quel momento tanto felice, quanto è concesso ad un uomo di esserlo. Di già ricco per sè stesso, egli a ventisette anni occupava un posto elevato nella magistratura, sposava una giovinetta bella di persona cui amava; di più, oltre la sua bellezza che era notevole, madamigella di San Méran  sua sposa apparteneva ad una delle famiglie più favorite dalla corte d'allora; finalmente l'influenza dei genitori di lei, non avendo figli maschi, poteva essere consacrata tutta intera al loro genero; ella portava ancora al marito una dote di 50mila scudi, che grazie alle speranze, parola atroce inventata dai sensali di matrimonio, poteva un giorno aumentarsi con una eredità di un mezzo milione. Tutti questi elementi riuniti componevano dunque per Villefort un totale di felicità abbagliante a segno, che gli sembrava di vedere delle macchie nel sole quando aveva lungamente guardata la sua vita interna colla vista dell'anima. Alla porta trovò il commissario di polizia che lo aspettava... La vista dell'uomo nero lo fece tosto ricadere dall'altezza del terzo cielo sulla terra materiale ove noi camminiamo; ricompose il viso nel modo che abbiamo indicato, e avvicinandosi all'ufficiale di giustizia: Eccomi, signore, diss'egli; ho letta la lettera, e voi avete fatto benissimo in arrestare quest'uomo, ora datemi sopra di lui e sulla cospirazione tutti i particolari da voi raccolti.
Signore, della cospirazione non si sa ancor nulla, rispose il Commissario; ma tutte le carte che sono state ritrovate presso quest'uomo, sono tutte poste in un plico e sigillate sul vostro scrittoio. Quanto al prevenuto, voi lo avrete veduto dalla lettera stessa che lo denunzia, egli si chiama Edmondo Dantès, secondo a bordo del bastimento a tre alberi, il Faraone, che fa commercio di cotone con Alessandria e Smyrne, e appartiene alla casa Morrel e F. di Marsiglia.
Prima di servire nella marina mercantile ha egli servito nella marina militare? domandò Villefort. Oh! no, signore, egli è giovine del tutto. Qual è la sua età? Diciannove o vent'anni al più. In questo e siccome Villefort, seguendo la strada grande era giunto all'angolo della via dei Consoli, un uomo che sembrava aspettarlo al suo passaggio, lo fermò: era Morrel. Ah! signor de Villefort, esclamò il bravo uomo riconoscendo il sostituto, immaginatevi che si commette lo sbaglio più strano, e più inaudito; è stato arrestato il secondo del mio bastimento, Edmondo Dantès.
Lo so, disse Villefort, ed io mi riduco in casa per interrogarlo.
Ah! continuò Morrel, spinto dalla sua amicizia per il giovinotto, voi non conoscete quello che viene accusato, io, io lo conosco. Immaginatevi l'uomo più dolce, più probo ed oserei quasi dire l'uomo che conosce il suo mestiere meglio di tutta la marina mercantile. Oh! signor de Villefort, io ve lo raccomando caldamente e con tutto il cuore. Villefort, come si è potuto vedere, apparteneva al partito nobile della città e Morrel al partito plebeo; il primo era ultra regio, il secondo sospetto di bonapartista. Villefort guardò sdegnosamente Morrel e gli rispose con freddezza: Voi sapete che si può essere dolci nella vita privata, probi nelle relazioni commerciali, sapienti nel proprio stato, e ciò nonostante essere grandi colpevoli politicamente parlando, voi il sapete? e il magistrato appoggiò sopra queste ultime parole come se avesse voluto fare l'applicazione allo stesso armatore; mentre che col suo sguardo scrutatore si sforzava di penetrare fino al fondo del cuore di quest'uomo ardito abbastanza da intercedere per un altro, quando doveva sapere che aveva bisogno egli stesso d'indulgenza. Morrel arrossì poichè non si sentiva la coscienza netta in riguardo alle sue opinioni politiche; e d'altra parte la confidenza che gli avea fatto Dantès del colloquio tenuto col gran Maresciallo e delle poche parole che gli aveva dirette l'Imperatore gli turbava qualche poco lo spirito. Tuttavolta egli aggiunse con l'accento del più profondo interessamento: Io ve ne supplico, signor de Villefort, siate giusto come dovete esserlo, buono come lo siete sempre, e rendete a noi ben presto questo povero Dantès. Il rendete a noi, risuonò rivoluzionariamente all'orecchio del sostituto al Procuratore del Re. Eh! eh! disse a sè stesso, rendete a noi. Questo Dantès sarebbe egli forse affiliato a qualche setta di carbonari perchè il suo protettore impieghi così, senza pensarci, la formola collettiva? È stato arrestato in un'osteria, mi disse, cred'io il Commissario, in numerosa compagnia, mi soggiunse; forse sarà stata qualche vendita. Poi alzando la voce, rispose: Signore, potete stare perfettamente tranquillo, e non vi sarete appellato inutilmente alla mia giustizia, se il prevenuto è innocente; ma se al contrario egli è reo, viviamo in tempi così difficili che la impunità sarebbe di un esempio tremendo; ed io sarei obbligato di fare il mio dovere. E siccome era arrivato alla porta della casa attigua al palazzo di giustizia, entrò maestosamente dopo aver salutato con una gentilezza di ghiaccio l'infelice armatore che rimase come pietrificato al luogo ove lo lasciò Villefort.
L'anticamera era piena di gendarmi e di uffiziali di polizia. In mezzo ad essi, guardato a vista, circondato da sguardi fulminanti d'odio si stava tranquillo, immobile e ritto in piedi il prigioniero. Villefort traversò l'anticamera, dette uno sguardo obliquo a Dantès dopo aver preso un piego che gli venne da un uffiziale, dicendo: Mi si conduca il prigioniero.
Per quanto fu rapido lo sguardo, pure bastò a Villefort per farsi un'idea dell'uomo che stava per interrogare. Egli aveva riconosciuto l'intelligenza in quella fronte larga ed aperta, il coraggio nell'occhio fisso e nel sopracciglio corrugato, e la franchezza nelle labbra grosse e semi-aperte, che lasciavano vedere due fila di denti bianchi come l'avorio; la prima impressione era stata dunque favorevole per Dantès, ma Villefort aveva inteso dir così spesso, come parola di profonda politica, che bisogna diffidare del primo movimento attesochè questo è il buono; che egli applicò la massima all'impressione, senza tener conto della differenza che passa fra queste due parole: soffocò in conseguenza i buoni istinti che volevano invadergli il cuore per liberare lo spirito dall'assalto, accomodò davanti lo specchio il contegno come nei giorni di grandi formalità, e si assise cupo e minaccioso avanti allo scrittoio. Un istante dopo di lui entrò Dantès. Il giovinotto era sempre pallido, ma tranquillo e sorridente: salutò il suo giudice con una pulitezza non affettata, cercò cogli occhi una sedia, come se si fosse ritrovato nella camera del signor Morrel. Fu allora soltanto che egli scontrò lo sguardo di Villefort, sguardo particolare agli uomini del foro che non vogliono che vi si legga il loro interno pensiero, e fanno del loro occhio un cristallo appannato. Questo sguardo gli fece conoscere che egli era davanti alla giustizia, aspetto di sinistre maniere.
Chi siete voi, e come vi chiamate? domandò Villefort, sfogliando quelle note che l'uffiziale gli aveva rimesso entrando, e che da un'ora erano divenute voluminose, tanto la corruzione dello spionaggio si attacca presto al corpo disgraziato di colui che si noma prevenuto.
Signore, io mi chiamo Edmondo Dantès, rispose il giovinotto con voce ferma e sonora: sono secondo a bordo del bastimento il Faraone, che appartiene ai Sigg. Morrel e F.
La vostra età? continuò Villefort. Diciannove anni, rispose Dantès. Che facevate voi, al momento che siete stato arrestato? Assisteva al pranzo dei miei sponsali, disse Dantès, con una voce leggermente commossa, tanto questo contrasto era doloroso, dai momenti di gioia colla lugubre cerimonia che si compiva, tanto il viso cupo di Villefort faceva brillare di tutta la sua luce il volto raggiante di Mercedès.
Voi assistevate al pranzo dei vostri sponsali? disse il sostituto rabbrividendo suo malgrado.
Sì, o signore, io sono sul punto di sposare una donna che amo da tre anni! Villefort sebbene d'ordinario impassibile fu ciò nonostante colpito da questa coincidenza; e la voce commossa di Dantès sorpreso in mezzo alla sua felicità andò a svegliare una fibra simpatica nel fondo della sua anima. Egli pure si maritava, egli pure era felice, e si veniva a disturbare la sua felicità, perchè contribuisse a distruggere la gioia di un uomo, che come lui, toccava di già alla felicità! questo ravvicinamento filosofico, pensò egli, farà grande effetto al mio ritorno nel salone del marchese di San Méran , ed egli accomodava di già nel suo spirito, e mentre Dantès attendeva nuove interrogazioni, le parole di antitesi, coll'aiuto delle quali gli oratori costruiscono quelle frasi ambiziose di applausi che qualche volta fanno credere in essi una vera eloquenza. Allorchè il suo piccolo speech interno fu accomodato, Villefort sorrise al suo effetto, e ritornando a Dantès:
Continuate, diss'egli. Che volete che io continui a fare?
Ad illuminare la giustizia. Che la giustizia mi dica su qual punto vuol essere rischiarata, ed io le dirò tutto ciò che so. Soltanto, aggiunse egli, con un sorriso, la prevengo che so ben poche cose. Avete voi servito l'Imperatore? Egli cadde appunto quando stavo per essere incorporato nella marina militare. Si dice che le vostre opinioni politiche siano esagerate, disse Villefort al quale nessuno aveva detto una parola di ciò, ma non si trovava malcontento di porre una domanda come si pone un'accusa.
Le mie opinioni politiche? le mie, signore! è quasi vergognoso il dirlo, ma io non ho mai avuto ciò che si chiama un'opinione: ho diciannove anni appena, come ebbi l'onore di dirvi; io non so niente, non sono destinato a rappresentare alcuna parte, il poco che sono e che sarò, se mi vien accordato il posto che ambisco, lo dovrò solo al signor Morrel. Per tal modo tutte le mie opinioni, non dirò politiche, ma private, si limitano a questi tre sentimenti: amo mio padre, rispetto il signor Morrel, e adoro Mercedès. Ecco, o signore, tutto ciò che posso dire alla giustizia: vedete che questo può importarle ben poco.
A seconda che Dantès parlava, Villefort ne contemplava il viso dolce ad un tempo ed aperto, e sentiva ritornare alla memoria le parole di Renata, che senza conoscere il prevenuto, gli aveva domandata indulgenza per lui. Coll'abitudine che aveva digià il sostituto a trattare i delitti e i delittuosi, egli vedeva sorgere ad ogni parola di Dantès le prove dell'innocenza di lui. Di fatto questo giovine, che si sarebbe potuto chiamare anche ragazzo, semplice, ingenuo, eloquente, di quella eloquenza del cuore che non si trova mai quando si cerca per affettarla, pieno d'affezione per tutti perchè era felice, chè la felicità rende buoni anche gli stessi perversi, versava fino sul suo giudice la dolce affabilità che si espandeva dal suo cuore. Edmondo non aveva nello sguardo, nella voce, nel gesto, per quanto rozzo e severo fosse stato con lui Villefort, che affabilità e bontà per colui che lo interrogava.
Perbacco! disse tra sè Villefort, ecco un grazioso giovinotto e non penerò molto, lo spero, a farmi un merito con Renata compiacendo la sua prima raccomandazione. Ciò mi frutterà una buona stretta di mano in presenza di tutti, ed un bacio ineffabile di nascosto in un canto.
A questa doppia speranza la figura di Villefort si abbellì, dimodochè quando rivolse gli sguardi dai suoi pensieri sopra Dantès, Dantès che aveva seguito tutti i movimenti della fisonomia del suo giudice, sorrideva quasi al suo pensiero.
Sapete voi di aver qualche nemico? disse Villefort.
Io dei nemici? rispose Dantès, ho la fortuna di essere ancora ben poca cosa, perchè la mia posizione me ne faccia. Quanto alla mia indole, forse un poco troppo vivace, ho sempre cercato di addolcirla verso i miei subordinati. Ho dieci o dodici marinai sotto i miei ordini; che vengano pure interrogati, o signore, ed essi vi diranno che mi amano e mi rispettano, non come un padre perchè sono troppo giovine, ma come un fratello maggiore.
Bene, continuò Villefort, vediamo ora, se invece di nemici poteste avere qualche invidioso, o qualche geloso. Voi siete per essere nominato capitano a diciannove anni, il che è un raro bene in tutti gli stati; queste due preferenze avrebbero potuto generarvi qualche invidioso.
Sì, avete ragione: voi dovete conoscere gli uomini meglio di me; ciò è possibile; ma se questi invidiosi dovessero essere tra i miei amici, vi confesso che amo meglio di non conoscerli, per non esser costretto ad odiarli.
Avete torto, bisogna sempre per quanto è possibile, tener gli occhi aperti intorno a sè, e in verità voi mi sembrate un così bravo giovine, che per voi son per allontanarmi dalle regole ordinarie della giustizia e per illuminarvi, comunicandovi la denunzia che vi conduce a me dinanzi. Ecco il foglio accusatore, conoscete voi il carattere? E Villefort cavò di tasca la lettera e la presentò a Dantès. Questi osservò e lesse. Una nube gli oscurò la fronte, poi disse: Non conosco questo carattere, che quantunque alterato, pure è scritto con molta franchezza. In ogni caso è una mano molto abile che lo ha vergato. Sono ben fortunato, soggiunse guardando con riconoscenza Villefort, di avere a trattare con un uomo, quale voi siete, poichè in fatto il mio invidioso è un vero nemico. Al baleno che folgorò sugli occhi del giovinetto pronunciando queste parole, Villefort potè conoscere quanta violenta energia stava nascosta sotto quella prima dolcezza.
Ora osserviamo, disse Villefort, rispondetemi francamente, non come farebbe un prevenuto al suo giudice, ma come un uomo che si trova in una falsa posizione risponde ad un altro che prende interessamento per lui: che vi è di vero in questa anonima accusa? E Villefort gettò con disprezzo sullo scrittoio la lettera che Dantès gli aveva restituita.
Eccovi la pura verità, sul mio onore di marinaio, sul mio amore per Mercedès, sulla vita di mio padre.
Parlate, signore, disse ad alta voce Villefort. Poi fra sè soggiunse. Se Renata potesse vedermi, spero, sarebbe contenta di me e non mi chiamerebbe più tagliatore di teste.
Ebbene! lasciando Napoli il Capitano Leclerc cadde malato di febbre cerebrale; siccome non avevamo medico a bordo, ed egli non volle fermarsi in alcun punto della costa, sollecitato come era di portarsi all'isola d'Elba, la malattia peggiorò in modo che verso la fine del terzo giorno sentendosi vicino a morire mi chiamò a sè: «Mio caro Dantès, mi disse: giuratemi sul vostro onore di far tutto ciò che vi dirò trattandosi di affari della più alta importanza.» «Ve lo giuro capitano, risposi io.» «Ebbene, siccome dopo la mia morte spetta a voi il comando del bastimento nella vostra qualità di secondo, assumerete questo comando, e metterete capo all'isola d'Elba, sbarcherete a Porto Ferrajo, cercherete del gran Maresciallo e gli rimetterete questa lettera; forse egli allora vi consegnerà un'altra lettera, e v'incaricherà di qualche missione. Questa missione che era riservata a me, voi l'eseguirete, Dantès, in mia vece, e tutto l'onore sarà vostro.» «Io lo farò, Capitano; ma forse non potrò giugnere fino al Gran Maresciallo tanto facilmente quanto credete.»
«Eccovi un anello che vi farà giungere facilmente a lui, disse il Capitano, e che toglierà tutte le difficoltà». A queste parole mi rimise l'anello, e fu appena in tempo; perchè poco dopo lo prese il delirio e il domani era morto.
E che faceste allora?
Ciò che io doveva fare, o signore, e che ciascun altro avrebbe fatto al mio posto. In ogni tempo le preghiere dei moribondi sono sacre, ma presso i marinai le preghiere di un superiore sono ordini che si debbono eseguire. Io feci dunque vela verso l'isola d'Elba ove giunsi il domani; consegnai a bordo tutto l'equipaggio, ed io solo discesi a terra. Come aveva preveduto, mi fecero sulle prime delle difficoltà per introdurmi dal Gran Maresciallo, ma io gli inviai l'anello che doveva servirmi di segnale a farmi riconoscere, e tutte le porte si aprirono avanti a me. Egli mi ricevette, m'interrogò sugli ultimi particolari della morte del disgraziato Leclerc; e come questi lo aveva preveduto, mi venne consegnata una lettera coll'incarico di portarla in persona a Parigi. Io glielo promisi, poichè questo era un compiere l'estrema volontà del mio Capitano. Ritornai a bordo, feci vela per Marsiglia ove giunsi ieri, accomodai rapidamente tutti gli affari colla Dogana e la Sanità, corsi ad abbracciare mio padre, volai a vedere la mia fidanzata, che trovai più bella e più innamorata che mai. Col favore del signor Morrel furono superate tutte le difficoltà ecclesiastiche; e finalmente, o signore, io assisteva, come vi ho detto, al pranzo dei miei sponsali; fra un'ora doveva esser maritato, e contavo partir domani per Parigi allora quando per questa accusa che sembra voi pure disprezziate quanto me, io fui arrestato.
Sì, sì, mormorò Villefort, tutto ciò mi sembra essere la verità, e se voi siete colpevole, lo siete soltanto d'imprudenza; ed anche questa imprudenza potrebbe essere legittimata dagli ordini che riceveste dal vostro capitano. Rendetemi questa lettera che vi è stata consegnata all'isola d'Elba, datemi la vostra parola d'onore di ricomparire alla prima requisitoria, ed andate a raggiungere i vostri amici. Per tal modo io sono libero, signore? gridò Dantès al colmo della gioia.
Sì, soltanto datemi questa lettera. Essa dev'essere innanzi a voi poichè mi fu tolta con tutte le altre mie carte, ed io ne riconosco qualcuna in quel fascio. Aspettate, disse il sostituto a Dantès, che prendeva i guanti ed il cappello; a chi era essa diretta?
Al signor Noirtier, strada Coq-Héron a Parigi.
La folgore se caduta fosse su Villefort, non lo avrebbe percosso con un colpo più rapido e più inatteso; egli si lasciò cadere sulla seggiola dalla quale si era per metà alzato per prendere il piego delle carte confiscate su Dantès, lo sfogliò precipitosamente, e ne cavò la lettera fatale, sulla quale gettò uno sguardo ov'era impresso il più indicibile terrore: signor Noirtier strada Coq-Héron N. 13, mormorò impallidendo sempre più.
Sì, o signore, rispose Dantès maravigliato; lo conoscete voi? No, rispose Villefort, un servo fedele del Re non conosce i cospiratori. Si tratta dunque di una cospirazione? domandò Dantès che cominciava, dopo essersi creduto libero, a riprendere un terrore più grande del primo; in ogni modo, signore, io ve l'ho detto, ignorava completamente il contenuto del dispaccio di cui era il portatore. Sì, riprese Villefort, con sorda voce, ma voi sapete il nome di quello a cui era diretto. Bisogna bene che io lo sapessi se dovevo consegnarlo nelle sue proprie mani. E voi non avete mostrata questa lettera ad alcuno? disse Villefort che sempre più impallidiva a seconda che leggeva la lettera. Ad alcuno sul mio onore. Tutti dunque ignoravano che voi eravate portatore di una lettera che veniva dall'isola d'Elba, ed era diretta al signor Noirtier?
Tutti lo ignorano meno quegli che me l'ha consegnata.
Questo è troppo è ancora troppo, mormorò Villefort.
La fronte di Villefort si oscurava sempre più quanto si accostava al fine: le sue labbra bianche, le mani tremanti, gli occhi ardenti di lui facevano passare nello spirito di Dantès le più dolorose apprensioni. Dopo la lettura di questa lettera, Villefort lasciò cadere il capo fra le mani, e rimase oppresso.
Oh! mio Dio che c'è dunque? chiese timidamente Dantès.
Villefort non rispose, ma dopo qualche momento rialzò la testa pallida e scomposta, e rilesse una seconda volta la lettera. E voi dite che non sapete nulla di ciò che contiene questa lettera? rispose Villefort.
Sul mio onore, vi ripeto, io non so nulla. Ma che avete voi stesso? Mio Dio! voi state male? volete che suoni il campanello? volete che chiami qualcuno? No, disse Villefort alzandosi prontamente; no, non fate rumore, non dite una parola, sta a me il dare degli ordini qui e non a voi. Signore, disse Dantès, mortificato, facea per venire in vostro soccorso, scusatemi, ve ne prego in riguardo alla intenzione. Non ho bisogno di niente; uno sconcerto passeggiero, ecco tutto; occupatevi di voi e non di me: rispondete.
Dantès aspettava l'interrogazione che veniva annunziata da quest'ultima parola, ma inutilmente; Villefort ricadde sul suo seggio, passò la mano gelida sulla fronte che grondava sudore e per la terza volta si mise a rileggere la lettera. Oh! se egli sa il contenuto di questa lettera, mormorò egli, se conoscerà un giorno che Noirtier è il padre di Villefort, io son perduto per sempre... E a quando a quando guardava Edmondo come se col suo sguardo avesse potuto infrangere quella barriera invisibile che racchiude nel cuore i segreti che dalla bocca non vengono palesati. Oh! non esitiamo più, sclamò egli di repente, non vi è che questo mezzo.
Ma, in nome del Cielo, signore riprese il disgraziato se dubitate di me, se avete dei sospetti, interrogatemi, io sono pronto a rispondervi.
Villefort fece un violento sforzo su sè stesso, e con un tuono di voce che voleva rendere sicuro:
Signore, diss'egli, dal vostro interrogatorio risultano a vostro danno i sospetti più forti: io non sono dunque padrone come aveva poco fa sperato, di mettervi in libertà in questo medesimo punto, debbo prima prendere questa misura, consultare il giudice d'istruzione. Frattanto voi avete veduto come vi ho trattato. Oh! sì, signore; gridò Dantès, vi ringrazio poichè siete stato per me più che un giudice, un amico. Ebbene vi tratterò ancora per qualche tempo prigioniero il men che mi sarà possibile; la principale accusa contro di voi è questa lettera, e... vedete... Villefort si avvicinò al caminetto, gettò la lettera nel fuoco e restò immobile fino a che fu ridotta in cenere. E vedete, continuò egli, io l'ho annientata.
Oh! gridò Dantès, signore, voi siete più che la giustizia, voi siete la stessa bontà. Ma ascoltatemi, continuava Villefort, dopo quest'atto, voi comprendete bene che potete avere tutta la confidenza in me, n'è vero? Ah! signore, ordinate, ed io eseguirò i vostri ordini. No, disse Villefort avvicinandosi al giovinotto, non sono ordini che io voglio darvi, voi capirete, sono consigli. Dite, io mi conformerò come fossero ordini. Vi farò trattenere fino a questa sera al palazzo di giustizia: forse tutt'altri che io, verrà ad esaminarvi. Dite tutto ciò che avete detto a me, ma non dite una parola su quella lettera. Io ve lo prometto, o signore.
Era Villefort che sembrava supplicare, era l'accusato che attutava il giudice.
Voi capirete, diss'egli gettando uno sguardo sulle ceneri che conservavano ancora la forma della carta, e che venivano alzate in aria ed agitate dalla fiamma, ora che questa lettera è annientata, voi ed io sappiamo soltanto che vi sia stata, essa non vi sarà più ripresentata, negatela arditamente, e con questo mezzo soltanto siete salvo. Io negherò, signore, siate tranquillo, disse Dantès. Bene, bene, rispose Villefort portando la mano al cordone del campanello. Poi fermandosi al momento che stava per suonare: Questa era la sola lettera che voi aveste? diss'egli. La sola. Giuratelo. Dantès stese la mano: Lo giuro. Il campanello suonò, il commissario di Polizia entrò. Villefort si avvicinò al pubblico ufficiale e gli disse qualche parola all'orecchio. Il Commissario rispose con un semplice segno di testa. Seguitelo, signore, disse Villefort a Dantès. Dantès s'inchinò, gettò un ultimo sguardo di riconoscenza a Villefort ed uscì. Non appena la porta fu chiusa dietro lui, che le forze mancarono a Villefort, e cadde quasi svenuto sul suo seggio. Poi dopo un momento: Oh! mio Dio, da che dipende la vita e la fortuna? se il procuratore del Re fosse stato a Marsiglia, se il giudice d'istruzione fosse stato chiamato in mia vece, ora sarei perduto. Questo foglio, questo maledetto foglio mi precipitava nell'abisso. Ah! padre mio, padre mio, sarete voi dunque sempre un ostacolo alla mia felicità in questo mondo? e dovrò io lottare eternamente col vostro passato? Poi di repente una luce inattesa parve passare innanzi al suo spirito, e gli rischiarò il viso; un sorriso gli balenò sulle labbra ancora corrugate, gli occhi stravolti divennero fissi, e parvero fermarsi sopra un pensiero. Sì, diss'egli, sì, questa lettera che doveva perdermi, farà forse la mia fortuna. Andiamo, Villefort, all'opera! E dopo essersi assicurato che l'accusato non era più nell'anticamera, il Sostituto al procuratore del Re uscì a sua volta, e s'incamminò prestamente verso la casa della sua fidanzata.
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Capitolo 8. IL CASTELLO D'IF.
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Attraversando l'anticamera, il commissario di polizia fece un segno a due gendarmi, i quali si posero uno a dritta e l'altro a sinistra di Dantès; fu aperta una porta che comunicava dal quartiere del procuratore del Re al palazzo di giustizia, e continuarono per qualche tempo in uno di quei lunghi corridoi che fanno tremare quelli che vi passano, anche quando non hanno alcun motivo di tremare. Nello stesso modo che l'appartamento di Villefort comunicava col palazzo di giustizia, il palazzo di giustizia comunicava colla prigione, tetro monumento addossato al palazzo e che guarda in modo strano da tutte le sue aperture guarnite di sbarre il campanile degli Accoules che sorge avanti ad esso. Dopo una quantità di voltate nel corridoio che percorreva, Dantès si vide innanzi una porta col catenaccio di ferro: il commissario di polizia battè col martello tre colpi che si ripercossero per Dantès come se gli fossero stati battuti sul cuore. La porta si aprì, i due gendarmi spinsero leggermente il prigioniero che esitava; Dantès oltrepassò il limitare terribile, e la porta tosto si rinchiuse con fracasso dietro a lui. Egli respirava un'altr'aria, un'aria mefitica e pesante; era l'aria della prigione.
Venne condotto in una camera abbastanza pulita ma con l'inferriata a catenaccio. Ne resultò che l'aspetto della sua nuova dimora non gli cagionò gran timore. D'altra parte le parole del Sostituto al procuratore del Re, pronunciate con una voce che era sembrata a Dantès così soave, risuonavano al suo orecchio come una dolce promessa di speranza. Erano già quattr'ore da che Dantès era stato introdotto in quella camera. Eravamo come abbiamo detto al primo di marzo, ed il giorno declinando presto, il prigioniero si trovò di un subito nella notte. Allora il senso dell'udito si aumentò in lui, a misura che quello della vista andava a spegnersi. Al più piccolo rumore che perveniva fino a lui, convinto che sarebbe stato messo in libertà, si alzava velocemente e faceva un passo verso la porta. Ben presto il rumore andava a perdersi in un'altra direzione, e Dantès ricadeva sullo sgabello. Finalmente, verso le dieci della sera al momento in cui Dantès cominciava a perdere la speranza, un nuovo rumore si fece udire e questa volta gli sembrava diretto verso la sua camera. Infatti dei passi rimbombarono nel corridoio e si fermarono avanti la sua porta. Una chiave girò due volte nella serratura, i catenacci cigolarono, la massiccia barriera di quercia si aprì lasciando penetrare ad un tratto nella oscura camera l'abbagliante luce di due ceri. A questa luce Dantès vide brillare le sciabole ed i moschetti di quattro gendarmi. Egli aveva fatto due passi in avanti; rimase immobile al suo posto vedendo quest'aumento di forza. Venite voi a cercar me? domandò Dantès. Sì, rispose uno dei gendarmi. Per parte del signor Sostituto al procuratore del Re? Ma... così credo....
Bene, disse Dantès, sono pronto a seguirvi.
La convinzione che si veniva a cercarlo per parte di Villefort, toglieva ogni timore all'infelice giovinotto. Egli si avanzò dunque con ispirito tranquillo, con andamento libero, e si pose da sè stesso nel mezzo della scorta. Una carrozza aspettava alla porta di strada, il cocchiere era al suo posto, un esente era assiso presso il cocchiere. È dunque per me questa carrozza? domandò Dantès. È per voi, rispose uno dei gendarmi, e salite. Dantès volle fare qualche osservazione, ma lo sportello si aprì, sentì che era spinto. Egli non aveva nè la possibilità nè la sola intenzione di far resistenza. Si trovò in un momento assiso nel fondo della carrozza fra due gendarmi; gli altri due sederono nel posto davanti, e la pesante macchina si mise in moto con un sinistro rumore. Il prigioniero volse gli occhi sulle aperture, esse erano chiuse coi graticci; ei non aveva fatto che cambiar di prigione, soltanto questa scorreva, e lo trasportava verso una meta non conosciuta. Attraverso le sbarre, chiuse in modo da lasciarvi appena passare la mano, Dantès riconobbe ciò non pertanto che si passava per la strada Caisserie e che dalle strade San Laurent, e Tamaris si discendeva verso lo scalo. Ben tosto vide attraverso le sue sbarre, e quelle del monumento presso il quale si ritrovava, brillare i lumi della Consigne. La carrozza si fermò; l'esente discese e si avvicinò al corpo di guardia; una dozzina di soldati uscirono e si disposero in due file in modo da formare un viale. Dantès vedeva al chiarore dei riverberi dello scalo rilucere i loro moschetti. Sarebbe egli per me, si domandava, che si spiega una simil forza militare? L'esente, aprendo lo sportello della carrozza che era stato chiuso a chiave, quantunque non pronunziasse una parola, dette la risposta alla domanda che si era fatta Dantès, perchè vide fra le due file di soldati il sentiero che era stato preparato per lui dalla carrozza al porto. I due gendarmi, seduti nel posto davanti, furono i primi a discendere, poscia fu fatto discender lui, e finalmente quelli che prima gli stavano ai fianchi; si diressero verso una barchetta, che un marinaio di dogana teneva. I soldati osservavano Dantès passare con una stupida curiosità. In un momento egli fu messo a posto alla poppa del battello, sempre fra i quattro gendarmi, nel mentre che l'esente si teneva a prua. Una scossa violenta staccò il battello dalla riva e quattro vigorosi rematori vogarono verso il Pilon. Ad un grido partitosi dalla barca la catena che chiude il porto si abbassò, e Dantès si trovò nel luogo detto Frioul, vale a dire fuori del porto. Il primo movimento del prigioniero ritrovandosi all'aria aperta era stato un movimento di gioia. L'aria è quasi la libertà! Egli respirò adunque a pieni polmoni quella brezza vivace che porta sulle sue ali tutti gli olezzi sconosciuti della notte e del mare. Indi a poco mandò fuori un sospiro: passava avanti l'osteria della Réserve ove era stato sì felice la stessa mattina nell'ora che aveva preceduta quella del suo arresto, e attraverso la chiara apertura di due finestre, giunse fino a lui il lieto rumore di un ballo. Dantès incrociò le mani, levò gli occhi al cielo e pregò. La barca continuava il suo cammino, aveva già oltrepassata la Testa di Moro: era in faccia all'ansa del Faro, ed andava a bordeggiare di fianco alla batteria: questa era una manovra incomprensibile per Dantès. Ma dove mi conducete voi? domandò egli. Lo saprete ben presto. Ma pure... Ci è proibito di darvi alcuna spiegazione.
Dantès era per metà soldato; fare delle domande a subordinati ai quali era proibito di rispondere, gli parve una cosa assurda e si tacque. Allora i pensieri più strani gli passarono per la mente, come non si poteva fare una lunga navigazione con una simile barchetta, come non vi era alcun bastimento all'ancora nella parte verso cui si dirigevano, egli pensò che sarebbe stato depositato sur un punto lontano della costa per dirgli che era libero: egli non era incatenato, non era stato fatto alcun tentativo per mettergli le manette, e ciò gli era sembrato di buon augurio. D'altronde il Sostituto così eccellente per lui non gli aveva detto che qualora non pronunziasse una parola sulla lettera diretta a Noirtier, egli non aveva nulla a temere? Villefort, non aveva in sua presenza annientata la pericolosa lettera unica prova contro di lui? egli aspettava adunque, muto e pensieroso, e cercava di fendere coll'occhio da marinaio esercitato alle tenebre, e assuefatto allo spazio, la oscurità della notte. Lasciata a destra l'isola Ratonneau su cui riluceva il Faro, e sempre costeggiando erano arrivati all'altezza del seno dei Catalani. Là, gli sguardi del prigioniero raddoppiarono di energia: era là che stava Mercedès e gli sembrava ad ogni momento vedere delinearsi sulla riva oscura la forma vaga ed indecisa di una donna. Come mai un presentimento non diceva allora a Mercedès che il suo amante passava in quel momento a trecento passi lontano da lei? Un sol lume brillava ai Catalani. Studiando la posizione di questo lume, Dantès riconobbe che esso rischiarava la camera della sua fidanzata. Mercedès era la sola che vegliava in tutta la piccola colonia. Alzando un grido poteva il giovinotto essere inteso dalla sua fidanzata: una falsa vergogna lo trattenne; che direbbero coloro che lo custodivano sentendolo gridare come un insensato? egli restò dunque muto cogli occhi fissi su quel lume. Frattanto la barca continuava il suo cammino; ma il prigioniero non pensava punto alla barca, egli pensava a Mercedès. Una situazione del terreno fece scomparire il lume. Dantès si voltò e vide allora che la barca prendeva il largo. Nel mentre che egli guardava il lume, assorto nei propri pensieri, non si era avveduto che ai remi erano state sostituite le vele, e che la barca camminava spinta dal vento. Ad onta della repugnanza che provava Dantès a fare delle nuove interrogazioni al gendarme, egli si appressò a lui e stringendogli la mano gli disse Gendarme, in nome della vostra coscienza, e per la vostra qualità di soldato, io vi scongiuro ad aver pietà di me e di rispondermi. Io sono il capitano Dantès, leale e buon francese, quantunque accusato di non so qual tradimento, ove mi conducete? ditelo, e sulla fede di marinaio io mi adatterò al mio dovere, e mi rassegnerò al mio destino.
Il gendarme si grattò l'orecchio, e guardò il suo camerata. Questi fece un movimento, quasi avesse voluto dire: «mi sembra che al punto in cui siamo non vi sia a temere alcun inconveniente». Il gendarme allora si rivoltò verso Dantès e gli disse: Voi siete Marsigliese e marinaio e domandate a me dove andiamo? Sì, poichè sul mio onore non lo so. Non ne avete alcun sospetto? Alcuno. È impossibile! Io ve lo giuro per quanto vi è di più sacro al mondo. Rispondetemi adunque di grazia! Ma la consegna? La consegna non vi proibisce di dirmi ciò che saprò fra dieci minuti, fra una mezz'ora, forse fra un'ora; soltanto voi mi risparmierete di qui a là dei secoli d'incertezza. Io ve lo domando come se voi foste un mio amico. Osservate, io non voglio nè rivoltarmi nè fuggire; d'altra parte non lo posso. Su via, ove andiamo noi? Ammenochè non abbiate la benda agli occhi o non siate mai uscito dal porto di Marsiglia, dovete ora indovinare ove andiamo. Eppure...
Allora guardate attorno a voi. Dantès si alzò, tese naturalmente lo sguardo verso il punto a cui sembrava dirigersi il battello, e vide cento tese lontano innalzarsi la nera e scoscesa roccia sulla quale è posta come una superfetazione di silce il nero castello d'If. Questa forma strana, questa prigione ove regna un sì profondo terrore, questa fortezza che fa vivere da trecent'anni Marsiglia nelle sue lugubri tradizioni, compariva ad un tratto innanzi a Dantès che non pensava punto ad essa, e gli fece l'effetto che fa ad un condannato a morte la vista del patibolo. Ah! mio Dio! gridò egli, il castello d'If! e che andiamo noi a far là?
Il gendarme sorrise. Ma non sarò già condotto là per esservi imprigionato? continuò Dantès. Il castello d'If è una prigione di stato soltanto pei grandi colpevoli politici. Io non ho commesso alcun delitto. Vi sono forse dei giudici d'istruzione, dei magistrati qualunque al castello d'If? Non vi sarà io suppongo, disse il gendarme, che un governatore, dei carcerieri, una guarnigione e delle ottime mura. Andiamo, andiamo, amico, non mi fate tanto il sorpreso, poichè in verità mi farete credere che voleste ricompensare la mia compiacenza col burlarvi di me.
Dantès strinse la mano del gendarme sì forte che pareva volesse infrangergliela. Voi pretendete adunque che mi si conduca al castello d'If per esservi imprigionato? Probabilmente, disse il gendarme; ma in ogni modo camerata, è inutile stringermi la mano così fortemente. Senz'altre informazioni, senz'altra formalità? disse il giovinotto. Le formalità sono compite, l'informazione è fatta. Così ad onta della promessa del signor de Villefort...
Io non so se Villefort vi ha fatta una promessa, disse il gendarme, quello che so, si è che noi andiamo al castello d'If. Ebbene! che fate adesso? Olà camerati, a me!
Con un movimento pari al baleno, ma che però era stato preveduto dall'occhio esercitato del gendarme, Dantès aveva voluto slanciarsi in mare, ma quattro mani vigorose lo trattennero al momento in cui i suoi piedi lasciavano il piantito del battello. Egli ricadde nel fondo della barca urlando di rabbia.
Bravo! gridò il gendarme, mettendogli un ginocchio sul petto, ecco come voi mantenete la vostra parola da marinaio! fidatevi delle persone melliflue! Ebbene, ora, mio caro, se fate un movimento, un sol movimento, io vi mando una palla nella testa, ho tradita la prima mia consegna, ma vi assicuro che non mancherò alla seconda. E di fatto abbassò la sua carabina verso Dantès, che sentì appoggiarsi come un anello di gelo l'estremità della canna sulla tempia.
Un momento egli ebbe l'idea di eseguire il proibito movimento e di finirla così violentemente coll'inatteso infortunio che si era gettato sopra di lui coi suoi artigli d'avvoltoio; ma giusto perchè questa infelicità era inattesa, Dantès pensò che non poteva durare; gli tornarono al pensiero le promesse di Villefort; e poi bisogna anche dirlo, questa morte così nel fondo di un battello, dalle mani di un gendarme gli parve lurida e nuda. Egli ricadde adunque sul piantito della barca mandando un urlo di rabbia e rodendosi con furore le mani. Quasi nel medesimo momento un urto violento ripercosse il battello, uno dei battellieri saltò sulla roccia che era stata toccata dalla piccola barca, una corda si svolse dall'interno di una puleggia, Dantès s'accorse che erano arrivati, e che si ammarrava lo schifo. Infatti i suoi guardiani che lo tenevano ad un tempo e per le braccia, e pel colletto dell'abito, lo sforzarono di rialzarsi, lo costrinsero a discendere a terra, e lo trasportarono verso gli scalini che mettevano alla porta della cittadella, mentre che l'esente armato di moschetto colla baionetta li seguiva di dietro. Dantès del resto non fece più alcuna inutile resistenza; la sua lentezza proveniva più da inerzia che da opposizione. Egli era stordito e barcollava come un ubbriaco. Vide di nuovo i soldati che si schieravano sulla rapida china, sentì dei scalini che lo forzarono ad alzare i piedi, si accorse che passava sotto una porta, e che questa porta si chiudeva dietro di lui ma tutto ciò macchinalmente come attraverso di una densa nebbia senza distinguer nulla di positivo. Egli non vedeva neppur più il mare, questo immenso dolore dei prigionieri che guardano lo spazio col terribile sentimento che sono impotenti a superarlo. Vi fu una sosta di un momento durante la quale egli cercò di raccogliere i suoi spiriti. Egli guardò intorno a sè; era in un cortile quadrato formato da quattro grandi muraglie; si sentivano i passi lenti e regolari delle sentinelle ed ogni volta che esse passavano davanti al riflesso che veniva proiettato sulle muraglie dalla luce di due o tre lumi che ardevano nell'interno del castello, si vedeva scintillare la canna dei loro moschetti. Si attese dieci minuti circa. Certi che Dantès non poteva più fuggire lo avevano lasciato; sembrava che si aspettassero degli ordini, e questi ordini giunsero. Ov'è il prigioniero? domandò una voce. Eccolo, risposero i gendarmi. Che mi segua; io lo condurrò al suo alloggio. Andate! dissero i gendarmi dando una spinta a Dantès. Il prigioniero seguì la sua guida, che lo condusse difatti in una sala quasi sotterranea, le cui muraglie nude ed umide sembravano impregnate da un vapore di lagrime. Una specie di lampione, posato sopra uno sgabello ed il cui lucignolo nuotava in un grasso fetido illuminava le pareti di questo spaventoso soggiorno, e mostrava a Dantès il suo conduttore, che era una specie di carceriere subalterno, mal vestito e pur di lurido aspetto.
Ecco la vostra camera per questa notte, diss'egli. È tardi ed il signor Governatore è andato a letto; domani quando si sarà alzato, ed avrà conosciuti gli ordini che vi concernono, forse vi cambierà di domicilio. Frattanto eccovi del pane. Vi è dell'acqua in questa brocca, della paglia laggiù in quel cantone; insomma vi è tutto quello che un prigioniero può desiderare. Buona sera. E prima che Dantès avesse pensato ad aprir la bocca per rispondergli, prima che avesse veduto ove il carceriere avesse posto il pane, prima che si fosse renduto conto della direzione ove stava la brocca, prima che avesse voltati gli occhi verso l'angolo ove lo aspettava quella paglia destinata a servirgli di letto, il carceriere aveva preso il lampione e chiudendo la porta aveva tolto al prigioniero quella luce incerta che gli aveva mostrato come al chiarore di un lampo le umide muraglie della sua prigione. Allora egli trovossi solo nelle tenebre e nel silenzio così muto e così tetro quanto le volte di cui egli sentiva il freddo agghiacciante abbassarsi sulla sua fronte che bruciava. Quando i primi raggi del giorno ebbero ricondotto un poco di luce in quest'antro, il carceriere ritornò coll'ordine di lasciare il prigioniero ove era. Dantès non aveva cambiato di luogo, una mano di ferro sembrava averlo inchiodato nello stesso posto in cui si era fermato entrando; soltanto il suo occhio profondo si nascondeva sotto una gran gonfiezza cagionata dall'umido vapore delle sue lagrime; egli era immobile e guardava il terreno. Aveva passata così tutta la notte, in piedi, senza dormire un solo istante; il carceriere si avvicinò a lui; gli girò attorno, ma Dantès non pareva vederlo, gli battè sulla spalla e Dantès rabbrividì scuotendo la testa. Non avete dormito? domandò il carceriere.
Non lo so, rispose Dantès.
Il carceriere lo guardò con meraviglia. Non avete fame? continuò egli. Non lo so, rispose ancora Dantès. Volete voi qualche cosa? Vorrei vedere il Governatore.
Il carceriere alzò le spalle ed uscì. Dantès lo seguì cogli occhi, stese le mani verso la porta socchiusa; ma questa venne chiusa a sbarre. Allora il suo petto sembrò squarciarsi in un lungo singulto. Le lagrime che gli gonfiavano le palpebre scorsero come due ruscelli, egli si precipitò colla fronte per terra e pregò lungo tempo, esaminando collo spirito tutta la sua vita passata, e chiedendo a sè stesso qual delitto aveva commesso in questa vita ancor sì giovanile, che potesse meritargli una tal crudele punizione. La giornata scorse così; fu molto se egli mangiò qualche boccone di pane, bevette qualche goccia d'acqua. Ora egli restava assiso assorto nei suoi pensieri, ora girava intorno alla sua prigione come fa una bestia feroce chiusa in una gabbia di ferro. Un solo pensiero lo faceva soprattutto trasecolare; ed era che, durante questa traversata in cui, ignorando il luogo ove era condotto, egli era rimasto sì queto, sì tranquillo, avrebbe potuto ben dieci volte gettarsi in mare, ed una volta nell'acqua, mercè la sua abilità nel nuotare, mercè l'abitudine, che faceva di lui uno dei più abili nuotatori di Marsiglia, sparire sotto all'acqua, fuggire ai suoi guardiani, guadagnare la costa, salvarsi, nascondersi in qualche luogo deserto, attendere un bastimento genovese o catalano, raggiungere l'Italia o la Spagna, e di là scrivere a Mercedès che venisse a lui; quanto alla sua vita in nessuna contrada poteva esserne inquieto, in ogni luogo i buoni marinai sono rari; parlava l'italiano come un toscano; parlava lo spagnuolo come un figlio della vecchia Castiglia. Egli avrebbe vivuto libero, felice con Mercedès, con suo padre, perchè suo padre sarebbe venuto a raggiungerlo; mentrechè era ora prigioniero, chiuso nel castello d'If, in così sicura prigione, non sapendo che cosa accadeva a suo padre, che a Mercedès, e tutto ciò perchè egli aveva creduto alla parola di Villefort. Era un divenire pazzo. Così Dantès si rotolava furioso sulla paglia fresca che il carceriere gli aveva portato. L'indomani alla stess'ora il carceriere rientrò.
Ebbene, gli domandò, oggi siete più ragionevole di ieri?
Dantès non rispose parola. Fatevi dunque, disse l'altro, un poco di coraggio... desiderate qualche cosa che sia in mio potere? dite. Io desidero parlare al Governatore. Eh? disse il carceriere con impazienza, vi ho di già detto che è impossibile... Perchè è impossibile? Perchè nei regolamenti della prigione vi è, che a nessun prigioniero sia permesso domandarlo.
E quali sono i permessi che qui si possono avere?
Un miglior vitto pagandolo, la passeggiata, e qualche volta dei libri.
Non ho bisogno di libri, non mi curo di fare passeggiate, trovo buono il mio vitto; per tal modo non ho bisogno che di una cosa, quella cioè di parlare al Governatore...
Se mi annoiate ancora un'altra volta con questa domanda, non vi porto più da mangiare.
Ebbene, disse Dantès, se non mi porti più da mangiare, morirò di fame, ecco tutto. L'accento col quale Dantès pronunciò queste parole, provò al carceriere che il suo prigioniero si sarebbe stimato felice a morire. Così siccome ogni prigioniero fatti i conti, fruttava al carceriere circa dieci soldi al giorno, quello di Dantès fece il calcolo della perdita che risulterebbe per lui dalla sua morte; quindi riprese con tuono più addolcito: Ascoltatemi, ciò che desiderate è impossibile; non lo domandate più perchè non vi ha esempio che per la domanda di un prigioniero il Governatore sia venuto nella sua carcere a ritrovarlo; soltanto coll'essere savio vi si potrà permettere la passeggiata, ed allora sarà possibile che un giorno o l'altro, durante questa possa passare a voi vicino il Governatore; nel qual caso, voi lo potrete interrogare, ed egli, se vuole, vi risponderà.
Ma, quanto tempo potrò aspettare prima che questo caso si presenti? Diamine! disse il carceriere, un mese, tre mesi, sei mesi, e forse anche un anno.
È troppo, disse Dantès, voglio vederlo subito. Ah! disse il carceriere, non vi lasciate infatuare così da un desiderio solo ed impossibile, o prima di quindici giorni diventerete pazzo.
Ah! tu lo credi? disse Dantès.
Sì pazzo, è sempre così che comincia la pazzia, noi qui ne abbiamo avuti e ne abbiam tuttora degli esempi. Lo scienziato che abitava questa camera prima di voi, dette volta al cervello per essersi fitto in mente di voler esser messo in libertà mediante un milione che incessantemente offriva al Governatore.
E quanto tempo è che ha lasciato questa camera? Due anni. E fu messo in libertà? No, fu messo in segrete. Ascolta, disse Dantès, io non sono uno scienziato, nè sono un pazzo; forse lo diventerò; ma disgraziatamente in questo momento ho ragione; voglio farti una proposizione. E quale? Io non ti offrirò un milione perchè non potrei dartelo; ma ti offrirò cento scudi, se tu vuoi la prima volta che andrai a Marsiglia, giungere fino ai Catalani e portare una lettera ad una giovinetta che si chiama Mercedès, ma neanche una lettera, appena due righe.
Se io portassi due righe, e fossi scoperto, perderei il mio posto che è di mille lire l'anno senza contare gl'incerti. Vedete dunque che sarei un grande imbecille se volessi arrischiare di perder mille lire per guadagnarne trecento.
Ebbene, disse Dantès, ascolta e ritieni bene a mente quel che ti dico; se ricusi di avvertire il Governatore, che io desidero parlargli, se ricusi di portare due righe a Mercedès o di prevenirla almeno che io sono qui, un giorno o l'altro, io ti aspetto nascosto dietro la porta, e nel momento che entri ti spacco la testa collo sgabello.
Delle minacce! gridò il carceriere, facendo un passo addietro e mettendosi sulla difesa. Infallibilmente la testa vi gira, lo scienziato ha cominciato come voi, e fra tre giorni sarete pazzo come lui. Fortunatamente che nel castello d'If vi sono delle segrete. Dantès prese lo sgabello, e se lo fece velocemente girare intorno alla testa.
Sta bene, sta bene, disse il carceriere, dappoichè voi lo volete assolutamente, andrò ad avvertire il Governatore.
Alla buon'ora! disse Dantès, posando lo sgabello e sedendovi sopra, colla testa bassa e gli occhi stravolti, come se veramente diventasse pazzo. Il carceriere uscì e dopo pochi minuti rientrò con quattro soldati ed un caporale. Per ordine del Governatore, diss'egli, fate discendere il prigioniero nel piano sottoposto.
Nelle segrete adunque? disse il caporale.
Nelle segrete. Bisogna mettere i pazzi coi pazzi.
I quattro soldati s'impadronirono di Dantès, che cadendo in una specie di atonia, li seguì senza resistenza, gli furono fatti discendere quindici scalini, dopo i quali fu aperta una segreta in cui entrò mormorando: Egli ha ragione, bisogna mettere i pazzi coi pazzi! La porta fu chiusa e Dantès camminò con le mani stese innanzi a sè fino a che urtò nel muro, allora si assise in un angolo e restò immobile, nel mentre che i suoi occhi, abituandosi un poco per volta all'oscurità cominciarono a distinguere gli oggetti. Il carceriere aveva ragione, mancava ben poco a Dantès per divenire pazzo.
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Capitolo 9. LA SERA DEGLI SPONSALI.
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Villefort, come abbiam detto, aveva ripreso la strada del Gran Corso e rientrando in casa del marchese di San Méran , trovò i convitati che avevano lasciata la tavola ed erano passati nella sala di conversazione a prendere il caffè. Renata lo attendeva con una impazienza divisa da tutto il resto della società. Fu egli perciò accolto da una esclamazione generale.
Ebbene! taglia teste, sostegno dello Stato, Bruto regio, gridò uno, che abbiamo di nuovo? sentiamo. Siamo noi minacciati nuovamente dal regime del terrore? diss'un altro Il lupo della Corsica è uscito dalla sua caverna? chiese un terzo.
Signora marchesa, disse Villefort accostandosi alla sua futura suocera, vi prego volermi perdonare se sono costretto di lasciarvi così... signor marchese, potrò io avere l'onore di dirvi una parola in disparte?
Ah! dunque si tratta di un affare grave? domandò la marchesa, vedendo oscurarsi la fronte di Villefort.
Tanto grave, che son costretto a prendere un congedo di qualche giorno da voi. Così, continuò egli volgendosi a Renata, vedete bene se bisogna che sia veramente un affare serio!
Voi partite? gridò Renata, incapace di nascondere l'emozione che le cagionava questa inattesa novella.
Ahimè! sì, rispose Villefort, è indispensabile.
E dove andate voi dunque? domandò la marchesa.
Questo è il segreto della giustizia, signora. Ciò nonostante se qualcuno di questi signori ha delle commissioni per Parigi, io ho un amico che parte questa sera e che se ne incaricherà volentieri. (Tutti lo guardarono con sorpresa). Voi mi avete domandato un colloquio particolare? disse il marchese.
Sì, passiamo nel vostro gabinetto, se permettete. Il marchese prese il braccio di Villefort, ed uscì con lui.
Ebbene! domandò questi, entrando nel suo gabinetto; che è avvenuto? parlate!
Cose che io credo della più alta importanza, e che richiedono che io parta al momento per Parigi. Frattanto marchese scusate l'indiscretezza della mia domanda; avete voi rendite sullo Stato?
Tutta la mia fortuna è in cartelle dello Stato, 6. a 700. mila franchi circa.
Ebbene! vendete, marchese; vendete o siete rovinato! Avete un banchiere? Sì. Datemi una lettera per lui, e che egli venda senza perdere un minuto, senza perdere un secondo! forse ancora io non arriverò che troppo tardi!
Diavolo! disse il marchese, non perdiamo dunque tempo.
E si mise a tavolino, scrisse una lettera al suo agente di cambio, al quale gli ordinava di vendere ad ogni patto. Ora che possedo questa lettera, disse Villefort, chiudendola con ogni cura nel suo portafoglio, me ne abbisogna un'altra. Per chi? Pel Re. Pel Re? Sì. Ma non oso prendermi l'ardire di scrivere a Sua Maestà.
Perciò non è a voi che io la domando, ma v'incarico di chiederla al signor de Servieux. Bisogna che egli mi dia una lettera per mezzo della quale io possa giungere fino a Sua Maestà senza essere sottomesso a tutte le formalità della domanda di una udienza, che possono farmi perdere un tempo prezioso.
Ma, non avete voi il guarda-sigilli, che ha facile l'entrata alle Tuglierie, e per mezzo del quale potete giungere al Re di giorno e di notte?
Sì, senza dubbio; ma è inutile che io divida con un altro il merito della notizia che porto, capite? Il guarda-sigilli mi porrebbe naturalmente al secondo rango e mi toglierebbe il benefizio del mio viaggio. Io vi dico una cosa sola, marchese, la mia carriera è assicurata se pel primo giungo alle Tuglierie, perchè renderò al Re un servigio che non potrà dimenticare.
In questo caso, mio caro, andate a fare la vostra valigia, io chiamo Servieux, e gli faccio scrivere la lettera che deve servirvi di lasciapassare. Bene, non perdete tempo, perchè fra un quarto d'ora bisogna che io sia in sedia di posta. Fate fermare la vostra carrozza avanti la porta della mia casa.
Senza dubbio; farete le mie scuse alla marchesa, ed a madamigella di San Méran  che io lascio in un simil giorno col più profondo dispiacere. Voi le troverete entrambe nel mio gabinetto, e potrete far loro i vostri addii. Mille grazie, occupatevi della mia lettera. Il marchese suonò, un servo comparve. Dite al conte di Servieux che io lo aspetto, disse il marchese. Ora andate, continuò egli, dirigendosi a Villefort, siete libero.
Sta bene, io non faccio che andare e tornare.
Villefort uscì correndo; ma giunto alla porta pensò che un sostituto del procuratore del Re se fosse stato veduto a camminare con passo precipitato, correva rischio di turbare il riposo di tutta la città; riprese adunque il suo moto ordinario di andare, che in tutto era da magistrato. Alla sua porta scoperse nell'oscurità un che come un bianco fantasma che lo aspettasse ritto ed immobile. Era la bella catalana che non avendo avuto notizie di Edmondo era fuggita dal Faro sul cominciar della notte per venire a sapere da sè stessa la causa dell'arresto del suo amante. All'avvicinarsi di Villefort, ella si staccò dal muro contro cui era appoggiata, e venne a sbarrargli il cammino. Dantès avea parlato della sua fidanzata al sostituto; e Mercedès non ebbe bisogno di nominarsi, per essere riconosciuta da Villefort; fu sorpreso della bellezza di questa donna, ed allorchè ella gli domandò che era avvenuto del suo amante, gli sembrò d'esser egli l'accusato, ed ella il giudice.
L'uomo di cui mi parlate, disse bruscamente Villefort, è un gran colpevole, io non posso far niente per lui. Mercedès lasciossi sfuggire un singulto, e siccome Villefort cercava di passare oltre, ella lo fermò una seconda volta. Ma almeno dov'è domandò ella, che io possa informarmi se è vivo o morto.
Io non lo so, non mi appartiene più, rispose Villefort. E, impacciato da quello sguardo fisso, da quella attitudine supplichevole respinse Mercedès, ed entrò chiudendo fortemente la porta, come per lasciar di fuori questo dolore che gli veniva cagionato. Ma il dolore non si lascia respingere in tal modo; come la freccia mortale di cui parla Virgilio, l'uomo ferito la trasporta seco. Villefort rientrò, chiuse la porta; ma giunto nella sala le gambe gli venner meno, mandò un sospiro, che sembrò un singulto, e si lasciò cadere sopra un divano. Allora nel fondo di questo cuore malato nacque il primo germe di un'ulcera mortale; quest'uomo ch'egli sacrificava alla sua ambizione, questo innocente che scontava la pena di suo padre colpevole, gli apparve pallido e minaccioso dando la mano alla sua fidanzata, pallida anch'essa come lui, trascinando dietro loro i rimorsi, non quelli che fanno vacillare il malato come i furiosi dell'antica fatalità, ma quel tintinnìo sordo e doloroso che, in certi momenti, colpisce diritto al cuore e lo lacera col ricordo di un'azione passata: laceramento i cui vivi dolori corrodono un male che si approfondisce sempre più fino al giorno della morte. Allora vi fu nell'anima di quest'uomo un momento ancora di esitanza. Già parecchie volte lo aveva provato, e ciò senz'altra emozione che quella della lotta tra il giudice e l'accusato, la pena di morte contro i prevenuti, e la memoria di questi prevenuti giustiziati mercè la sua fulminante eloquenza che aveva abbagliati o i giudici, o i giurati, e non aveva neppur lasciato una nube sulla sua fronte, perchè i prevenuti erano rei, o tali almeno li credea Villefort. Ma questa volta era ben'altra cosa, la pena del carcere perpetuo era stata inflitta ad un innocente che era sul punto di essere felice e del quale egli non solo struggeva la libertà, ma ancora la felicità. Questa volta egli non era più un giudice, era un carnefice! Pensando a ciò, si sentì quel battito sordo che abbiamo descritto, e che gli era sconosciuto fino allora, ripercuotersi nel fondo del cuore, e riempiergli il petto di vaghe apprensioni; egli è così che per un violento soffrire instintivo, il ferito è avvertito di non avvicinare giammai, senza tremare, il dito alla sua ferita aperta e grondante sangue, prima che questa non sia cicatrizzata. Ma la ferita che aveva ricevuta Villefort era di quelle che non si chiudono mai, o se si chiudono, è solo per riaprirsi più sanguinose e più dolorose di prima. Se in questo momento la dolce voce di Renata gli fosse risuonata all'orecchio per domandargli grazia, se la bella Mercedès fosse entrata e gli avesse detto: «in nome di quel Dio che ci guarda e che sarà nostro giudice, rendetemi il mio fidanzato», sì, questa fronte per metà piegata sotto la necessità, si sarebbe spiegata del tutto, e colle sue mani ghiacciate avrebbe senza dubbio, anche col rischio di tutto ciò che poteva avvenirgli, segnato l'ordine che fosse messo in libertà Dantès. Ma nessuna voce mormorò nel silenzio, e la porta non si aprì che per dare adito ad un cameriere di Villefort, il quale veniva ad annunziare, essere i cavalli di posta attaccati alla carrozza da viaggio. Villefort si alzò o piuttosto balzò come un uomo che trionfa d'un'interna lotta; corse al suo scrigno, versò nelle sue saccocce tutto l'oro che vi si ritrovava, girò un istante smarrito per la camera colla mano sulla fronte e articolando parole interrotte; poi finalmente sentendo che il cameriere gli aveva posato sulle spalle il mantello, uscì, si slanciò nella carrozza, e ordinò con voce tronca di passare per la strada Gran Corso, e di fermarsi avanti la porta del marchese di San Méran. Come lo aveva promesso San Méran , Villefort trovò la marchesa e la figlia nel gabinetto. Vedendo Renata il Sostituto rabbrividì, perchè ebbe timore che la giovinetta gli domandasse un'altra volta la libertà di Dantès. Ma pur troppo! bisogna dirlo, la giovinetta non era preoccupata che da una cosa, dalla partenza di Villefort. Ella amava Villefort; questi partiva nel momento che diveniva suo marito; nè poteva dire quando sarebbe ritornato, e Renata in vece di perorare per Dantès, malediceva l'uomo che pel suo delitto la separava dall'amante.
Che doveva dunque dire Mercedès! la povera Mercedès aveva ritrovato Fernando all'angolo della strada La Loge che l'aveva seguita; ella era rientrata ai Catalani, e pel dolore moribonda e disperata si era gettata sul letto. Davanti a questo Fernando si era messo in ginocchio a stringendo la gelida mano di Mercedès che non pensava a ritirarla, la copriva di ardenti baci che Mercedès non sentiva. Ella passò la notte così; la lampada si spense quando non vi fu più olio, ella non vide l'oscurità, come non aveva veduto la luce, e il giorno ritornò senza che ella se ne accorgesse. Il dolore avevale posto innanzi gli occhi una benda che non le lasciava vedere che Edmondo.
Ah! voi siete qui, disse finalmente volgendosi alla parte di Fernando.
Da ieri sera non vi ho più lasciata, rispose Fernando con un doloroso sospiro.
In quanto a Morrel non si era dato per vinto. Egli aveva saputo che Dantès dopo il primo interrogatorio era stato tradotto in prigione; allora corse da tutti i suoi amici. Si era presentato a tutte quelle persone di Marsiglia che potevano avere qualche influenza! ma di già correva voce che il giovinotto era stato arrestato sotto la presunzione di essere un messo bonapartista; e siccome allora anche i più arrischiosi credevano un sogno insensato ogni tentativo di Napoleone per ritornare sul trono; così Morrel aveva ritrovato freddezza, timore, rifiuto, ed era tornato a casa disperato, ma convenendo ciò non pertanto che la posizione era grave, e che nessuno poteva farci niente. Caderousse da sua parte era molto inquieto e tormentato. In vece di uscire come aveva fatto Morrel, in vece di tentare qualche cosa in favore di Dantès, pel quale d'altra parte non poteva far niente, si era rinchiuso nella camera con due bottiglie di vino di cassis ed avea cercato di annegare la sua inquietudine nell'ubbriachezza. Ma nello stato di spirito in cui trovavasi, due bottiglie erano troppo poca cosa per assopire la ragione. Era troppo ubbriaco per poter andare a cercare altro vino, era poco ubbriaco perchè l'ubbriachezza gli avesse potuto estinguer la memoria. Appoggiato sui gomiti ad una tavola di legno in faccia a queste bottiglie vuote, vedeva danzare al riflesso della sua candela al lungo lucignolo tutti quei spettri che Hoffman ha sparsi sui suoi manoscritti inumiditi dal punche come una polvere nera e fantastica. Danglars solo non era nè tormentato nè inquieto; era anzi allegro, poichè si era vendicato di un nemico, ed aveva assicurata a bordo del Faraone la carica che temeva di perdere. Danglars era uno di quegli uomini di calcolo che nascono con una penna dietro l'orecchio e un calamaio nel posto del cuore: per lui a questo mondo tutto era sottrazione o moltiplicazione, e una cifra gli sembrava molto più preziosa di un uomo, quando essa poteva aumentare il totale che quest'uomo poteva diminuire. Danglars era dunque andato a letto come di ordinario, e dormiva tranquillamente. Villefort dopo di avere ricevuto dal signor de Servieux una lettera diretta al conte de Blacas, baciò la mano alla marchesa di San Méran , strinse quella del marchese e correva la posta sulla strada d'Aix. Il padre di Dantès si moriva dal dolore e dall'inquietudine. Di Edmondo noi abbiamo veduto ciò che accadde.
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Capitolo 10. IL PICCOLO GABINETTO DELLE TUGLIERIE.
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Lasciamo Villefort sulla strada di Parigi, ove mercè il triplicar delle mance divorava la strada, e penetriamo attraverso i due o tre saloni che lo precedono nel piccolo gabinetto delle Tuglierie tanto ben conosciuto per essere stato il gabinetto favorito di Napoleone e di Luigi Diciottesimo, e per essere oggi giorno quello del Re Luigi Filippo. Là, assiso davanti ad una tavola di nocciuolo, che era stata trasportata da Hartwell; e per uno di quei capricci familiari ai gran personaggi egli vi portava una particolare affezione, il Re Luigi Diciottesimo ascoltava con poca attenzione un uomo dai 50 a 52 anni, coi capelli grigi, di viso nobile e severo, facendo delle postille sul margine di un volume di Orazio, di edizione del Gryphius, molto scorretta quantunque stimata, e che ben si adattava alle sagaci osservazioni filosofiche di sua Maestà. Voi dicevate adunque signore? disse il re... Che io sono talmente inquieto da non potersi più, sire. Davvero! avete veduto in sogno sette vacche grasse, e sette magre? No Sire, perchè ciò non ci annunzierebbe che sette anni di fertilità e sette anni di carestia, e con un re previdente come  Vostra Maestà la carestia non sarebbe stata a temersi. Di qual altro flagello si tratta adunque, mio caro Blacas? Sire, io temo qualche tentativo disperato. E per parte di chi? Di Bonaparte; o almeno dei suoi parteggiani. Mio caro Blacas, disse il Re, coi vostri terrori m'impedite di lavorare.  Vostra Maestà mi ordina forse di non più insistere su questo argomento?
No, caro conte. Ma allungate la mano, laggiù, a sinistra vi troverete il rapporto del ministro di polizia in data di ieri... Ma eccolo, egli stesso... N'è vero annunziate il ministro di polizia? interruppe Luigi Diciottesimo volgendosi all'usciere. Entrate, barone, e raccontate al conte ciò che sapete, e di più recente, sul conto di Bonaparte. Non ci dissimulate niente della situazione per quanto essa sia grave. Sentiamo, l'isola d'Elba è forse un vulcano, e siamo noi per vederne uscire la guerra tutta fiammeggiante, bella, horrida bella?
Vostra Maestà, disse il ministro, avrà consultato il rapporto di ieri.
Sì, sì, ma dite al conte, che non ha potuto trovarlo, ciò che contiene questo rapporto; ditegli in minuti particolari ciò che fa l'usurpatore nella sua isola.
Signore, disse il barone al conte, tutti i buoni servitori di Sua Maestà non hanno che a rallegrarsi delle recenti notizie che ci giungono dall'isola d'Elba. Bonaparte si annoia mortalmente; passa delle intere giornate a veder lavorare alle miniere di Portolongone. Vi è di più: noi siamo quasi sicuri che fra poco tempo l'Usurpatore diventerà pazzo. Pazzo? Pazzo da legare. La sua testa s'indebolisce. Ora egli piange a calde lagrime, ora ride a gola aperta; altre volte passa delle ore intere sulla riva a gettar sassi nell'acqua e quando il sasso ha fatto cinque o sei sbalzi, sembra così contento come se avesse guadagnato un altro Marengo o un nuovo Austerliz. Ne converrete, credo, esser questi segni di pazzia. O di saggezza, signor barone, o di saggezza, disse ridendo Luigi Diciottesimo. I grandi capitani dell'antichità si divertivano anch'essi a gettare dei sassi in mare; vedete Plutarco alla Vita di Scipione Affricano. Ebbene! Blacas che ne pensate voi? disse il Re sospendendo un istante di consultare il voluminoso libro scolastico che teneva aperto innanzi a sè. Io dico, Sire, che o il ministro di polizia, o io ci sbagliamo. Ma siccome è impossibile che sia il ministro di polizia, poichè ha in guardia l'onore e la salute di V. M., è probabile che faccia errore io. Ciò nonostante, Sire, al posto di Vostra Maestà vorrei interrogar la persona cui ordinai d'invigilare il mezzogiorno, e che giunge per la posta per dirmi: «Un gran pericolo minaccia il re». Ecco perchè bramerei che Vostra Maestà gli facesse quest'onore. Volentieri, conte; sotto i vostri auspici io riceverò chi vorrete; ma voglio riceverlo colle armi alla mano. signor ministro, avete voi un rapporto più recente di questo? perchè questo è dato dal 20 febbraio, e noi siamo ai 4 di marzo. No, Sire, ma io ne attendo uno da un'ora all'altra. Sono uscito da questa mattina e nella mia assenza può esser giunto... Andate alla prefettura, se ve n'è uno portatelo; e se non c'è... Ebbene! ebbene... continuò ridendo Luigi Diciottesimo, se non c'è, fatene uno. Non è così che si pratica forse? Oh! Sire, disse il ministro, grazie a Dio sotto questo rapporto non c'è bisogno d'inventar niente; ogni giorno i nostri uffici sono ingombrati da una quantità di denunzie particolareggiate che provengono da una folla di poveri diavoli che sperano un poco di riconoscenza per i servigi che non rendono, ma che vorrebbero rendere. Essi giuocano alla ventura, e sperano che un giorno un qualche inatteso avvenimento venga a dare una specie di verità alle loro predizioni. Va bene; andate, signore, disse Luigi Diciottesimo, e pensate che vi aspetto. Io non faccio che andare e tornare, Sire, e fra dieci minuti sono ai vostri comandi. Ed io, Sire, disse Blacas, vado a cercare il mio messaggiero che ha fatto dugento venti leghe, e ciò appena in tre giorni. Egli è bene un prendersi della fatica e dell'incomodo, mio caro conte, quando abbiamo i telegrafi che c'impiegano tre o quattro ore, e ciò senza che il proprio fiato ne soffra menomamente. Ah! Sire, voi ricompensate molto male questo povero giovinotto che giunge così di lontano e con tanto ardore per recare un utile avviso a vostra Maestà! Non fosse che per il conte di Servieux che me lo raccomanda, io vi supplico di riceverlo bene. De Servieux, il ciambellano di mio fratello? Egli stesso. Infatto ora trovasi a Marsiglia. Ed è di là che mi scrive. Vi parla egli pure di questa cospirazione? No, ma egli mi raccomanda il signor de Villefort e mi incarica di introdurlo presso vostra Maestà. De Villefort! gridò il Re; e perchè non me lo avete detto subito? soggiunse lasciando scorgere sul viso un principio d'inquietudine. Sire, io credeva che questo nome fosse sconosciuto a V. M.
No, no, davvero, mio caro Blacas, egli è uno spirito serio, elevato, e soprattutto ambizioso; eh! per bacco! voi conoscerete di nome suo padre, Noirtier. Noirtier, il girondino? Noirtier il senatore? Precisamente. E  Vostra Maestà ha impiegato il figlio di un tal uomo? Mio caro conte, vi ho di già detto che Villefort è ambizioso; e per inalzarsi, Villefort sacrificherà tutto, anche suo padre. Allora, Sire debbo farlo entrare? Sul momento, conte. Ov'è egli?
Mi aspetta a basso nella mia carrozza.
Il conte uscì colla vivacità di un giovinotto, l'ardore sincero per la causa regia gli dava la sveltezza di vent'anni.
Luigi Diciottesimo restò solo, riportando gli occhi sul suo Orazio mezz'aperto, mormorò: Justum et tenacem propositi virum.
Blacas risalì colla stessa velocità con cui era disceso; ma nell'anticamera fu costretto ad invocare l'autorità del Re; l'abito polveroso di Villefort, il suo costume niente conforme alla tenuta di corte, aveva eccitato gli scrupoli del maestro di cerimonie, che fu maravigliato di trovare in questo giovinotto la pretensione di presentarsi al Re vestito in quel modo; ma il conte tolse tutte le difficoltà colle semplici parole: Ordine di Sua Maestà; e ad onta delle osservazioni che continuò a fare il maestro di cerimonie per l'onore del principe, Villefort fu introdotto. Il Re era assiso nello stesso posto in cui lo aveva lasciato il conte. Aprendo la porta Villefort si trovò precisamente in faccia di lui; il primo movimento del giovine magistrato fu di sostare. Entrate, signor de Villefort, disse il Re, entrate. Villefort salutò, fece qualche passo innanzi e aspettava che il Re lo interrogasse. signor de Villefort, continuò Luigi Diciottesimo, ecco il conte di Blacas, che pretende abbiate qualche cosa d'importante da dirci. Sire, il signor conte ha ragione, e spero che  Vostra Maestà lo riconoscerà essa stessa. Prima d'ogni altra cosa, il male è egli così grande, a vostro avviso, quanto mi si vuol far credere? Sire, io lo credo urgente; ma mercè la diligenza che ho fatto, spero che non sia irreparabile. Parlate quanto lungamente volete, disse il Re che cominciava a lasciarsi prendere dall'emozione che aveva alterato il viso del signor de Blacas e che alterava la voce di Villefort. Parlate e soprattutto cominciate dal principio; io amo l'ordine in tutte le cose.
Sire, disse Villefort, farò a Vostra Maestà un rapporto fedele, ma io la prego frattanto di volermi scusare, se per la confusione in cui mi trovo dovessi mettere qualche oscurità nelle parole. Un'occhiata gettata dal Re dopo questo esordio insinuante rassicurò Villefort della benevolenza del suo augusto uditore, e continuò: Sire, io sono giunto il più rapidamente possibile a Parigi per annunziare a  Vostra Maestà che ho scoperto coi mezzi delle mie funzioni non già uno di quei complotti volgari e senza conseguenza, come se ne tramano ogni giorno nel popolo e nell'esercito, ma una vera cospirazione, una tempesta che non minaccia niente meno che il Trono di Vostra Maestà; Sire, l'usurpatore arma tre vascelli, egli medita qualche disegno, forse insensato, ma fors'anche terribile per quanto sia insensato. A quest'ora egli dev'essere partito dall'isola d'Elba per andare ove, io non lo so, ma a colpo sicuro per tentare una discesa a Napoli o sulle coste della Toscana, od anche della stessa Francia.  Vostra Maestà non ignora che il sovrano dell'isola d'Elba ha conservato delle corrispondenze con l'Italia e con la Francia. Sì, signore io lo so, disse il Re, molto turbato; e ultimamente ancora si ebbero degli avvisi che si tenevano delle riunioni bonapartiste nella strada San Jacques. Ma continuate, vi prego: come avete avuto questi particolari?
Sire, essi risultano dall'interrogatorio che ho fatto subire ad un uomo di Marsiglia che da molto tempo io faceva invigilare e che ho fatto arrestare il giorno della mia partenza, Quest'uomo, marinaro turbolento e d'un bonapartismo che mi era sospetto, è stato segretamente all'isola d'Elba. Egli ha veduto il gran Maresciallo, che gli ha dati ordini verbali per un bonapartista di cui non mi è riuscito fargli dire il nome; ma questa missione era di preparare gli spiriti ad un ritorno, noti  Vostra Maestà che è l'interrogatorio che parla, ad un ritorno che non può mancare di essere vicino. E dov'è quest'uomo? disse Luigi Diciottesimo. In prigione, Sire. E la cosa vi è sembrata grave? Tanto grave, Sire, che questo avvenimento avendomi sorpreso in mezzo ad una festa di famiglia, il giorno stesso de' miei sponsali, io ho lasciato, fidanzata e amici, tutto differito ad altro tempo, per venire a depositare ai piedi di  Vostra Maestà e i timori da cui ero compreso e le assicurazioni della mia devozione. È vero, disse Luigi Diciottesimo, non v'era trattato di matrimonio tra voi e madamigella di San Méran ? La figlia di uno dei più fedeli servitori di Vostra Maestà. Sì, sì, ma torniamo al complotto. Sire, io ho timore che non sia più un complotto, ma una cospirazione. Una cospirazione di questi tempi, disse Luigi Diciottesimo sorridendo, è cosa facile a meditarsi, ma ben difficile a condursi a termine; perciocchè, ristabilito da ieri sul trono dei nostri antenati, noi abbiamo gli occhi aperti ad un tempo sul passato, sul presente e sull'avvenire. Da dieci mesi i miei ministri raddoppiano di vigilanza perchè il littorale del Mediterraneo sia ben guardato; se Bonaparte discende a Napoli, la coalizione tutta intera sarà in piedi prima solo che egli giunga a Piombino; se egli discende in Toscana, metterà il piede in un paese nemico, se discende in Francia lo farà con un pugno d'uomini, e noi ne verremo più facilmente a termine, esecrato come egli è dalla popolazione. Rassicuratevi adunque, o signore, ma non contate meno sulla nostra reale riconoscenza. Ah! ecco qui il ministro di polizia, gridò il conte di Blacas. In questo momento infatti il ministro di polizia apparve sulla soglia della porta pallido, tremante, e coll'occhio vacillante come se fosse stato colpito da vivissima luce. Villefort fece un passo per ritirarsi, ma de Blacas lo trattenne per la mano.
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Capitolo 11. IL LUPO DI CORSICA.
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Luigi Diciottesimo al veder quel viso scomposto spinse violentemente innanzi a sè la tavola avanti a cui trovavasi. Che avete dunque signor barone? gridò egli, voi mi sembrate tutto commosso; queste esitazioni hanno rapporto a ciò che diceva de Blacas? ed a ciò che mi vien confermato da Villefort?
De Blacas si accostava vivamente al barone, ma il terrore del cortigiano impediva di trionfare dell'orgoglio dell'uomo di Stato; infatto in simile congiuntura gli era ben meglio di essere umiliato dal Prefetto di polizia che di umiliarlo su questo argomento. Sire... balbettò il barone. Ebbene! sentiamo, disse Luigi Diciottesimo. O Sire, quale spaventosa disgrazia! sono io abbastanza da compiangere! io non me ne consolerò mai... Signore, disse Luigi Diciottesimo, vi ordino di parlare. Ebbene! Sire, l'usurpatore ha lasciato l'isola d'Elba il 26 Febbraio ed è sbarcato il primo Marzo. E dove? in Italia? domandò impazientemente il Re. In Francia, Sire, in un piccolo porto presso d'Antibes, nel golfo di Juan. L'usurpatore è sbarcato in Francia vicino ad Antibes, nel golfo Juan, a 250 leghe da Parigi, il primo Marzo, e voi sapete questa notizia soltanto oggi, 4 marzo!... Eh! signore, ciò che voi dite è impossibile vi sarà stato fatto un falso rapporto. Ahimè! Sire, ciò che vi annunzio non è che pur troppo vero. Luigi Diciottesimo fece un gesto indicibile di collera e di spavento, si rizzò in piedi, come se un colpo impreveduto lo avesse percosso nello stesso tempo nel cuore e nel viso. In Francia! gridò egli, l'usurpatore in Francia! non era dunque vigilato quest'uomo? Ovvero, chi sa? si era d'accordo con lui? Oh! Sire, gridò il conte di Blacas, non è un uomo come il ministro di polizia quello che può essere accusato di tradimento. Sire, noi eravamo tutti ciechi ed il barone era a parte dell'acciecamento generale, ecco tutto. Ma,... disse Villefort. Poi arrestandosi di un tratto. Ah! perdono, perdono Sire, disse inchinandosi, il mio zelo mi trasportava, che  Vostra Maestà si degni scusarmi. Parlate, signore, parlate con ardire, disse Luigi Diciottesimo, voi solo ci avete prevenuti del male, aiutateci a porvi rimedio. Sire, disse Villefort, l'usurpatore è detestato dalla parte di mezzogiorno; e mi sembra che se egli si avventura nel mezzogiorno, si può facilmente sollevare contro di lui la Provenza, e la Linguadocca. Sì, senza dubbio, disse il ministro, ma egli s'avanza dalla parte di Gap e Sisteron. Egli s'avanza? disse Luigi Diciottesimo, egli vien dunque a Parigi? Il ministro di polizia tacque, ed il suo silenzio fu equivalente ad una confermativa. E il Delfinato signore, domandò il Re, credete voi che possa essere sollevato da noi come la Provenza?
Sire, io sono dolente di dover dire a  Vostra Maestà una verità crudele; ma lo spirito del Delfinato è ben lungi dall'accostarsi a quello della Provenza e della Linguadocca. Sire, tutti i montanari sono bonapartisti. Ecco, mormorò Luigi Diciottesimo, egli era bene informato. E quanti uomini ha seco? Sire, io non lo so, disse il ministro di polizia. Come! voi non lo sapete! vi siete dimenticato d'informarvi di questa particolarità. È vero, essa è di poca importanza, soggiunse il Re con un sorriso opprimente. Sire, il dispaccio porta semplicemente l'annunzio dello sbarco e la strada che ha preso l'usurpatore. E come dunque vi è giunto questo dispaccio? domandò il Re. Il ministro abbassò la testa; e un vivo rossore gli si sparse sulla fronte; dal telegrafo, Sire. Luigi Diciottesimo fece un passo in avanti, ed incrociò le braccia sul petto nel modo che avrebbe fatto Napoleone.
E così, diss'egli impallidendo di collera, sette eserciti coalizzati avranno rovesciato quest'uomo; un miracolo del cielo mi avrà rimesso sul trono dei padri miei dopo 25 anni di esilio; io avrò per questi 25 anni studiato, esplorato, analizzato gli uomini e le cose di questa Francia che mi era stata promessa, perchè giunto poi alla meta di tutti i miei voti una forza che io teneva stretta fra le mie mani, scoppi ad un tratto e mi stritoli! Sire, è una fatalità, mormorò il ministro accorgendosi che un simil peso, leggiero pel destino, era sufficiente a schiacciare un uomo. Cadere! continuò Luigi Diciottesimo, che al primo colpo d'occhio aveva esplorato il precipizio sull'orlo del quale stava la monarchia; cadere, ed essere avvisati dal telegrafo della propria caduta! Oh! quanto amerei meglio salire sul patibolo di mio fratello Luigi Quindicesimo, che discendere le scale delle Tuglierie scacciato dal ridicolo. Il ridicolo, voi non sapete che cos'è in Francia. Sire! Sire! mormorò il ministro, per pietà! Avvicinatevi, Villefort, continuò il Re, volgendosi al giovine che, ritto, immobile ed in addietro, considerava l'andamento di questa conversazione, ove si agitavano i perduti destini di un regno; avvicinatevi, e dite al ministro, che si poteva sapere tanto tempo prima, tutto ciò che egli non ha saputo. Sire, era materialmente impossibile d'indovinare i disegni di quest'uomo nascosti a tutti, balbettò il ministro. Materialmente impossibile! ecco là, o signore, una gran parola; disgraziatamente vi sono dei grand'uomini come vi son delle grandi parole, io l'ho misurati. Materialmente impossibile! ad un ministro che ha un dicastero, degli uffici, dei messi ed un milione e mezzo di franchi pei fondi delle spese segrete, di sapere ciò che succede a 60 leghe dalle coste di Francia! Ebbene! ecco qui questo signore che non aveva alcuna di queste risorse a sua disposizione, semplice magistrato, che ne sapeva più di voi con tutta la vostra polizia e che mi avrebbe salvata la corona, se avesse avuto, come voi, il diritto di fare agire un telegrafo. Lo sguardo del ministro di polizia si voltò con una espressione di profondo rispetto su Villefort, che abbassò la testa colla modestia del trionfo.
Io non dico ciò per voi, mio caro Blacas, continuò il Re; poichè se non avete scoperto niente, avete avuto almeno il buon senso di mantenervi nel vostro sospetto. Un altro forse avrebbe considerata la rivelazione di Villefort come insignificante o ben anche suggerita da un'ambizione venale, e avrebbe atteso che i segni del telegrafo!... Queste parole facevano allusione a ciò che il ministro di polizia aveva pronunciato con tanta sicurezza un'ora prima. Villefort capì l'artifizio del Re. Un altro forse si sarebbe lasciato trasportare dall'ebrietà delle lodi; ma egli temeva farsi un nemico mortale nel ministro di polizia, quantunque vedesse che questi era irrevocabilmente perduto. Infatti il ministro che nella pienezza del suo potere non aveva saputo indovinare il segreto di Napoleone, poteva nelle convulsioni della sua agonia penetrare quello di Villefort. Per far ciò non gli sarebbe abbisognato altro che interrogare Dantès. Egli adunque venne in soccorso del ministro invece di opprimerlo.
Sire, disse Villefort, la rapidità dell'evento deve provare alla Maestà Vostra che il Cielo solo poteva impedirlo, suscitando una burrasca. Ciò che  Vostra Maestà crede in me l'effetto di una profonda perspicacia è dovuto ad un puro e semplice caso, di cui ho approfittato come un servo fedele e devoto, ed ecco tutto. Non mi attribuite più di quel che merito, per non aver mai a pentirvi della prima idea che aveste concepito di me. Il ministro di polizia ringraziò il giovine con uno sguardo eloquente, e Villefort capì di essere riuscito nel disegno, vale a dire che senza perder niente della riconoscenza del Re, si era fatto un amico sul quale poteva contare all'occasione. Sta bene, disse il Re, e frattanto, o signori, voltandosi verso Blacas ed il ministro, non ho più bisogno di voi; ciò che resta a farsi, spetta al ministro della guerra. Fortunatamente, Sire, disse de Blacas, possiamo contare sull'esercito; Vostra Maestà sa come tutti i rapporti ce lo dipingono devoto al vostro governo. Non mi parlate di rapporti, conte, ora so la fiducia che si può avere in essi. Eh! a proposito di rapporti, signor barone, che avete voi saputo di nuovo sulla strada di San Jacques? Sull'affare della strada di San Jacques? gridò Villefort, senza poter trattenere l'esclamazione: ma fermandosi ad un tratto:
Perdono, Sire, diss'egli, la mia devozione a Vostra Maestà mi fa incessantemente dimenticare, non il rispetto che ho per essa, perchè questo è troppo profondamente scolpito nel mio cuore, ma le regole dell'etichetta. Dite e fate, signore, soggiunse Luigi Diciottesimo: voi oggi avete acquistato il diritto d'interrogare. Sire, rispose il ministro di polizia, oggi veniva precisamente per dire a  Vostra Maestà le ultime notizie che sono state raccolte su questo avvenimento, allorchè l'attenzione di  Vostra Maestà si è rivolta alla terribile catastrofe del golfo Juan. Ora queste informazioni non avranno forse alcun'importanza pel Re. Al contrario, disse Luigi Diciottesimo: questo affare mi sembra avere un rapporto diretto con ciò che ci occupa, e la morte del generale Épinay ci metterà forse sulla strada di un gran complotto interno. (Al nome del generale Épinay, Villefort rabbrividì.)
Sire, rispose il ministro di polizia, ciò indurrebbe a credere che questa morte non fosse il resultato di un suicidio come si era creduto dapprima, bensì di un assassinio. Il generale Épinay usciva a quanto sembra da una riunione bonapartista quando disparve. Un uomo sconosciuto era stato nella stessa mattina a cercarlo in casa, e gli aveva assegnato convegno nella strada San Jacques. Per disgrazia il cameriere del generale che lo seguiva al momento in cui questo sconosciuto era stato introdotto nel gabinetto, ha bene inteso nominare la strada di San Jacques, ma non si è ricordato poi del numero. A seconda che il ministro di polizia dava al Re queste informazioni, Villefort che sembrava pendere dalle sue labbra, arrossiva e impallidiva. Il Re si volse a lui: Non pensate voi al pari di me, signor Villefort, che il generale Épinay, che si faceva credere della fazione dell'usurpatore, ma che in vero era tutto a me devoto, sia perito vittima di un'insidia bonapartista? È probabile, Sire, rispose Villefort; ma non se ne sa altro? Si sta sulle tracce dell'uomo che venne a dare il ritrovo. Davvero? ripetè Villefort. Sì, il cameriere ne ha dati i connotati; è un uomo dai 50 ai 52 anni, bruno, cogli occhi neri coperti da folte sopracciglia, e con le barbette; è vestito con un soprabito blu abbottonato, e porta sulla bottoniera la fettuccia di ufficiale della Legion d'onore. Jeri fu seguitato un individuo di cui i connotati corrispondono perfettamente a quelli che ho detto, ma è stato perduto alla voltata delle strade Jussiène, e Coq-Héron. Villefort si era appoggiato alla spalliera di una sedia, poichè, a seconda che il ministro di polizia parlava, sentiva le gambe venirgli meno; ma allorquando seppe che lo sconosciuto era sfuggito alla vigilanza di colui che lo seguiva, respirò.
Voi farete far tutte le ricerche possibili di quest'uomo, disse il Re al ministro di polizia perchè, se come tutto fa credere, il generale Épinay, che in questo momento ci sarebbe stato tanto utile, è caduto vittima di un assassinio, sia bonapartista o no, io voglio che i suoi assassini siano severamente puniti. Villefort ebbe bisogno di tutta la sua calma per non tradire il terrore che gli veniva inspirato da questa raccomandazione del Re. Cosa strana! continuò il Re, con buon umore, la polizia crede di avere detto tutto quando ha detto: «è stata commessa un'uccisione;» e tutto fatto quando soggiunge: «si sta sulle tracce dei colpevoli.» Sire, spero che su questo punto almeno Vostra Maestà sarà soddisfatta. Va bene, vedremo. Io non vi trattengo dippiù, barone. signor de Villefort, voi dovete essere stanco di questo lungo viaggio, andate a riposarvi. Sarete senza dubbio stato da vostro padre. Un lampo passò innanzi agli occhi di Villefort. No, Sire, diss'egli, sono disceso all'albergo di Madrid, strada Tournon. Ma avete veduto il signor Noirtier? Mi sono fatto condurre immediatamente presso il conte di Blacas. Lo vedrete? almeno... Non lo penso, Sire. Ah! è giusto, disse Luigi Diciottesimo sorridendo, in modo da provare che tutte queste reiterate interrogazioni non erano state fatte senza un perchè. Dimenticava che voi siete freddo con il signor Noirtier, che questo è un nuovo sacrificio che fate alla causa reale, e di cui fa d'uopo che io vi compensi. Sire, la bontà che mi dimostra la M. V. è una ricompensa che sorpassa tanto le mie ambizioni che non mi resta più nulla a domandare al Re. Non importa, signore, noi non vi dimenticheremo, state tranquillo. E in questo mentre, il Re staccò la croce della legion d'onore che portava d'ordinario sul suo abito vicino a quella di San Luigi, e la dette a Villefort; Frattanto, diss'egli, portate sempre questa croce. Sire, disse Villefort, Vostra Maestà s'inganna, questa croce è quella d'ufficiale.
In fede mia, signore, disse il Re, prendetela tal quale è, io non ho il tempo di farne domandare un'altra. Blacas, voi vigilerete affinchè sia tosto spedito il brevetto a Villefort. Gli occhi di Villefort si bagnarono di una lagrima di orgogliosa gioia; egli prese la croce e la baciò. Ora quali sono gli ordini che mi fa l'onore darmi la M. V.?
Prendete il riposo che vi è necessario, e pensate che, senza forza per potermi servire a Parigi, potete essermi di grandissima utilità a Marsiglia. Sire, rispose Villefort inchinandosi, fra un'ora io sarò partito da Parigi. Andate, disse il Re, e se un giorno vi dimenticassi, non abbiate alcun riguardo a richiamarvi al mio pensiero... signor barone, date ordine perchè si vada a cercare il ministro della guerra. Blacas restate. Ah! signore, disse il ministro di polizia a Villefort, uscendo dalle Tuglierie, voi entrate per la buona porta, la vostra fortuna è fatta! Durerà ella lungamente? mormorò Villefort salutando il ministro la cui carriera era finita, e cercando cogli occhi una carrozza per ritornare all'albergo.
Una vettura passava sulla strada, Villefort vi si gettò nel fondo, lasciandosi trasportare dai suoi sogni di ambizione. Dieci minuti dopo, Villefort era rientrato all'albergo; ordinò che fra due ore i cavalli da posta fossero in ordine e che frattanto gli si servisse la colazione. Stava per mettersi a tavola quando il suono del campanello vibrò agitato da una mano franca e ferma. Il cameriere aprì e Villefort intese una voce che pronunziava il suo nome.
E chi può già sapere che io sono qui? si domandava il giovinotto. In questo mentre entrava il cameriere. Ebbene! disse Villefort, che c'è? chi ha suonato? chi mi domanda? Uno straniero che non ha voluto dire il suo nome.
E quali apparenze ha? È... è un uomo di una cinquantina di anni. Grande? piccolo? Della vostra statura, o signore, presso a poco, bruno, molto bruno, capelli neri, occhi neri, sopracciglia nere e barbette nere. Come è vestito? domandò agitato Villefort.
Con un gran soprabito blu bottonato fino a basso, e fregiato della decorazione della Legion d'Onore.
È lui! mormorò Villefort impallidendo.
Eh! per bacco! disse comparendo sulla porta l'uomo di cui abbiamo dati i connotati, ci vogliono ben molte cerimonie! c'è forse il costume a Marsiglia che i figli facciano fare anticamera al padre?
Mio padre! gridò Villefort; non mi era dunque sbagliato, io sospettava che foste voi.
Allora se tu sospettavi che fossi io, riprese il nuovo arrivato deponendo la canna in un cantone ed il cappello su d'una sedia, permettimi di dirti, mio caro Gherardo, che non è una bella cosa il farmi aspettare in tal modo.
Lasciateci, Germano, disse Villefort.
Il cameriere uscì dando segni visibili di meraviglia.
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Capitolo 12. IL PADRE ED IL FIGLIO.
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Noirtier, poichè in fatto era egli stesso il sopraggiunto, seguì cogli occhi il domestico fino a che fu chiusa la porta; poi temendo senza dubbio che egli stasse ad ascoltare nell'anticamera, andò a riaprirla ed a guardare; la cautela non era stata inutile, e la rapidità colla quale Germano si ritirò provava che egli non era esente dal peccato che perdette i nostri primi padri. Noirtier allora volle andare egli stesso a chiudere la porta dell'anticamera, richiuse quella in cui erano, e stese la mano a Villefort che aveva seguito tutti questi movimenti con una sorpresa da cui non si era peranco rimesso.
A noi! sai tu mio caro Gherardo, disse egli al giovinotto, guardandolo con un sorriso di cui era difficile definire l'espressione, che tu non mi sembri molto contento di rivedermi?
Al contrario, mio padre, io ne sono incantato; era soltanto così lontano, ve lo confesso, di attendere una vostra visita, che essa mi ha in qualche modo stordito.
Ma, mio caro amico, rispose Noirtier sedendosi, mi sembra che io potrei dirvi altrettanto. Come! voi mi annunziate i vostri sponsali a Marsiglia per il giorno 28 Febbraio, e il 4 Marzo siete a Parigi?
Se io vi sono, padre mio, disse Gherardo avvicinandosi a Noirtier, non ve ne lamentate; perchè è per voi che io sono qui venuto, e il mio viaggio forse vi salverà.
Ah! davvero! disse Noirtier allungandosi con noncuranza sulla seggia su cui si era assiso; davvero! contatemi dunque com'è, signor magistrato, ciò dev'esser curioso.
Padre mio, voi dovete certamente avere inteso parlare di un complotto bonapartista che tiene le sue riunioni nella strada San Jacques?
N. 35, sì; io ne sono il vice-presidente.
Padre mio! la vostra pacatezza mi fa fremere.
Che vuoi tu, mio caro, quand'uno è stato proscritto dai montanari, quando uno è uscito da Parigi in una carretta di fieno, quando uno è stato attorniato nelle lande di Bordeaux dagli sgherri di Robespierre, ha per sè buone ragioni di guerra. Ma continuate adunque. Ebbene? che è accaduto in questa riunione della strada San Jacques?
È accaduto che vi si fece venire il generale d'Épinay, e che il generale Épinay uscito a nove ore di sera da casa sua, fu ritrovato il domani nella Senna.
E chi vi ha raccontata questa bella storia?
Il Re stesso, signore!
Ebbene! in compenso della vostra storia vi darò una notizia.
Padre mio, io credo di saper già ciò che volete dirmi!
Ah! voi sapete lo sbarco di Sua Maestà l'Imperatore.
Silenzio, padre mio, ve ne prego, prima per voi e poi per me; sì, io sapeva questa notizia, e la sapeva ancora prima di voi, poichè è da tre giorni che io volo su la strada da Marsiglia a Parigi, colla rabbia di non poter lanciare, a duecento leghe innanzi a me il pensiero che mi bruciava il cervello.
Sono tre giorni! ma siete pazzo? tre giorni fa l'Imperatore non era ancora sbarcato.
Non importa, io sapeva il suo disegno.
E come?
Per mezzo di una lettera che vi era stata indirizzata dall'isola d'Elba, e che io ho sorpresa nel portafoglio di un messaggiero. Se questa lettera fosse andata nelle mani di un altro, a quest'ora, padre mio, voi forse sareste moschettato.
Il padre di Villefort si mise a ridere.
Andiamo, andiamo, diss'egli, sembra che la restaurazione abbia imparato dall'Impero il modo di spedire gli affari... moschettato! caro mio, e come potete crederlo? e questa lettera dov'è? Io vi conosco troppo per pensare che voi l'abbiate lasciata andare.
L'ho bruciata per timore che ne rimanesse un sol frammento; perchè questa lettera era la vostra condanna.
E la perdita del vostro avvenire, rispose freddamente Noirtier. Sì, lo capisco; ma ora io non ho più nulla a temere, poichè voi mi proteggete. Io faccio anche più di questo. Vi salvo. Oh diavolo! ciò diventa più drammatico: spiegatevi. Signore, ritorno sull'argomento delle riunioni di strada San Jacques. Sembra che queste riunioni stiano molto a cuore alla polizia; perchè non le hanno cercate meglio? le avrebbero ritrovate. Non le hanno ritrovate, ma ne sono sulla traccia. Questa è la parola d'uso, lo so bene: quando la polizia non sa niente, dice che ella ne è sulle tracce, ed il Governo aspetta tranquillamente il giorno in cui essa venga a dire colle orecchie basse, che queste tracce son perdute. Sì, ma fu ritrovato un cadavere; il generale è stato ammazzato, e in tutti i paesi del mondo questo si chiama un assassinio. Un assassinio, dite voi? Andiamo via, niente prova che il generale è stato vittima di un assassinio; tutti i giorni si ritrova gente nella Senna che vi si getta per disperazione, o che vi si annega non sapendo nuotare. Padre mio, voi sapete benissimo che il generale non si è annegato per disperazione, e che non si va a prendere un bagno nella Senna al mese di Gennaio. No! no! non vi illudete, questa morte è stata qualificata per un assassinio. E chi l'ha qualificata in tal modo? Il re stesso. Il re! Volete voi sapere come sono andate le cose? Ebbene! ve lo dirò. Si credeva di poter contare sul generale Épinay, ci era stato raccomandato di laggiù: uno dei nostri va da lui, lo invita ad intervenire ad un'assemblea di amici nella contrada San Jacques. Egli viene e là gli si spiega tutto il disegno: la partenza dall'isola d'Elba, lo sbarco meditato. Poi quando egli ha udito tutto, che non gli resta più niente a sapere, risponde che è realista. Allora ciascuno si mette in guardia, gli si fa dare giuramento; egli lo dà ma di cattiva grazia. Ebbene! ad onta di tutto ciò il generale uscì perfettamente libero. Egli non è ritornato a casa sua; che volete? mio caro, egli si allontanò da noi, avrà sbagliata la strada, ecco tutto. Un assassinio! In verità voi mi sorprendete, Villefort, voi Sostituto Procuratore del Re piantare un'accusa su prove così meschine! Ho io forse mai pensato a dire a voi, quando esercitavate il vostro mestiere di realista, e facevate tagliar la testa a uno dei miei: «figlio mio voi avete commesso un assassinio!» No, io ho detto: «benissimo! signore voi avete oggi combattuto vittoriosamente; a dimani la rivincita.» Ma, padre mio, state in guardia, perchè questa rivincita sarà terribile quando la prenderemo noi. Io non vi comprendo. Voi contate sul ritorno dell'Usurpatore? Lo confesso. V'ingannate, padre mio, egli non farà dieci leghe nell'interno della Francia senza essere perseguitato, circondato, e preso come una bestia feroce. Mio caro amico, l'Imperatore in questo momento è sulla strada di Grenoble. Il 10 o il 12 sarà a Lione, e il 20 o il 25 a Parigi. Le popolazioni si solleveranno... Per andare ad incontrarlo. Egli non può aver seco che pochi uomini, e gli verranno inviati contro degli eserciti... Che gli serviranno di scorta per entrare nella capitale. In verità mio caro Gherardo voi non siete ancora che un ragazzo. Voi vi credete bene informato perchè un telegrafo vi ha detto tre o quattro giorni dopo lo sbarco: «l'usurpatore è sbarcato a Cannes con pochi uomini: lo si sta perseguitando.» Ma dov'è, che fa? Voi non lo sapete. Si perseguita, ecco tutto ciò che sapete; ebbene! egli sarà in tal guisa perseguitato fino a Parigi senza bruciare una cartuccia. Grenoble e Lione sono due città fedeli che gli opporranno una barriera insuperabile. Grenoble gli aprirà le sue porte con entusiasmo, e la popolazione di Lione tutta intera uscirà per incontrarlo. Credetemi noi siamo tanto bene informati quanto voi, e la nostra polizia val molto più della vostra. Ne volete una prova? eccola: voi volevate nascondermi il vostro viaggio e io ho saputo il vostro arrivo mezz'ora dopo che avevate passata la barriera. Voi non avete dato il vostro indirizzo ad alcun altro che al vostro postiglione, ebbene! io ho conosciuto il vostro indirizzo e la prova è che giungo appunto al momento in cui vi mettete a tavola. Suonate adunque ed ordinate che portino un'altra posata, pranzeremo insieme. Infatto, rispose Villefort, guardando suo padre con stupore; voi mi sembrate molto bene istruito. Eh! mio Dio! la cosa è semplicissima: voi che siete in possesso del potere non avete che quei mezzi che può fornire il danaro; noi che lo aspettiamo, abbiamo quelli che somministra la devozione e l'attaccamento. La devozione? disse Villefort ridendo. Sì, la devozione; egli è in tal modo che con termini onesti viene chiamata un'ambizione che spera. Il padre di Villefort stese da sè la mano sul cordone del campanello, per chiamare il domestico, Villefort gli trattenne il braccio. Aspettate, padre mio, disse il giovine; una parola ancora... Dite... Per quanto sia mal regolata la polizia realista, ella però sa una cosa terribile. Quale? I connotati dell'uomo che, la mattina del giorno in cui disparve il generale Épinay, si era presentato in casa sua. Ah! sa ciò questa buona polizia? e questi connotati quali sono? Colorito bruno, capelli, barbette ed occhi neri; soprabito blu, abbottonato fino al mento; fettuccia d'uffiziale della Legion d'onore attaccata alla bottoniera, e canna d'India. Ah! ah! ella sa ciò, disse Noirtier; e perchè dunque non ha messo la mano su questo uomo? Perchè ieri o ieri l'altro lo ha perduto di vista presso l'angolo della strada Coq-Héron. Diceva bene io quando diceva che la vostra polizia è stupida! Io non ne dissento: ma da un momento all'altro può ritrovarlo. Sì, disse Noirtier, gettando uno sguardo di noncuranza intorno a lui; sì, se quest'uomo non fosse stato avvertito; ma egli lo è, e, continuò ridendo, cambierà di viso e di costume.
A queste parole, egli si alza, si leva il soprabito e la cravatta, va verso la tavola sulla quale erano preparate tutte le cose necessarie alla toletta di suo figlio, prende un rasoio, s'insapona il viso e con un polso perfettamente fermo fa cadere le barbette che lo mettevano a rischio, dando alla polizia un documento così prezioso. Villefort lo guardava con un terrore che non era esente da ammirazione. Tagliate quelle, Noirtier dà un'altra piega ai suoi capelli, prende, in vece della sua cravatta nera, la prima cravatta di colore che trova nel baule aperto di suo figlio, indossa, in vece del suo soprabito blu e abbottonato, un abito di suo figlio, color marrone e di taglio aperto; si prova avanti allo specchio il cappello ad ale ristrette del giovine, e pare soddisfatto del modo come gli sta, lascia la canna d'India nel canto del caminetto ove l'avea deposta, e fa sibilare nella sua mano nervosa una mazza di sambuco colla quale l'elegante sostituto dava al suo modo di camminare la disinvoltura che era una delle principali sue qualità. Ebbene! diss'egli, volgendosi verso suo figlio stupefatto, subitochè questo cambiamento quasi a vista fu compito; ebbene, credi tu che la tua polizia potrà ora riconoscermi? No padre mio, balbettò Villefort, o almeno lo spero. Ora, mio caro Gherardo, continuò Noirtier, rimetto alla tua prudenza il far disparire tutti gli oggetti che lascio alla tua custodia. Oh! siate tranquillo, padre mio, disse Villefort. Sì, sì, ora io credo che tu abbia ragione, e che tu possa dire di avermi effettivamente salvata la vita. Ma sta tranquillo, io ti renderò questo servizio quanto prima.
Villefort scosse la testa. Non ne sei tu convinto? Spero almeno che v'inganniate. Rivedrai tu il re? Forse. Vuoi tu passare ai suoi occhi per un profeta? I profeti delle disgrazie sono sempre malveduti alla corte. Sì, ma un giorno o l'altro gli vien resa giustizia: supponi una seconda restaurazione, allora passerai per un uomo ben più grande di Talleyrand del quale noi leggiamo tutte le lettere, e che non scrive che lettere. Infine che dovrei io dire al Re? Digli questo; «Sire, voi siete ingannato sulle disposizioni della Francia, sull'opinione delle città, sullo spirito dell'esercito. Quello che voi chiamate a Parigi il lupo della Corsica, che si chiama ancora l'usurpatore a Nevers, si chiama già Bonaparte a Lione e l'Imperatore a Grenoble. Voi lo credete circondato, perseguitato, in fuga; egli cammina rapido come l'aquila che porta; i suoi soldati, che voi credete morti di fame, stanchi dalla fatica e vicini a disertare, si aumentano come gli atomi di neve intorno al globo che si precipita. Sire, partite, abbandonate la Francia al suo vero padrone, a quello che l'ha conquistata; partite, Sire, non che voi corriate alcun pericolo: il vostro rivale è abbastanza forte per farvi grazia, ma perchè è umiliante per un nipote di San Luigi il dovere la vita all'Eroe d'Arcole, di Marengo e d'Austerlitz.» Digli tutto ciò Gherardo o piuttosto, va, non dirgli niente, dissimula il tuo viaggio, non ti vantare di ciò che sei venuto a fare a Parigi; riprendi la posta; se tu hai volato su la strada per venire, divora lo spazio per ritornare; rientra a Marsiglia di notte, penetra in casa tua dalla porta di dietro e là resta ben tranquillo, ben umile, ben segreto, e soprattutto bene inoffensivo; perchè questa volta, te lo giuro, noi opereremo da persone rigorose e che conoscono i loro nemici; andate figlio mio, andate caro Gherardo, e mediante questa obbedienza agli ordini paterni, ovvero, se credete meglio, questa deferenza per i consigli di un amico, noi vi lasceremo nel vostro posto. Ciò sarà, soggiunse Noirtier sorridendo, un mezzo per voi di potermi salvare una seconda volta, se la bilancia politica un giorno rimetterà voi in alto, e me in basso. Addio mio caro Gherardo, al vostro prossimo ritorno discendete a casa mia. E Noirtier uscì colla tranquillità che non lo aveva abbandonato un momento durante questa difficile conversazione. Villefort, pallido e agitato, corse alla finestra, ne alzò la tenda, e lo vide passare in calma ed impassibile nel mezzo di due o tre uomini di cattivo aspetto imboscati agli angoli delle strade, che erano forse là per arrestare l'uomo dalle barbette nere, dal soprabito blu e dal cappello a larghe falde. Villefort restò così in piedi ed anelante fino a che suo padre disparve al crocivio di Bussy. Allora egli si slanciò sugli oggetti da lui lasciati; mise nel fondo del suo baule la cravatta nera, e il soprabito blu, contorse il cappello che cacciò sotto un armadio, ruppe la canna d'India in tre parti che gettò sul fuoco, si mise una berretta da viaggio, chiamò il suo cameriere, con uno sguardo gli proibì le mille interrogazioni che avrebbe avuto volontà di fargli, saltò nella carrozza che l'aspettava, seppe a Lione che Bonaparte era entrato a Grenoble; e in mezzo all'agitazione che regnava lungo l'intera strada giunse a Marsiglia, in preda a tutti i terrori che entrano nel cuore dell'uomo coll'ambizione e coi primi onori.
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Capitolo 13. I CENTO GIORNI.
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Noirtier era un buon profeta, e le cose successero presto come egli aveva detto. Ciascuno conosce il ritorno dall'isola d'Elba, ritorno strano, miracoloso, che è senza esempio nel passato e resterà probabilmente senza imitazione nell'avvenire. Luigi Diciottesimo non tentò che debolmente di riparare un colpo sì forte; la sua poca confidenza negli uomini gli toglieva quella degli avvenimenti. Il regno, o piuttosto la monarchia ricostituita da lui tremò sulla sua base ancora incerta. Villefort non ebbe dunque dal suo Re che una riconoscenza non solo inutile pel momento ma ben anche pericolosa, oltre quella croce di ufficiale della legione d'onore che egli ebbe la prudenza di non mostrare, quantunque de Blacas, come gli aveva raccomandato il Re, ne avesse fatto spedire sollecitamente il brevetto. Napoleone certamente avrebbe destituito Villefort senza la protezione di Noirtier divenuto onnipossente alla corte dei Cento giorni, sì pe' perigli che aveva affrontati, come pei servigi che aveva renduti. Così, come gli era stato promesso, il Girondino del '93 e il Senatore del 1806 protesse colui che lo aveva salvato il giorno prima. Tutta la potenza di Villefort si limitò adunque durante questa corta evocazione dell'impero, di cui fu facile prevedere la seconda caduta, a nascondere il segreto che Dantès era stato sul punto di divulgare. Il solo procuratore del re fu destituito essendo sospetto di freddezza in bonapartismo. Appena il potere imperiale fu stabilito, cioè appena l'Imperatore abitò le Tuglierie che abbandonava Luigi Diciottesimo, ed ebbe spedito ordini senza numero da quel piccolo gabinetto ove noi abbiamo introdotti i nostri lettori con Villefort, e sul tavolino di nocciuolo sul quale ritrovò ancora aperta ed a metà piena la tabacchiera di Luigi Diciottesimo; che Marsiglia, ad onta dell'attitudine dei suoi magistrati, cominciò a sentir fermentare nel suo seno i germi della guerra civile sempre male spenti nel mezzogiorno. Poco mancò allora che le rappresaglie non andassero al di là di qualche chiasso di cui furono assediati i regii, chiusi nelle loro case, o di pubblici affronti da cui furono perseguitati coloro che si avventurarono ad uscire. Per una naturale voltata di bordo, il degno armatore che noi abbiamo designato come appartenente alla fazione popolare, si trovò a sua volta, non dirò onnipossente, perchè Morrel era un uomo prudente e leggermente timido, come tutti quelli che hanno fatto una faticosa e lenta fortuna commerciale, ma in istato, quantunque fosse trattato di moderato dai zelanti bonapartisti, di alzare la voce per fare sentire i suoi reclami. Questi reclami, come s'indovinerà facilmente, erano in favore di Dantès. Villefort era rimasto in piedi ad onta della caduta del suo superiore, e il suo matrimonio, quantunque rimanesse stabilito, pure venne protratto a tempi più felici. Se l'Imperatore si conservava in trono, era un'altra alleanza che bisognava a Gherardo, e suo padre sarebbe stato incaricato di ritrovarla. Se una seconda restaurazione riconduceva Luigi Diciottesimo in Francia l'influenza di San Méran  raddoppiava unitamente alla sua, e la meditata unione ritornava più convenevole. Il sostituto del procuratore del re era dunque momentaneamente il primo magistrato di Marsiglia, allorchè una mattina la sua porta s'aprì, e gli venne annunziato il signor Morrel. Un altro si sarebbe sollecitato di andare incontro all'armatore, e con questa sollecitudine avrebbe indicata la sua debolezza. Ma Villefort era un uomo superiore che aveva, se non la pratica, almeno l'istinto di tutte le cose. Egli fece fare adunque anticamera a Morrel, come se fosse stato sotto la restaurazione. Questi si aspettava di trovare Villefort abbattuto, ma lo ritrovò come lo aveva veduto sei settimane prima, cioè tranquillo, fermo e pieno di quella fredda gentilezza, la più insormontabile di tutte le barriere che separa l'uomo elevato dall'uomo volgare. Egli era penetrato nel gabinetto di Villefort convinto che il magistrato avrebbe tremato alla sua vista, ed egli invece si trovò tutto tremante e commosso innanzi a questo personaggio interrogatore che lo aspettava col gomito poggiato su lo scrittoio e il mento sulla mano. Egli si soffermò sulla soglia. Villefort lo guardò come se avesse avuto qualche difficoltà a riconoscerlo. Finalmente dopo qualche secondo di esame e di silenzio, durante il quale il degno armatore girava e rigirava il cappello fra le mani: Il signor Morrel, credo? disse Villefort. Sì, signore, io stesso, disse l'armatore. Avvicinatevi adunque, continuò il magistrato, facendo colla mano un segno di protezione, e ditemi a che debbo io l'onore di una vostra visita. Non ve lo figurate, signore? domandò Morrel. No, non saprei affatto; ciò però non impedisce che sia disposto ad esservi favorevole se la cosa è in mio potere. La cosa dipende interamente da voi, disse Morrel. Allora spiegatevi. Signore, continuò l'armatore riprendendo la sua sicurezza a seconda che parlava, e incoraggito d'altronde dalla giustizia della sua causa e dalla chiarezza della sua posizione; vi ricordate voi che qualche giorno prima che si sapesse lo sbarco di San M. l'imperatore, io era venuto a reclamare la vostra indulgenza per un disgraziato giovinotto, un marinaio, secondo a bordo del mio brick. Egli fu accusato, se vi ricordate, di relazioni coll'isola d'Elba; queste relazioni che erano delitto in quell'epoca, oggi sono titoli di favore. Voi servivate Luigi Diciottesimo allora, e non gli usaste nessun riguardo, ed era vostro dovere; oggi voi servite Napoleone e dovete proteggerlo, questo pure è vostro dovere. Io vengo dunque a domandarvi che avvenne di lui.
Villefort fece uno sforzo violento su sè stesso. E il nome di quest'uomo? domandò egli. Edmondo Dantès.
Evidentemente Villefort sarebbe stato più contento di cimentare la palla di un suo avversario in un duello, che di sentir pronunziare questo nome a così poca distanza; ciò nonostante egli non mosse tratto del suo viso. Di tal maniera, si diceva a se stesso, non potrò essere accusato nell'arresto di questo uomo di un affare personale. Dantès, ripetè egli, Edmondo Dantès diceste. Sì, signore. Villefort aprì allora un grosso registro posto in un vicino cassetto e ricorse ad un indice, dall'indice alla pagina indicata, quindi rivolgendosi all'armatore: siete voi ben sicuro di non sbagliarvi, signore? gli disse nel modo più naturale. Se Morrel fosse stato un uomo più furbo o meglio illuminato su questo affare, avrebbe ritrovato bizzarro che il sostituto del procuratore del re si fosse degnato rispondergli di tal maniera sopra materie estranee al suo ufficio, e si sarebbe domandato perchè Villefort non lo mandava piuttosto ai registri dei detenuti, ai governatori delle prigioni, al prefetto del dipartimento. Ma Morrel cercando invano del timore in Villefort non vi osservò più, dal momento che ogni timore sembrava mancasse, che molta condiscendenza. Villefort aveva colpito al segno.
No, signore, disse Morrel, io non m'inganno; d'altra parte conosco il povero giovinotto da dieci anni, ed è impiegato da quattro anni sotto di me. Io venni, vel rammentate? saranno circa sei settimane a pregarvi di essere clemente con lui, come ora vengo a pregarvi di essere giusto; voi anzi mi riceveste molto male e mi rispondeste come uomo mal contento. Ah! allora i regii erano ben severi coi bonapartisti! Signore, disse Villefort colla sua presenza e la sua calma ordinaria, io era regio allora perchè credeva i Borboni non solamente gli eredi legittimi del trono, ma eziandio gli eletti della nazione. Ma il ritorno miracoloso di cui siamo stati testimonii mi ha provato il mio inganno: il genio di Napoleone ha vinto. Alla buon'ora, gridò Morrel colla sua buona e rozza franchezza, mi fa piacere sentirvi parlare in tal modo, e ne auguro bene per la sorte di Edmondo. Aspettate adunque, riprese Villefort sfogliando un altro registro, l'ho trovato..... Un marinaro, non è così, che sposava una Catalana? Sì, sì, ora me ne ricordo: la cosa era molto grave. Come? Voi sapete che uscendo dal mio appartamento egli venne condotto alle prigioni del palazzo di giustizia? Sì, ebbene? Ebbene, io feci il mio rapporto a Parigi, mandai le carte ritrovate presso di lui, questo era il mio dovere, che volete... ed otto giorni dopo il suo arresto egli fu portato via. Portato via! gridò Morrel: ma che cosa avranno potuto fare di questo giovanotto? Oh! state tranquillo, egli sarà stato trasportato a Fenestrelles, a Pignerol, o alle isole San Marguerite, ciò che si chiama sfrattato in termine di ufficio, e una bella mattina voi lo vedrete ritornare a prendere il comando del suo bastimento. Che venga quando vuole, il suo posto gli sarà sempre conservato. Ma come mai non è ancora ritornato? Mi sembra che la prima cura della giustizia Imperiale dovrebbe essere quella di mettere in libertà coloro che erano stati incarcerati dalla giustizia regia. Non accusate temerariamente, mio caro Morrel, rispose Villefort; in tutte le cose bisogna procedere legalmente. L'ordine di arresto era venuto dall'alto, bisogna che dall'alto venga pur quello della libertà. Ora Napoleone è rientrato, non sono appena quindici giorni, ed egualmente le lettere di abolizione appena possono essere state spedite. Ma, domandò Morrel, non vi sarebbe modo di passar sopra a tutte le formalità? ora che noi trionfiamo, io godo di qualche influenza, e posso ottenere di far annullare il decreto. Non ha avuto luogo alcun decreto. Dell'ordine d'arresto, allora. In materia politica non vi è registro d'arresto. Qualche volta i Governi han premura di fare sparire un uomo senza ch'egli lasci traccia del suo passaggio; le annotazioni sui registri degli arrestati lascerebbero campo a ricerche. Ciò sarà stato un tempo forse, ma ora... È sempre lo stesso in tutti i tempi, mio caro Morrel: i Governi si succedono, e si rassomigliano. La macchina penitenziaria montata sotto Luigi Quattordicesimo continua pure oggi giorno, eccetto la Bastiglia che per un accidente fu spianata. L'Imperatore è sempre stato più rigoroso pel regolamento delle sue prigioni, di quello che non lo è stato lo stesso gran Re, e il numero dei carcerati di cui non si conserva alcuna traccia sui registri è incalcolabile.
Tanta benevolenza avrebbe messo fuor di dubbio delle certezze, e Morrel non aveva neppure dei sospetti.
Ma finalmente, signor Villefort, diss'egli, qual consiglio potreste voi darmi per sollecitare il ritorno di Dantès?
Un solo, fate una petizione al ministro della giustizia. Oh! noi sappiamo ciò che sono le petizioni; il ministro ne riceve 200 al giorno, e non ne legge neppur quattro.
Sì, rispose Villefort, ma egli leggerà una petizione inviatagli da me, postillata da me, indirizzata direttamente da me. E voi v'incaricherete di far giungere questa petizione! Col più gran piacere; Dantès poteva essere allora colpevole, ma oggi egli è innocente, ed è mio dovere il rendere la libertà a colui che fu mio dovere di far mettere in prigione. Villefort preveniva in tal modo il pericolo di una ricerca poco probabile, ma possibile, che lo avrebbe perduto senza risorse. Ma come scrivere al ministro? Mettetevi là, signor Morrel, disse Villefort cedendo il suo posto all'armatore, io ve la detterò; non perdiamo tempo, ne abbiamo già perduto abbastanza. Sì, signore, pensiamo che il povero giovanotto aspetta, soffre, e forse si dispera. Villefort rabbrividì all'idea che questo prigioniero lo maledicesse nell'oscurità e nel silenzio; ma egli era troppo messo a rischio per potere ritornare addietro: Dantès doveva essere infranto fra gli scogli della sua ambizione. Villefort dettò una domanda in cui, con uno scopo eccellente, tanto da non esservi dubbio alcuno, egli esagerava il patriottismo di Dantès, e i servigi da lui resi alla causa Bonapartista. In questa petizione, Dantès compariva uno dei più attivi pel ritorno di Napoleone. Era evidente che vedendo una tal supplica, il Ministro dovea fare giustizia sul momento, se la giustizia non era ancora stata fatta. Finita la petizione, Villefort la rilesse ad alta voce. È fatto, diss'egli; ora riposate tranquillamente su me. E la petizione partirà presto, Signore? Oggi stesso. E la postillerete? La postilla ch'io posso mettervi è quella di certificare per vero, tutto ciò che voi dite nella petizione. Villefort a sua volta si assise, e sopra un lato della petizione, scrisse il suo certificato. Ora che resta a fare, o Signore? domandò Morrel. Aspettate, rispose Villefort. Io rispondo di tutto.
Questa assicurazione rese la speranza a Morrel; egli lasciò il sostituto-procuratore del Re incantato di lui, e corse ad annunciare al vecchio padre di Dantès che non tarderebbe molto a rivedere suo figlio. Quanto a Villefort, in vece d'inviarla a Parigi, egli conservò preziosamente nelle sue mani questa petizione, la quale salvando Dantès per allora, lo metteva sì orribilmente a rischio per l'avvenire, supponendo ciò che l'aspetto di Europa, e la piega degli avvenimenti permettevano già di supporre, cioè una seconda restaurazione. Dantès rimase adunque prigioniero: perduto nel profondo della sua segreta, non intese il rumore formidabile della caduta del trono di Luigi Diciottesimo, nè quella più spaventevole ancora dello scrollo dell'Impero. Ma Villefort, aveva tutto seguito con un occhio vigilante, e tutto ascoltato con occhio attento. Due volte durante questa breve apparizione imperiale che fu chiamata cento giorni, Morrel era ritornato da Villefort, insistendo sempre per la libertà di Dantès, e tutte e due volte Villefort lo aveva pacato con promesse e con speranze. Giunse finalmente la battaglia di Waterloo, Morrel non ricomparve più da Villefort. L'armatore aveva fatto pel suo giovine amico tuttociò che era stato umanamente possibile. Provare nuovi tentativi sotto questa seconda restaurazione era un cimentarsi inutilmente.
Luigi Diciottesimo risalì sul trono; Villefort, per cui Marsiglia era piena di tristi rimembranze, divenute rimorsi, domandò ed ottenne il posto vacante di procuratore del Re a Tolosa. Quindici giorni dopo la sua istallazione nella nuova residenza sposò madamigella Renata di San Méran  il cui padre era favorito in corte più che mai. Ecco come Dantès durante i cento giorni, e dopo la battaglia di Waterloo, restò sotto chiavi, dimenticato dagli uomini, ma non da Dio. Danglars capì tutta la forza del colpo con cui aveva percosso Dantès, vedendo ritornare Napoleone in Francia. La sua denunzia avea colpito nel segno, e, come tutti gli uomini di una certa attitudine al delitto, e di una mezzana intelligenza per la vita ordinaria chiamò questa bizzarra coincidenza, un decreto della Provvidenza. Ma quando Napoleone ritornò a Parigi, e che la sua voce rintronò nuovamente imperiosa e potente, Danglars ebbe paura. Ad ogni momento si aspettava veder comparire Dantès, Dantès informato di tutto, Dantès minaccioso e terribile nelle sue vendette. Allora egli manifestò a Morrel, un desiderio di lasciare il servizio di mare, e si fe' da lui raccomandare ad un negoziante spagnuolo, presso del quale entrò da commesso d'ordine, alla fine di Marzo, vale a dire 10 o 12 giorni dopo la ricomparsa di Napoleone alle Tuglierie. Egli partì adunque per Madrid, e non s'intese più parlare di lui. Fernando non capì niente. Dantès era rimasto assente, e ciò era quanto gli importava. Che n'era accaduto? egli non cercò di saperlo. Soltanto, durante tutto il tempo che gli venne accordato da questa assenza, s'ingegnò ora ad ingannare Mercedès, sui motivi dell'assenza, ora a meditare dei disegni d'emigrazione e di ratto. Di tempo in tempo ancora, soprattutto nelle ore tetre di sua vita, s'assideva sulla punta del capo Pharo, da questo luogo donde si distingueva ad un tempo Marsiglia, ed il villaggio dei Catalani, guardando, tristo ed immobile come un uccello da preda, se avesse veduto per una di queste due strade il giovinotto dal libero andare, dalla testa alta, che per lui pure era diventato il messaggiero di una cruda vendetta. Allora il disegno di Fernando era arrestato; egli spaccava la testa di Dantès con un colpo di fucile, e dopo si uccideva, ciò dicendo a sè stesso per colorire il suo assassinio. Ma Fernando s'ingannava; egli non si sarebbe mai ucciso, poichè sperava sempre.
Frattanto ed in mezzo a tanto ondeggiamento doloroso, l'impero chiamò un ultimo bando di soldati, quanti uomini v'erano in istato di poter portare le armi si slanciarono fuori della Francia alla voce formidabile dell'imperatore. Fernando partì come gli altri lasciando la sua capanna e Mercedès corrodendosi col terribile pensiero che dietro a lui forse sarebbe ritornato il rivale a sposar quella ch'egli amava. In quanto alla giovinetta, la pietà ch'egli sembrava prendere alla infelicità di lei, la cura di antivenirne anche i più piccoli desideri, aveva prodotto l'effetto che sogliono fare su i cuori generosi le apparenze di devozione. Mercedès aveva sempre amato Fernando con amicizia; alla sua amicizia si aggiunse un nuovo sentimento, quello della riconoscenza.
Fratello mio! disse ella nell'adattare il sacco da coscritto sulle spalle del Catalano, fratello mio! mio solo amico! non vi fate uccidere, non mi lasciate in questo mondo ove io piango, e dove sarò sola quando voi non ci sarete più! Queste parole, dette al momento della partenza, resero qualche speranza a Fernando. Se Dantès non ritornava più, Mercedès potrebbe dunque un giorno esser sua. Mercedès restò sola su questa nuda terra, che non le era sembrata mai così arida, e col mare immenso per orizzonte. Tutta bagnata di lagrime come quella pazza di cui si racconta la dolorosa storia, si vedeva incessantemente vagare intorno al piccolo villaggio dei Catalani, ora fermandosi sotto il sole ardente del mezzogiorno, ritta, immobile, muta come una statua e guardando Marsiglia; ora assisa sulla spiaggia, ascoltando il mormorio del mare, eterno come il suo dolore, e domandando incessantemente a sè stessa se fosse meglio gettarsi in avanti, lasciarsi cadere come corpo morto, aprire l'abisso e inghiottirvisi; piuttosto che soffrire in tal modo tutte queste vicissitudini di un'aspettativa senza speranze. Non il coraggio mancò a Mercedès per compiere il suo disegno, ma la religione le venne in aiuto, e la salvò dal suicidio.
Caderousse come Fernando, venne pure chiamato nella coscrizione; e siccome egli aveva otto anni più del Catalano, ed era ammogliato, così fece parte del terzo bando e fu inviato sulle coste. Il vecchio Dantès, che non era più sostenuto dalla speranza, la perdè interamente alla caduta dell'imperatore. Cinque mesi dopo, nello stesso giorno in cui era stato separato dal figlio, e quasi nell'istessa ora in cui venne arrestato, rendette l'ultimo sospiro fra le braccia di Mercedès. Morrel provvide a tutte le spese della sepoltura, e pagò i piccoli debiti che il vecchio aveva fatti durante la sua malattia. Operando così non era solo beneficenza ma anche coraggio. Le province di mezzogiorno erano in fuoco, ed il soccorrere, anche al letto di morte, il padre di un bonapartista così pericoloso come Dantès, era un delitto.
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Capitolo 14. IL PRIGIONIERO FURIOSO ED IL PRIGIONIERO PAZZO.
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Circa un anno dopo il ritorno di Luigi Diciottesimo, vi fu una visita dell'ispettore generale delle prigioni. Costui chiamavasi de Boville. Dantès sentì girare e stridere dal fondo della sua segreta tutti quei preparativi, che in alto facevano molto fracasso, ma in basso sarebbero stati rumori impercettibili per tutt'altre orecchie che per quelle di un prigioniero avvezzo a discernere nel silenzio della notte il ragno che tesse la sua tela, e la caduta periodica della goccia d'acqua, che impiega un'ora a formarsi sotto la volta della segreta. Indovinò che fra i vivi accadeva qualche cosa di straordinario. Egli che da sì lungo tempo abitava una tomba, poteva bene considerarsi come un morto. In fatto l'ispettore visitava, una dopo l'altra, le camere, le celle, le segrete; molti prigionieri furono interrogati, ed eran quelli che per la loro stupidità si raccomandavano alla benevolenza dell'amministrazione; l'ispettore lor domandava come erano nutriti e quali reclami avessero a fare. Essi risposero unanimamente che il nutrimento ora orribile e che reclamavano la loro libertà. L'ispettore dimandò se aveano altro a chiedere. Essi scossero la testa; qual altro bene oltre la libertà può reclamare un prigioniero?
De Boville, si volse sorridendo, e disse al governatore: Io non so perchè ci facciano fare questi inutili giri; chi vede una prigione ne vede cento, chi ascolta un prigioniere ne ascolta mille. È sempre la stessa cosa: mal nutriti ed innocenti. Ve ne sono altri? Sì, noi abbiamo i prigionieri pericolosi o pazzi che son ritenuti in segreta.
Vediamo, disse l'ispettore, con un'aria di profonda stanchezza, compiamo il nostro ufficio, discendiamo nelle segrete.
Aspettate, disse il governatore, che si mandino almeno a prendere due uomini. I prigionieri commettono qualche volta, non fosse che per disgusto della vita e per farsi condannare a morte, degli atti d'inutile disperazione; voi potreste cader vittima di uno di questi eccessi. Prendete adunque le vostre cautele, soggiunse l'ispettore.
In fatto si mandarono a chiamare due soldati, e si cominciò a discendere per una scala umida, infetta, ed ammuffita.
Oh! fece l'ispettore fermandosi a metà della scala. E chi diavolo può alloggiare qui?
Un cospiratore dei più pericolosi, ci è stato raccomandato particolarmente come uomo capace di tutto.
È egli solo? Certamente. Da quanto tempo?
Da circa un anno.
E fu messo qui fino dal suo entrare?
No, Signore, ma soltanto dopo aver tentato di uccidere il custode incaricato di portargli il nutrimento; quello stesso che ci fa lume. N'è vero, Antonio? Sì, rispose il custode Ah! è dunque pazzo quest'uomo. È forse peggio, disse il custode; è un demonio. Volete voi che se ne faccia una querela? domandò l'ispettore al governatore. È inutile, signore. Egli è abbastanza punito così; d'altra parte tocca ormai quasi alla follia, e secondo l'esperienza che ci danno le nostre osservazioni, prima che compia un altr'anno, egli sarà compiutamente pazzo. In fede mia, tanto meglio per lui, disse l'ispettore, una volta pazzo del tutto, egli soffrirà meno.
Come si vede bene, l'ispettore era un uomo pieno d'umanità, e ben degno delle funzioni filantropiche che esercitava.
Avete ragione, signore, disse il governatore, e la vostra riflessione prova che avete profondamente studiata la materia. Parimente abbiamo, in una segreta non lontana da questa più d'una trentina di passi, e nella quale si discende per un'altra scala, un vecchio scienziato, antico capo di fazione in Italia, che è qui fin dal 1811, e di cui il cervello ha dato volta verso la fine del 1814, per cui da quell'epoca, non è più fisicamente riconoscibile, piange, ride, dimagrisce, ingrassa. Volete voi veder quello piuttosto che questo? La sua pazzia vi divertirà e non vi attristerà punto.
Li vedrò entrambi, rispose l'ispettore; bisogna disimpegnare il proprio ufficio coscienziosamente. L'ispettore faceva allora il suo primo giro e voleva lasciare una buona idea della propria autorità. Entriamo dunque prima qui, soggiunse. Volentieri, rispose il governatore.
Allo stridere delle massicce serrature, al cigolare dei catenacci arrugginiti, Dantès, aggruppato in un angolo della segreta, ove riceveva con un contento indicibile il tenuissimo raggio di luce che filtrava attraverso gli stretti spiragli della sua inferriata, rialzò la testa. Alla vista di un uomo sconosciuto, illuminato dalle torce che portavano i due custodi, accompagnato da due soldati, e al quale il governatore parlava col cappello in mano, Dantès indovinò di che si trattava, e vedendo finalmente presentarsi un'occasione per implorare un'autorità superiore, balzò in avanti colle mani giunte. I soldati abbassarono subito la baionetta perchè credettero che il prigioniero si lanciasse verso l'ispettore con cattiva intenzione, e de Boville stesso fece un passo in dietro. Dantès s'accorse che era stato designato come un uomo da temersi. Riunì dunque nel suo sguardo tutto ciò che il cuore dell'uomo può contenere di mansuetudine e di umiltà, ed esprimendosi con una specie di eloquenza pietosa che meravigliò gli astanti cercò di toccare l'anima del suo visitatore. L'ispettore ascoltò il discorso di Dantès sino alla fine; poi volgendosi verso il governatore: Egli piegherà alla devozione, diss'egli a mezza voce, è già disposto a sentimenti più dolci. Vedete... la paura fa il suo effetto su lui; ha indietreggiato in faccia alle baionette, ora un pazzo non rincula innanzi ad alcuna cosa; su questo proposito ho fatto delle curiose osservazioni a Charenton: poscia volgendosi verso il prigioniero. In brevi termini che domandate voi?
Io domando qual delitto ho commesso! domando che mi si diano dei giudici! domando che sia istruito il processo! domando da ultimo di essere fucilato se sono reo! ma del pari di essere messo in libertà se sono innocente!
Siete voi ben nutrito? domandò l'ispettore.
Sì, credo... non ne so niente... ma ciò poco m'importa! Quello che deve importare non solo a me disgraziato prigioniere, ma ancora a tutti i funzionari che amministrano la giustizia, ed al Re che ci governa, si è che un innocente non sia vittima di un'infame denunzia, e non muoia sotto chiavi maledicendo i suoi carnefici....
Voi siete molto umile oggi, disse il governatore; però non siete sempre stato così. Parlavate bene altrimenti, mio caro amico, il giorno che volevate uccidere il vostro custode.
È vero, signore, disse Dantès, e ne domando umilmente perdono a quest'uomo, che è sempre stato buono con me; ma che volete! io era pazzo... io era furioso...
E voi non lo siete più? No, signore, perchè la prigionia mi ha piegato, umiliato, annichilito, è sì lungo tempo che io sono qui... Sì lungo tempo? E da qual'epoca foste arrestato? disse l'ispettore. Il 28 Febbraio 1815, a due ore dopo mezzo giorno. L'ispettore calcolò. Siamo ai 30 Luglio 1816. Che dite dunque? Non sono che 17 mesi da che siete prigioniere.
Come 17 mesi! riprese Dantès. Ah! signore, voi non sapete che sono 17 mesi di prigionia! 17 anni, 17 secoli! soprattutto per un uomo, che come me, era vicino a toccare la sua felicità, per un uomo che, come me, era sul punto di sposare una donna amata; per un uomo che vedeva aprirsi a sè dinnanzi una carriera onorevole e al quale tutto è venuto meno in un sol punto; che, dal mezzo del giorno più bello cade nella notte più profonda; che vede la sua carriera distrutta, che ignora se colei ch'egli ama, lo ami tuttora; che ignora se il suo vecchio padre è morto o vivo! 17 mesi di prigione per un uomo abituato all'aria marina, all'indipendenza del marinaro, allo spazio, all'immensità, all'infinito, signore, 17 mesi di prigione sono più che non meritano tutti i delitti designati dalla lingua umana co' più odiosi nomi! Abbiate dunque pietà di me, e domandate per me non l'indulgenza ma il rigore, non una grazia ma una sentenza! Dei giudici, signore non domando che giudici. Non si possono negare i giudici ad un accusato.
Va bene, disse l'ispettore, si vedrà. Poi volgendosi verso il governatore disse: In verità questo povero diavolo mi fa pena. Ritornando sopra, mi farete vedere il registro degli arresti.
Sì, certo, disse il governatore; ma credo che ritroverete annotazioni terribili sul conto suo.
Signore, continuò Dantès, so bene che voi non potete farmi uscir di qui colla vostra autorità; ma potete trasmettere la mia domanda agli uffici competenti, potete causare una requisitoria, potete finalmente farmi sottomettere ad un giudizio. Un processo, è tutto ciò che io domando; che io sappia qual delitto ho commesso, ed a qual pena sono condannato; poichè, assicuratevi, l'incertezza è il peggiore di tutti i supplizi.
Istruitemi, disse l'ispettore.
Signore, gridò Dantès, comprendo dal suono della vostra voce che voi siete commosso; ditemi almeno che io speri.
Non posso dirvelo, rispose l'ispettore; posso soltanto promettervi di esaminare il vostro registro, e ciò che vi sta a carico.
Oh! allora, signore, son libero! Son salvo!
Chi vi fece arrestare? dimandò l'ispettore.
Il signor de Villefort; vedetelo, e intendetevela con lui.
È già un anno ch'egli non è più in Marsiglia, ma a Nimes.
Ah! ciò non mi sorprende più, il mio solo protettore si è allontanato. Il signor de Villefort aveva egli qualche motivo di odio contro di voi? domandò l'ispettore. Nessuno, signore, anzi era molto benevolo meco. Io potrò dunque fidare alle note che egli ha lasciato sul conto vostro, o che potrà trasmettermi? Intieramente, signore.
Sta bene, aspettate. Dantès cadde in ginocchio, levando le mani verso il Cielo e mormorando una preghiera nella quale egli raccomandava a Dio questo uomo che era disceso nella sua prigione come il Salvatore che liberava le anime dall'inferno. La porta si richiuse, ma la speranza discesa con Boville, era rimasta nella segreta di Dantès.
Volete voi vedere il registro di consegna subito, domandò il Governatore, o passare alla segreta dello scienziato?
Finiamola prima colle segrete, rispose l'ispettore; se io ritornassi ove fa giorno, forse non avrei più il coraggio di discendere di bel nuovo qui per compiere la mia trista missione.
Oh! quest'altro non è un prigioniero come quello che abbiamo lasciato, e la sua pazzia rattrista meno che la ragionevolezza del suo vicino. E quale è la sua pazzia?
Oh! una pazzia strana, egli si crede possessore di un immenso tesoro. Il primo anno della sua prigionia ha fatto offrire al Governo un milione, se volesse metterlo in libertà; il secondo anno due milioni, il terzo tre milioni, e così progressivamente. Egli è ora al suo quinto anno di prigionia, e chiederà di parlarvi in segreto, per offrirvene cinque. Ah! ah! è curiosa in fatto, disse l'ispettore; e come si chiama questo milionario? Faria. N. 27? domandò l'ispettore leggendo questa cifra sopra una porta.
Precisamente qui. Antonio, aprite.
Il custode ubbidì, e de Boville entrò nella segreta dello scienziato pazzo: per tal modo veniva generalmente chiamato il prigioniere. In mezzo della camera in un circolo tracciato sul pavimento con un poco d'intonaco, staccato dal muro, era sdraiato un uomo quasi nudo, tanto le sue vesti erano andate in pezzi. Egli disegnava in questo cerchio delle linee geometriche molto dritte e parallele, e pareva in tal modo occupato a risolvere il suo problema a guisa di Archimede nel momento che fu ucciso da un soldato di Marcello. Egualmente egli non si mosse al rumore che fece la porta della prigione nell'aprirsi, e non sembrò risvegliarsi che allorquando la luce delle torce illuminò con chiarore straordinario l'umido suolo su cui lavorava. Allora si volse e vide con sorpresa la numerosa compagnia che era discesa nel suo carcere. Si alzò prestamente, prese una coperta gettata sul miserabile suo letto, e si coperse precipitosamente per comparire in uno stato più decente agli occhi degli stranieri.
Domandate voi nulla? disse l'ispettore senza variare la sua formola. Io, signore, disse Faria con sorpresa, nulla domando. Voi non capite, disse l'ispettore, io sono un messo del governo, ed ho la commissione di scendere in tutte le prigioni, per ascoltare i reclami de' prigionieri.
Oh! allora, signore, è tutt'altro, gridò vivacemente Faria, e spero che ce la intenderemo. Vedete, disse a bassa voce il governatore, non comincia egli come vi avevo detto?
Signore, continuò il prigioniero, io sono Faria nato in Roma nel 1768; sono stato venti anni segretario del conte Spada, l'ultimo dei Principi di questo nome, sono stato arrestato, e non so perchè, verso il principio dell'anno 1808; dopo questo tempo ho sempre reclamato la mia libertà dalle Autorità Italiane, e Francesi. Perchè dalle Autorità Francesi? domandò il governatore. Perchè io sono stato arrestato a Piombino e presumo che, come Firenze, Piombino sia divenuto capo luogo di un qualche dipartimento Francese.
L'ispettore ed il governatore si guardarono ridendo.
Diavolo, mio caro, disse l'ispettore, le vostre notizie sull'Italia non sono di fresca data.
Esse portano la data del giorno in cui sono stato trasportato da Fenestrelle qui, signore, disse Faria; era nel 1811, e San M. l'Imperatore avendo dato il nome di re di Roma al figlio che il cielo gli aveva concesso, io presumeva che continuando il corso delle sue conquiste egli vagheggiasse il sogno di Macchiavello e di Cesare Borgia. Signore, disse l'ispettore, la Provvidenza ha fortunatamente arrecato tali cambiamenti nella Penisola, che quel sogno rimarrà tale.
Sarà; ma quante cose non sono possibili sulla terra? rispose Faria. Sì, ma non già i sogni, riprese l'ispettore; nè sono venuto qui per intavolare con voi un corso di politica oltramontana, ma soltanto per domandarvi, come ho già fatto, se avete qualche reclamo da indirizzarmi sul modo col quale siete nutrito ed alloggiato. Il nutrimento è quello di tutte le prigioni, rispose Faria, vale a dire cattivissimo. Quanto all'alloggio, come vedete è umido e malsano, ma ciò nonostante è conveniente abbastanza per una segreta. Ora non è di ciò che si tratta, ma bensì di una rivelazione della più alta importanza che ho a fare al governo.
Eccoci, disse a bassa voce il Governatore a de Boville.
Ecco perchè io sono fortunato di vedervi, continuò Faria, quantunque voi mi abbiate distratto da un calcolo molto importante, che se riesce, cangerà forse del tutto il sistema planetario di Newton. Potete voi accordarmi il favore di un colloquio particolare?
Eh! che diceva io? fece il governatore all'ispettore.
Voi conoscete bene la persona, rispose questi sorridendo. Poi rivolgendosi a Faria: Signore, diss'egli: Ciò che chiedete è impossibile. Ciò nonostante, riprese Faria, si tratterebbe di fare guadagnare al governo una somma enorme, una somma, per esempio, di cinque milioni! In fede mia, disse l'ispettore, volgendosi al governatore, voi avete predetto perfino la cifra. Vediamo, riprese Faria, accorgendosi che l'ispettore faceva un movimento per ritirarsi, non è poi assolutamente necessario che noi siamo soli: il signor governatore potrà assistere al nostro colloquio.
Disgraziatamente mio caro signore, disse il governatore, noi sappiamo già a memoria quello che voi volete dirci. Si tratta dei vostri tesori, n'è vero?
Faria guardò quest'uomo pungente, con certi occhi su cui un osservatore disinteressato avrebbe certamente veduto splendere il lampo della ragione e della verità.
Senza dubbio, diss'egli, di che volete che io vi parli, se non di ciò?
signor ispettore, continuò il governatore, vi posso raccontare questa storia tanto bene quanto Faria, essendo già quattro o cinque anni che me la sento risuonare alle orecchie. Ciò prova, signor governatore, disse Faria che voi siete di quella gente di cui parla la Scrittura, i quali hanno gli occhi e non vedono, hanno le orecchie e non sentono. Mio caro signore, disse l'ispettore, il governo è ricco, e grazie a Dio, non ha bisogno dei vostri milioni; conservateli adunque pel giorno in cui uscirete di prigione.
L'occhio di Faria si dilatò; egli afferrò la mano dell'ispettore e soggiunse: Ma se io non esco di prigione, se contro ogni giustizia mi si ritiene in questa segreta, se vi debbo morire senza aver lasciato il mio segreto ad alcuno, questo tesoro andrà dunque perduto? Non è meglio che il Governo ne profitti con me? Io andrò fino a sei milioni, signore! Sì, io lascerò sei milioni, e mi contenterò del resto, se mi si vorrà rendere la libertà.
Sulla mia parola, disse l'ispettore a mezza voce, se non si sapesse che quest'uomo è pazzo, egli parla con un accento di tanta convinzione, da credere che dicesse la verità.
Io non sono un pazzo, signore, e dico precisamente la verità, riprese Faria, che, con quella finezza di udito che è particolare ai prigionieri, non aveva perduto una sola delle parole dell'ispettore. Il tesoro di cui vi parlo esiste veramente, ed io sono pronto a firmare un trattato, in virtù del quale voi mi condurrete al luogo che verrà da me deputato: si scaverà la terra sotto i nostri occhi, e se io mentisco, se nulla vien ritrovato, se io son pazzo come voi dite, ebbene! voi mi condurrete in questa medesima carcere ove io resterò eternamente, e dove morrò senza più nulla domandar nè a voi, nè ad alcuno.
Il governatore si mise a ridere. È lontano questo vostro tesoro? domandò egli. A cento leghe di qui circa. La cosa non è male immaginata, disse il governatore; se tutti i prigionieri volessero divertirsi a fare una passeggiata coi loro gendarmi per cento leghe, o se i guardiani acconsentissero a fare una simile passeggiata questo sarebbe un eccellente pretesto, che i prigionieri si procurerebbero per prendere la via dei campi alla prima occasione opportuna, e durante un simile viaggio l'occasione si presenterebbe certamente. Disgraziatamente però questo è un pretesto troppo conosciuto, ed il signor Faria non ha neppure il merito dell'invenzione. Poi volgendosi allo scienziato: Vi ho domandato se siete bene nutrito? Signore rispose Faria, giuratemi sul vostro onore di liberarmi se io dico la verità, e v'indicherò il luogo preciso ove è nascosto il tesoro.
Siete contento del nutrimento?, ripetè l'ispettore.
Signore, voi così non correte alcun rischio, e vedete bene che non è per procurarmi un'eventualità di fuga, mentre io resterò prigione fino a che abbiate fatto il viaggio.
Voi non rispondete alla mia interrogazione, disse con impazienza l'ispettore.
Nè voi alla mia, gridò Faria. Siate adunque maledetto come tutti gli altri insensati che non han voluto credermi. Voi non volete il mio oro, io lo custodirò; voi mi ricusate la libertà, Dio me la manderà. Andate, non ho più nulla a dirvi. E Faria gettando la coperta, raccolse l'intonaco, ed andò ad assidersi di nuovo in mezzo al circolo ove continuò le sue linee ed i suoi numeri.
Che fa egli là? disse l'ispettore ritirandosi.
Conta i suoi tesori, rispose il governatore.
Faria rispose a questo sarcasmo con un'occhiata su cui era impresso il più gran disprezzo. Essi uscirono. Il carceriere chiuse la porta dietro loro. Egli avrà forse davvero posseduto qualche tesoro, disse l'ispettore risalendo la scala. O avrà sognato di possederlo, rispose il governatore, e il giorno dopo si sarà risvegliato pazzo. Così terminò l'avventura per lo scienziato Faria. Egli rimase prigioniere, e dopo questa visita la sua riputazione di pazzo glorioso aumentò sempre più. In quanto a Dantès, l'ispettore gli mantenne la parola. Risalendo nell'ufficio del governatore si fe' mostrare il registro di consegna. Una nota era scritta dirimpetto al suo nome.
Edmondo Dantès
Bonapartista arrabbiato; ha preso parte attiva al ritorno dall'Isola d'Elba; da tenersi nella più gran segreta, e sotto la più stretta sorveglianza.
Questa nota era di un altro carattere, e di un inchiostro diverso dal rimanente del registro, ciò che provava essere stata aggiunta dopo l'incarcerazione di Dantès. L'accusa era troppo positiva per tentare di combatterla. L'ispettore adunque scrisse al margine: «vista la nota di fronte, nulla si può fare.»
Questa visita aveva per così dire ravvivato Dantès; dacchè era entrato in prigione, aveva obbliato di contare i giorni; ma l'ispettore lo aveva fornito di una nuova data, ed egli non l'aveva dimenticata. Dietro a lui, scrisse sul muro con un po' di gesso staccato dalla volta: 30 luglio 1816; e da quel momento faceva ogni giorno un segno affinchè la misura del tempo non gli sfuggisse più.
I giorni passarono, poi le settimane, quindi i mesi. Dantès aspettava sempre. Egli aveva cominciato dal fissare la sua liberazione a quindici giorni. Impiegando soltanto la metà della premura che aveva sembrato provare l'ispettore dovevano essere sufficienti 15 giorni. Passati questi 15 giorni, egli disse che era un'assurdità il credere che l'ispettore sarebbesi occupato di lui prima del suo ritorno a Parigi; or questo ritorno a Parigi non poteva aver luogo che allor quando avrebbe finito il giro, il quale poteva durare un mese o due. Egli fissò adunque tre mesi invece di 15 giorni; compiti i tre mesi un altro ragionamento venne in suo aiuto, ed egli si concesse sei mesi: finiti ancora questi sei mesi, mettendo i giorni uno in capo all'altro ritrovò di avere aspettato dieci mesi e mezzo. Durante questi dieci mesi e mezzo, niente fu cambiato nel regime della sua prigione; non vi era giunta alcuna notizia consolante, interrogato il carceriere, questi era muto secondo il solito. Dantès cominciò a dubitare dei suoi sensi, a credere che ciò che prendeva per un ricordo della sua memoria, non fosse altro che una allucinazione del suo cervello, e che questo angelo consolatore, apparso nella sua prigione, non vi fosse disceso se non che sulle ali di un sogno. In capo d'un anno il governatore fu cambiato. Egli aveva ottenuto la direzione del forte di Ham; condusse seco molti de' suoi subordinati e fra gli altri il carceriere di Dantès. Un nuovo governatore giunse; sarebbe stato troppo lungo per lui l'imparare a memoria il nome di tutti i prigionieri, si fe' perciò rappresentare soltanto i loro numeri. Questa orribile casa ammobiliata si componeva di cinquanta camere. I loro abitanti erano distinti col numero della camera che abitavano, ed il disgraziato giovinotto cessò di essere chiamato ancora col suo nome Edmondo o col suo cognome Dantès: e si chiamò il numero 34.
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Capitolo 15. IL NUMERO 34 ED IL NUMERO 27.
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Dantès passò per tutti i gradi d'infelicità che soffrono i prigionieri dimenticati in una prigione. Cominciò dall'orgoglio che è una conseguenza della speranza ed una conoscenza dell'innocenza; poi passò al dubbio della sua innocenza, ciò che non giustificava male le idee del governatore sulla sua alienazione mentale; finalmente cadde dall'alto del suo orgoglio, pregò non Dio ancora, ma gli uomini. Dio è l'ultima risorsa: il disgraziato che dovrebbe cominciare dal Signore talvolta non giunge a sperare in lui che dopo avere esaurite tutte le altre speranze. Dantès dunque pregò perchè il togliessero dal suo carcere, per metterlo in un altro, fosse anche stato più nero e più profondo; un cambiamento, quantunque peggiore, era sempre un cambiamento, e gli procurerebbe una distrazione di qualche giorno. Egli pregò che gli venisse accordata la passeggiata, dell'aria, dei libri, degl'istrumenti. Niente di tutto ciò gli venne accordato, ma non importa; domandava sempre.
Si era assuefatto a parlare col nuovo carceriere, quantunque questi fosse, se si può dire, più muto del primo; ma parlare ad un uomo, per quanto muto, era ancora un piacere. Dantès parlava per sentire la sua propria voce: si era provato di parlare quando era solo, ma allora aveva paura. Spesso prima di esser fatto prigioniere, Dantès si era fatto uno spauracchio di queste camere di prigionieri, composte di vagabondi, di banditi, e di assassini, fra i quali un'ignobile gioia mette in comune delle orgie inintelligibili e delle amicizie spaventose. Egli giunse a desiderare di esser messo in uno di questi bagni, per poter vedere qualche altro viso oltre quello del carceriere impassibile che non voleva parlare. Egli desiderava il bagno, col suo costume infamante, colla catena al piede, col marchio sulla spalla. I forzati almeno godevano la società dei loro simili, respiravano l'aria, vedevano il cielo: i forzati per Dantès erano esseri fortunati. Egli supplicò un giorno il carceriere di domandare per lui un compagno qualunque, fosse pur anche stato lo scienziato pazzo di cui avea inteso parlare. Sotto la scorza di carceriere, per quanto sia rozza, resta sempre qualche cosa di uomo. Questi, quantunque il suo viso nol dimostrasse, aveva spesso nel fondo del cuore compianto questo disgraziato giovine, il cui carcere era sì duro; passò dunque la domanda del numero 34 al governatore; ma questi, prudente come se fosse stato un uomo politico, s'immaginò che Dantès volesse ammutinare i prigionieri, tramare qualche complotto, aiutarsi con qualche amico, per tentare una evasione, e si ricusò. Dantès aveva esaurito il cerchio delle risorse umane. Come dicemmo che ciò doveva accadere, egli si rivolse allora a Dio. Tutte le idee pietose sparse nel mondo, e che vengono raccolte dagl'infelici che sono curvati sotto il peso della sventura, vennero allora a presentarsi al suo spirito; si rammentò delle preghiere insegnategli da sua madre, e ritrovò in quelle dei sensi fino allora ignoti; perchè all'uomo che s'appaga di terrene felicità, la preghiera rimane spesso un assieme monotono e vuoto di senso fino a che il giorno del dolore viene a spiegare all'infelice questo linguaggio sublime per mezzo del quale egli parla a Dio. Pregò dunque con fervore; e pregando ad alta voce non si spaventava più delle sue parole. Allora cadeva in una specie di estasi; vedeva Dio risplendente a ciascuna parola che pronunziava; tutte le azioni della sua vita umile e perduta le rapportava alla volontà di questo Dio onnipossente facendosene delle lezioni, e proponendosi degli obblighi ad adempiere.
Ad onta di queste preghiere ferventi, Dantès rimase prigioniero. Allora lo spirito si fece tetro, una nube s'addensò innanzi ai suoi occhi. Dantès era uomo semplice e senza educazione; il passato era rimasto per lui coperto da quel denso velo, che la sola scienza solleva. Egli non poteva nella solitudine della sua secreta o nel deserto del suo pensiero rianimare i popoli estinti, rifabbricare le antiche città che l'immaginazione e la poesia ingrandiscono, e che passano davanti agli occhi giganteschi ed illuminati dal fuoco del Cielo, come i quadri babilonesi di Martin; egli non aveva che il suo passato così breve, il suo presente così tristo, il suo avvenire così incerto: 19 anni di luce da meditarsi forse in una eterna notte! Nessuna distrazione poteva venirgli in aiuto: il suo spirito energico che forse non avrebbe amato meglio che prendere il suo volo a traverso le età, era forzato a restar prigioniero come un'aquila nella sua gabbia.
Si aggrappava allora ad una sola idea, a quella della sua felicità, distrutta senza una causa apparente e per una fatalità inaudita, si atteneva a quest'idea, la girava, la rigirava sotto tutti i rapporti, divorandola per così dire a denti aguzzi, come nell'inferno di Dante l'implacabile Ugolino divora il cranio dell'arcivescovo Ruggiero. Dantès non aveva avuto che una fede passeggiera; egli la perdette come altri la perdono nei felici eventi, solamente non ne avea profittato. La rabbia successe all'ateismo. Edmondo emetteva delle bestemmie che facevano dare addietro per l'orrore il carceriere, infrangeva il corpo contro le muraglie della prigione, inferociva contro tutto ciò che lo circondava, e sopra tutto contro sè stesso; alla minima contrarietà che gli faceva provare un granellino di sabbia, una festuca di paglia, un soffio d'aria; allora quella lettera denunziatrice ch'egli aveva veduta, che avevagli mostrata Villefort, che da sè stesso aveva toccata, gli ritornava al pensiero; ciascuna linea fiammeggiava nel muro come il Mane, Thècel, Pharès, di Baldassarre; egli diceva a sè stesso che l'odio degli uomini e non la giustizia di Dio lo aveva immerso nell'abisso in cui si trovava; invocava a questi uomini sconosciuti tutti i supplizi di cui la sua ardente immaginazione poteva farsi un'idea; e trovava che i più terribili erano ancora troppo deboli e troppo brevi per essi.
A forza di dire a sè stesso, in proposito dei suoi nemici, che quegli che vuole punirli crudelmente deve servirsi di tutt'altro mezzo che della morte, cadde nell'immobilità della trista idea del suicidio; disgraziato colui che sul declivio dell'infelicità, si ferma a questa trista idea! È uno di quei mari morti che si estendono come l'azzurro delle onde pure, ma nelle quali il nuotatore sente di più in più legarsi i piedi in una creta bituminosa che lo attrae a sè, lo assorbe, lo inghiottisce. Una volta preso in tal modo, se il soccorso divino non lo aiuta tutto è finito, e qualunque sforzo che egli tenti, lo approfondisce sempre più nella morte. Ciò nonostante questo stato di morale agonia è meno terribile dei patimenti che lo hanno preceduto e del gastigo che lo seguirà; è una specie di consolazione vertiginosa che ci mostra il precipizio.
Talvolta diceva a sè stesso, quando nelle mie lontane corse, allorchè era ancora uomo, e quando quest'uomo libero e possente gettava ad altri uomini dei comandi, che erano eseguiti, ho veduto il cielo coprirsi, il mare fremere e mormorare, l'uragano nascere da un angolo del cielo, e come un'aquila gigantesca battere colle sue ali i due orizzonti; allora io sentiva che il mio vascello non era più che un rifugio impotente, poichè leggero come una piuma nella mano del gigante tremava e rabbrividiva anch'esso. Tosto al rumore del vento che fischiava, delle montagne d'acqua che mi si rovesciavano sul capo; il rumore spaventevole delle onde, l'aspetto degli scogli, mi annunziavano la morte, e la morte mi spaventava, ed io faceva tutti i miei sforzi per sfuggirla, e riuniva tutte le forze dell'uomo e tutta l'intelligenza del marinaio per lottare contro il cielo ed il mare!... ciò accadeva perchè allora io era felice, perchè il ritornare alla vita, era un ritornare alla felicità; ciò avveniva perchè non aveva invocata la morte, non l'aveva scelta; ciò avveniva perchè il sonno mi sembrava duro sopra questo letto di alghe e di sassi; ciò avveniva finalmente perchè io, che mi credeva una creatura fatta ad immagine di Dio, mi sdegnava di dover servire dopo la mia morte di pasto alle foche ed agli avvoltoi. Ma oggi è tutt'altro: ho perduto tutto ciò che poteva farmi amare la vita, oggi la morte mi sorride come una nutrice al bambino che va cullando; oggi io muoio a modo mio, e mi addormento stanco ed infranto, come mi addormenterei dopo una di queste sere di disperazione e di rabbia nelle quali ho contato tremila giri intorno alla mia camera cioè trentamila passi, vale a dire circa dieci leghe.
Dacchè questo pensiero ebbe germogliato nello spirito del giovinotto egli si fe più dolce, più ilare; si adattò meglio al suo letto, al suo pane nero, mangiò meno, non dormì più e trovò quasi sopportabile questo avanzo di esistenza che era certo di poter lasciare quando avesse voluto, come si lascia un vestito logoro. Aveva due mezzi per morire: uno era semplice; bastava di legare il fazzoletto alla sbarra della finestra e di appiccarvisi; l'altro consisteva a fingere di mangiare ed a lasciarsi morire di fame. Il primo ripugnava molto a Dantès. Egli era stato allevato coll'orrore ai pirati i quali vengono appesi ai pennoni dei bastimenti. L'impiccarsi adunque era per lui una specie di supplizio infamante che non voleva applicarsi da sè stesso, adottò il secondo, e ne cominciò l'esecuzione nel seguente giorno.
Circa quattr'anni erano passati nelle alternative che raccontiamo. Alla fine del secondo, Dantès aveva cessato di contare i giorni, ed era ricaduto nell'ignoranza completa del tempo, dalla quale era stato una volta liberato dall'ispettore. Dantès aveva detto: io voglio morire, ed aveva scelto il suo genere di morte, lo aveva bene esaminato, e per timore di retrocedere dalla sua risoluzione, aveva fatto giuramento a sè stesso di morire così. Quando mi verrà portato il nutrimento della mattina e quello della sera, aveva esso pensato, io getterò gli alimenti dalla finestra, e fingerò di averli mangiato.
Eseguì quanto avea promesso a sè stesso di fare. Due volte al giorno, per la piccola apertura sprangata che non gli lasciava scorgere che il cielo, gettava il cibo; sul principio con allegria, poi con riflessione, finalmente con dispiacere; ebbe bisogno di ricordarsi il giuramento fatto, per attinger la forza di continuare il suo terribile disegno. Questi alimenti che altra volta gli ripugnavano, la fame, dai denti aguzzi, glieli faceva comparire appetitosi allo sguardo e squisiti all'odorato; qualche giorno teneva per più di un'ora il piatto degli alimenti, contemplava con occhio fisso quel po' di carne putrida o quel pesce infetto, e quel pane nero e guasto. Quegli erano gli ultimi istinti della vita che lottavano ancora in lui e che di tempo in tempo abbattevano la sua risoluzione. Allora il carcere non gli sembrava più tanto tetro, il suo stato gli sembrava meno disperato; era ancora giovine, poteva avere venticinque o ventisei anni, gli restavano forse ancor cinquant'anni di vita, cioè due volte quanto avea vissuto. Durante questo tempo immenso quanti avvenimenti potevano atterrare le porte, rovesciare le mura del castello d'If, e rendergli la libertà! allora egli avvicinava i denti al cibo, che, Tantalo volontario, allontanava da sè stesso dalla bocca; ma la memoria del fatto giuramento gli tornava allo spirito, e la sua natura gelosa aveva timore di avvilire sè stessa per mancare al fatto giuramento. Consumò adunque, rigoroso ed implacabile, il poco d'esistenza che gli restava, e venne il giorno che non ebbe più la forza di alzarsi per gettare dal finestrello della prigione la colazione che gli era stata portata. La dimane non ci vedeva più, sentiva appena; il carceriere credeva ad una grave malattia. Dantès sperava in una morte vicina. La giornata passò così. Edmondo sentiva un vago stordimento che non era privo di un certo ben essere, il guadagnare a poco a poco; lo stiramento nervoso del suo stomaco si era assopito, gli ardori della sua sete si erano calmati; allorchè chiudeva gli occhi, vedeva brillarsi intorno una quantità di fiammelle simili a quei fuochi fatui che corrono la notte sui terreni paludosi: era il crepuscolo di quel paese sconosciuto che si chiama morte. Di repente una sera, verso le nove, egli intese un sordo rumore alla parete del muro contro la quale era steso. Tanti animali immondi erano venuti a fare i loro rumori in quella prigione, che un poco alla volta Edmondo aveva assuefatto il suo sonno a non turbarsi per così poco; ma questa volta, sia che i sensi si fossero esaltati dall'astinenza, sia che davvero il rumore fosse più forte che d'ordinario, sia che in quest'ultimo e supremo momento tutto acquisti importanza, Edmondo si agitò pel rumore e sollevò la testa per meglio ascoltarlo. Era un grattamento che sembrava fatto o da una unghia enorme o da un dente possente o finalmente dall'uso di un istrumento qualunque su delle pietre.
Benchè indebolito, il cervello del giovinotto fu colpito da quella vaga idea costantemente fissa nello spirito del prigioniero, la libertà. Questo rumore giungeva appunto nel momento in cui ogni altro rumore andava a cessare per lui: gli sembrò che Iddio si mostrasse alla fine placato delle sue sofferenze, e gl'inviasse questo rumore per avvertirlo di fermarsi sull'orlo della tomba, su cui già vacillava il suo piede. Chi poteva sapere che uno dei suoi amici, uno di quegli esseri prediletti ai quali aveva pensato sì spesso, che ne aveva consunto il pensiero, non si occupasse di lui in questo momento e non cercasse ad accorciare la distanza che li separava? ma no, Edmondo senza dubbio si sbagliava e non era che un'abberrazione fluttuante alla porta della morte. Però Edmondo sentiva sempre questo rumore: durò circa tre ore, dopo di che egli intese una specie di crollo; ed il rumore cessò.
Qualche ora dopo lo senti più forte e più vicino. Edmondo già prendeva interessamento a questo lavoro che gli faceva compagnia; quando il carceriere entrò. Da otto giorni che aveva fatta la risoluzione di morire, da quattro giorni che aveva cominciata a metterla in esecuzione, Edmondo non aveva indirizzata la parola a quest'uomo, non rispondendogli nemmeno, quando questi gli parlava per domandargli di qual malattia si credeva affetto, e si voltava dalla parte del muro quando credeva di essere osservato troppo attentamente. Ma oggi il carceriere poteva sentire il sordo rumore, allarmarsene, mettervi fine e disturbare così forse quella non so quale speranza, la cui sola idea lusingava gli ultimi momenti di Dantès.
Il carceriere portava la colazione. Dantès si sollevò dal letto ed alzando quanto più poteva la voce si mise a parlare su tutti gli argomenti possibili, sulla cattiva qualità dei viveri che gli erano portati, sul freddo che si soffriva in quella segreta, mormorando e brontolando per avere il diritto di gridar più forte, e stancando la pazienza del carceriere che precisamente in quel giorno aveva ottenuto per il prigioniero malato un brodo più sano e un pane più fresco, e che appunto allora glieli portava. Fortunatamente credette che Dantès delirasse; depose i viveri sulla cattiva tavola ov'era abituato a lasciarli e si ritirò. Edmondo libero allora, si rimise ad ascoltare con gioia. Il rumore diveniva così distinto che ora il giovinotto lo udiva senza sforzo. Non più dubbii, diss'egli a sè stesso, dappoichè questo rumore continua anche il giorno, giova credere esser qualche prigioniero che lavora per la sua liberazione. Oh! se io fossi vicino a lui; come lo aiuterei! ma di repente una tetra nube passò sopra questa aurora di speranza in quel cervello abituato all'infortunio, e che con somma difficoltà pareva prender parte alle gioie umane, perchè gli sorgeva l'idea che il rumore poteva essere causato dal lavoro di qualche operaio che il governo impiegava alle riparazioni di una prigione vicina.
Era facile l'assicurarsene; ma come arrischiare una domanda? certamente era cosa semplicissima aspettare l'arrivo del carceriere, fargli ascoltare questo rumore, e vedere quale aspetto prendeva; ma con una simile soddisfazione veniva egli a tradire interessi molto preziosi per una curiosità molto breve: disgraziatamente la testa d'Edmondo, campana vuota, era assordita dal ronzìo di un'idea, egli era così debole che il suo spirito fluttuava come un vapore, e non poteva condensarsi attorno ad un pensiero. Edmondo non vide che un mezzo di rendere la chiarezza alla sua riflessione e la lucidezza al suo giudizio; egli volse lo sguardo sul brodo ancor fumante che il carceriere aveva deposto sulla tavola, si alzò, andò barcollando fino a quella, prese la tazza, l'accostò alle labbra, e ne inghiottì il contenuto con una sensazione indicibile di benessere. Allora ebbe il coraggio di fermarsi là; aveva inteso dire che alcuni naufraghi disgraziati, raccolti, estenuati dalla fame, erano morti per avere ghiottamente divorato un nutrimento troppo sostanzioso. Edmondo depose sulla tavola il pane che teneva già vicino alla bocca, e andò a rimettersi sul letto. Non voleva più morire.
Ben presto sentì che la vita gli rientrava nel cervello, tutte le idee vaghe ed incerte riprendevano il loro posto in questa macchina meravigliosa. Potè pensare e fortificare il pensiero col ragionamento. Allora si disse:
Bisogna tentare la prova, ma senza mettere in rischio alcuno. Se il lavoratore è un operaio ordinario io non dovrò che battere contro il mio muro; allora egli cesserà tosto dal lavorare, per cercare di indovinare chi è che batte e con quale scopo. Ma siccome il suo lavoro sarà non solamente lecito ma comandato, egli lo riprenderà ben presto. Se, al contrario, è un prigioniero, il rumore che io farò, lo spaventerà; temerà di essere stato scoperto; cesserà dal suo lavorio, e non lo riprenderà che questa sera quando crederà che ognuno sia a letto e addormentato.
Alzatosi di nuovo questa volta, le gambe non vacillavano più, gli occhi non erano più abbagliati. Andò verso un angolo della prigione, staccò un ciottolino isolato dall'umidità, e percosse tre colpi contro il muro nella stessa direzione in cui l'interno rumore era più sensibile.
Dopo il primo colpo il rumore era cessato come per incanto. Edmondo ascoltò con tutta l'anima. Passò un'ora, ne passarono due, e nessun nuovo rumore si fece sentire; egli aveva fatto nascere dall'altra parte della muraglia un assoluto silenzio. Edmondo pieno di speranza mangiò qualche boccone di pane, bevette un poco di acqua e mercè la forte struttura di cui era stato dotato, si ritrovò presso a poco come per lo innanzi. Passò la giornata, il silenzio durava sempre. Venne la notte senza che ricominciasse il rumore.
È un prigioniero! disse Edmondo con una gioia indicibile.
Da quel momento la testa s'infuocò, la vita gli ritornò violenta a forza d'essere operosa. La notte passò senza che il minimo rumore si facesse udire: Edmondo non chiuse occhio.
Ritornò il giorno, il carceriere rientrò portando gli alimenti. Edmondo aveva già divorati quelli del giorno innanzi, divorò pur quelli che gli furono portati, ascoltando senza posa quel rumore che non si riproduceva, tremando che fosse cessato per sempre, facendo dieci o dodici leghe nella sua segreta, scuotendo per ore intere le sbarre di ferro del suo spiraglio, rendendo l'elasticità ed il vigore alle sue membra con un esercizio dimenticato da lungo tempo, e disponendosi a lottare corpo a corpo col suo futuro destino, come fa stendendo le braccia e spargendo il corpo d'olio il gladiatore che sta per entrare nell'arena.
Negli intervalli poi di questa febbrile operosità, ascoltava se il rumore si rinnovava, s'impazientava della previdenza di questo prigioniero che non indovinava essere stato distratto dalla sua opera di libertà da un altro prigioniero che aveva per lo meno al pari di lui la stessa fretta di essere liberato. Tre giorni passarono, settantadue ore mortali, contando minuto per minuto!
Finalmente una sera, dopochè il carceriere aveva fatta la sua visita, e dopo che per la centesima volta Dantès aveva applicato l'orecchio al muro, gli sembrò che uno scroscio impercettibile si ripercuotesse sordamente nella sua testa, messa a contrasto colle pietre silenziose. Dantès indietreggiò per ben raccogliere il suo cervello agitato; fece qualche passo nella camera, e rimise l'orecchio nella stessa direzione.
Non v'era più dubbio; si lavorava qualche cosa dall'altra parte; il prigioniero aveva riconosciuto il pericolo del suo stratagemma e ne aveva adottato certamente un altro, e per continuare la sua opera con maggior sicurezza, aveva sostituito la leva allo scalpello. Fatto ardito per questa scoperta, Edmondo risolvè di venire in aiuto all'infaticabile operatore. Cominciò dallo spostare il suo letto, dietro il quale gli sembrò che l'opera di liberazione si compisse e cercò cogli occhi un oggetto col quale avesse potuto intaccare la muraglia, far cadere il cemento umido e spostare finalmente una pietra; nulla gli si presentava allo sguardo, egli non aveva nè coltello, nè strumento tagliente. Di ferro non v'eran che le sue sbarre, ma ei si era troppo bene e spesso assicurato che queste erano ferme e non valeva neppur più il fastidio di provare a spostarle.
Per suppellettili della sua prigione non aveva che un letto, una sedia, una tavola, un secchio ed una brocca. Il letto aveva le traverse di ferro, ma queste erano incastrate nel legno e fermate con viti. Sarebbe abbisognato un cacciavite per levare queste viti e prendere le traverse. Alla tavola ed alla sedia niente. Il secchio altra volta aveva il manico; ma questo era stato tolto. Non restava più a Dantès che un mezzo, quello cioè di rompere la sua brocca, e coi pezzi di coccio ad angolo mettersi al lavoro. Egli lasciò cadere la brocca sul pavimento, e questa andò in pezzi. Dantès ne scelse due o tre più acuti, li nascose nel suo pagliereccio, e lasciò gli altri sparsi per terra. La rottura di una brocca era troppo naturale perchè potesse ridestare sospetti. Edmondo aveva tutta la notte per lavorare, ma nella oscurità l'affare andava male poichè bisognava lavorare a tastoni, e sentì ben presto che egli smussava l'informe istrumento contro una materia più dura di quello; risospinse adunque il letto, e aspettò il giorno. Colla speranza gli era ritornata la pazienza. Tutta la notte egli ascoltò, e intese che lo sconosciuto minatore continuava la sua opera sotterranea.
Venne il giorno, entrò il carceriere. Dantès disse che il giorno innanzi nel bere gli era sfuggita dalle mani la brocca, e che si era rotta cadendo. Il carceriere andò brontolando a cercare una brocca nuova, senza neppure prendersi l'incomodo di portar via i rottami della vecchia. Ritornò dopo un momento, raccomandò maggior cautela al prigioniero, ed uscì. Quest'ultimo ascoltò con una gioia indicibile lo stridere della chiave, che per lo innanzi ogni volta che si chiudeva gli serrava il cuore. Ascoltò l'allontanarsi del rumore dei passi; poi, quando questo rumore svanì, balzò dalla sua cuccia che spostò, e al debole raggio del giorno che penetrava nel carcere, potè vedere gl'inutili tentativi fatti nella notte precedente contro il corpo di una pietra invece di lavorare sul cemento che la circondava. L'umidità aveva fatto il cemento friabile. Dantès vide con un battito di cuore contento, che questo cemento si staccava a pezzetti i quali per altro erano quasi atomi, ma ciò nonostante in capo ad una mezz'ora Dantès ne aveva staccato un bel pugno. Un matematico avrebbe potuto calcolare che con due anni circa di questo lavoro, supposto che non si fosse incontrato alcun macigno, si poteva scavare un passaggio di due piedi quadrati e di ventisette piedi di profondità.
Il prigioniero si rimproverò allora di non avere impiegato in quest'opera le lunghe ore di già successivamente trascorse, sempre più lente, e che egli aveva perdute nella speranza, nella preghiera e nella disperazione. Dopo sei anni circa, dacchè era chiuso in quel carcere, qual lavoro, per quanto lento non avrebbe potuto egli compiere? questa idea gl'infuse un nuovo ardore.
In tre giorni giunse, in mezzo ad inaudite cautele, a togliere tutto il cemento, ed a mettere allo scoperto il macigno; il muro era formato di frantumi di pietra in mezzo ai quali per aumentare la solidità era di tratto in tratto posto un macigno. Uno di questi macigni era stato da lui scoperto in tutto il suo contorno, ed ora si trattava di toglierlo dal suo sito. Dantès dapprima provò colle unghie, ma esse erano insufficienti all'uopo. I frantumi della brocca introdotti nelle connessure, si rompevano allorchè Dantès voleva servirsene a guisa di leva. Dopo un'ora d'inutili tentativi, Dantès si rialzò col sudore dell'angoscia sulla fronte. Stava egli forse per fermarsi in sul principio, ovvero gli abbisognava aspettare inerte ed inutile il suo vicino, che forse si sarebbe anche egli stancato, pria di avere compito l'opera?
Allora un'idea gli venne in pensiero, egli rimase in piedi sorridendo; la fronte umida pel sudore abbandonata si asciugò.
Il carceriere portava tutti i giorni la minestra di Dantès in una casseruola di latta, contenente la sua zuppa e quella di un altro prigioniero, poichè Dantès aveva notato che questa casseruola era sempre o interamente piena, o piena a metà, secondo che il carceriere incominciava la distribuzione dei viveri o da lui o dal suo compagno. La casseruola aveva un manico di ferro; era questo che Dantès anelava, e che avrebbe pagato in contraccambio, se gli fosse stato chiesto, dieci anni della sua vita. Il carceriere versava il contenuto della casseruola nel piatto di Dantès. Dopo aver mangiata la minestra con un cucchiaio di legno, Dantès lavava questo piatto, che serviva così ogni giorno. La sera Dantès pose il piatto per terra a mezza strada fra la porta e la tavola; il carceriere entrando vi mise il piede sopra, e lo ruppe in mille pezzi.
Questa volta non vi era nulla da dire contro Dantès: egli aveva fatto male di lasciare il piatto per terra, è vero, ma il carceriere aveva avuto torto di non guardare ove metteva i piedi. Il carceriere si contentò adunque di brontolare, poi guardò intorno a lui dove poteva mettere la minestra, il servizio da tavola di Dantès si limitava a quel solo piatto, quindi non v'era luogo a scegliere.
Lasciate la casseruola, disse Dantès; la riprenderete domani quando mi portate la colazione.
Questo consiglio andava d'accordo con la pigrizia del carceriere, che per tal modo non aveva bisogno di risalire, scender di bel nuovo, e tornare a risalire poi. Egli lasciò la casseruola.
Dantès fremè per la gioia; questa volta mangiò sollecitamente la minestra e la carne che, secondo l'uso delle prigioni, vien messa in mezzo alla minestra. Poi dopo avere aspettato un'ora per esser certo che il carceriere non si sarebbe pentito, allontanò il letto, prese la casseruola, introdusse l'estremità del manico nel cemento, fra il macigno e i rottami di pietra vicini, e cominciò a farlo fare da leva. Una leggiera oscillazione assicurò Dantès che il lavoro prendeva buona piega. In fatto in capo a un'ora la pietra era tolta dal muro ove lasciava una buca di un diametro maggiore di un piede e mezzo. Dantès raccolse con molta cura il calcinaccio, e lo portò negli angoli della prigione, grattò la terra grigiastra con un frammento della sua brocca, e ricoperse il calcinaccio di terra. Poi volendo mettere a profitto questa notte in cui la combinazione, o meglio lo stratagemma che aveva immaginato, ponevagli fra le mani un utensile così prezioso continuò a scavare con tutta operosità. All'alba del seguente giorno ripose la pietra nel foro, respinse il letto contro il muro e vi si coricò. La colazione consisteva in un po' di pane; il carceriere entrò, e lo posò sulla tavola.
Ebbene! non mi portate un altro piatto?
No, disse il carceriere; voi siete un rompitutto, avete rotta la vostra brocca, e siete stato causa che io abbia infranto il vostro piatto; se tutti i prigionieri facessero tanti guasti quanti ne fate voi, il governo non potrebbe durarla. Vi si lascia la casseruola dentro cui d'ora in poi si verserà la vostra minestra, ed in tal modo forse non romperete più i vostri utensili. Dantès levò gli occhi al cielo, giunse le mani al di sotto della coperta. Questo ferro, di cui egli restava padrone, fe' nascere nel suo cuore il più vivo slancio di riconoscenza verso il cielo, che non gli era stato mai inspirato nel tempo della sua passata vita dai grandi beni che aveva ottenuti. Soltanto egli aveva osservato, che dal momento in cui aveva cominciato a lavorare, l'altro prigioniero non lavorava più. Non importa; questa non era una ragione per desistere dall'impresa; se il suo vicino non progrediva verso di lui, egli andrebbe incontro al suo vicino. In tutta la giornata Dantès lavorò senza riposo; la sera aveva, mercè il suo nuovo istrumento, levato dal muro più di dieci pugni di calcinaccio, rottami e cemento. Quando giunse l'ora della visita, raddrizzò alla meglio il manico della casseruola che aveva storto, e rimise il recipiente al posto consueto. Il carceriere vi versò l'ordinaria razione di minestra e carne, o piuttosto di minestra e pesce perchè quello era un giorno di magro, e tre volte per settimana facevano mangiar di magro i prigionieri. Questo avrebbe potuto essere ancora un mezzo per misurare il tempo, se Dantès non avesse da molto tempo abbandonato tale calcolo. Versata la minestra il carceriere si ritirò. Dantès volle allora assicurarsi se il suo vicino aveva cessato effettivamente di lavorare: e si mise in ascolto. Tutto era silenzioso come in quei tre giorni nei quali fu interrotto il lavoro. Dantès sospirò: evidentemente il suo vicino non si fidava di lui. Ciò nonostante non si perdette di coraggio e continuò a lavorare tutta la notte. Ma dopo due tre ore di lavoro, egli incontrò un ostacolo: il ferro non intaccava più, e scorreva sopra una superficie piana. Dantès toccò l'ostacolo colla mano, e riconobbe che egli aveva raggiunto un trave. Questo trave traversava o piuttosto sbarrava del tutto il foro incominciato da Dantès: gli bisognava scavare dal sotto in su. Il disgraziato giovine non aveva pensato ad un simile ostacolo. Oh! mio Dio! gridò egli, io aveva pregato tanto, che sperava mi aveste inteso: dopo aver perduta la libertà della vita, dopo avere smarrita la calma della notte, dopo avermi richiamato all'esistenza, abbiate pietà di me, non mi lasciate morir disperato.
Chi parla di Dio e di disperazione nello stesso tempo? articolò una voce che sembrava venire di sotto terra, e che, attenuata dall'opacità, giungeva a Edmondo con un accento sepolcrale.
Edmondo sentì drizzarsi i capelli sulla testa, e dette addietro cadendo in ginocchio. Ah! mormorò egli, finalmente sento parlare un uomo! Erano già quattro o cinque anni che non aveva sentito parlare altri che il suo carceriere, ed il carceriere non è considerato un uomo dal prigioniero: egli è una porta viva aggiunta a quella di quercia, è una sbarra di carne e d'ossa aggiunta a quelle di ferro.
In nome del cielo! gridò Dantès, voi che avete parlato, continuate a parlare quantunque la vostra voce mi abbia spaventato; chi siete?
Chi siete voi piuttosto? domandò la voce.
Un disgraziato prigioniero, rispose Dantès che non aveva alcuna difficoltà a farsi conoscere.
Di qual paese? Francese. Il vostro nome?
Edmondo Dantès. La vostra professione? Marinaio.
Da quanto tempo siete qui? Dal 1 Marzo 1815.
Il vostro delitto?
Sono innocente. Ma di qual delitto siete accusato?
Di avere cospirato pel ritorno dell'imperatore.
Come! pel ritorno dell'imperatore! l'imperatore non è dunque più in trono?
Egli ha abdicato a Fontainebleau nel 1814 ed è stato relegato all'isola d'Elba. Ma voi che ignorate tutto questo, da quanto tempo siete qui?
Dal 1811. Dantès rabbrividì; quest'uomo aveva quattr'anni di prigionia più di lui. Sta bene, non scavate più, disse la voce, parlando prestamente; soltanto ditemi a quale altezza si trova lo scavo che fate.
Rasente terra. Da che è nascosto? Dal mio letto.
Hanno smosso mai il vostro letto da che siete in prigione? Giammai. Dove mette la vostra camera? Ad un corridore. Ed il corridore? Mette capo ad un cortile.
Ahimè! mormorò la voce.
Oh! mio Dio, che avete? gridò Dantès.
Mi sono sbagliato, l'imperfezione dei miei disegni mi ha ingannato, la mancanza di un compasso mi ha perduto, una linea di sbaglio sul mio disegno ha equivalso a quindici piedi di realtà, ed ho preso il muro che voi scavate per quello della cittadella. Ma allora voi sareste riuscito sul mare. Era ciò che voleva! Ma se foste riuscito?
Mi gettava a nuoto, guadagnava una delle isole che circondano il castello d'If, sia l'isola di Daume, sia quella di Tiboulen, o ancora la spiaggia, ed allora sarei stato salvo.
Ed avreste potuto nuotare fin là? Dio me ne avrebbe data la forza; ed ora tutto è perduto! Tutto? Sì, richiudete il vostro foro con cautela, non lavorate più, non vi occupate di niente, ed aspettate le mie notizie. Ma almeno ditemi chi siete... Io sono... sono il N. 27.
Voi dunque non vi fidate di me? domandò Dantès.
Edmondo credette sentire un amaro riso penetrare per la volta e giungere fino a lui.
Oh! io sono un buon cristiano, gridò egli, indovinando per istinto, che quell'uomo pensava ad abbandonarlo, io vi giuro per quanto vi ha di più sacro, che mi farò piuttosto uccidere che far travedere ai vostri carnefici ed ai miei l'ombra della verità; ma in nome del cielo, non mi private della vostra voce, o, io ve lo giuro, perchè sono all'estremo della mia forza, m'infrangerò la testa contro le muraglie, e voi avrete a rimproverarvi la mia morte.
Quant'anni avete? riprese l'incognito interlocutore: la vostra voce mi sembra quella di un giovine.
Io non so quant'anni m'abbia, perchè non ho misurato il tempo da che son qui. Ciò che so si è che, il 1 Marzo 1815, quando fui arrestato, aveva circa 19 anni.
Non ancora 26 anni! mormorò la voce. Andiamo, a quest'età non si può essere ancora un traditore.
Oh! no! no! ve lo giuro, ripetè Dantès. Ve l'ho di già detto, e ve lo ridico, mi farei piuttosto tagliare a pezzi che tradirvi.
Avete fatto bene a parlarmi, ed a pregarmi, riprese la voce, poichè formar voleva un altro disegno, e mi allontanava da voi. Ma la vostra età mi tranquillizza, vi raggiungerò, aspettatemi. E quando? Bisogna che io calcoli i nostri pericoli, lasciatemi dare il segnale.
Ma non mi abbandonerete, non mi lascerete solo, verrete da me, o permetterete ch'io venga da voi; fuggiremo assieme, e, se non potremo fuggire, almeno parleremo, voi delle persone che amate, io di quelle che amo. Amate qualcuno?
Sono solo al mondo.
Allora amerete me... se voi siete giovine, sarò vostro camerata, se siete vecchio sarò vostro figlio... Io ho un padre che deve avere settant'anni se vive ancora; io non amava che lui, ed una giovinetta che si chiamava Mercedès. Mio padre non mi avrà certo dimenticato, ne sono sicuro, ma ella, chi sa, se pensa ancora a me... io vi amerò come amava mio padre.
Sta bene, disse il prigioniero; addio a domani.
Queste poche parole furono dette con un accento che convinse Dantès; egli non chiese di più, si rialzò, prese le solite cautele per i rottami tolti dal muro, e rimise il letto al suo posto. Da quel momento Dantès si abbandonò del tutto alla felicità, pensando, che non sarebbe stato certamente più solo, fors'anche libero; al peggio andare, se egli restava prigioniero, avrebbe avuto un compagno; e la prigionia divisa non è che la metà del gastigo. I lamenti che si mettono in comune, sono quasi preghiere, e le preghiere che si fanno in due sono atti di ringraziamento. Per tutta la giornata Dantès passeggiò nella prigione, il cuore balzavagli di gioia. Di tempo in tempo questa gioia lo soffocava. Egli si sedeva sul letto premendosi con una mano il petto. Al più piccolo rumore che sentiva nel corridoio, balzava alla porta. Più d'una volta gli si affacciò alla mente il timore che lo avessero separato da quell'uomo che non conosceva, e che di già amava come un amico. Allora egli avea risoluto, al momento che il carceriere avrebbe scostato il letto, ed abbassata la testa per esaminare l'apertura, gli fracasserebbe il capo su quello stesso pavimento ove aveva rotta la brocca. Sarebbe stato condannato a morte, lo sapeva; ma non stava forse per morire di noia e di disperazione al momento in cui questo rumore miracoloso lo aveva reso alla vita? La sera venne il carceriere; Dantès era sul letto; gli pareva che, stando su quello, avrebbe meglio fatto la guardia alla incominciata apertura. Bisognava senza dubbio che guardasse il suo visitatore importuno con uno sguardo stravagante, perchè questi gli disse:
Oh! siete per ridivenir pazzo?
Dantès non rispose, perchè temè che l'emozione della voce lo tradisse. Il carceriere si ritirò scuotendo la testa. Giunta la notte, Dantès credè che il suo vicino profitterebbe del silenzio e della oscurità per riannodare la conversazione con lui, ma s'ingannò. La notte passò senza che alcun rumore rispondesse alla sua febbrile aspettativa. Ma la dimane dopo la visita del mattino, e mentre aveva allontanato il letto dal muro intese battere tre colpi distinti da intervalli uguali; egli si precipitò in ginocchio.
Siete voi? disse, eccomi.
Il carceriere se nè andato? domandò la voce.
Sì, rispose Dantès, non ritornerà che questa sera... abbiam dunque dodici ore di libertà!
Posso operare? disse la voce.
Sì! senza indugio, sul momento ve ne supplico!
Tosto la porzione di terra sulla quale Dantès, per metà addentrato nell'apertura appoggiava le mani, sembrò cadergli sotto: egli si gettò in addietro nel mentre che un ammasso di terra e di rottami precipitò in un foro che veniva ad aprirsi al di sotto dello scavo da lui fatto. Allora dal fondo di questo foro oscuro, e di cui non poteva misurare la profondità, vide comparire una testa, poi due spalle e finalmente un uomo tutto intero che con molta agilità uscì dallo scavamento fatto.
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Capitolo 16. LO SCIENZIATO.
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Dantès ricevè fra le braccia il nuovo amico aspettato da sì lungo tempo e con tanta impazienza, e lo attirò verso la finestra, affinchè quel poco di giorno che penetrava nel carcere potesse illuminarlo per intero. Questi era un personaggio basso della persona, coi capelli incanutiti piuttosto dai pensieri che dall'età, coll'occhio penetrante, nascosto sotto folte sopracciglia grige, colla barba ancor nera che gli scendeva fino a metà del petto: la magrezza del viso solcato da profonde rughe, le forti linee della sua caratteristica fisonomia, svelavano un uomo più atto ad esercitare le facoltà morali, che le forze fisiche. La fronte del sopraggiunto era coperta di sudore. Quanto alle vesti era impossibile distinguerne la forma primitiva, poichè cadevano in cenci: sembrava avere 65 anni almeno, quantunque una certa vigoria nei suoi movimenti annunciasse aver egli una età minore di quello che faceva vedere la lunga prigionia. Accolse con molto piacere le proteste entusiaste del giovine. La sua anima di ghiaccio sembrò un momento riscaldarsi e dilatarsi al contatto di quest'anima ardente. Egli lo ringraziò della sua cordialità con un certo calore, quantunque fosse stato grande il disinganno di ritrovare un'altra segreta là dove credeva trovar la libertà. Prima di tutto, diss'egli, vediamo se c'è mezzo di far disparire agli occhi dei carcerieri le tracce del mio passaggio. Tutta la nostra tranquillità futura dipende dalla loro ignoranza di ciò che noi abbiamo fatto. Allora egli s'inchinò verso l'apertura, sollevò facilmente la pietra ad onta del peso, e la mise al foro. Questa pietra è stata spostata con molta negligenza, diss'egli, scuotendo la testa; voi dunque non avete utensili?
E voi? domandò Dantès con sorpresa.
Ne ho fabbricato qualcuno. Ecco una lima, io ho tutto ciò che mi bisogna: scalpello, coltello e leva.
Oh! sarei ben curioso di vedere questi prodotti della vostra pazienza e della vostra industria, disse Dantès.
Ecco lo scalpello; e gli presentò una lama forte ed aguzza, adattata ad un legno di forma rotonda.
E con che l'avete fatto? disse Dantès.
Con una delle traverse del mio letto; con questo istrumento ho scavato tutto il sentiero che mi ha portato fin qui: circa 50 piedi.
50 piedi? gridò Dantès con una specie di terrore.
Parlate a bassa voce, o giovine, parlate più piano, disse lo sconosciuto guardandosi intorno, spesso accade che alle porte delle prigioni si sta in ascolto.
Ma si sa che io son solo. Non importa!
Ed avete scavato 50 piedi per giunger qui?
Sì, questa è circa la distanza che separa la mia camera dalla vostra, soltanto ho mal calcolato la curva, per mancanza di strumenti di geometria, per poter fare una scala di proporzioni: in vece di 40 piedi di ellissi, ne ho incontrati 50; io credeva, come vi dissi ieri, di giungere fino all'esterno, traforare questo muro, e gettarmi in mare. Ho seguito la lunghezza del corridore che mette nella vostra camera, invece di passarvi al di sotto. Tutto il mio lavoro però è perduto, dappoichè questo corridore mette capo in un cortile pieno di guardie.
È vero, disse Dantès, ma esso non fiancheggia che un lato della mia camera, e questa ne ha quattro.
Sì, senza dubbio; ma eccone uno il cui muro è formato dallo scoglio: vi abbisognerebbero dieci anni di lavoro, e minatori forniti di tutti gli utensili per traforare la roccia. Quest'altro deve essere addosso ai fondamenti dell'appartamento del governatore: noi riusciremmo nelle cantine che certamente sono chiuse a chiave, e saremmo presi. L'altro lato dà... aspettate... e dove mette quest'altro lato?
Questo lato era quello in cui stava scavata la feritoia, attraverso la quale penetrava la luce: feritoia, che andava sempre ristringendosi fino al punto in cui dava passaggio al giorno, e per la quale un fanciullo, per quanto piccolo, non avrebbe certamente potuto passare; e per soprappiù guernita da tre ranghi di sbarre di ferro che potevano rassicurare il carceriere più sospettoso sul timore di una evasione per questa parte. Ciò nonostante il nuovo arrivato facendo questa domanda, trascinò la tavola al di sotto della finestra.
Salite su questa tavola, disse a Dantès. Dantès obbedì, salì sulla tavola e, indovinando la mente del compagno, appoggiò il dorso al muro e gli presentò le due mani incrociate. Il suo compagno salì allora, più lestamente di quello che avrebbe potuto far credere la sua età, e con un'abilità da gatto, balzò sulla tavola, poi dalla tavola sulle mani di Dantès, quindi dalle mani sulle spalle. Così curvato in due, perchè la volta del carcere gl'impediva di raddrizzarsi, introdusse la testa tra il primo rango delle sbarre e potè allora fissare lo sguardo dall'alto in basso. Un momento dopo ritirò pesantemente la testa. Oh! oh! diss'egli, io ne dubitava. E si lasciò andare strisciando lungo il corpo di Dantès sulla tavola, e dalla tavola balzò in terra.
E di che cosa dubitavate? domandò Edmondo saltando anch'egli dalla tavola dopo di lui.
Il vecchio prigioniero meditava. Sì, diss'egli, è così; il quarto lato del vostro carcere mette sopra una galleria esterna, che è una specie di strada di perlustrazione, per la quale passano le pattuglie ed ove sono poste le sentinelle.
Ne siete ben sicuro? Ho veduto il cappello del soldato e la punta della sua baionetta, e pel timore di essere veduto da lui mi son così presto ritirato. E così? disse Dantès.
E così, vedete bene, che è affatto impossibile di fuggire dal vostro carcere.
Allora?... continuò il giovinotto con un mesto accento interrogatore. Allora, disse il vecchio prigioniero, sia fatta la volontà di Dio; ed un'aria di profonda rassegnazione comparve sopra i lineamenti del vecchio. Dantès guardò quest'uomo, che rinunciava in tal modo e con tanta filosofia ad una speranza nudrita da sì lungo tempo con una sorpresa mista ad ammirazione.
Ora volete voi dirmi chi siete? domandò Dantès.
Oh! mio Dio! sì, se ciò può importarvi.
Potete esser buono a consolarmi e sostenermi, poichè mi sembrate forte in mezzo ai forti.
Lo scienziato sorrise tristamente.
Io sono Faria, diss'egli, prigioniero fino dal 1811, come voi sapete, in questo castello d'If; ma erano già tre anni ch'era tenuto racchiuso nella fortezza di Fenestrelles. Nel 1811 fui trasportato dal Piemonte in Francia. Allora seppi che il destino in quell'epoca sorridente a Napoleone gli aveva concesso un figlio al quale era stato dato il titolo di Re di Roma: ero ben lungi dal dubitare allora ciò che mi avete detto ieri: cioè che quattr'anni dopo questo gran colosso sarebbe stato rovesciato. E chi regna adesso in Francia? Forse Napoleone Secondo?
No, Luigi Diciottesimo.
Luigi Diciottesimo! il fratello di Luigi Sedicesimo? i decreti del cielo son ben reconditi e misteriosi! qual è dunque la mente della provvidenza, quando abbassa l'uomo che aveva esaltato, ed esalta quello che aveva abbassato?
Dantès seguiva collo sguardo quest'uomo che dimenticava un momento il proprio destino, per preoccuparsi così di quelli del mondo.
Sì, sì, continuò egli, è come in Inghilterra; dopo Carlo I, Cromwell; dopo Cromwell Carlo II, e forse dopo Giacomo II, un principe d'Orange... I segreti di Dio sono imperscrutabili, e la serie delle umane vicende imprevedibile, voi siete ancor giovine, e potrete vedere....
Sì, purchè io esca di qui.
Ah! è giusto, disse Faria, noi siamo prigionieri; qualche volta lo dimentico, perchè i miei occhi penetrano al di fuori di queste muraglie che ci racchiudono, e mi credo in libertà.
Ma perchè siete prigione?
Perchè ho sognato nel 1807 il disegno che Napoleone ha tentato di porre ad effetto nel 1811.
E il vecchio abbassò la testa. Dantès non capiva come un uomo poteva arrischiare la vita per simili faccende, è vero però che, se egli conosceva Napoleone per avergli parlato una volta, non sapeva quali ne fossero stati i disegni.
Non siete voi... infermo? domandò Dantès che cominciava a partecipare dell'opinione generale che si aveva di lui nel castello d'If.
Infermo? vorrete dir pazzo perchè come tale son tenuto in questo luogo.
Io non osava dirlo, rispose Dantès sorridendo.
Sì, sì, continuò Faria con amaro sorriso, sì, sono io che passo per pazzo; sono io che diverto da lungo tempo gli ospiti di questa prigione, e rallegrerei i fanciulletti, se vi fossero fanciulletti nel soggiorno del dolore senza speranza.
Dantès rimase un momento immobile e muto.
Così voi ora rinunciate alla fuga? gli disse.
Io credo la fuga impossibile; è un rivoltarsi contro Dio il tentare ciò che Dio non vuole che si compia.
Perchè scorarvi? sarebbe troppo domandare alla Provvidenza di riuscire al primo tentativo! Non potete voi ricominciare da un'altra parte ciò che avete fatto da questa?
Ma voi non sapete ciò che ho fatto, per parlare in tal modo di ricominciare? non sapete che mi sono abbisognati quattro anni per fabbricare gli utensili che posseggo, che da due anni gratto, e foro una terra dura come il granito? non sapete che mi è bisognato sminuzzar delle pietre tali, che avrei creduto non aver la forza di smuovere? che delle giornate intere sono passate in questo lavoro gigantesco, e qualche sera mi reputava felice solo per aver potuto levare un pollice quadrato di vecchio cemento divenuto duro quanto la pietra stessa? non sapete che per riporre tutta questa terra, tutti questi rottami, e queste pietre che spostava, fui costretto di fare un'apertura sotto la volta di una scala, nel vuoto della quale ho nascosto quanto scavava dal foro, ed ora questo vuoto è ripieno e non saprei più ove mettere un pugno di polvere? non sapete finalmente che mi credeva di toccare la fine del mio lavoro cui mi sentiva appena la forza di compiere, ed ecco che Dio non solo mi ha allontanato la meta, ma l'ha trasportata non so dove? ah! io ve l'ho detto, e ve lo ripeto, d'ora innanzi non farò più niente per tentare di riacquistare la mia libertà, poichè vedo che la volontà di Dio è, ch'ella sia perduta per sempre.
Edmondo abbassò la testa per non confessare a quest'uomo che, la gioia di avere un compagno, gl'impediva di prendere quella parte, che avrebbe dovuto, al dolore provato dal prigioniero per non essersi potuto salvare. Faria si lasciò andare sul letto di Edmondo il quale restò ritto in piedi. Il giovine non aveva mai pensato alla fuga. Vi sono di quelle cose che sembrano talmente impossibili che non si ha neppur l'idea di tentarle e che si evitano come per istinto. Scavare 50 piedi sotto terra, consacrare a questa operazione un lavoro di due anni, per giungere, se riesce, sopra un precipizio che mette a picco sul mare; precipitarsi da 50, 60, e forse 100 piedi d'altezza, infrangersi la testa sur uno scoglio nella caduta, se la palla di una sentinella non vi ha colto prima, essere obbligato, se si giunge a superare tutti questi pericoli, di fare una lega nuotando, tutto ciò era troppo, per non rassegnarvisi, e noi abbiamo veduto che Dantès aveva già spinta questa rassegnazione fino alla morte.
Ma ora che il giovine aveva veduto un vecchio attaccarsi alla vita con tanta energia e dargli l'esempio delle risoluzioni disperate, egli si mise a riflettere e a misurare il suo coraggio. Un altro aveva tentato ciò ch'egli non aveva avuto neppur l'idea di pensare; un altro meno forte, meno destro di lui, si era procurato a forza di criterio e di pazienza tutti gl'istrumenti di cui abbisognava per questa incredibile operazione, che era andata a vuoto solo per una misura mal presa; un altro aveva fatto tutto ciò: nulla dunque doveva essere impossibile a Dantès. Faria aveva traforato 50 piedi, egli ne traforerebbe 100. Faria a 50 anni aveva impiegato due anni al lavoro, egli che aveva la metà degli anni di Faria ne impiegherebbe quattro. Faria scienziato, uomo di studi, non aveva avuto timore di rischiare la traversata dal castello d'If all'isola di Daume, di Ratonneau e di Lemaire; egli, Edmondo marinaro, egli, Dantès, l'ardito nuotatore che era stato tante volte a cercare un ramo di corallo nel fondo del mare, esiterebbe dunque a fare una lega nuotando? quanto tempo abbisogna per fare una lega nuotando? un'ora. Ebbene! non era stato tante volte delle ore intere in mare senza por piede sulla riva? No, no, Dantès non aveva bisogno che di essere incoraggiato dall'esempio. Dantès farà tutto ciò che un altro ha fatto, o avrebbe potuto fare. E Edmondo riflettè un momento.
Io ho trovato ciò che cercate, diss'egli al vecchio.
Faria rabbrividì. Voi? disse, rialzando la testa in un modo che faceva conoscere che, se Dantès diceva la verità, lo scoramento del suo compagno non sarebbe stato di lunga durata. Voi? vediamo dunque il vostro ritrovato?
Il corridore che avete fiancheggiato per venire dalla vostra prigione fin qui, si estende nella stessa direzione della galleria esterna, n'è vero? Sì. Non deve dunque esserne lontano che circa 15 passi? A dir molto.
Ebbene! verso la metà del corridore noi foriamo un cammino che lo attraversa a guisa di croce; questa volta voi prendete meglio le vostre misure; noi mettiamo capo sulla galleria esterna, uccidiamo la sentinella, ed evadiamo. Perchè questo disegno riesca non vi bisogna che coraggio, e voi ne avete; che vigore, ed io non ne manco; di pazienza non parlo, voi avete dato le vostre prove, io darò le mie.
Un momento, rispose Faria, voi non avete saputo mio caro compagno di qual genere è il mio coraggio e qual uso io conti di fare della mia forza; circa la pazienza, credo di essere stato abbastanza paziente ricominciando ogni notte il lavoro del giorno. Ma allora, ascoltatemi bene o giovine, era perchè mi sembrava che io avrei servito Dio liberando una delle sue creature, che essendo innocente, non aveva potuto essere condannata.
Ebbene? domandò Dantès, la cosa è allo stesso punto nè più nè meno, vi siete conosciuto forse colpevole da che mi avete incontrato, ditelo?
No, ma io non voglio divenirlo; fin qui io credeva di non aver che fare che con le cose, ora proponete di aver che fare con uomini. Io ho potuto benissimo traforare un muro e distruggere una scala, ma non potrei traforare un petto, nè distruggere un'esistenza.
Dantès fece un leggiero movimento di sorpresa.
Come, diss'egli, potendo diventar libero, ve ne asterreste per un simile scrupolo?
Ma e voi, disse Faria, perchè non avete una sera accoppato il carceriere con un piede del vostro tavolino, e rivestito dei suoi abiti tentato di fuggire?
Perchè non me n'è venuta l'idea, disse Dantès.
Egli è perchè voi sentite per un simil delitto un tale orrore instintivo, che non ci avete nemmen pensato, rispose il vecchio; perchè nelle cose semplici e permesse i nostri naturali appetiti ci avvertono di non uscir dalla linea del dovere. La tigre che versa il sangue per natura, non ha bisogno che di una cosa, ed è che il suo odorato l'avverta che vi è preda alla sua portata; tosto si slancia verso questa preda; vi piomba sopra, e la sbrana; questo è il suo istinto, ella vi obbedisce; ma l'uomo al contrario ripugna al sangue, non sono le leggi sociali che proscrivono l'omicidio, sono le leggi naturali che lo rigettano. Dantès rimase confuso: ciò spiegava perfettamente quanto era passato nella sua anima ad insaputa di lui.
E poi, continuò Faria, da 12 anni circa che sono in prigione, ho ripassato col mio spirito tutte le più celebri evasioni; non ho veduto riuscire le violenti, che molto raramente. L'evasioni fortunate, l'evasioni coronate da un pieno successo, sono quelle meditate con giudizio, preparate con lentezza; così il duca de Beaufort fuggì dal castello di Vincennes, Dubuquoi dal forte l'Evèque, e Latude dalla Bastiglia. Vi sono ancor quelle che possono essere offerte dal caso; queste sono le migliori; aspettiamo un'occasione, credetemi, e se si presenta, approfittiamone.
Voi avete potuto aspettare, disse Dantès sospirando; questo lavoro vi teneva sempre occupato, e quando non avevate lavoro per distrarvi, avevate le vostre speranze per consolarvi. È vero disse Faria sorridendo, e poi avevo un'altra occupazione. Che facevate dunque?
Studiava e scriveva. Vi davano dunque carta, penne ed inchiostro? No, ma io me ne faceva.
Vi facevate della carta, delle penne e dell'inchiostro? gridò Dantès. Sì.
Dantès guardò quest'uomo con ammirazione; ma però stentava a credere ciò ch'egli diceva; Faria si accorse di questo dubbio:
Quando verrete a trovarmi, gli disse, vi mostrerò una opera intera, risultato dei pensieri, delle ricerche e delle riflessioni di tutta la mia vita, opera che io avevo meditata all'ombra del Colosseo in Roma, ai piedi della colonna di San Marco a Venezia, sulle rive dell'Arno a Firenze, e non avrei mai pensato che i miei carcerieri mi avrebbero un giorno lasciato il comodo di eseguirla fra le quattro mura del castello d'If. È un'opera eminentemente filosofica che formerà un grosso volume in 4º.
E voi l'avete scritta?
Sopra due camice: ho inventato una preparazione che rende la tela liscia come la pergamena. Siete dunque chimico? Un poco. Ho conosciuto Lavoisier, e sono stato amico di Cabanis. Ma per una simile opera avrete dovuto consultare molti autori; avevate dunque dei libri?
A Roma aveva quasi cinque mila volumi nella mia biblioteca ed a furia di leggere e di rileggere, ho scoperto che con 150 opere bene scelte si ha, se non il riassunto completo delle umane cognizioni, almeno tutto ciò che è utile all'uomo a sapersi: ho consacrato tre anni della mia vita a leggere e rileggere questi 150 volumi, di modo che li sapeva a memoria quando fui arrestato. Per tal modo con un leggero sforzo di mente li ho richiamati tutti al pensiero, ed io potrei quasi recitarvi alla lettera Senofonte, Plutarco, Tito Livio, Tacito, Strada, Dante, Montaigne, Shakespeare, Spinoza, Macchiavelli e Bossuet: non vi cito che i più importanti.
Voi dunque conoscete diverse lingue?
Parlo cinque lingue viventi, il tedesco, il francese, l'italiano, l'inglese e lo spagnuolo; coll'aiuto del greco antico intendo bene il greco moderno; solo lo parlo un poco male, ma lo studio adesso.
Lo studiate? disse Dantès.
Sì, ho fatto un dizionario delle parole che sapevo; le ho distribuite, combinate, girate e rigirate in modo che esse possono bastare per esprimere il mio pensiero. Conosco circa mille parole; a tutto rigore sono bastanti, quantunque ve ne siano cento mila, cred'io, nel dizionario. Non sarei eloquente, ma mi farei intendere a meraviglia, e ciò mi basta.
Edmondo sempre più meravigliato cominciava quasi a ritrovare soprannaturali le facoltà di quest'uomo straordinario. Egli volle prenderlo in fallo sopra un punto qualunque, e continuò: Ma se non vi hanno dato delle penne, diss'egli, come avete potuto scrivere un'opera così voluminosa?
Ne ho fatte dell'eccellenti, che sarebbero preferite alle penne ordinarie quando fosse conosciuta la materia, colle cartilagini delle teste di quei grossi merluzzi che qualche volta ci danno nei giorni di magro. Per tal modo vedeva giungere il mercoledì, il venerdì ed il sabato con grandissimo piacere, perchè avea la speranza d'aumentare la mia provvisione di penne, e i miei lavori filosofici, ve lo confesso, sono la mia più cara occupazione. Pensando all'ideale, dimentico il presente, e camminando libero nella filosofia, dimentico di esser prigioniero.
Ma l'inchiostro? disse Dantès, con che lo facevate?
Nella mia segreta vi era altra volta un caminetto, poco prima del mio arrivo in prigione fu murato, e per molti anni vi devono aver fatto fuoco tutto l'inverno, è dunque tutto tappezzato di fuligine. Io faccio sciogliere questa fuligine in una porzione di quel vino che ci danno la domenica, e ciò mi somministra dell'eccellente inchiostro per tutta la settimana. Per le note particolari che hanno bisogno di essere distinte e scorte subito, foro le mie dita e scrivo col sangue.
E quando potrò vedere tutto ciò? domandò Dantès.
Quando vorrete, rispose Faria. Oh! subito! subito! gridò il giovinotto. Seguitemi dunque, disse Faria. Ei s'introdusse nel corridore sotterraneo entro al quale disparve; Dantès lo seguì.
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Capitolo 17. LA CAMERA DELLO SCIENZIATO.
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Dopo essere passato curvandosi, ma pure con bastante facilità, pel passaggio sotterraneo, Dantès giunse all'estremità opposta del corridore che metteva nella camera di Faria. Là il passaggio si ristringeva, e presentava appena lo spazio sufficiente perchè un uomo potesse strisciarvisi aggrappandosi. La camera del nuovo amico aveva il pavimento formato di pietre quadrate, e sollevando una di queste pietre nell'angolo più oscuro della camera, si vedeva il luogo ove Faria aveva incominciata la sua laboriosa fatica, e di cui Dantès aveva veduto la fine. Rimessa la pietra al suo posto, Faria vi stendeva sopra una vecchia stuoia, e questa cautela bastava per nasconderla agli occhi dei carcerieri. Appena entrato ed in piedi il giovine esaminò questa camera misteriosa colla più grande attenzione. Al primo aspetto questa stanza non presentava niente di particolare. Bene, disse Faria, non è che mezzo giorno e un quarto, abbiamo ancora qualche ora per noi. Dantès guardò intorno, cercando a quale orologio Faria aveva potuto legger l'ora in un modo così preciso. Vedete questo raggio di luce che viene dalla mia finestra? disse Faria, guardate sul muro le linee che vi ho tracciate. Mercè di esse combinate col doppio movimento della terra e l'elittica che questa descrive intorno al sole, io so l'ora più esattamente di quello che se avessi un orologio, poichè un orologio può guastarsi, mentre che la terra ed il sole non si guastan mai.
Dantès non arrivava a comprendere questa spiegazione; vedendo il sole ognora alzarsi dietro le montagne e tuffarsi nel Mediterraneo aveva sempre creduto che fosse quello che camminasse e non la terra. Questo doppio movimento del globo da lui abitato, e di cui non si accorgeva, gli sembrava quasi impossibile; in ciascuna parola del suo interlocutore, vedeva misteri di scienza così ammirabili ad approfondirsi, quanto quelle miniere d'oro e di diamanti che aveva visitate in un viaggio, fatto mentre era ancor fanciullo, a Guzarate e a Golconda.
Vediamo, disse a Faria, ho smania di esaminare i vostri tesori. Faria andò verso il caminetto, e collo scalpello che teneva sempre in mano, spostò la pietra che altra volta formava il focolare e che nascondeva una cavità abbastanza profonda; in questa cavità stavano racchiusi tutti gli oggetti di cui aveva parlato a Dantès.
Che volete voi vedere per primo? gli domandò.
Mostratemi la vostra grand'opera filosofica.
Faria cavò dal grazioso armadio tre o quattro rotoli di tela ravvolti su sè stessi come fogli di papiro; erano strisce larghe circa quattro pollici e lunghe circa diciotto. Queste strisce, numerate, erano coperte da una scrittura che Dantès potè leggere perchè essa era scritta nella lingua materna di Faria, vale a dire in italiano, idioma che Dantès comprendeva perfettamente nella sua qualità di provenzale.
Vedete, gli disse, tutto è qui; sono circa tre giorni che ho scritto la parola fine nella 68esima striscia. Due delle mie camice e tutti i miei fazzoletti vi sono impiegati; se un giorno ritorno libero e posso ritrovare in Italia uno stampatore che ardisca stamparla, la mia riputazione è fatta.
Sì, rispose Dantès, lo vedo bene. Ora mostratemi ve ne prego, le penne con le quali è stata scritta quest'opera.
Eccole, disse Faria: e mostrò al giovinotto un bastoncello lungo sei pollici, grosso quanto un manico di un pennello, attorno ad una delle estremità del quale stava legata con un filo una di quelle cartilagini, ancora marchiata dall'inchiostro di cui Faria aveva parlato a Dantès. Essa era tagliata a becco, ed era spaccata come una penna ordinaria.
Dantès l'esaminò, cercando con lo sguardo lo strumento col quale era stata tagliata in un modo così preciso.
Ah! sì, disse Faria, il temperino n'è vero? è il mio capolavoro, io l'ho fatto nello stesso modo di questo coltello, con un vecchio candeliere di ferro. Il temperino tagliava come un rasoio. Quanto al coltello aveva il doppio vantaggio di servire ad un tempo da coltello e da pugnale.
Dantès esaminò questi differenti oggetti colla stessa attenzione che avrebbe usata in una bottega di chincagliere di Marsiglia: aveva esaminato altra volta eguali strumenti eseguiti da selvaggi e portati dal mare del Sud dai capitani di lungo viaggio. In quanto all'inchiostro, disse Faria, voi sapete qual processo impiego, e lo faccio quando ne ho bisogno.
Ciò di cui mi maraviglio si è, disse Dantès, che vi siano bastati i giorni per questi lavori.
Ma io aveva ancora le notti, rispose Faria. Le notti! siete voi dunque dalla natura dei gatti e ci vedete chiaro anche la notte? No, ma Iddio ha dato all'uomo l'intelligenza per venire in aiuto alla povertà dei sensi: io mi son procurato la luce. E come? Dalla carne che ci portano separai il grasso, lo feci fondere, e ne cavai una specie di olio compatto. Guardate, ecco qua la mia bugìa. E Faria mostrò a Dantès una specie di lampione come quelli che si adoperano nelle pubbliche illuminazioni. Ma il fuoco?
Ecco delle pietruzze e della tela bruciata. Ma i solfanelli? Ho fatto mostra di avere una malattia cutanea, ed ho domandato dello zolfo che mi è stato accordato.
Dantès depose sulla tavola gli oggetti che teneva in mano, e abbassò la testa, avvilito per la perseveranza e per la forza di quello spirito.
Questo non è tutto, continuò Faria, poichè non bisogna mettere tutti i tesori in un solo nascondiglio; chiudiamo ora questi. Riposta la pietra al suo posto, Faria vi sparse sopra un poco di terra, vi strisciò il piede per far scomparire ogni mancanza di continuità, si avanzò verso il letto e lo spostò. Dietro al capezzale, nascosto con una pietra che lo chiudeva quasi ermeticamente, era un foro, ed in questo foro una scala a corda lunga da 25 a 30 piedi. Dantès l'esaminò, essa era di una solidità a tutta prova.
Chi vi ha fornito la corda necessaria a quest'opera meravigliosa? domandò Dantès.
Dapprima qualche camicia che io aveva, poi qualche lenzuolo del mio letto che aveva sfilato nei tre anni di prigionia a Fenestrelles. Quando sono stato trasportato al castello d'If ho trovato il mezzo di portar meco queste fila; qui ho continuato il mio lavoro.
Ma non si accorgevano che i lenzuoli erano senz'orlo?
Io li ricuciva. Con che? Con quest'ago.
E Faria alzando una falda del suo abito, mostrò una spina lunga acuta e ancora affilata che vi portava attaccata.
Sì, continuò Faria, dapprima io aveva pensato a smurare queste sbarre, ed a fuggire dalla finestra che è un poco più larga della vostra, come vedete, e che avrei ancora slargata di più al momento dell'evasione; ma mi accorsi che questa finestra dava in un cortile interno, e rinunziai a questo disegno essendo troppo incerto. Ciò nonostante conservai la scala per una di quelle occasioni imprevedute, per una di quelle evasioni di cui vi ho parlato e che il solo caso qualche volta procura.
Dantès mentre esaminava la scala, pensava a tutt'altro; un'idea gli si era affacciata alla mente. Quest'uomo così intelligente, così ingegnoso, così profondo avrebbe potuto forse rischiarare la causa della propria infelicità, nella quale egli non aveva mai potuto scorgere nulla.
A che pensate voi? domandò Faria ridendo, e prendendo l'astrazione di Dantès per un atto di ammirazione portata al più alto grado.
Io pensava primieramente ad una cosa, ed è la quantità enorme d'intelletto che voi avete dovuto impiegare per giungere al punto a cui siete arrivato; che avreste voi dunque fatto se foste stato libero?
Forse niente: il mio cervello è troppo pieno, e forse si sarebbe svaporizzato in cose futili: necessita la disgrazia per scavare certe miniere misteriose nascoste nell'umano intelletto: vi bisogna la pressione per far scoppiare la polvere; la prigionia ha riunito in un sol punto tutte le mie facoltà vaganti da un lato e dall'altro; esse si urtarono in un angusto spazio; e voi lo sapete, dallo scontro delle nuvole risulta l'elettricità, dall'elettricità il lampo, dal lampo la luce.
No, io non so niente, disse Dantès avvilito dalla sua ignoranza; una quantità delle vostre parole per me sono vuote di senso; voi siete ben felice di essere in tal modo istruito!
Faria sorrise. Voi pensavate a due cose, mi diceste poco fa? ma non mi avete fatto conoscere che la prima, qual è la seconda? La seconda è, che voi mi avete raccontata la vostra vita, ed io non vi ho raccontata la mia.
La vostra vita, o giovine, è tanto corta che non può racchiudere avvenimenti di grand'importanza.
Racchiude un immenso infortunio, un infortunio che non ho meritato; e vorrei potermela prendere con gli uomini per la mia infelicità. Allora voi vi credete innocente del fatto che vi viene imputato? Innocente del tutto, lo giuro sulla testa di mio padre e di Mercedès.
Bene, disse Faria, chiudendo il nascondiglio e rispingendo il letto al suo posto, raccontatemi la vostra storia.
Dantès allora raccontò ciò che egli chiamava sua storia, e che si limitava ad un viaggio nell'India, e a due o tre viaggi in Levante; finalmente arrivò all'ultima sua traversata, alla morte del capitano Leclerc, al plico deputato pel gran Maresciallo, al colloquio avuto col medesimo, alla lettera da lui rimessagli per il signor Noirtier, finalmente al suo arrivo a Marsiglia, alla sua visita al padre, ai suoi amori con Mercedès, al pranzo dello sposalizio, all'arresto, all'interrogatorio, alla prigionia provvisoria nel palazzo di giustizia, e finalmente alla prigionia definitiva al castello d'If. Giunto a questo punto, Dantès non sapeva più nulla, neppure il tempo da che era prigioniero.
Terminato il racconto Faria riflettè profondamente.
Havvi, diss'egli dopo un momento, un assioma in diritto di gran profondità e che coincide a ciò che vi diceva non è molto, che almeno il cattivo pensiero non nasce con una falsa organizzazione, la natura umana repugna al delitto. Ciò non ostante la civilizzazione ci ha dato de' vizi, dei bisogni, e degli appetiti fittizi, che qualche volta hanno l'influenza di soffocare i nostri buoni istinti e di condurci al male. Quindi ne nasce questa massima: «se voi volete scoprire il colpevole, cercate dapprima colui al quale può essere utile il commesso delitto.» La vostra sparizione a chi poteva essere utile?
A nessuno, mio Dio! io era tanto poca cosa.
Non rispondete così, perchè la risposta manca ad un tempo di logica e di filosofia; tutto è relativo, mio caro amico; dal re che incomoda il suo successore, fino all'ultimo impiegato che incomoda l'alunno, ciascuno incomoda colui che gli vien dopo o che gli cammina a lato; se il re muore il suo successore eredita una corona, se l'impiegato muore l'alunno ne eredita l'impiego e lo stipendio di 200 lire. Queste 200 lire di stipendio sono per lui la sua lista civile e gli sono tanto necessarie per vivere, quanto i milioni ad un re. Ciascuno individuo, dal più basso al più alto grado della scala sociale, riunisce intorno a sè un piccolo mondo d'interessi, avendo i suoi turbini ed i suoi atomi gialli come i mondi di Descartes. Soltanto questi mondi vanno sempre più allargandosi a misura che si sale. È una scala a chiocciola rovesciata, che si tien ritta alla punta per forza d'equilibrio. Ritorniamo dunque al vostro mondo. Voi eravate sul punto di essere nominato capitano a bordo del Faraone? Sì.
Eravate sul punto di sposare una bella giovinetta? Esisteva forse qualcuno che avesse premura perchè non diveniste capitano del Faraone? qualcuno cui importasse che non sposaste Mercedès? rispondetemi intanto alla prima interrogazione, l'ordine è la chiave di tutti i problemi. Io ripeto adunque, v'era qualcuno a cui potesse importare che non foste nominato capitano del Faraone?
No, io era molto amato a bordo. Se i marinari avessero potuto eleggere un capo, son certo che sarei stato io l'eletto. Un sol uomo vi era che poteva in qualche modo esser meco inquieto, perchè tre mesi prima avevo avuto con lui una contesa, e gli aveva proposto un duello che egli ricusò.
Avanti adunque!... come si chiama quest'uomo?
Danglars. Che cosa era a bordo?
Scrivano computista.
Se voi foste divenuto capitano l'avreste conservato al suo posto? No, se la cosa fosse dipesa da me, perchè aveva creduto scorgere qualche infedeltà nei suoi conti. Bene. Ora, chi ha assistito al vostro ultimo colloquio col capitano Leclerc?
Nessuno; noi eravamo soli.
Ma qualcuno poteva sentire la vostra conversazione?
Sì perchè la porta era socchiusa, e anzi... aspettate... sì, sì, Danglars è passato precisamente nel momento in cui il capitano Leclerc mi consegnava il plico del gran Maresciallo.
Bene, noi siamo sulla strada. Avete condotto con voi alcuno quando siete disceso a terra all'isola d'Elba?
Nessuno. Vi fu rimessa una lettera? Sì, dal gran Maresciallo.
Che ne avete fatto? L'ho riposta nel mio portafogli. Voi avevate dunque indosso un portafogli. Come mai un portafogli che doveva contenere una lettera ufficiale poteva egli stare nella tasca di un marinaio?
Avete ragione, il mio portafogli era a bordo.
Fu dunque a bordo che voi chiudeste la lettera nel portafogli? Sì. Da Portoferraio al bordo dove riponeste la lettera? L'ho tenuta in mano.
Dunque quando siete risalito a bordo del Faraone tutti hanno potuto vedere che avevate una lettera, Danglars e tutti gli altri? ora ascoltate bene, riunite tutta la vostra memoria: vi ricordate in quali termini era redatta la denunzia?
Oh! sì, l'ho riletta tre volte, e mi è rimasta nella mente parola per parola.
Ripetetemela adunque. Dantès si raccolse un momento. Eccola, diss'egli, alla lettera:
«Il signor Procuratore del Re è avvisato da un amico del trono e della religione, che il nominato Edmondo Dantès, secondo nel bastimento il Faraone, giunto questa mattina da Smyrne dopo aver toccato Napoli e Portoferraio, è stato incaricato da Murat di una lettera per l'Usurpatore, e dall'Usurpatore d'una lettera pel Comitato Bonapartista di Parigi. Si avrà la prova del delitto arrestandolo, poichè si troverà questa lettera, o nelle sue tasche, o presso di suo padre, o nel suo gabinetto a bordo del Faraone.»
Faria alzò le spalle. Ciò è chiaro come la luce del giorno, diss'egli, e bisogna ben dire che voi abbiate avuto il cuore molto buono e molto ingenuo, per non indovinare la cosa al primo aspetto.
Voi lo credete! gridò Dantès; Ah! questa sarebbe un'infamia.
Com'era il carattere ordinario di Danglars?
Un bel corsivo. Qual era quello della lettera anonima? Un carattere rovesciato. Faria sorrise.
Contraffatto, n'è vero?
Ma molto franco per essere contraffatto.
Aspettate! diss'egli. E presa la penna, o meglio ciò che così chiamava, la bagnò nell'inchiostro e scrisse colla mano sinistra, sopra un po' di tela preparata a tal uopo, le prime due o tre righe della denunzia.
Dantès dette addietro e guardò Faria quasi con terrore.
Oh! è meraviglioso, è sorprendente, gridò egli, come questa scrittura rassomiglia a quella.
Ciò è perchè la denunzia fu scritta colla mano sinistra; ed io ho osservato una cosa, che tutti i caratteri fatti colla mano diritta sono diversi, ma che quelli che sono fatti colla mano sinistra si rassomigliano.
Voi avete dunque veduto tutto, osservato tutto?
Continuiamo... passiamo alla seconda interrogazione. V'era qualcuno a cui potesse importare che non sposaste Mercedès?
Sì, un giovine che l'amava...
Il suo nome? Fernando. Questo è un nome spagnuolo. Egli era catalano. Credete voi che questi sia stato capace di scrivere la lettera? No, questi era piuttosto capace di piantarmi un coltello nel cuore.
Bene, questo è nella natura spagnuola: un assassinio, sì; una viltà, no. D'altra parte, continuò Dantès, egli ignorava tutti i particolari riportati nella denunzia. Voi non li avevate raccontati ad alcuno?
A nessuno. Neppure alla vostra amica?
Neppure alla mia fidanzata. Fu Danglars!
Oh! adesso ne son sicuro. Ma aspettate... Danglars conosceva Fernando? No... sì, cioè... ora mi ricordo... Che cosa? La vigilia dei miei sponsali li ho veduti insieme ad una tavola, sotto il pergolato di Papà Panfilo. Danglars era amichevole e scherzoso, Fernando era pallido e sconvolto.
Eran soli? No, vi era con loro un terzo mio compagno, che senza dubbio era stato quello che avevali fatto fare conoscenza tra loro, un sartore chiamato Caderousse; ma questi era già ubbriaco. Aspettate...
Che cosa?
Come mai non me ne sono ricordato prima? sulla tavola ove essi bevevano stava un calamaio, della carta, e delle penne! Dantès battendosi colla mano la fronte esclamò: Oh! è così, fu là che si scrisse quella lettera. Oh! infami! oh infami!
Volete voi ancora sapere qualche altra cosa? disse sorridendo Faria.
Sì, sì, poichè voi approfondite tutto, poichè voi vedete chiaro in ogni cosa: vorrei sapere perchè non sono stato interrogato che una sola volta, perchè non ho avuto giudici e in qual modo sono stato condannato senza una sentenza.
Oh! questo poi, disse Faria, è un affare un poco più grave; la giustizia qualche volta ha delle procedure che sembrano cupe e misteriose. Ciò che noi abbiamo fatto fin qui pei vostri nemici è uno scherzo da ragazzi, ora abbisognano maggiori schiarimenti per questo argomento.
Vediamo, interrogatemi, perchè in verità voi vedete nella mia vita più chiaro di me.
Chi vi ha interrogato? fu il procuratore del Re, il sostituto, o il giudice d'istruzione?
Fu il sostituto. Giovine o vecchio? Giovine: tra i 27 ai 28 anni. Bene, non ancora corrotto, ma ambizioso. Quali furono i modi che usò con voi?
Amichevoli piuttosto che severi. Gli avete voi raccontato tutto? Tutto. E i suoi modi si cambiarono mai durante l'interrogatorio? Un momento si sono alterati allorquando lesse la lettera che mi metteva a rischio. Egli sembrò oppresso dalla mia disgrazia.
Dalla vostra disgrazia? Sì. Siete ben sicuro che era per la vostra disgrazia che si affliggeva? Egli per lo meno mi ha dato la più gran prova di simpatia.
E quale? Ha bruciato quel solo documento che poteva recarmi danno. Qual fu questo documento? la denunzia?
No, la lettera. Ne siete ben sicuro? Lo fece sotto i miei occhi. Ora è un altro affare; quest'uomo potrebbe ancora essere uno scellerato maggiore di quel che avevo creduto prima. Voi mi fate fremere, sul mio onore! disse Dantès. Il mondo dunque è popolato di tigri e di coccodrilli? Sì, con questa differenza, che le tigri ed i coccodrilli a due gambe sono più pericolosi degli altri. Egli dunque, mi dicevate, ha bruciato quella lettera?
Sì, dicendomi: «voi vedete, non esiste che questa prova contro di voi, ed io l'anniento.» Questa condotta è troppo sublime per essere naturale. Voi lo credete? Ne sono sicuro. A chi era diretta quella lettera?
Al signor Noirtier, strada Coq-Héron, N. 13, Parigi.
Potete voi presumere che il vostro sostituto avesse qualche premura a far sparire quel foglio?
Forse, perchè mi ha fatto promettere due o tre volte, egli mi diceva per mio pro, di non parlare ad alcuno di quella lettera; anzi mi ha fatto giurare di non pronunciar mai a chicchessia il nome che stava scritto sull'indirizzo.
Noirtier! disse Faria, Noirtier! io ho conosciuto un Noirtier alla corte dell'antica regina d'Etruria, un Noirtier che nella rivoluzione era stato girondino. Come si chiamava il sostituto?
De Villefort. Faria scoppiò in una risata. Dantès lo guardò con stupore: Che avete? domandò egli.
Vedete questo raggio di sole? chiese Faria. Sì.
Or bene! tutto adesso per me è più chiaro di questo raggio trasparente e luminoso. Povero ragazzo! povero giovinotto! e questo magistrato era buono con voi? egli ha bruciata, annientata la lettera? egli vi ha fatto giurare di non pronunziar mai il nome di Noirtier?
Sì. Noirtier, povero cieco che siete, sapete chi era questo Noirtier?... questo Noirtier era suo padre!
Un fulmine caduto ai piedi di Dantès, che gli avesse spalancato un abisso nel fondo del quale si fosse aperto l'inferno, non avrebbe prodotto un effetto così pronto, così elettrico, così opprimente quanto queste inattese parole; si alzò, afferrandosi la testa fra le mani quasi avesse voluto impedire che scoppiasse: Suo padre!... suo padre!... gridò egli.
Sì, suo padre... si chiama Noirtier de Villefort, soggiunse Faria. Allora una luce folgorante passò per la mente del prigioniero; tutto ciò che gli era rimasto oscuro venne in quel punto illuminato da una chiarezza risplendente. Le tergiversazioni di Villefort durante l'interrogatorio, la lettera distrutta, il giuramento richiesto, la voce quasi supplicante del magistrato, che in vece di minacciare sembrava implorare, tutto gli ritornò al pensiero. Egli gittò un grido, traballò come un ubbriaco, poi slanciandosi all'apertura che dalla cella di Faria conduceva alla sua: Oh! diss'egli mi necessita esser solo, per poter pensare a tutto ciò. E arrivando nella sua segreta cadde sul letto, ove il carceriere lo ritrovò la sera, assiso cogli occhi fissi, i lineamenti contratti, immobile e muto come una statua. Nelle ore di meditazione che per lui erano passate come minuti secondi, aveva presa una terribile risoluzione e fatto un formidabile giuramento! Per mantenere questo giuramento e mandare ad effetto questa risoluzione bisognava supporre che un giorno sarebbe libero! Una voce venne a togliere Dantès da questa estasi, era quella di Faria, che dopo la visita del carceriere, veniva ad invitare Dantès a cenare con lui. La sua riconosciuta qualità di pazzo e particolarmente di pazzo delirante, procurava al vecchio prigioniero qualche privilegio come sarebbe quello di avere il pane un poco più bianco, ed una piccola bottiglia di vino la domenica. Or per caso era quello un giorno di domenica, e Faria veniva ad invitare il giovine compagno a far parte del suo vino e del suo pane: Dantès lo seguì: tutte le linee del viso si erano ricomposte, ed avevano ripreso la loro consueta abitudine, ma con una durezza e fermezza tale (se si può dire) che manifestavano una risoluzione già presa.
Faria lo guardò fissamente:
Sono mortificato di avervi aiutato nelle vostre ricerche e di avervi detto ciò che vi ho detto. Perchè? domandò Dantès. Perchè vi ho infiltrato nel cuore un sentimento che prima non vi era; la vendetta. Dantès sorrise.
Parliamo d'altro; diss'egli.
Faria lo guardò ancora un momento e tentennò tristamente la testa; quindi come lo aveva pregato Dantès, parlò di altro. Il vecchio prigioniero era uno di quegli uomini la cui conversazione, come quella di coloro che hanno molto sofferto, contiene molti insegnamenti, e racchiude un interessamento continuo; ma egli non era egoista, e questo infelice non parlava mai delle sue disgrazie. Dantès ascoltava ciascuna delle sue parole con ammirazione: alcune corrispondevano alle idee che già aveva, ed a sua conoscenza per lo stato di marinaro; le altre appartenevano a cose a lui sconosciute, ed a guisa di quelle aurore boreali che rischiarano i navigatori nelle latitudini australi, mostravano al giovine dei paesi sconosciuti e dei nuovi orizzonti, illuminati da chiarore fantastico. Dantès concepì la felicità di cui doveva godere un'organizzazione intelligente a seguire questo spirito elevato sulle eminenze morali, filosofiche, e sociali sulle quali d'abitudine posavasi. Voi dovreste insegnarmi un poco di quanto sapete, disse Dantès, non fosse altro che per non annoiarvi meco. Mi sembra che dobbiate preferire la solitudine ad un compagno senza educazione e senza cognizioni come sono io. Se vi acconsentite vi prometto di non parlarvi più di fuga.
Faria sorrise. Ahimè! figlio mio, diss'egli, la scienza umana è molto limitata, e dopo avervi imparato le matematiche, la fisica, la storia, e le tre o quattro lingue vive che io parlo, voi sapreste quello che so io; ora tutta questa scienza potrei farla passare dal mio spirito nel vostro in due anni.
Due anni! disse Dantès, credete che io possa imparare tutte queste cose in due anni?
Nella loro applicazione no, nei loro principi sì; l'imparare non è lo stesso che sapere, vi sono gli eruditi e gli scienziati, la memoria forma i primi, la filosofia i secondi.
Ma la filosofia non si può imparare?
La filosofia non s'impara, la filosofia è la riunione delle scienze imparate al genio che le applica.
Vediamo, disse Dantès, che cosa m'insegnerete per primo? ho smania di cominciare, ho sete di scienza.
Tutto! disse Faria. Infatto fin da quella sera i due prigionieri stabilirono un disegno di educazione che cominciò ad essere messo in esecuzione il giorno dopo. Dantès aveva una memoria prodigiosa, una estrema facilità di concetto; la disposizione matematica del suo spirito lo rendeva atto a comprender tutto per mezzo del calcolo, nel mentre che la poesia del marinaro correggeva quanto poteva esservi di troppo materiale nella dimostrazione ridotta all'aridità delle cifre e alla precisione delle linee. D'altra parte sapeva già l'italiano e un poco l'arabo che aveva imparato viaggiando in Oriente. Con queste due lingue, imparò ben presto il meccanismo di tutte le altre, ed in capo a sei mesi principiò a parlare l'inglese ed il tedesco. Come lo aveva detto a Faria, sia che la distrazione procuratagli dallo studio gli tenesse luogo di libertà, sia ch'egli fosse, come abbiamo già veduto, rigido osservatore della sua parola, Dantès non parlava più di fuggire; e le giornate per lui passavano rapide ed istruttive. In capo a un anno era già un altro uomo. Quanto a Faria, Edmondo osservava che, ad onta della distrazione arrecata con la presenza di lui alla sua prigionia, diventava ogni giorno più tetro; un pensiero incessante ed eterno sembrava occuparne lo spirito; era preso da profonde distrazioni, si alzava ad un tratto, incrocicchiava le braccia e passeggiava meditabondo intorno al carcere. Un giorno si fermò ad un tratto nel mezzo di uno dei cerchi le cento volte ripetuti e descritti intorno alla sua camera, e gridò: Ah! se non vi fosse la sentinella.
Non vi sarà sentinella quando voi non la vorrete, disse Dantès, che aveva seguito il suo pensiero attraverso la teca del suo cervello, come attraverso una bottiglia di cristallo.
Ah! ve l'ho detto: mi ripugna l'idea d'un omicidio. E frattanto quest'omicidio, se venisse commesso, lo sarebbe per istinto della nostra conservazione, per un sentimento di difesa personale. Non importa... io non saprei... Ciò nonostante voi ci pensate? Senza posa, senza posa, mormorò Faria. Ed avete ritrovato un mezzo, n'è vero? domandò vivamente Dantès. Sì, se potesse accadere che mettessero di guardia una sentinella sorda e cieca.
Ella sarà cieca, ella sarà sorda, rispose il giovine con un accento di risoluzione che spaventò Faria.
No, no, gridò egli, è impossibile.
Dantès volle trattenerlo sopra questo argomento, ma Faria scosse la testa, e si ricusò di continuare a rispondere, e dopo ciò passarono ancora altri tre mesi.
Siete voi forte? domandò un giorno Faria a Dantès. Questi senza rispondere prese lo scalpello, lo piegò a ferro di cavallo, e lo raddrizzò. V'impegnereste voi a non uccidere la sentinella che in un caso di estrema necessità?
Sì, sul mio onore. Allora, disse Faria, potremo eseguire il nostro disegno. E quanto tempo ci vorrà per eseguirlo? Almeno un anno. Potremo dunque metterci al lavoro? Subito. Oh! vedete dunque abbiamo già perduto un anno. Credete voi che quest'anno sia stato perduto? Oh! perdono, gridò Edmondo arrossendo. Zitto! disse Faria. L'uomo è sempre uomo, e voi siete uno dei migliori che m'abbia conosciuti. Ecco il mio disegno.
Faria mostrò allora a Dantès un disegno da lui tracciato: era la pianta della sua camera, di quella di Dantès e del corridoio che le univa una all'altra. Nel mezzo di questo corridoio egli stabiliva un condotto simile a quello che si pratica nelle miniere, questo condotto avrebbe portato i due prigionieri sotto la galleria ove passeggiava la sentinella. Una volta giunti là, essi praticherebbero un largo scavamento, smurerebbero una delle pietre quadrate che formano il piancito della galleria, la pietra in un dato momento sprofonderebbe sotto il peso del soldato, che scomparirebbe inghiottito dallo scavamento. Dantès, si sarebbe precipitato sopra di lui nel momento in cui, ancor stordito per la caduta, non avrebbe potuto difendersi, lo avrebbe legato, gli avrebbe turata la bocca, ed allora tutti e due passando da una finestra di quella galleria, sarebbero discesi lungo la muraglia esterna coll'aiuto della scala di corde, e si sarebbero salvati. Dantès battè le mani, e i suoi occhi sfavillarono di gioia; questo disegno era così semplice, che era impossibile non riuscisse. Nel medesimo giorno i due minatori si misero all'opera e con un ardore tanto più grande, in quanto che questo lavoro che cominciava dopo un lungo riposo, non faceva, secondo tutte le probabilità, che secondare il pensiero intimo e secreto d'entrambi. Niente l'interrompeva, se non che l'ora nella quale ciascuno d'essi era obbligato di rientrare nella sua stanza per ricevere la visita del carceriere. D'altra parte avevano presa l'abitudine di distinguere così facilmente il rumore impercettibile dei passi, al momento in cui quest'uomo discendeva, che giammai nè l'uno e nè l'altro fu colto all'imprevista. La terra da essi estratta dalla nuova galleria, e che sarebbe stata sufficiente per riempire l'antico corridoio, veniva gettata a poco a poco, e con inaudite cautele dall'una o dall'altra delle finestre del carcere di Dantès, o del carcere di Faria, dopo polverizzata con ogni cura, e il vento della notte la trasportava lungi, senza lasciarne traccia. Più d'un anno fu passato in questo lavoro che venne eseguito con uno scalpello, un coltello ed una leva di legno per soli strumenti. Durante quest'anno e mentre lavoravano, Faria continuò ad istruire Dantès parlandogli ora in una lingua, ora in un'altra; insegnandogli la storia delle nazioni, e di quei grand'uomini che di tempo in tempo lasciano dietro a sè una di quelle luminose tracce, che si chiama gloria. Faria uomo di mondo, e di gran mondo, aveva inoltre nelle sue maniere una specie di maestà malinconica, di cui Dantès, mercè lo spirito d'imitazione che gli aveva fornito la natura, seppe trar profitto, e riunire quell'elegante tratto di cui mancava a quei modi aristocratici che generalmente non si acquistano che coll'abitudine di avvicinare le classi elevate o colla conversazione degli uomini superiori.
In capo a 15 mesi il foro era finito, lo scavamento sotto la galleria era fatto, si sentiva passare e ripassare la sentinella, e i due operai, che erano obbligati ad aspettare una notte oscura e senza luna per rendere più sicura la loro evasione, non avevano più che un timore, ed era, che la botola sprofondasse da sè sotto i piedi del soldato. Venne ovviato a questo inconveniente col mettere per puntello una specie di travicello che avevano scavato nei fondamenti.
Dantès era occupato a metterlo al posto quando intese ad un tratto Faria, rimasto nel carcere da lui occupato a formare una cavicchia destinata a mantenere la scala di corda, che lo chiamava con un accento di disperazione. Rientrò sollecitamente, e vide Faria ritto in mezzo alla camera, pallido, col sudore alla fronte e le mani intirizzite.
Oh! mio Dio! gridò Dantès, che c'è, che cosa avete?
Presto! presto! disse Faria, ascoltatemi.
Dantès guardò il viso livido di Faria, gli occhi circondati da un cerchio azzurrognolo, le labbra bianche, i capelli irti, e per lo spavento lasciò cadersi a terra lo scalpello che teneva in mano.
Che c'è egli dunque? gridò Edmondo.
Son perduto, disse Faria, ascoltatemi, un male terribile, forse mortale mi assale in questo momento. L'accesso è incominciato, lo sento. Ne fui già colpito l'anno prima della mia carcerazione. A questo male non vi è che un rimedio; ve lo dirò; correte presto nel mio carcere, togliete un piede al mio letto, questo piede è scavato: vi troverete dentro una piccola boccetta di cristallo piena per metà di un liquore rosso; portatemela, o piuttosto... no, no... io potrei esser sorpreso qui... aiutatemi a rientrare nella mia camera fino a che mi resta ancora qualche forza. Chi sa ciò che può accadere, e quanto tempo durerà l'accesso? Dantès senza molto agitarsi, quantunque la disgrazia che lo colpiva fosse immensa, discese nel corridoio, trascinò dietro a sè l'infelice compagno, e conducendolo con infiniti stenti fino all'estremità opposta, giunse nel carcere di Faria, e lo depose nel letto.
Grazie, disse Faria, tremando con tutte le membra, come se uscisse dall'acqua diacciata; ecco il male che s'inoltra, sto per cadere in catalessi. Forse non farò un movimento, forse non manderò un gemito, ma forse ancora mi contorcerò, griderò, sputerò bava. Fate in modo che non siano intese le mie grida, questo è ciò che soprattutto importa, perchè allora potrei essere cambiato di camera, e noi saremmo divisi per sempre. Quando voi mi vedrete immobile, freddo, e per così dire morto, allora soltanto schiudetemi i denti col coltello, fatemi colare in bocca otto o dieci gocce di quel liquore, e forse rinverrò.
Forse? gridò dolorosamente Dantès.
A me! a me! gridò Faria io mi... mi...
L'accesso fu sì rapido e violento, che il disgraziato prigioniero non potè compiere neppure l'incominciata parola; una nube gli passò sulla fronte, sollecita e tetra come la tempesta del mare. La crisi gli dilatò gli occhi, gli contorse la bocca, gl'imporporò le guance; si agitò, ruggì; ma come lo aveva raccomandato egli stesso, Dantès soffocò queste grida sotto la coperta. Tutto durò due ore; allora più inerte che un masso, più pallido e più freddo di un marmo, più infranto di una cosa calpestata sotto i piedi, cadde, s'intirizzì in un'ultima convulsione, e divenne livido. Edmondo aspettò che questa morte apparente avesse investito tutto il corpo, e ghiacciato fino al cuore; allora prese il coltello, introdusse la lama fra i denti, disserrò a gran fatica le intirizzite mascelle, e contò una dopo l'altra le dieci gocce del rosso liquore, e aspettò. Passò un'ora senza che il vecchio facesse il più piccolo movimento; Dantès temeva di avere aspettato troppo, e lo guardava con le mani cacciate nei capelli; finalmente un leggiero colorito apparve sulle sue guance; gli occhi costantemente rimasti aperti e attoniti, ripresero il consueto sguardo, un debol sospiro gli sfuggì di bocca; fece un piccolo movimento.
Egli è salvo! egli è salvo! gridò Dantès.
Il malato non poteva ancora parlare, ma stese con ansia visibile la mano verso la porta. Dantès ascoltò e intese i passi del carceriere. Erano quasi le sette ore, e Dantès non aveva avuto il pensiero di misurare il tempo. Il giovine si slanciò all'apertura, vi si precipitò, rimise la pietra al di sopra della testa, e rientrò nella stanza. Un momento dopo la porta si aprì, ed il carceriere ritrovò, secondo il solito, il prigioniero assiso sul letto. Appena ebb'egli voltato le spalle, appena il rumore dei suoi passi si perdè nel corridoio, Dantès, divorato dall'inquietudine, senza pensare a mangiare, riprese il cammino sotterraneo, e sollevando la pietra al di sopra della testa, rientrò nella camera di Faria. Questi aveva ripreso conoscenza, ma era sempre steso sul letto, inerte e senza forze.
Io non contava più di rivedervi, diss'egli a Dantès.
E perchè questo? domandò Edmondo, contavate dunque di morire? No, ma tutto è all'ordine per la vostra fuga, ed io credeva che sareste fuggito. Il rossore dell'indignazione colorò le guance di Dantès Senza di voi! gridò egli, mi avete veramente creduto capace di ciò?
Adesso m'accorgo che mi sono ingannato, disse il malato; ah! sono molto debole, molto abbattuto.
Coraggio, le forze ritorneranno, disse Dantès, sedendosi vicino al letto di Faria e prendendogli le mani.
Faria tentennò la testa. L'ultima volta, diss'egli, l'accesso non durò che una mezz'ora, dopo la quale io ebbi fame e mi rialzai solo. Oggi non posso muovere nè la gamba, nè il braccio destro, la testa è oppressa, e ciò prova che è accaduto un versamento nel cervello; al terzo accesso resterò interamente paralizzato, o morirò sul colpo.
No, no, tranquillatevi, voi non morrete. Se questo terzo accesso deve colpirvi vi troverà libero; io vi salverò come questa volta, e meglio ancora, perchè avremo tutti i necessarii soccorsi.
Amico mio, disse il vecchio, non vi lusingate, la crisi che è passata mi ha condannato ad un carcere perpetuo; per fuggire bisogna poter camminare.
Ebbene, noi aspetteremo otto giorni, un mese, due mesi se bisogna; in quest'intervallo le vostre forze ritorneranno, tutto è pronto per la fuga, ed abbiamo la libertà di poter scegliere a nostro piacere l'ora ed il momento. Il giorno in cui vi sentirete abbastanza forte per nuotare, noi metteremo ad esecuzione il nostro disegno.
Io non nuoterò più, disse Faria, questo braccio è paralizzato, non per un giorno, ma per sempre; sollevatelo voi stesso, e sentite quanto è pesante. Il giovine sollevò il braccio che ricadde morto ed insensibile. Dantès mandò un profondo sospiro.
Ora sarete convinto voi stesso, n'è vero Edmondo? disse Faria; credetemi, io so quello che dico. Dopo il primo accesso che ebbi di questo male, non ho mai cessato di studiarvi e di riflettervi sopra; io lo aspettava perchè è un'eredità di famiglia. Mio padre è morto al terzo assalto, mio nonno egualmente. Il medico che mi compose questo liquore, il celebre Cabanis, mi predisse la stessa sorte.
Il medico si sbaglia, gridò Dantès; in quanto alla vostra paralisi, essa non mi sgomenta, io vi prenderò sulle spalle, e nuoterò sostenendovi.
Mio amico, disse Faria, voi siete marinaro, e buon nuotatore, e dovete per conseguenza sapere che un uomo caricato di un simile fardello non potrebbe fare cinquanta braccia nel mare. Cessate dal lasciarvi illudere dalle chimere che ingannano l'ottimo vostro cuore. Io resterò qui fino a che suoni l'ora della mia liberazione, che adesso non può più esser che quella della morte. In quanto a voi partite, fuggite; voi siete giovine, destro e forte, non vi occupate di me, io vi rendo la vostra parola. Sta bene, disse Dantès.
Ebbene! allora? Io pure resterò. Poi levandosi e stendendo una mano sul vecchio:
Per quanto vi ha di più sacro, io giuro di non lasciarvi che alla vostra morte. Faria considerò questo giovine sì nobile, sì semplice e sì elevato, e lesse sui tratti animati dall'espressione di devozione la più pura, la sincerità della sua affezione, e la lealtà del suo giuramento.
Andiamo, disse il malato, io accetto e vi ringrazio. Poi stendendogli la mano:
Voi forse sarete un giorno ricompensato di questa disinteressata divozione, gli disse; ma dappoichè io non posso e voi non volete partire, è necessario di ricolmare il sotterraneo sotto la galleria; il soldato camminando può scuoprire la sonorità nella direzione dello scavo, richiamare l'attenzione di un ispettore, e allora noi saremmo scoperti e separati. Andate a fare questa faccenda nella quale disgraziatamente non posso aiutarvi, impiegatevi tutta la notte se bisogna, e non ritornate da me che domattina dopo la visita del carceriere; avrò qualche cosa di somma importanza da comunicarvi. Dantès, prese la mano di Faria che lo assicurò con un sorriso, ed uscì con quell'obbedienza e quel rispetto che aveva dedicato al suo vecchio amico.
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Capitolo 18. IL TESORO.
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Allorchè Dantès la dimane rientrò nella camera del suo compagno di prigionia, trovò Faria assiso, col viso sereno sotto il raggio che penetrava attraverso la stretta finestra della sua cella. Egli teneva aperto nella mano sinistra, la sola di cui gli era rimasto l'uso, un po' di carta che per l'abitudine di restare avvolta sempre nello stesso modo aveva preso la forma di un cilindro ribelle a stendersi, e ch'ei mostrò a Dantès senza dire una parola.
Che è ciò? domandò questi.
Guardate bene, disse Faria sorridendo.
Io lo sto osservando attentamente, disse Dantès, ma non vedo altro che un po' di carta mezzo bruciata e sulla quale sono tracciati dei caratteri gotici con un inchiostro particolare.
Questa carta, amico mio, disse Faria, è, ora ve lo posso confessare perchè vi ho sperimentato, questa carta è il mio tesoro, di cui da questo momento la metà è vostra!
Un freddo sudore passò sulla fronte di Dantès. Fino a quel giorno, e per uno spazio sì lungo di tempo, egli aveva sempre evitato di parlare a Faria di questo tesoro, origine dell'accusa di pazzia che gravava sul povero amico. Colla sua istintiva delicatezza, Edmondo aveva preferito di non toccare questa corda dolorosa; e Faria per sua parte si era taciuto; egli aveva preso il silenzio del vecchio per un ritorno alla ragione. Or quelle poche parole sfuggite a Faria, dopo una crisi così penosa, sembravano annunziare una grave ricaduta d'alienazione mentale.
Vostro tesoro, balbettò Dantès. (Faria sorrise).
Sì, diss'egli; in ogni occasione voi siete un nobil cuore, Edmondo, e dal vostro pallore e dal vostro fremito comprendo ciò che passa per la vostra mente in questo punto. No, siate tranquillo, io non sono pazzo, questo tesoro c'è, Dantès, e se non mi è stato concesso di possederlo, voi lo possederete in mia vece. Nessuno ha voluto darmi ascolto, nè aggiustarmi fede perchè fui giudicato pazzo; ma voi dovete sapere che tal non sono, ascoltatemi, e dopo credetemi se vi piace.
Ahimè! mormorò Edmondo fra sè stesso, il malato ricade; mi mancava questa disgrazia. Indi alzando la voce:
Amico mio, diss'egli a Faria, il vostro accesso forse vi ha stancato, non vorreste un po' di riposo? domani se voi così desiderate, sentirò la vostra istoria; ma oggi pensate alla vostra salute; d'altra parte continuò egli sorridendo, un tesoro non deve ora importarci gran fatto.
Deve importarci moltissimo, Edmondo, rispose il vecchio, chi sa che domani o doman l'altro non giunga il terzo accesso; allora tutto sarebbe finito... Sì, è vero, io qualche volta ho pensato con un amaro piacere a queste ricchezze che farebbero la fortuna di dieci famiglie; perdute per coloro che mi perseguitano: quest'idea mi serviva di vendetta ed io l'assaporava lentamente nella oscurità della mia segreta e nella disperazione della mia prigionia: ma ora che vi vedo giovine e pieno di speranza, ora che penso a tutto quel che può resultarne di felicità a voi in conseguenza della mia rivelazione, io fremo pel ritardo, e tremo di non potere assicurare un proprietario tanto degno quanto voi il siete a queste immense ricchezze nascoste.
(Edmondo volse altrove la testa sospirando).
Voi persistete nella vostra incredulità, Edmondo, continuò Faria; la mia voce non vi ha convinto. Vedo che vi abbisognano delle prove. Ebbene leggete questo foglio che non ho fatto mai vedere ad alcuno.
Domani, amico mio, disse Edmondo, bramando schivarsi a secondare la follia del vecchio. Io credeva che fosse già stabilito fra noi di non parlarne che domani?
Ebbene, ne parleremo domani, ma oggi leggete questo foglio.
Non l'irritiamo di più, pensò Edmondo. E prendendo la carta di cui mancava la metà, che sembrava essere stata consunta da qualche accidente, egli lesse...
Ebbene? disse Faria, quando il giovine ebbe finita la lettura.
Ma, rispose Dantès, non leggo che righe troncate, che parole senza senso; i caratteri sono interrotti dall'azione del fuoco e restano inintelligibili.
Per voi, amico mio, che li leggete per la prima volta, ma non per me che vi ho impallidito sopra per ben molte notti, e che ho ricostruita ogni frase, e compiuto ogni pensiero.
E credete aver ritrovato questo senso troncato?
Ne son sicuro; ne giudicherete da voi stesso; ma dapprima ascoltate la storia di questa carta.
Silenzio! gridò Dantès; dei passi!... qualcuno si avvicina... io parto... addio! e Dantès, fortunato di poter fuggire alla storia ed alla spiegazione che non gli avrebbero che maggiormente confermato la infelicità del suo amico, fuggì per lo stretto andito, nel mentre che Faria acquistando una specie di attività dal terrore, spinse col piede la pietra che ricuoprì colla stoia, a fine di nascondere allo sguardo la mancanza di continuità che non era stato in tempo di fare sparire.
Era il governatore che, essendo stato avvisato dal carceriere dell'accidente di Faria, veniva ad assicurarsi da sè stesso della sua gravità. Faria lo ricevette assiso, evitò qualunque gesto che potesse metterlo a rischio, e riuscì a nascondere al governatore che egli era stato colpito da una paralisi, che aveva fatta morta una metà della sua persona. Il suo timore si era che il governatore mosso a pietà di lui, non volesse farlo trasportare in una prigione più sana e non lo separasse in tal modo dal suo giovine compagno: ma fortunatamente non fu così: il governatore si ritirò convinto che il povero pazzo pel quale sentiva nel fondo del cuore un po' di affezione, non era affetto che da una leggiera indisposizione.
In questo tempo, Edmondo, assiso sul letto e colla testa fra le mani, cercava di riordinare le sue idee; dacchè conosceva Faria avea sempre scorto in lui tanta ragione, e tanta logica, che non poteva comprendere come questa suprema saggezza su tutti i punti, potesse poi collegarsi coll'alienazione di mente sopra un sol punto: era Faria che s'ingannava sul suo tesoro? o erano gli uomini che s'ingannavano sul conto di Faria? Dantès restò nella sua cella tutto il giorno, non osando ritornare a visitare il suo amico. Egli cercava di allontanare così il momento in cui avrebbe acquistata la certezza che il compagno era pazzo; questa convinzione doveva essere spaventosa per lui. Ma verso sera, dopo l'ora dell'ordinaria visita, Faria, non vedendo più ritornare il giovine, tentò di superare lo spazio che lo divideva da lui. Edmondo rabbrividì sentendo gli sforzi dolorosi che faceva il vecchio per trascinarsi: la gamba era inerte: egli non poteva aiutarsi che con un sol braccio: fu perciò obbligato di tirarlo a sè, poichè certamente non sarebbe riuscito ad uscire solo per la stretta apertura che metteva nella camera di Dantès. Eccomi implacabilmente risoluto a perseguitarvi, disse con un sorriso raggiante di benevolenza; voi avete creduto potere sfuggire alla mia munificenza, ma ciò non vi ha servito a niente. Ascoltatemi adunque. Edmondo vedendo che non poteva più evitarlo, fece sedere il vecchio sul letto, e si pose vicino a lui sul suo sgabello. Voi sapete, disse Faria, che io era il segretario, il famigliare, l'amico del conte Spada, l'ultimo dei principi di questo nome. Io devo a questo degno personaggio tutto ciò che ho provato di felicità in questa vita. Egli non era ricco, benchè le ricchezze di sua famiglia fossero proverbiali, e che abbia spesse volte inteso dire: ricco come uno Spada. Ma egli, come la pubblica voce, viveva sotto questa riputazione di opulenza; il suo palazzo fu il mio Eden. Educai i suoi nipoti che morirono, e allora io dedicandomi con devozione a tutte le sue volontà, cercai rendergli quel che aveva fatto per me da dieci anni. La casa del conte non ebbe più segreti per me, io aveva soventi volte visto lo Spada scartabellare dei libri antichi, e sfogliare avidamente dei manoscritti antichi di famiglia tutti ricoperti di polvere. Un giorno che io gli rimproverava queste inutili veglie, e la specie di abbattimento che le seguiva, egli mi guardò sorridendo amaramente, e mi aprì un libro che era la storia d'Italia. Al capitolo XX della medesima stava scritto:
«Cesare Borgia prese d'assalto Sinigaglia, che apparteneva a Francesco Maria della Rovere; il giorno stesso della vittoria, chiamò a pranzo tutti i condottieri del suo esercito, ed a seconda che entravano nella sala del convito, non avendo più bisogno di loro e temendo qualche lega che potesse inceppargli la vittoria nella Romagna, fece a tutti l'un dopo l'altro tagliar la testa sul limitare della porta. Così morì Vitellozzo Vitelli signore di Città di Castello, Oliverotto signore di Fermo, Paolo Orsini Duca di Gravina, Francesco di Todi, Guido Spada ecc.»
«Dopo questa lettura, egli mi favellò così:
«Guido Spada non aveva potuto disimpegnarsi dal collegare le sue bande con quelle di Cesare Borgia, quando si portò ad invadere la Romagna, temendo che un rifiuto non solo gli potesse costar la vita, ma la perdita di quegl'immensi beni di cui era ritenuto possessore, e che, conservava colla più grande importanza per trasmetterli ad un nipote che amava qual figlio. Quando Guido Spada, dopo la vittoria di Sinigaglia, ricevette l'invito al pranzo di Borgia egli sospettò il tradimento che veniva ordito, ed accorgendosi omai che ancorchè non fosse andato al convito la sua vita era sempre in balia del Borgia trovandosi in mezzo alle sue genti, si limitò a spedire un messaggio al nipote in Roma per avvertirlo del luogo ove egli teneva il suo testamento. Il messaggiero, la cui partenza era stata spiata, fu ucciso in cammino, ma non gli fu ritrovato altro foglio se non che uno scritto dello Spada in cui diceva: «Lascio al mio nipote amatissimo le mie stoviglie ed i miei libri, fra i quali la mia Bibbia ad angoli d'oro desiderando ch'egli la conservi quale ricordo del suo affezionatissimo zio.»
«Gli eredi cercarono in ogni luogo, ammirarono la Bibbia, fecero man bassa sui mobili, e si meravigliarono che Spada, l'uomo ricco, non fosse in effetti che il più miserabile degli zii; nessun tesoro fu rinvenuto, se pure non vogliansi chiamare tesori le scienze racchiuse nella biblioteca e nel laboratorio chimico.
«Il messaggiero che era stato assassinato in viaggio, ebbe tempo prima di morire, di dire ad un sacerdote, che prestavagli gli ultimi uffici di religione innanzi la chiesetta presso la quale fu aggredito, che facesse sapere al nipote di Guido Spada in tutta secretezza, che vi avrebbe certamente trovato il testamento. Il sacerdote eseguì questo estremo desiderio del trafitto: e fu dopo questo annunzio che si raddoppiarono più attivamente ancora le ricerche: ma tutto fu invano. Non restarono al nipote che due palazzi, ed una villa dietro al Palatino, ed un migliaio circa di scudi in argenteria, ed altrettanto in moneta contante. La famiglia Spada non riprese più il lustro di prima e rimase dubbia la loro fortuna; un mistero eterno pesò sopra questa faccenda, e la pubblica fama fe' credere, che Cesare Borgia avesse ritrovato i tesori della famiglia Spada nella tenda di Guido sotto le mura di Sinigaglia.»
Fin qui, interruppe Faria, sorridendo, non vi sembrerà che questo racconto sia privo di senno?
Oh! amico mio, disse Dantès, mi sembra, al contrario, di leggere una cronaca importantissima, continuate.
La famiglia si accostumò a questa oscurità, gli anni si successero. Fra i discendenti, alcuni furono soldati, altri diplomatici; alcuni furono ecclesiastici, altri banchieri; alcuni si arricchirono, altri finirono di rovinarsi. Ma veniamo all'ultimo della famiglia, a quello di cui io fui segretario, al conte Spada. Io lo aveva spesso sentito lamentarsi della sproporzione del suo grado colla sua fortuna, per cui lo aveva consigliato di porre i pochi beni che gli restavano in rendita vitalizia; ascoltò il mio consiglio, e per tal modo raddoppiò le sue rendite. La famosa Bibbia ad angoli d'oro era rimasta in famiglia, ed il conte Spada la possedeva: fu conservata di padre in figlio, perchè la clausola bizzarra del solo testamento che si conobbe, ne aveva formata una vera reliquia custodita con una superstiziosa venerazione in famiglia. Era quel libro illustrato da magnifiche miniature gotiche e così pesante per l'oro, che vi voleva un leggio per poterne far uso. Alla vista delle carte di ogni specie, titoli, contratti, pergamene, che venivano custodite negli archivii della famiglia e che derivavano da Guido Spada, io mi misi a mia volta al par di venti servitori, di venti intendenti e venti segretarii che mi avevano preceduto, ad esaminare queste filze formidabili. Ad onta dell'attività e della precisione delle mie ricerche, io non ritrovai assolutamente niente. Frattanto aveva letta ed anche scritta una storia esatta delle effemeridi della famiglia Borgia, nel solo scopo di assicurarmi se fosse stata aggiunta alla famiglia di questi Principi qualche gran fortuna dopo la morte di Guido Spada, e mai non potei osservare altro se non l'addizione dei beni degli altri condottieri con lui decollati, che furono ben presto esauriti nelle guerre della Romagna.
«Ero dunque quasi sicuro che nè Cesare Borgia, nè la sua famiglia si erano impadroniti delle immense fortune di cui si credevano possessori gli Spada, ma che queste, se pur vi erano, rimasero senza padrone, come quei tesori delle favole arabe che dormono nel seno della terra, sotto la custodia di un genio. Io sfogliai, contai, calcolai le mille e mille volte le rendite e le spese della famiglia da trecento anni in poi, e tutto fu inutile. Confrontai questi calcoli colle spese e le rendite prima dell'avvenimento di Guido, e vi trovai una incalcolabile differenza; ciò nonostante tutto riuscì inutile, io restai nella mia ignoranza ed il conte Spada nella sua miseria.
«Il mio padrone morì. Dal suo contratto vitalizio egli non aveva eccettuate che le sue carte di famiglia, la biblioteca composta di cinque mila volumi e la famosa Bibbia; mi lasciò legatario di tutto questo, unitamente ad un migliaio di scudi romani che possedeva in denaro contante colla condizione di fargli dire delle messe nell'anniversario della sua morte, di formare un albero genealogico della sua famiglia e di scrivere una storia della medesima, il che ho fatto esattamente...
«Tranquillizzatevi, Edmondo, ci accostiamo alla fine.
«Nel 1807, un mese prima del mio arresto, e quindici giorni dopo la morte del conte Spada, era il 25 di dicembre, (vedrete in breve in qual modo questa data memorabile mi sia rimasta in mente) io rileggeva per la centesima volta queste carte che metteva in ordine, perchè appartenendo oramai il palazzo ad uno straniero, io stavo per lasciare Roma e stabilirmi a Firenze portando meco una certa quantità di libri, la mia biblioteca e la famosa Bibbia, allorchè stanco da questo continuo studio, e indisposto per un pranzo indigesto, lasciava cadere la testa sopra le mani e mi addormiva. Erano tre ore dopo mezzogiorno: mi svegliai; la pendola batteva le sei: alzai la testa e mi trovai nella più profonda oscurità. Suonai perchè mi si portasse il lume, non venne alcuno. Risolvetti allora di servirmi da me; quest'era d'altra parte un'abitudine da filosofo che mi abbisognava di adottare. Presi con una mano la bugìa che era sul tavolo, coll'altra non ritrovando solfanelli cercai un po' di carta che mi avvisava di accendere ad un resto di fuoco rimasto nel caminetto; ma nell'oscurità temendo di prendere una carta preziosa invece di un foglio inutile, esitai; allora mi risovvenni di aver veduto nella famosa Bibbia che era sulla tavola, vicino a me, un vecchio foglio tutto ingiallito che sembrava aver servito di segno al luogo ove si cessava la lettura, e che aveva traversato i secoli, mantenuto al suo posto dalla venerazione degli eredi. Io cercai a tastoni quest'inutil foglio, lo trovai, lo contorsi, lo presentai alla fiamma moribonda e lo accesi; ma sotto le dita, come per magìa, a seconda che il fuoco saliva io vidi dei caratteri giallastri uscir dalla carta e comparire sul foglio. Allora fui preso da terrore; serrai fra le mani il foglio, spensi il fuoco, accesi la bugìa alla bracia; riaprii con indicibile emozione il foglio ripiegato, e riconobbi che un inchiostro misterioso e simpatico aveva tracciato quelle lettere apparse soltanto al contatto del vivo calore; poco più di un terzo del foglio era stato consumato dalla fiamma. Egli è quel foglio che voi avete letto questa mattina. Rileggetelo Dantès; poi quando lo avrete riletto io vi compierò le frasi interrotte e il senso incompiuto; e Faria, trionfante, aprì il foglio a Dantès che questa volta lesse avidamente le parole seguenti, tracciate con un inchiostro color di ruggine;
«Essendo costretto per lo mio me
di seguire in un con le
gia nella guerra di Romagna, e
parato a qualunque tradimento p
cipe, dichiaro a mio nipote
erede universale che ho
per aver visitato con me
isola di Monte-Cristo, tutto quanto
preziose, diamanti, argenterie
per il valore circa di due
troverà passando la ventesima
dell'Est in linea retta. Due aper
in queste grotte il tesoro sta nell'angolo
qual tesoro lascio a lui e cedo
solo erede.»
«28 Marzo 1492.
«Guid
Ora, riprese Faria, leggete quest'altra carta. E presentò a Dantès un altro foglio, con altri frammenti di righe.
Adesso, diss'egli, veduto Dantès che aveva letto fino all'ultima linea, ravvicinate i due frammenti, e giudicate.
Dantès obbedì, ravvicinati i due frammenti, davano il seguente assieme.
«Essendo costretto per lo mio meglio di seguire in un con le mie genti Cesare Borgia nella guerra di Romagna, e dovendo essere preparato a qualunque tradimento per parte di questo principe, dichiaro a mio nipote Giulio Spada, mio erede universale, che ho nascosto in una direzione che egli conosce, per aver visitato con me, cioè nell'isola di Monte-Cristo, tutto quanto io possedo in pietre preziose, diamanti, argenterie, che solo io conosco questo tesoro per il valore circa di due milioni di scudi romani, e che egli troverà passando la ventesima pietra della roccia a partirsi dal seno dell'Est in linea retta. Due aperture sono state praticate in queste grotte; il tesoro sta nell'angolo più lontano della seconda, il qual tesoro lascio a lui e cedo in tutto come mio solo erede.»
28 Marzo 1492.
«Guido Spada.
Ebbene! capite finalmente? disse Faria.
È la dichiarazione di Guido Spada, è il testamento che fu cercato per sì gran tempo, disse Edmondo ancora incredulo.
Sì, mille volte sì.
E chi l'ha ricostruito in tal modo?
Io che coll'aiuto del frammento restato, ho indovinato il resto misurando la lunghezza delle linee con quella della carta e penetrando nel senso nascosto col mezzo visibile, come uno si guida in un sotterraneo con un residuo di luce che gli venga dall'alto.
E che faceste quando avete creduto di acquistare questa cognizione?
Voleva partir subito, ed anzi sono partito sul momento, portando meco il principio della mia grand'opera filosofica, ma la polizia imperiale che conosceva i miei principi teneva gli occhi aperti sopra di me. La mia partenza precipitata, della quale non poteva conoscere la causa, svegliò dei sospetti, e al momento in cui io stava per imbarcarmi a Piombino, venni arrestato... Ora, continuò Faria, guardando Dantès con un'espressione quasi paterna, ora, amico mio, voi ne sapete quanto me. Se noi ci salviamo insieme la metà del mio tesoro è vostra; se io muoio qui, e che voi vi salviate solo, vi appartiene in totalità.
Ma, domandò Dantès con esitazione, questo tesoro non ha egli nel mondo possessori più legittimi di noi?
No, no, rassicuratevi; la vera famiglia Spada è estinta compiutamente. D'altra parte l'ultimo dei conti Spada mi ha dichiarato suo erede, e nel lasciarmi per legato questa Bibbia simbolica mi ha pur lasciato tutto ciò che conteneva. No, no, tranquillizzatevi, se noi un giorno potremo metter le mani sopra questa fortuna, potremo goderne senza rimorsi.
E dite voi che questo tesoro racchiude...
Due milioni di scudi romani, circa 13 milioni di franchi.
Impossibile! disse Dantès, spaventato dall'enormità della somma.
Impossibile e perchè? rispose il vecchio. La famiglia Spada era una delle più antiche e delle più possenti famiglie del secolo XV. D'altra parte in quei tempi, in cui era sospesa ogni speculazione ed ogni industria, non erano rari questi ammassi di oro e di pietre; anche oggi giorno in Roma vi sono delle famiglie che muoiono di fame, e che hanno quasi un milione in diamanti e pietre preziose trasmesse per maggiorasco, che non possono essere alienate.
(Edmondo che credeva sognare, ondeggiava fra l'incredulità e la gioia). Io non ho custodito per sì lungo tempo tal segreto con voi, continuò Faria, se non perchè prima volessi mettervi alla pruova e poi farvi una sorpresa. Se noi fossimo evasi prima del mio accesso di catalessi, vi avrei condotto a Monte-Cristo; ora, aggiunse egli con un sospiro, siete voi che mi condurrete.... Ebbene! Dantès, non mi ringraziate?
Questo tesoro è vostro, amico mio, disse Dantès; egli appartiene a un solo, ed io non vi ho alcun diritto; io non sono neppure vostro parente.
Voi siete mio figlio, Dantès! gridò il vecchio, voi siete il figlio della mia prigionia. Dedito interamente agli studi, mi era condannato al celibato; Dio vi ha inviato a me per consolare l'uomo che non è stato padre, e il prigioniero che non poteva esser libero. E Faria tese il braccio che gli restava, al giovine, che gli si gettò al collo piangendo.
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Capitolo 19. IL TERZO ACCESSO.
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Ora che questo tesoro, stato per sì lungo tempo lo scopo delle meditazioni di Faria, poteva assicurare la felicità di colui che egli veramente amava come suo figlio, questo tesoro aveva raddoppiato di valore a' suoi occhi: tutti i giorni si divertiva nel farne le quote, spiegando a Dantès tutto ciò che poteva fare di bene ai suoi amici quell'uomo che ai nostri giorni possedesse una fortuna di 13 a 14 milioni; e allora il viso di Dantès si faceva tetro, perchè il giuramento di vendetta che aveva fatto si presentava al suo pensiero, e rifletteva quanto male poteva fare a' suoi nemici un uomo che ai nostri giorni possedeva 13 a 14 milioni.
Faria non conosceva l'isola di Monte-Cristo, ma Dantès la conosceva, vi era spesse volte passato davanti ed una volta vi avea preso ancora terra. Quest'isola era, è stata sempre, ed è ancora compiutamente deserta; è una roccia di forma quasi conica che sembra essere stata sospinta da qualche cataclismo vulcanico dal fondo dell'abisso alla superficie del mare1.
Dantès faceva il piano dell'Isola a Faria, e questo davagli dei consigli sui modi da impiegarsi per ritrovare il tesoro.
Ma Dantès era ben lungi dall'essere così entusiasta e così confidente quanto lo era il vecchio; era al certo ben sicuro che Faria non era pazzo ed il modo con cui era giunto alla scoperta che aveva fatto credere alla sua follia, raddoppiava ancora la sua ammirazione per lui; ma non poteva egualmente credere che questo deposito, supposto che un giorno vi fosse stato, vi fosse tuttavia, e quando non guardava questo tesoro come una chimera, lo guardava come molto lontano. Frattanto, come se il destino avesse voluto togliere ai prigionieri l'ultima speranza, e far loro credere che erano condannati ad un perpetuo carcere, una nuova disgrazia venne a colpirli. La galleria che dava sul mare, minacciando ruina da lungo tempo, era stata ricostruita; furono sostituiti ai pianciti e ai travi degli enormi dadi di roccia sul foro di già per metà interrato da Dantès; senza questa cautela, che fu suggerita dal vecchio al giovine, il loro infortunio sarebbe stato ancora maggiore, perchè si sarebbe scoperto il tentativo di evasione e sarebbero stati indubitatamente divisi.
Una nuova porta più forte e più inesorabile delle altre si era chiusa ancora una volta sur essi.
Voi vedete bene, diceva Dantès, con una dolce tristezza a Faria, che Dio vuol togliermi fino il merito di ciò che chiamate mia devozione per voi: vi ho promesso di restare eternamente con voi, ed ora non son più libero di non poter mantener la mia parola; non avrò più il tesoro e non usciremo di qui nè l'uno nè l'altro. Del resto il mio vero tesoro siete voi, amico mio, quello che mi attendeva sotto le tetre volte di questa prigione siete voi, è la vostra presenza, il nostro convivere cinque o sei ore del giorno insieme ad onta della vigilanza dei nostri carcerieri. Sono questi raggi d'intelligenza che voi avete versato nel mio intelletto, queste lingue che voi avete trapiantate nella mia memoria, ove vegetano con tutte le loro ramificazioni filologiche. Queste scienze diverse che voi mi avete rese sì facili colla profondità della conoscenza che me ne avete data, e colla chiarezza dei principi a cui le riduceste. Ecco il mio tesoro, amico; ecco in che modo mi avete fatto ricco e felice. Credetemi e consolatevi; ciò per me val molto più delle verghe d'oro e delle casse di diamanti, quand'anche non fossero così problematiche, come le nubi che si vedono la mattina fluttuare sul mare, che si prendono per terra ferma e che svaporano, svaniscono a seconda che uno si avvicina. Vedervi vicino a me per il più lungo tempo possibile, ascoltare la vostra voce eloquente, ornare il mio spirito, rattemprare l'anima mia, rendere tutta la mia organizzazione capace di grandi e terribili cose, se mai un giorno sarò libero, riempirle così bene che la disperazione alla quale ero sul punto di abbandonarmi, quando vi conobbi, non vi ritrovi più posto; ecco tutta la mia fortuna: questa non è chimerica, io la debbo a voi, e tutti i sovrani della terra, fossero essi ancora tanti Cesare Borgia, non riuscirebbero a togliermela.
Così i giorni che scorsero in seguito, se non furono giorni felici pei due prigionieri, passarono però molto prestamente. Faria che aveva custodito il segreto del suo tesoro per sì lungo tempo, ora ne parlava ad ogni occasione. Come lo aveva preveduto, egli restò paralizzato dal lato destro ed egli stesso aveva perduto ogni speranza di potersene servire; ma pensava sempre pel suo compagno ad una liberazione o ad una evasione, e ne godeva per lui. Per timore che la lettera potesse un giorno perdersi o cancellarsi aveva obbligato Dantès ad impararla a memoria, di tal che questi la sapeva dalla prima all'ultima parola; allora distrusse la seconda parte, certo che poteva essere ritrovata la prima parte, senza che ne fosse indovinato il vero senso. Qualche volta passava delle ore intere nel dare delle istruzioni a Dantès, istruzioni che dovevano servirgli nei giorni della sua libertà. Una volta libero, dal giorno, dall'ora, dal momento in cui sarebbe stato libero, allora egli non doveva più avere che un solo ed unico pensiero, quello di guadagnare Monte-Cristo in qualunque siasi modo, restarvi solo con un pretesto che non desse sospetto; ed una volta là, una volta solo, cercare di ritrovare le grotte maravigliose e scavare nell'interno della seconda grotta.
Aspettando in tal modo, le ore passavano, se non rapide almeno sopportabili: Faria, come dicemmo, senza avere ricuperato l'uso della mano e del piede, aveva ricuperata tutta la chiarezza della sua intelligenza e aveva insegnato al suo giovine compagno un poco alla volta oltre le cognizioni morali, di cui si disse in particolare, quell'arte paziente e sublime del prigioniero che dal niente sa trarre qualche cosa. Faria pel timore di vedersi invecchiare, Dantès pel timore di ricordarsi il suo passato quasi estinto, e che non presente più nel fondo della sua memoria lontana, che come perduto nella notte; tutto camminava come in quelle esistenze ove l'infelicità non ha nulla scomposto, e che passano macchinalmente e con calma sotto l'occhio della Provvidenza. Ma sotto questa calma superficiale esistevano nel cuore del giovine, e fors'anche del vecchio, molti slanci trattenuti, molti sospiri soffocati, che Faria faceva quando era solo, Edmondo quando rientrava nel suo carcere.
Una notte Edmondo si risvegliò come scosso, credendo di essere stato chiamato; aprì gli occhi e tentò di squarciare la spessezza dell'oscurità. Il suo nome, o piuttosto una voce di lamento che tentava di articolare il suo nome, giunse fino a lui. Si alzò sul letto, il sudore dell'angoscia gli bagnava la fronte, ed ascoltò. Non v'era più alcun dubbio: il lamento veniva dal carcere del suo compagno.
Gran Dio! esclamò Dantès; sarebbe forse..., e spostò il letto, levò la pietra, si slanciò nella via sotterranea, giunse all'opposta estremità, la pietra era alzata. Alla luce incerta e vacillante di quella lampada di cui abbiamo altre volte parlato, Edmondo vide il vecchio pallido, ancor ritto che si aggrappava al legno del letto. I suoi lineamenti erano sconvolti da quegli orribili sintomi che egli già conosceva, e che tanto lo spaventarono quando apparvero per la prima volta.
Ebbene! amico mio, disse Faria rassegnato.... non ho più bisogno d'insegnarvi altro. Edmondo gettò un grido doloroso, e del tutto smarrito si slanciò verso la porta gridando: Soccorso! soccorso! Faria ebbe ancora la forza di fermarlo per un braccio. Silenzio, diss'egli, o siete perduto. Non pensiamo più che a voi, caro amico, a rendere la vostra prigionia sopportabile o la vostra fuga possibile. Vi bisognerebbero molti anni per rifare da solo tutto ciò che io ho fatto qui, e che sarebbe distrutto sul momento se i nostri sorveglianti sapessero la nostra intelligenza. D'altra parte siate tranquillo, amico mio, il carcere che abbandono non resterà lungamente vuoto: un altro disgraziato verrà a prendere il mio posto. A quest'altro voi comparirete come un angiolo salvatore. Quest'altro sarà forse giovine, forte, paziente come voi. Quest'altro potrà aiutarvi nella vostra fuga, mentre che io non era ormai in istato che d'impedirla. Non avrete più un mezzo cadavere unito a voi per ostare ai vostri movimenti. Dio fa finalmente qualche cosa per vostro bene: egli vi dà più di ciò che vi toglie, ed è ben ora che io muoia.
Edmondo non potè far altro che unire le mani e gridare.
Oh! amico mio, amico mio, tacete. Quindi riprendendo la sua forza, un momento perduta dal colpo imprevisto, e il coraggio piegato dalle parole del vecchio:
Oh! diss'egli, io vi ho già salvato una volta, vi salverò la seconda. E sollevando il piede del letto ne cavò la boccettina in cui v'era ancora un terzo del liquore rosso.
Ecco diss'egli, di questa bibita salutare ne resta ancora. Presto, presto, ditemi ciò che devo fare. Questa volta vi sono nuove istruzioni da aggiungere? parlate, amico mio, vi ascolto.
Non v'è alcuna speranza; rispose Faria, scuotendo la testa; ma non importa, Dio vuole che l'uomo da Lui creato, nel cuor del quale ha profondamente scolpito l'amor della vita, faccia tutto ciò che può per conservare questa esistenza, spesse volte penosa, ma sempre cara.
Oh! sì, rispose Dantès, vi salverò; ve lo dico io.
Ebbene! dunque tentate, il freddo mi prende, sento il sangue affluire al cervello; quest'orribile tremito mi fa sbattere i denti, e sembra disgiungere le mie ossa, comincia ad invadere il mio corpo; tra cinque minuti la crisi scoppierà, fra un quarto d'ora non vi sarà di me che un cadavere.
Ah! gridò Dantès, col cuore lacerato dal dolore.
Voi farete come l'altra volta, soltanto non aspetterete sì lungo tempo. A quest'ora tutte le molle della mia vita sono consunte, e la Morte non avrà più (mostrando il braccio e la gamba paralizzata) non avrà più che la metà del lavoro da fare. Se dopo avermi versato dodici gocce in bocca, invece di dieci, vedete che io non rinvengo, versate il rimanente. Frattanto portatemi sul letto perchè non posso più tenermi in piedi. Edmondo prese il vecchio nelle braccia e lo stese sul letto. Ora, amico, disse Faria, sola consolazione della mia misera vita, voi, che il cielo mi dette un po' tardi, ma pure mi dette qual dono inapprezzabile di cui lo ringrazio, nel momento in cui sono per separarmi per sempre da voi, vi auguro tutti i beni, tutte le felicità che meritate. Figlio mio, io vi benedico!
Dantès si gittò in ginocchio appoggiando la testa sul letto del vecchio. Ma prima di ogni altro ascoltate bene ciò che vi dico in questo momento supremo; il tesoro di Spada c'è, Dio permette che non vi sia più per me nè distanza nè ostacolo. Io lo vedo nel fondo della seconda grotta, i miei occhi penetrano la profondità della terra e restano abbagliati da tante ricchezze... se voi giungete a fuggire, ricordatevi che il povero Faria da tutti creduto pazzo, non lo era. Correte a Monte-Cristo, approfittatevi della fortuna, voi che avete sofferto abbastanza...
Una scossa violenta interruppe il vecchio, Dantès rialzò la testa, e vide che gli occhi si iniettavano di rosso, sarebbesi detto che un'onda di sangue saliva dal petto alla fronte.
Addio! addio! mormorò il vecchio stringendo convulsivamente la mano al giovine, addio.
Oh! non ancora, non ancora, gridò questi. Non mi abbandonate, oh! mio Dio! soccorretelo... aiuto... aiuto!...
Silenzio! silenzio! silenzio! mormorò il moribondo, che non ci separino se volete salvarvi.
Avete ragione. Oh! sì sì, siate tranquillo, vi salverò. D'altra parte quantunque soffriate molto, sembra che soffriate meno della prima volta.
Oh! disingannatevi, soffro meno perchè ho minor forza di soffrire. Nella vostra età si ha fede nella vita, è il privilegio della gioventù di credere e di sperare; ma la vecchiaia vede più chiaramente la morte. Oh! eccola... ella viene... tutto è finito... la vista si perde... la ragione svanisce... la vostra mano Dantès... addio!..., e riunendo tutte le sue forze e le sue facoltà fece un ultimo sforzo per rialzarsi dicendo: Monte-Cristo... non dimenticate Monte-Cristo!
E ricadde sul letto.
La crisi fu terribile; membra contorte, pupille gonfiate, schiuma sanguinolenta, un corpo senza movimento, ecco ciò che restò su quel letto di dolore, nel posto ove un momento prima era stato disteso un essere intelligente. Dantès prese la lampada, la posò al capezzale del letto sopra una pietra sporgente, da dove la sua luce tremante rischiarava con uno strano e fantastico riflesso questo viso scomposto e questo corpo inerte e rigido. Là cogli occhi fissi aspettò intrepidamente il momento di ministrare il salutare rimedio. Quando credè fosse giunto, prese il coltello, disserrò i denti, che offrivano meno resistenza della prima volta, contò una dopo l'altra le dodici gocce, e aspettò; la boccettina conteneva ancora il doppio circa di ciò che avea versato. Aspettò dieci minuti, un quarto d'ora, una mezz'ora, niente si mosse. Tremante, coi capelli irti, la fronte ghiacciata dal sudore, contava i secondi coi battiti del cuore. Allora egli pensò che era tempo di tentare l'ultima prova: avvicinò la boccettina alle labbra paonazze di Faria, e senza aver bisogno scostare le mascelle rimaste aperte, versò il rimanente del liquore che conteneva. Il rimedio produsse un effetto galvanico, un violento tremore scosse le membra del vecchio, gli occhi si riaprirono spaventosi a vedersi, gettò un sospiro che sembrava un grido, quindi tutto questo corpo tremante rientrò a poco a poco nella sua immobilità; i soli occhi rimasero aperti.
Una mezz'ora, un'ora, un'ora e mezzo passarono.
Durante quest'ora e mezzo d'angoscia Edmondo curvato sul suo amico, con la mano applicata sul cuore sentì successivamente questo corpo raffreddarsi, e questo cuore spegnere il suo battito sempre più sordo e profondo. Finalmente nulla sopraggiunse, l'ultimo fremito del cuore cessò, la faccia divenne livida, gli occhi rimasero aperti; ma lo sguardo si fece vitreo.
Erano le sei del mattino, il giorno cominciava a sorgere, il suo raggio malinconico entrava nel carcere e faceva impallidire la luce della lampada vicina a spegnersi. Riflessi strani di luce passavano sul viso del cadavere dandogli di tempo in tempo delle apparenze di vita. Fino a che durò questa lotta tra il giorno e la notte, Dantès potè ancora dubitare, ma da che il giorno la vinse, fu fatto certo che era in compagnia di un cadavere. Allora un terrore profondo ed invincibile s'impadronì di lui; egli non osò più stringere quella mano che pendeva fuori del letto, non osò più fissare gli occhi su quelli immobili e bianchi, che tentò inutilmente più volte di chiudere, e che sempre si riaprivano: spense la lampada, la nascose con ogni cura, fuggì rimettendo alla meglio la pietra al disopra della testa: n'era già tempo, chè il carceriere poteva star poco a venire. Questa volta il carceriere cominciò la visita da Dantès; uscendo da questo carcere, passava in quello di Faria al quale portava la colazione e la biancheria. Nulla faceva conoscere in quest'uomo che fosse al giorno dell'accidente accaduto. Egli uscì.
Dantès fu preso allora da un'indicibile impazienza di saper ciò che sarebbe accaduto nel carcere del suo disgraziato amico: rientrò dunque nel passaggio sotterraneo, e giunse in tempo per sentire le esclamazioni del carceriere che chiamava soccorso. Ben presto entrarono gli altri carcerieri, dipoi s'intese quel passo pesante e regolare, comune ai soldati anche quando sono fuori servizio. Dietro i soldati giunse il Governatore. Edmondo intese il rumore del letto sul quale veniva agitato il cadavere, e la voce del governatore che ordinava di gettargli dell'acqua sul viso, e che vedendo quest'aspersione non atta a far rivivere il prigioniero, mandava a chiamare il medico. Il governatore uscì, e giunsero fino alle orecchie di Dantès alcune parole di compassione miste alla risa ed alle facezie dei carcerieri.
Andiamo, andiamo, diceva uno di questi, il pazzo è andato a raggiungere i suoi tesori; buon viaggio.
Ei non avrà, con tutti i suoi milioni, di che pagare la coperta da morto, diceva l'altro. Oh! rispondeva un terzo, le coperte dei morti del castello d'If non costano molto. Può essere che essendo una persona di distinzione nella scienza, gli vorranno usare qualche riguardo. Allora avrà l'onore del sacco.
Edmondo ascoltava, non perdeva una parola, ma non capiva il significato dei loro detti. Ben presto le voci cessarono, e gli sembrò che i carcerieri lasciassero la camera.
Ciò nonostante non osò entrarvi, potevano avervi lasciato qualcheduno a guardia del morto. A capo di un'ora circa il silenzio si animò debolmente, quindi andò crescendo: era il governatore che ritornava seguito da un medico e da diversi ufficiali. Si rinnovò un momento di silenzio; era evidente che il medico si accostava al letto ed esaminava il cadavere. Ben presto il dialogo ricominciò: il medicò analizzò il male del quale era stato vittima il prigioniero; e dichiarò che egli era morto. Domande e risposte si facevano con una noncuranza che indignò Dantès. Gli sembrava che tutti avrebbero dovuto risentire pel povero Faria una parte dell'affetto che ei gli portava.
Sono dispiacente di ciò che voi mi annunziate, disse il governatore rispondendo alla certezza manifestata dal medico, che il vecchio fosse in effetti morto; era un prigioniero docile, inoffensivo, ricreante colla sua follia e soprattutto facile a sorvegliarsi.
Oh! riprese il carceriere, si sarebbe potuto far di meno di qualunque sorveglianza. Garantisco ch'egli avrebbe potuto restar qui cinquant'anni, senza provar di fare il più piccolo tentativo di evasione.
Frattanto, riprese il governatore, non che io dubiti della vostra scienza, ma è necessario di assicurarci se il prigioniere sia in effetti morto. Si formò un nuovo silenzio, e Dantès sempre in ascolto suppose che il medico esaminasse e palpasse una seconda volta il cadavere.
Voi potete restare tranquillo, disse allora il medico: è morto, e me ne rendo io garante.
Sapete, signore, riprese il governatore insistendo, che noi non ci contentiamo, in casi simili, di un semplice esame; perciò ad onta di tutte le apparenze vi prego di adempiere alle formalità prescritte dalla legge.
Che si faccia arroventare un ferro, disse il medico, ma in verità, questa è una cautela inutile. Quest'ordine fece fremere Dantès. S'intesero dei passi frettolosi, il cigolio della porta, l'andare e venire interno, e di lì a poco un carceriere rientrò dicendo: Ecco il braciere con un ferro.
Si rinnovò il silenzio per un momento, poi s'intese il frizzio delle carni che bruciavano e di cui l'odore nauseabondo penetrò per fino dietro il nascondiglio di Dantès che lo sentì con orrore. A quest'odore di carne carbonizzata, il sudore scaturì dalla fronte del giovine che per un momento credette di svenire.
Voi vedete, disse il medico, che egli è veramente morto; questa bruciatura al tallone è decisiva, il povero pazzo è guarito dalla follia e liberato dalla prigionia.
Non si chiamava Faria? domandò uno degli ufficiali che accompagnavano il governatore.
Sì, rispose questi: egli pretendeva che questo fosse un nome antico, era però molto dotto e molto ragionevole su tutti i punti che non avevano relazione col suo tesoro; ma su questo, bisogna convenire, egli era intrattabile.
È l'affezione che noi chiamiamo monomania, disse il medico.
Voi non avete mai avuto nulla da lamentarvi di lui? domandò il governatore al carceriere.
Mai, signor governatore, rispose questi, altre volte anzi mi divertiva molto raccontandomi delle storie; e un giorno perfino che mia moglie era malata, mi scrisse una ricetta che la guarì.
Ah! ah, fece il medico, ignorava di aver che fare con un collega; spero, signor governatore, aggiunse ridendo, che per tal riguardo lo tratterete con considerazione.
Sì, sì, siate tranquillo egli sarà decentemente sepolto nel sacco più nuovo che si potrà ritrovare; siete contento?
Dobbiamo noi adempiere quest'ultima formalità alla vostra presenza, signor governatore? domandò un carceriere.
Senza dubbio; ma sbrigatevi; non posso restare in questa camera tutta la giornata.
Si fece sentire un nuovo andare e venire: un momento dopo il rumore dello stendere di una tela giunse alle orecchie di Dantès, il letto s'incurvò sulle traverse, un andar grave come di chi porta un peso, gravitò sulla pietra sotto di cui stava Dantès, quindi il letto tornò a piegarsi sotto il peso che gli si rendeva.
A questa sera, disse il governatore.
La messa vi sarà? domandò un ufficiale.
Impossibile, disse il governatore. Il cappellano del castello venne ieri a chiedermi un permesso di otto giorni per fare un piccolo viaggio a Thiers. Io gli ho garantito i miei prigionieri durante la sua assenza; il povero Faria non doveva avere tanta fretta, se voleva il suo requiem.
Intanto si compieva l'operazione per la sepoltura.
A questa sera, disse il governatore, quando fu finita.
A che ora? domandò il carceriere Fra le dieci e le undici. Si deve vegliare il morto? E perchè fare? si chiuda la prigione come se fosse vivo e nient'altro.
Allora i passi si allontanarono, le voci gradatamente cessarono, si fece sentire il cigolio dei cardini della porta che si chiudeva e lo stridere della serratura. Un silenzio più tetro di quello della solitudine, il silenzio della morte, si sparse per tutto, perfino nell'anima agghiacciata del giovine. Allora egli sollevò lentamente la pietra colla testa, e gettò uno sguardo investigatore nella camera: questa era vuota. Dantès allora uscì dal suo nascondiglio.
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Capitolo 20. IL CIMITERO DEL CASTELLO D'IF.
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Sul letto, steso nel senso della sua lunghezza e debolmente rischiarato da un giorno nebbioso che penetrava attraverso la finestra, si vedeva un sacco di tela grossissima sotto le larghe pieghe del quale si distingueva confusamente una forma lunga ed irrigidita: questo era l'involto funebre di Faria, quell'involto che costava sì poco al dire degli stessi carcerieri. Così tutto era finito: una materiale separazione esisteva di già fra Dantès ed il vecchio suo amico; egli non poteva vederne più gli occhi rimasti aperti per guardare al di là della morte, non poteva più stringere quella mano industriosa che aveva sollevato il velo che per lui copriva tante cose nascoste. Faria, l'utile, il buon compagno al quale si era avvezzato con tanto interessamento non esisteva più che nella sua memoria! Allora si assise ai piedi di questo letto terribile, e s'immerse in una cupa ed amara melanconia. Solo! era ritornato solo! era ricaduto nel silenzio, si trovava in faccia al niente! solo, non più la voce dell'unico essere umano che ancora lo teneva attaccato alla terra! non era meglio morire anche col rischio di passare per la lugubre porta dei patimenti? L'idea di un suicidio, scacciata dal suo amico, allontanata dalla presenza di lui, ritornava allora a drizzarsi come un fantasma vicino al letto di Faria.
Se io potessi morire, diss'egli, andrei ove è andato egli. Ma come si fa a morire? è ben facile, riprese ridendo. Io resto qui, mi getto sul primo che entra, lo strangolo e sarò ghigliottinato. Ma siccome accade che tanto nei grandi dolori, quanto nelle grandi tempeste l'abisso si trova fra le due sommità dei flutti, così Dantès rinculò all'idea di questa morte infamante, e precipitosamente discese da questa disperazione ad una sete ardente di vita e di libertà.
Morire! oh! no! gridò egli, a che varrebbe di aver vissuto tanto, di aver tanto sofferto per morire così? Morire era bene, quando avevo presa la risoluzione l'altra volta, sono diversi anni; ma ora ciò sarebbe veramente un aggiunger troppo alla mia miserabile situazione. No, io voglio vivere; no, voglio lottare fino all'ultimo momento, no, voglio riconquistare quella felicità che mi fu tolta. Prima di morire, dimenticava che io ho i miei carnefici da punire, e forse anche qualche amico da ricompensare; ma ora sarò dimenticato qui, e non uscirò dal mio carcere che nello stesso modo di Faria. A questa parola Edmondo restò immobile, cogli occhi fissi, come colui che viene colpito da una repentina idea, ma però da un'idea che spaventa.
Ad un tratto si alzò, portò la mano alla fronte come se avesse le vertigini, fece due o tre giri intorno alla camera, e ritornò a fermarsi davanti al letto. Oh! oh! chi m'invia questo pensiero? sei tu, o mio Dio? dappoichè i soli morti escono liberamente di qui, prendiamo il posto dei morti... e senza aspettare il tempo di pentirsi di questa risoluzione, e senza pensarvi più oltre per timore di distruggerla, si chinò sullo schifoso sacco, l'aprì col coltello fatto da Faria, ne tolse il cadavere, il trascinò nel proprio carcere, lo depose sul suo letto, gli mise in testa quella tela di cui egli stesso soleva coprirsi, baciò un'ultima volta quella fronte agghiacciata, tentò nuovamente di chiuderne gli occhi ribelli, che continuarono a rimanere aperti, ne volse la testa dalla parte del muro, affinchè il carceriere, quando gli portava il cibo della sera, avesse creduto che dormisse (il che non di rado accadeva) rientrò nel sotterraneo, tirò a sè il letto contro la muraglia, giunse nell'altra camera, prese dal nascondiglio l'ago e il filo, si tolse i cenci affinchè sotto la tela si sentissero le carni nude, si adattò dentro il sacco, si pose nella stessa situazione in cui era il cadavere, e richiuse il sacco con una cucitura per di dentro. Si sarebbe potuto sentire il battito del cuore, se per disgrazia in quel momento fosse entrato qualcuno. Dantès avrebbe potuto aspettare la visita della sera: ma egli temeva che il governatore cambiasse di risoluzione, e che si trasportasse il cadavere qualche tempo prima. Allora la sua ultima speranza sarebbe stata perduta. In ogni evento il suo disegno era stabilito, ecco ciò ch'egli contava di fare.
Se durante il tragitto i becchini riconoscevano che portavano un vivo invece di un morto, Dantès non lasciava loro il tempo di verificarlo; con un vigoroso colpo di coltello apriva il sacco di alto in basso, approfittava del loro terrore e fuggiva; se avessero voluto fermarlo si sarebbe servito del coltello. Se lo conducevano fino al cimitero e lo depositavano in una fossa, vi si lasciava coprir di terra; quindi, venuta la notte, appena i becchini avessero voltato le spalle, si apriva un passaggio attraverso la terra molle, e fuggiva. Sperava che il peso della terra non sarebbe stato tanto grande da non poterla sollevare. Se poi s'ingannava, se al contrario questo peso era tanto forte da morirne soffocato, tanto meglio: tutto era finito! Dantès non aveva mangiato dal giorno innanzi: nel mattino non avea pensato alla fame, e non vi pensava neppure allora. La sua posizione era troppo precaria per lasciargli l'agio di fermare il pensiero sopra altre idee. Il primo pericolo che correva Dantès, era che il carceriere quando gli portava il vitto alle sette si fosse accorto della sostituzione fatta. Fortunatamente, più di venti volte, tanto per misantropia che per stanchezza, Dantès aveva ricevuto il carceriere, addormentato, e in questi casi, d'ordinario, quest'uomo deponeva il pane e la minestra sulla tavola, e partiva senza dir parola. Ma questa volta il carceriere poteva derogare dalle sue abitudini di mutismo, interrogare Dantès, e vedendo che non gli rispondeva, accostarsi al letto e scoprir tutto.
Allorchè si avvicinarono le sette, cominciarono le angosce di Dantès. Si sforzava di comprimere colla mano il petto per moderare i palpiti del cuore, mentre che, con l'altra si asciugava il sudore della fronte che scorreva lungo le tempie, dei brividi ne agitavano tutto il corpo, e a quando a quando gli stringevano il cuore come fra una morsa ghiacciata. Allora egli si credeva sul punto di morire.
Le ore passarono senza alcun movimento nel castello, e Dantès si persuase di aver sfuggito il primo pericolo, il che eragli di buon augurio. Finalmente verso l'ora stabilita dal governatore cominciarono a sentirsi dei passi su per la scala, Edmondo capì che era giunto il momento. Si armò di tutto il suo coraggio, trattenne il respiro, e sarebbe stato pienamente contento se avesse potuto trattenere egualmente le pulsazioni precipitate delle arterie.
Fu fatto alto alla porta; il passo era doppio, Dantès dubitò che fossero i due becchini che venivano a prenderlo. Questo sospetto si cambiò in certezza, quando intese il rumore che fecero nel deporre il cataletto. La porta s'aprì, una luce velata giunse fino agli occhi di Dantès; attraverso la tela che lo copriva, vide due ombre che s'avvicinavano al letto. Una terza restava alla porta tenendo in mano un lanternone. I due uomini che si erano accostati al letto afferrarono il sacco dalle due estremità.
Per bacco! per essere un vecchio magro, è ben pesante! disse quegli che lo sollevava dalla testa.
Si dice, che ogni anno lo ossa diventino più pesanti mezza libbra, disse l'altro che lo prendeva pei piedi.
Hai tu fatto bene il nodo? domandò il primo.
Sarebbe da bestia il caricarci di un peso inutile, rispose il secondo, lo farò quando siamo giù.
Hai ragione, andiamo dunque.
Perchè questo nodo? domando Dantès a sè stesso.
Il preteso morto fu trasportato dal letto alla bara. Edmondo s'intirizziva per meglio rappresentare la parte di defunto. Fu posto sul cataletto, ed il corteggio, rischiarato dall'uomo che portava il lanternone, e che camminava avanti, salì la scala. D'un subito fu circondato dall'aria fresca ed aperta della notte. Dantès riconobbe il maestrale. Questa sensazione così momentanea fu per lui ripiena di delizia ad un tempo e d'angoscia. I portatori fecero una ventina di passi, poi si fermarono e deposero al suolo la bara. Uno di essi si allontanò, e Dantès sentì che gli stivali ripercuotevano sulle pietre.
Dove sono adesso? chiese Dantès a sè stesso.
Sai tu che non è leggiero niente affatto? disse quello che era vicino a Dantès sedendosi sull'orlo del cataletto.
Il primo sentimento di Edmondo fu quello di allontanarsi da lui; fortunatamente si trattenne. Fammi luce, animale, disse quello dei due portatori che si era allontanato, non troverò ciò che cerco. L'uomo dal lanternone obbedì, quantunque l'ingiunzione fosse stata fatta come vedemmo poco convenientemente. E che cosa cerca? si domandò nuovamente Dantès; una pala senza dubbio.
Una esclamazione di soddisfazione indicò che il becchino aveva trovato ciò che cercava. Finalmente, disse l'altro, ce n'ha voluto. Sì, rispose il primo, ma non avrà perduto niente ad aspettare. A queste parole si ravvicinò ad Edmondo che intese depositare vicino a sè un corpo pesante e sonoro: nel medesimo punto una corda gli circondò i piedi con una viva o dolorosa compressione. Ebbene! è fatto il nodo? domandò quel becchino che era rimasto inoperoso.
Ed è fatto bene, disse l'altro, me ne rendo garante.
In questo caso, avanti. E sollevato il cataletto si rimisero in cammino. Fecero una cinquantina di passi circa, poi si fermarono per aprire una porta, quindi ripresero il moto: il rumore delle onde che s'infrangevano contro la roccia sulla quale era fabbricato il castello giungeva sempre più distintamente all'orecchio di Dantès a seconda che si avanzavano. Cattivo tempo! disse uno dei becchini, non è una bella cosa trovarsi in mare con questa nottata.
Sì, disse l'altro, il sapiente corre gran pericolo di bagnarsi. Ed entrambi scoppiarono in una risata.
Dantès non capì bene la forza dello scherzo, ciò nonostante non gli si drizzaron meno i capelli sulla testa.
Va bene! eccoci arrivati, riprese il primo. Più avanti, più avanti, disse l'altro; tu sai bene che l'ultimo rimase per via infranto sur uno scoglio, e che il governatore ci disse la dimane, che non eravamo buoni a nulla. Fecero ancora altri quattro o cinque passi sempre salendo, quindi Dantès si sentì preso per la testa e per i piedi; e tutto il corpo venne barcollato. Una! dissero i becchini; due e tre!...
E nello stesso tempo Dantès si sentì lanciato in un enorme vuoto, traversando lo spazio come un uccello ferito, e cadendo sempre con uno spavento che gli agghiacciava il cuore. Quantunque tirato in basso da qualche cosa di pesante che precipitava ancor più il rapido volo, gli sembrò che questa caduta durasse un secolo. Finalmente, con un rumore spaventoso, entrò come dardo in un'acqua ghiacciata, che gli fece gettare un grido che nel medesimo punto fu soffocato dalla immersione.
Dantès era stato lanciato in mare e veniva tratto al fondo da una palla da 36 legatagli ai piedi....
.... Il mare è il cimitero del castello d'If.
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Capitolo 21. L'ISOLA DI TIBOULEN.
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Dantès, stordito, quasi soffocato, ebbe però la sicurezza d'animo di trattenere il respiro, e siccome aveva la mano dritta armata di coltello, pronta a qualunque evento, come si disse, così sventrò rapidamente il sacco, cavò il braccio, poi la testa; ma allora ad onta di tutti gli sforzi per sollevare la palla continuò a sentirsi trarre in basso; si curvò, cercò la corda che gli legava le gambe, e con uno sforzo supremo la troncò appunto nel momento in cui stava per affogare. Allora, dando un vigoroso colpo di piede, risalì libero alla superficie dell'acqua, mentre che la palla trascinava nel più profondo del mare quel grossolano tessuto che per poco non era divenuto il suo involto sepolcrale.
Non prese che il tempo di respirare, e s'immerse una seconda volta, perchè la prima cautela che doveva prendere, era quella di evitare l'attenzione delle guardie.
Quando ricomparve una seconda volta, era già lontano una cinquantina di passi dal luogo della sua caduta: vide al di sopra della testa un cielo nero e tempestoso, alla superficie del quale il vento faceva scorrere rapidamente le nubi, scoprendo ad intervalli qualche piccolo punto azzurro illuminato da una stella: a sè d'innanzi si presentava la tetra e muggente pianura delle onde, che cominciavano ad accavallarsi, come segno di vicina tempesta, mentre che al di dietro, più nero del mare, e del cielo, s'inalzava, come un fantasma minaccioso, il gigante di granito di cui la tetra punta sembrava un braccio steso per riafferrar la sua preda.
Sullo scoglio più alto vide un lanternone che rischiarava due ombre. Gli sembrava che queste fossero inchinate sul mare con inquietezza. Infatto questi due strani becchini dovevano avere inteso il grido ch'egli aveva emesso nel traversare lo spazio. Dantès s'immerse di nuovo, e fece un lungo tragitto sott'acqua. Questa manovra gli era stata altra volta familiare, e nel seno del Faro gli attirava d'ordinario molti ammiratori che lo avevano soventi volte proclamato il più abile nuotatore di Marsiglia.
Allora ritornò alla superficie del mare, il lanternone era disparso. Gli abbisognava orizzontarsi. Fra le isole che circondano il castello d'If le più vicine sono Ratonneau, e Pomègue; ma esse sono abitate, al pari della piccola isola di Daume. La più sicura era dunque quella di Tiboulen o di Lemaire, distanti una lega dal castello d'If.
Non per questo Dantès si astenne da risolversi a voler raggiungere una di queste due. Ma come ritrovarle in mezzo ad una notte, che s'imbruniva sempre più a sè d'attorno? In questo momento vide brillare come una stella il faro di Planier. Dirigendosi in linea retta ad esso lasciava l'isola di Tiboulen un po' a sinistra; tenendosi dunque verso quella parte doveva incontrare cammino facendo questa isola. Ma come abbiam già detto, vi era una lega almeno dal castello d'If all'isola.
Faria, nella prigione, aveva spesse volte ripetuto al giovine, vedendolo afflitto ed ozioso: «Dantès, non vi lasciate andare a questa mollezza, voi vi annegherete, se tenterete di fuggire poiché le vostre forze non saranno state in esercizio.» Sotto l'onda pesante ed amara, queste parole erano venute a risuonare alle orecchie di Dantès; egli si era sollecitato allora di risalir e di fendere le onde per vedere, se avesse davvero perdute le forze; e si accorse con gioia che la sua obbligata inazione nulla gli aveva tolto del suo vigore e della sua agilità, convincendosi che era ancor padrone di quell'elemento di cui si era fatto giuoco fin dall'infanzia. D'altra parte la paura, questa rapida persecutrice, raddoppiava il vigore di Dantès. Egli ascoltava, sospeso sulla cima dei flutti, se qualche rumore gli giungesse all'orecchio. Ogni volta che s'innalzava all'apice di un'onda il suo sguardo rapido percorreva il visibile orizzonte, e tentava di fendere la spessezza dell'oscurità. Ogni onda più alta delle altre gli pareva una barca che lo perseguitasse; e allora raddoppiava di sforzi, che sebben lo allontanavano, ripetuti più e più volte dovevano ben presto estenuarne le forze.
Egli ciò nonostante nuotava, e già il terribile castello si perdeva nel vapore notturno. Non lo distingueva più, ma lo sentiva. Passò un'ora nella quale Dantès esaltato dal sentimento di libertà che lo dominava, continuò a fendere i flutti nella direzione che aveva stabilito.
Vediamo, diceva tra sè, ecco ben presto un'ora che nuoto; ma siccome il vento mi è contrario, così ho dovuto perdere un quarto della mia rapidità. Frattanto, ammenocchè non abbia sbagliata la linea, ora non devo esser molto lungi da Tiboulen... ma se mi fossi sbagliato! Un fremito invase il corpo del nuotatore. Egli tentò di fare per un poco il morto, affine di riposarsi; ma il mare diveniva sempre più forte, e così ben presto anche questo mezzo di sollievo, sul quale egli aveva fidato, gli addiveniva impossibile.
Ebbene! diss'egli, sia; nuoterò sino alla fine, fin che le braccia si stanchino, fin che le gambe s'irrigidiscano, finchè i granchi invadano il mio corpo, ed allora calerò a fondo.
Si rimise a nuotare colla forza e l'impulsione del disperato. D'improvviso gli sembrò che il cielo, di già tetro, si oscurasse ancor più, che una nube fitta, pesante, compatta, si abbassasse verso di lui; nel medesimo punto sentì un forte dolore al ginocchio. L'immaginazione, colla sua incalcolabile prestezza gli disse allora, che quello era l'urto di una palla, e che immediatamente avrebbe sentito l'esplosione del colpo di fucile, ma questa non rintronò. Dantès allungò la mano, e sentì una resistenza. Ritirò l'altra gamba a sè, e toccò la terra: vide allora che cosa era l'oggetto che creduto aveva una nube. A venti passi da lui s'inalzava un mucchio di scogli a forme bizzarre che si sarebbero presi per immenso spazio di fiamme pietrificate al momento della loro più ardente combustione. Era l'isola di Tiboulen.
Dantès si rialzò, fece qualche passo innanzi, e si stese, ringraziando Dio, su quelle punte di granito che gli sembrarono in quell'ora più morbide del più soffice letto. Quindi ad onta del vento, della tempesta, e della pioggia che cominciava a cadere, stanco e affaticato com'era, si addormentò di quel delizioso sonno dell'uomo, il capo del quale diventa inerte, ma di cui l'anima veglia nella conoscenza di una felicità inattesa. Di là ad un'ora, Edmondo si risvegliò all'immenso fragore di un tuono; la tempesta si era scatenata nello spazio, e batteva l'aere col suo volo romoreggiante. A quando a quando un lampo discendeva dal cielo, come un serpente di fuoco, ed illuminava i flutti che si accavalcavano gli uni sugli altri come i vortici di un immenso caos.
Dantès, coll'occhio di esperto marinaio, non si era ingannato: aveva approdato alla prima delle due isole, quella di Tiboulen; la sapeva nuda, scoperta e senza offerire il più piccolo asilo. Ma quando la tempesta sarebbe cessata, egli si rimetterebbe in mare per raggiungere nuotando l'isola di Lemaire, egualmente arida, ma più larga e per conseguenza più ospitaliera. Una roccia che si trovava alquanto sporgente, offrì un momentaneo asilo a Dantès; egli vi si rifugiò, e quasi nel medesimo punto la tempesta scoppiò con tutto il suo furore. Edmondo sentiva tremare la roccia sotto la quale si era messo al coperto, e i flutti che s'infrangevano contro la base della gigantesca piramide giungevano a spruzzarlo. Per quanto fosse al sicuro, era in mezzo a questo profondo fracasso, ed a questi folgoranti bagliori, preso da una specie di vertigine. Gli sembrava che l'isola tremasse sotto di lui, e da un momento all'altro andasse, come un immenso vascello all'ancora, a spezzare il suo fondo, o ad essere inghiottito nell'immensa voragine. Si ricordò allora che non aveva mangiato da ventiquattr'ore: aveva fame e sete! Stese le mani e la testa, e bevè l'acqua della tempesta che colava a rivi dallo scoglio.
Quando si rialzò, un baleno che sembrava squarciasse il cielo fino al trono abbagliante di Dio, illuminò lo spazio. Alla luce di questo, Dantès, fra l'isola di Lemaire e il capo Crosoille, a un quarto di lega, vide a guisa di uno spettro scivolare dall'alto di un flutto al fondo di un abisso, una barca pescareccia trasportata ad un tempo dall'uragano, e da l'onda. Dopo un minuto secondo comparve il fantasma sulla cima di un altro flutto avvicinandosi con una celerità spaventevole. Dantès volle gridare, cercò qualche straccio di tela per agitarlo nell'aria e fare loro conoscere che essi stavano per perdersi: ma lo vedevano da sè stessi. Al chiarore di un altro lampo il giovine vide quattro uomini aggrappati all'albero ed alle funi; un quinto si teneva attaccato al manolaio del timone già rotto. Questi uomini che egli vedeva, il videro del pari poichè grida disperate, e trasportate dalla fischiante bufera gli giunsero all'orecchio. Al di sopra dell'albero troncato come un ramoscello, si agitavano a colpi ripetuti e frequenti gli avanzi di una vela in pezzi. D'improvviso le funi che ancora la trattenevano si ruppero, e disparve trasportata sotto la cupa profondità del cielo a guisa di quei grandi uccelli bianchi che compariscono sotto le nere nubi. Nello stesso tempo uno scroscio orribile s'intese, e le grida di agonia giunsero fino a Dantès. Aggrappato allo scoglio di dove guardava l'abisso, un nuovo lampo gli mostrò il piccolo bastimento in pezzi e fra gli avanzi delle teste col viso disperato, delle braccia stese verso il cielo. Quindi tutto ritornò nella notte.
Il terribile spettacolo durò quanto un lampo.
Dantès si precipitò sul pendio sdrucciolevole delle rocce col pericolo di rotolar nel mare. Guardò, ascoltò, ma non intese, nè vide più nulla. Non più grida, non più sforzi umani, la sola tempesta, questo grande spettacolo della natura, continuava a ruggire coi venti, a spumeggiare coi flutti. Un poco per volta il vento si acquetò, il cielo spinse verso occidente i grossi nuvoloni grigi, per così dire, slacciati dall'uragano; ricomparvero le stelle più brillanti che mai, ben presto verso l'est, una lunga striscia rossastra disegnò sull'orizzonte delle ondulazioni di un azzurro nero, queste si commossero, una subita luce corse sulle loro cime, e ne cangiò le vette spumeggianti in criniere dorate. Era giorno.
Dantès restò immobile e muto davanti a così grande spettacolo, come se fosse la prima volta che lo vedeva; difatto egli lo aveva dimenticato pel lungo tempo trascorso nel castello d'If. Si rivolse alla fortezza, interrogando, con un lungo sguardo circolare, la terra ad un tempo ed il mare. Il tetro fabbricato usciva dal seno delle onde con quella imponente maestà propria delle cose immobili che sembrano comandare insieme e vigilare. Potevano essere le cinque del mattino; il mare continuava a calmarsi. Fra due o tre ore, rifletteva Edmondo, il carceriere rientrerà nella mia camera, troverà il cadavere del povero mio amico, lo riconoscerà, mi cercherà invano, griderà all'arme; allora scopriranno il foro ed il passaggio sotterraneo; verranno interrogati quegli che mi slanciarono in mare, che devono avere inteso il grido che gettai. Subito tutte le barche riempite di soldati armati, correranno dietro il disgraziato fuggitivo che sapran bene non potere esser lontano, il cannone avvertirà tutta la costa esser proibito di dare asilo ad un uomo che verrà incontrato errante, nudo, affamato. Le spie e i birri di Marsiglia saranno avvertiti, e percorreranno la costa, nel mentre che il governatore del castello d'If farà percorrere il mare. Allora perseguitato nell'acqua, circondato sulla terra che accadrà di me? ho fame, ho freddo, ho perfino abbandonato il coltello salvatore che mi era d'impaccio per poter nuotare: sono all'arbitrio del primo che vorrà guadagnare 20 franchi per consegnarmi; non ho più nè forza, nè idee, nè risoluzione. Oh! mio Dio! mio Dio! voi sapete se ho sofferto, e se voi potete far più per me di quello che non ho potuto far io stesso!
Nel momento in cui Edmondo, in una specie di delirio causato dallo spossamento delle forze, e dal vuoto del cervello, ansiosamente rivolto verso il castello d'If pronunciava quest'ardente preghiera, vide comparir sulla punta dell'isola di Pomègue, spiegando la vela latina un piccolo bastimento, che soltanto l'occhio di un marinaro poteva discernere essere una tartana genovese, sulla linea ancora mezz'oscura del mare. Essa veniva dal porto di Marsiglia e guadagnava il largo cacciando innanzi all'acuta prua una scintillante schiuma che apriva una strada più facile ai suoi arrotonditi fianchi.
Oh! gridò Edmondo, dire che in mezz'ora potrei raggiungere quel naviglio se non temessi di essere interrogato, riconosciuto per un fuggitivo e ricondotto a Marsiglia! che fare? che dire? qual favola inventare da cui eglino potessero rimanere ingannati? quei marinai là sono tutti contrabbandieri, sono semi-pirati, che colla scusa di fare il cabotaggio corseggiano le coste; essi preferiranno vendermi piuttosto che fare una sterile e buona azione. Aspettiamo... ma l'aspettare è impossibile, morrò di fame fra qualche ora, la poca forza che mi rimane sarà svanita, d'altra parte l'ora della visita si avvicina, l'allarme non è ancor sparso, forse non dubiteranno, posso farmi credere uno dei marinari di questo piccolo legno, che si è infranto la scorsa notte; questa favola non manca di verisimiglianza, e niuno tornerà a contraddirmi perchè son tutti annegati; andiamo.
Dicendo queste parole, Dantès volse lo sguardo nella direzione ove si era rotto il naviglio, e rabbrividì. Sulla cresta di uno scoglio era rimasto attaccato il frigio berretto di uno dei naufragati, e vicino a quello fluttuavano gli avanzi della carena, frantumi inerti che il mare batteva e ribatteva contro la base dell'isola cui ripercotevano come impotenti arieti. In un punto la risoluzione di Dantès fu presa; si rimise in mare, nuotò verso il berretto, afferrò un avanzo di trave, e si diresse per tagliar la linea che doveva percorrere il bastimento.
Ora son salvo, mormorò egli.
Questa convinzione gli rese le forze. Ben presto s'accorse che la tartana, avendo il vento quasi per diritto, correva di bordo fra il castello d'If e la torre di Planier. Dantès temè per poco che invece di costeggiare, il piccolo bastimento non guadagnasse il largo, come avrebbe dovuto fare, se la sua destinazione fosse stata per la Corsica o per la Sardegna, ma secondo il modo con cui manovrava, il nuotatore riconobbe ben presto che il naviglio come è d'uso di chi fa vela per l'Italia, cercava passare fra l'isola di Jaros, e quella di Calaseraigne. Frattanto il naviglio ed il nuotatore si avvicinavano insensibilmente l'uno all'altro; anzi in una bordata il piccolo bastimento venne ad un quarto di lega circa verso Dantès. Egli si sollevò allora sulle onde agitando il berretto in segno di disgrazia, ma nessuno del bastimento lo vide, che anzi questo girò di bordo, e ricominciò una nuova bordata.
Dantès pensò di chiamare; ma misurando coll'occhio la distanza, capì che la voce non poteva giungere al naviglio, trasportata e coperta come era non solo dalla brezza del mare, ma anche dal rumore dell'onde. Allora si consolò della cautela di aver preso quel trave. Indebolito come era forse non avrebbe potuto sostenersi sul mare fino a raggiunger la tartana, e sicuramente, come era possibile, se la tartana passava senza vederlo, non avrebbe potuto riguadagnare la costa. Dantès quantunque fosse quasi certo della direzione che seguiva il bastimento, lo accompagnava con lo sguardo ansioso fino al momento in cui gli parve che ritornasse a lui. Allora si avanzò ad incontrarlo; ma prima che si fossero raggiunti, il bastimento ritornò a girar di bordo. Tosto Dantès, con un estremo sforzo, si alzò quasi in piedi sull'acqua, agitando il berretto, e mandando uno di quei gridi lamentevoli che si emettono dai marinai negli estremi momenti, e che sembrano il lamento di qualche genio marittimo.
Questa volta fu veduto ed inteso. La tartana interruppe la manovra, e volse capo alla sua parte; nel medesimo tempo vide che si preparava a mettere una scialuppa in mare: un momento dopo la scialuppa con due uomini, si dirigeva alla sua volta battendo il mare a quattro remi. Dantès allora lasciò sfuggirsi il trave di cui credeva non aver più bisogno, e nuotò vigorosamente per risparmiare la metà di cammino a coloro che venivano a lui. Il nuotatore però aveva calcolato su forze che non aveva; capì allora di quanta utilità gli sarebbe ancora stato quell'avanzo di legno che già galleggiava a cento passi da lui lontano. Le braccia incominciavano ad irrigidirsi, le gambe avevano perduto la loro flessibilità, i movimenti divenivano forzati e lenti, il petto era anelante. Gettò un secondo grido, i due rematori raddoppiarono d'energia e l'un di essi gli gridò in italiano: «coraggio!» La parola gli giunse al momento in cui un'onda, che non aveva avuto la forza di sormontare, passava al di sopra della testa e lo copriva di schiuma. Egli comparve battendo il mare coi movimenti ineguali e disperati di un uomo che sta per annegare, mandò un terzo grido, e si sentì approfondire nel mare, come se avesse avuto ancora ai piedi la palla mortale. L'acqua passò al di sopra della testa e attraverso di quella vide il cielo livido con delle macchie nere. Uno sforzo violento lo ricondusse a galla. Gli sembrò allora di esser preso per i capelli, più non vide cosa alcuna, non intese più nulla, era svenuto.
Allorchè riaprì gli occhi, Dantès si ritrovò sul ponte della tartana che continuava il suo cammino; il primo sguardo fu di vedere qual direzione teneva: essa continuava ad allontanarsi dal castello d'If.
Dantès era talmente spossato, che fu preso per un sospiro di dolore l'esclamazione di gioia che fece. Come si disse, egli era steso sul ponte: un marinaro fregavagli le membra con una coperta di lana, un altro che riconobbe per quello che avevagli già detto coraggio, gl'introduceva in bocca l'orifizio di una zucca marina che faceva le veci di fiasco; un terzo, vecchio marinaro che era ad un tempo pilota e padrone, lo guardava con un sentimento di pietà egoista, che provano in generale gli uomini per una disgrazia che essi hanno sfuggita, e che può la dimane minacciarli di nuovo!
Qualche goccia di rum che conteneva la zucca, rianimarono il cuore indebolito del giovine, mentre che le frizioni che il marinaro continuava a fare con la lana, riconducevano l'elasticità alle membra di lui.
Chi siete voi? domandò in cattivo francese il padrone.
Sono, rispose Dantès, in cattivo italiano, un marinaro Maltese; noi venivamo da Siracusa carichi di vino e di tele. La tempesta di questa notte ci ha sorpresi al capo Morgiou, e siamo andati ad infrangerci contro quelle rocce che vedete laggiù. Di dove venite? Da quelle rocce, dove ho avuto la fortuna di aggrapparmi, mentre che il nostro povero capitano vi batteva la testa. I nostri tre altri compagni si sono annegati: credo di essere il solo rimasto vivo, ho scoperto il vostro naviglio, e temendo di dovere aspettare lungamente su quell'isola deserta, mi sono arrischiato sur un frammento del nostro bastimento per tentare di raggiungervi. Vi ringrazio, continuò Dantès, voi mi avete salvata la vita; io era perduto quando uno dei vostri marinari mi ha afferrato pei capelli.
Sono io, disse un marinaro con una figura franca ed aperta, ed un viso circondato da lunghe barbette nere, n'era ben tempo, chè voi calavate a fondo. Sì, disse Dantès, stendendogli la mano, sì, amico mio, vi ringrazio una seconda volta. In fede mia! disse il marinaro, ho quasi esitato; con quella barba lunga sei pollici, e quei capelli lunghi un piede, avevate piuttosto l'aspetto di un brigante che di un galantuomo. Dantès si ricordò allora che dal momento che era entrato nel castello d'If, non si era più tagliali i capelli, e non si era fatta più la barba. Sì, diss'egli, è un voto che aveva fatto alla Madonna di Piedigrotta, in un momento di pericolo, di stare cioè dieci anni senza tagliarmi nè barba, nè capelli. Oggi si compie l'espiazione del mio voto, e poco ha mancato che non mi anneghi nell'anniversario.
Ma ora che faremo di voi? domandò il padrone.
Ahimè! rispose Dantès, ciò che vorrete. La nostra filuga si è perduta, il capitano è morto. Come vedete, sono sfuggito alla medesima sorte, ma assolutamente nudo: fortunatamente sono abbastanza buon marinaro. Gettatemi nel primo porto in cui prenderete terra: ed io ritroverò sempre impiego su qualche bastimento mercantile. Conoscete voi il Mediterraneo? Vi navigo fino dalla mia infanzia.
Sapete voi ove sono i buoni ancoraggi? Vi sono pochi porti, anche dei più difficili, dai quali io non possa entrare ed uscire ad occhi bendati. Ebbene! dite adunque padrone, domandò il marinaro che aveva gridato coraggio a Dantès, se il camerata dice il vero, chi impedisce che resti con noi? Sì, se egli dice il vero, rispose il padrone con aria incredula, ma nello stato in cui si trova questo povero diavolo ci promette molto, e ci mantiene poco.
Io manterrò più di quel che ho promesso, disse Dantès.
Oh! oh! fece il padrone ridendo, vedremo.
Quando vorrete, riprese Dantès, alzandosi; dove andate?
A Livorno. Ebbene! allora, invece di correre bordate che vi fanno perdere un tempo prezioso, perchè non serrate semplicemente il vento da più presso?
Perchè allora andremmo a dar dritto sull'isola di Rion.
Vi passerete a più di venti braccia di distanza.
Prendete adunque il timone, disse il padrone, e giudicheremo del vostro sapere.
Il giovine andò a sedersi al timone, si assicurò con una leggiera pressione che il bastimento era obbediente, e vedendo che, senza essere di prima finezza, non si rifiutava, gridò: Alle braccia e alle boline. I quattro marinari che formavano l'equipaggio corsero al loro posto, nel mentre che il padrone li guardava fare. Tirate, continuò Dantès. I marinari obbedirono con molta precisione. Ora annodate, bene. Quest'ordine fu eseguito come i due primi, e il piccolo bastimento, invece di continuare a correre bordate, cominciò a dirigersi verso l'isola di Rion, presso la quale passò, come aveva predetto Dantès, lasciandola a dritta per una ventina di braccia.
Bravo! disse il padrone.
Bravo! ripeterono i marinari.
E tutti guardarono meravigliati quest'uomo il cui sguardo aveva ripresa un'intelligenza e il corpo un vigore, che erano ben lontani dal supporre in lui.
Vedete, disse Dantès lasciando il timone, che potrò esservi di qualche utilità, almeno durante la traversata; se giunti a Livorno non mi volete più, mi lascerete, e su i primi mesi di soldo vi rimborserò il mio nutrimento fin là, e gli abiti che vi piacerà prestarmi.
Sta bene! sta bene! disse il padrone, potremo accomodarci, se sarete ragionevole. Un uomo vale un altr'uomo, disse Dantès; ciò che date ai camerati, lo darete a me pure, e tutto è stabilito. Non è giusto, disse il marinaro che aveva salvato Dantès, perchè voi ne sapete più di noi.
Ciò non riguarda te, Jacopo, disse il padrone; ciascuno è libero d'impegnarsi per quella somma che più gli conviene.
È giusto disse Jacopo; io non faceva che una semplice osservazione.
Ebbene! tu farai molto meglio ancora prestando a questo bravo giovinotto un paio di pantaloni ed una giacca, se pure ne hai di più. No, disse Jacopo; ma ho un pantalone ed una camicia. Ciò è quanto mi abbisogna, disse Dantès; grazie, amico mio. Jacopo se ne scese giù dal boccaporto, e risalì un momento dopo cogli abiti che Dantès indossò con una gioia indicibile. Ora vi occorre altro? chiese il padrone. Un tozzo di pane ed un altro sorso di questo eccellente rum che ho di già assaggiato, essendo gran tempo che non ho mangiato. Infatto erano circa quarant'ore che non aveva toccato cibo. Fu portato a Dantès un po' di pane, e Jacopo gli presentò la zucca.
Timone a basso-bordo, gridò il capitano volgendosi verso il timoniere. Dantès volse lo sguardo alla stessa parte portandosi la zucca alla bocca, ma la zucca rimase a mezz'aria.
Osserva, domandò il padrone; che cosa accade nel castello d'If?
Di fatto, una piccola nube bianca, la quale aveva fermata l'attenzione di Dantès, sembrava coronare il ciglione del baluardo al sud del castello d'If. Dopo un secondo, il rumore di una lontana esplosione venne ad estinguersi a bordo della tartana. I marinari alzarono la testa guardandosi l'un l'altro.
Ma che vuol dir ciò? domandò il padrone.
Questa notte sarà evaso qualche prigioniero dal castello, disse Dantès, ed ora tirano il cannone per dare l'allarme.
Il padrone fissò lo sguardo sul giovinotto, che dicendo queste parole si era portata la zucca alla bocca; ma lo vide assaporare il liquore con tanta calma e soddisfazione, che se pure ebbe un qualche sospetto, questo non fece che attraversargli lo spirito, e tosto svanì.
Ecco un rum che è diabolicamente forte, disse Dantès, asciugandosi con la manica della camicia la fronte che grondava sudore.
In ogni caso, mormorò il padrone guardandolo, tanto meglio, perchè così avrò fatto acquisto di un brav'uomo. Sotto pretesto d'essere stanco, Dantès chiese allora di assidersi al timone. Il timoniere ben contento di essere sollevato dalle sue funzioni, consultò coll'occhio il padrone, che gli fe' segno colla testa che poteva rimettere nelle mani del nuovo compagno la sbarra. Dantès così situato potè restare cogli occhi fissamente rivolti alla parte di Marsiglia.
Oggi quanti ne abbiamo del mese? domandò Dantès a Jacopo che era venuto a sedersi vicino a lui dopo aver perduto di vista il castello d'If. 28 febbraio: rispose questi.
Di qual anno? domandò ancora Dantès.
Come! di qual anno?... voi domandate di qual anno?
Sì, rispose il giovine, vi domando di qual anno.
Avete dimenticato in che anno siamo?
Che volete? È stata sì grande la paura di questa notte, disse ridendo Dantès, (per cui poco ha mancato non perdessi la vita) che la mia memoria n'è rimasta interamente sconvolta: vi domando dunque di qual anno siamo noi ai 28 febbraio?
Dell'anno 1829, disse Jacopo.
Erano giusto 14 anni che Dantès era stato arrestato. Egli era entrato nel castello d'If di 19 anni, e ne usciva di 33. Un doloroso sorriso passò sulle sue labbra; domandavasi che fosse avvenuto di Mercedès durante questo tempo, in cui ella lo aveva dovuto credere morto. Quindi un lampo d'ira s'accese ne' suoi occhi pensando a quei tre uomini ai quali doveva una sì lunga e penosa carcerazione, e rinnovò contro Danglars, Fernando e Villefort quel giuramento d'implacabile vendetta che aveva già pronunciato in prigione; giuramento che non era più una vana minaccia, poichè a quell'ora, il più abile veleggiatore del Mediterraneo non avrebbe certo potuto raggiungere la piccola tartana che navigava a gonfie vele alla volta di Livorno.
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Capitolo 22. I CONTRABBANDIERI.
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Dantès non aveva ancora passato un giorno intero a bordo, che già sapeva con chi aveva che fare. Senza essere stato alla scuola del vecchio Faria, il degno padrone della Giovane Amelia (era il nome della tartana genovese) sapeva presso a poco tutte le lingue che si parlano intorno a questo gran lago, chiamato il Mediterraneo, dall'araba fino alla provenzale; perciò senza aver bisogno d'interpreti, persone talvolta noiose, tal altra indiscrete; questa conoscenza delle lingue gli offeriva grandi facilitazioni per conferire, sia coi bastimenti che incontrava in mare, sia colle piccole barche che rilevava lungo le coste, sia finalmente con quella gente senza nome, senza patria, senza stato apparente, che è sempre in gran numero sulle spiagge vicine ai porti di mare, e che vive di quei misteriosi e celati mezzi, che bisogna credere le vengano dall'alto, poichè non hanno alcun mezzo di esistenza visibile ad occhio nudo.
S'indovinerà facilmente che Dantès era a bordo di un bastimento di contrabbandieri. Per questo il padrone, sulle prime, lo aveva ricevuto a bordo con una specie di diffidenza, egli era molto conosciuto da tutti i doganieri della costa, e siccome v'era fra lui e questi signori un perfetto accordo di furberie più destre le une delle altre, così aveva per un momento pensato che Dantès non fosse che un emissario della signora gabella, la quale impiegasse questo ingegnoso mezzo per scoprire qualcuno dei segreti del mestiere; ma il modo brillante con cui Dantès si era tratto d'impaccio nella prova di dirigere il cammino più rettamente, l'aveva del tutto convinto; in seguito poi quando aveva veduto quella nube bianca che ondeggiava qual pennacchio sul bastione del castello d'If, ed aveva inteso la lontana esplosione, ebbe per un momento l'idea d'aver ricevuto a bordo colui al quale, come per l'entrata dei re in una città, viene accordato l'onore dello sparo del cannone.
Bisogna però dirlo, ciò lo avrebbe inquietato meno, di quel che se il sopraggiunto fosse appartenuto alla dogana; ma anche questa seconda supposizione era tosto svanita, come la prima, alla vista della perfetta tranquillità della sua recluta.
Edmondo aveva dunque il vantaggio di conoscere ciò che era il suo padrone, mentre questi non sapeva chi egli fosse.
Da qualunque lato veniva preso dal padrone, o dai camerati, egli tenne fermo, e non fece alcuna confessione dando moltissimi particolari su Napoli e su Malta, che conosceva al pari di Marsiglia, e sostenendo sempre con precisione la narrazione in modo da fare onore alla memoria. I Genovesi adunque per quanto siano accorti, si lasciarono gabbare da Edmondo, in favor del quale parlavano la sua affabilità, la sua esperienza nautica, e soprattutto la saggia sua simulazione. Forse ancora quei Genovesi eran come quelle persone di mondo che non sanno se non quel che devono sapere, e non credono mai che quello che loro importa di credere.
In questa reciproca situazione giunsero a Livorno. Edmondo doveva tentare ivi una prima prova, ed era di sapere s'egli riconoscerebbe sè stesso dopo 14 anni che non si era veduto: aveva conservata un'idea abbastanza precisa di ciò che era da giovinotto, voleva vedere ciò che era divenuto da uomo. Agli occhi dei suoi camerati, il suo voto era terminato; aveva già preso terra più di venti volte a Livorno. Conosceva un barbiere nella via Ferdinanda, entrò da quello per farsi tagliare la barba ed i capelli. Il barbiere guardò con meraviglia quest'uomo dalla barba folta e nera e dai lunghi capelli, che rassomigliava ad una delle belle teste del Tiziano. A quest'epoca non era ancora venuta la moda della barba e dei capelli così lunghi, oggi un barbiere si maraviglierebbe soltanto, se qualcuno dotato di sì grandi vantaggi naturali acconsentisse volontariamente a privarsene. Il barbiere livornese però si mise all'opera senza fare osservazioni. Allorchè l'operazione fu compita, quando Edmondo sentì il mento perfettamente raso, quando i capelli furon ridotti alla ordinaria lunghezza, domandò uno specchio e si guardò. Come si disse, egli avea allora 33 anni, ed i suoi quattordici anni di prigionia avevano apportato, per dir così, un gran cambiamento morale nella sua fisonomia. Dantès era entrato nel castello d'If con quel viso rotondo, ridente, aperto, che è proprio del giovine felice, al quale i primi anni della vita sono stati avventurosi, e che calcola sull'avvenire come sopra una naturale deduzione del passato. Tutto ciò era molto cangiato. L'ovale del volto si era di molto allungato; la bocca ridente aveva assunte quelle linee serrate che indicano la risoluzione, le sopracciglia si erano inarcate sotto una ruga unica e pensante, gli occhi si erano abituati ad una profonda tristezza, dal fondo della quale trasparivano a quando a quando i cupi baleni della misantropia e dell'odio; la carnagione priva da sì lungo tempo della luce del giorno e dei raggi del sole, aveva preso quel color pallido che fa, quando il viso è circondato da capelli e barbette nere, la bellezza aristocratica degli abitanti del Nord. La scienza profonda, che aveva acquistata, ripercuotendo per tutto il viso, lo aveva ornato di un'aureola d'intelligente sicurezza. Inoltre, quantunque molto alto, aveva acquistato quel vigore membruto di un corpo avvezzo sempre a concentrare le forze su sè stesso. All'eleganza delle forme nervose e gracili, era succeduta la solidità delle forme arrotondite e muscolari. Quanto alla voce, le preghiere, i singhiozzi, e le imprecazioni, l'avevano cambiata in modo tale, che ora si presentava di un suono di strana dolcezza, ed ora di un accento rozzo e quasi rauco. Inoltre gli occhi mantenuti costantemente o nella oscurità, o in una debole luce, avevano acquistato la facoltà di distinguere nella notte gli oggetti a guisa della iena e del lupo. Edmondo sorrise nel vedersi, era impossibile che il suo miglior amico, se pure gliene rimaneva uno, lo avesse riconosciuto; perchè non si conosceva da sè stesso.
Il padrone della Giovane Amelia, che aveva molta premura a mantenere fra' suoi un uomo del merito di Edmondo, gli aveva proposto qualche anticipazione sulla parte dei futuri benefici, ch'egli, Dantès, aveva accettata. Sua prima cura, uscendo dal barbiere che aveva operata in lui questa metamorfosi, fu di entrare in un magazzino, e di comprarsi un vestito completo da marinaio: vale a dire un calzone bianco, una camicia a righe, ed un berretto rosso. Così vestito, e riportando a Jacopo la camicia ed i calzoni, egli si presentò nuovamente al padrone della Giovane Amelia al quale fu obbligato di ripetere la sua storia. Il padrone non voleva riconoscere in questo marinaio zerbino ed elegante, l'uomo dalla folta barba, dai capelli misti all'alga, e dal corpo bagnato d'acqua di mare, che aveva raccolto nudo e semivivo sul ponte del suo naviglio. Spinto dalle sue buone sembianze, rinnovò adunque a Dantès le proposizioni d'ingaggio; ma Dantès che aveva le sue mire non voleva accettarle che per tre mesi.
Del resto l'equipaggio della Giovane Amelia era molto attivo, perchè sottoposto agli ordini di un capitano che aveva presa l'abitudine di non perdere il suo tempo. Non era da otto giorni giunto a Livorno, che già gli sporgenti fianchi del naviglio erano riempiti di mussoline colorate, di cotoni proibiti, di polvere inglese e di tabacco, su i quali oggetti la dogana aveva dimenticato di porre il bollo. Si trattava di far uscire ciò da Livorno, porto franco, per sbarcarlo sulle rive della Corsica, di dove alcuni speculatori s'incaricavano di passare il carico in Francia.
Si partì. Edmondo solcò questo mare azzurro, primo orizzonte della sua gioventù, che aveva riveduto tanto spesso nei sogni della sua prigione. Lasciò a destra la Gorgona, a sinistra la Pianosa, e si avanzò verso la patria di Paoli e di Napoleone. La dimane salendo sul ponte, il che faceva sempre di buon'ora, il padrone ritrovò Dantès appoggiato al parapetto del bastimento con istrana espressione guardando un ammasso di scogli di granito, che il sole nascente coloriva di rosea tinta: era l'isola di Monte-Cristo. La Giovane Amelia la lasciò a tre quarti di miglio sulla sinistra, e continuò il suo viaggio verso la Corsica.
Dantès pensava nel passare lungo questa isola (che per lui aveva un nome tanto sonoro) non aver che a balzare in mare, e in mezz'ora sarebbe su quella terra promessa. Ma giunto là, che farebbe egli senza gli utensili necessari per iscoprire il tesoro; senza armi per difenderlo? D'altra parte che direbbero i marinari? che penserebbe il padrone? Era d'uopo aspettare. Egli aveva aspettata la libertà per 14 anni, poteva bene aspettare or che era libero, sei mesi ed anche un anno le ricchezze. Non avrebbe accettata la libertà senza le ricchezze, se gli fosse stata proposta? del resto questa ricchezza non era ancor del tutto chimerica? Nata nel cervello malato del povero Faria, non era fors'anche morta con lui? È vero che quella lettera di Guido Spada era stranamente precisa, e Dantès la ripeteva da un capo all'altro non avendone dimenticata una parola. Giunse la sera, Edmondo vide l'isola passare per tutte quelle tinte e gradazioni di colori che il crepuscolo porta seco, e perdersi del tutto nelle tenebre: ma non per lui che aveva lo sguardo abituato all'oscurità del carcere; egli senza dubbio continuò a scorgerla, perchè fu l'ultimo a discendere dal ponte.
La dimane si svegliarono all'altezza d'Aleria: bordeggiarono tutta la giornata; la sera si videro dei fuochi sulla costa. Alla disposizione di questi fuochi fu riconosciuto che senza dubbio si sarebbe sbarcato, perchè un fanale salì nel posto della bandiera al corno del piccolo bastimento, che si accostò a tiro di fucile alla riva.
Dantès si accorse che il padrone della Giovane Amelia aveva portato sopra ponte, nell'eseguire la manovra per accostarsi a terra, alcune colubrine, simili ai fucili da cavalletto, che senza fare gran rumore potevano cacciare alla distanza di un miglio una palla da 4 a 12 once. Questa cautela però fu inutile; per quella sera si compì tutta la operazione pulitamente e tranquillamente. Quattro scialuppe si accostarono con poco rumore al piccolo bastimento, che, certamente per far loro onore, mise in mare la propria; e queste cinque scialuppe si portarono tanto bene, che a punta di giorno tutto il carico dal bordo della tartana genovese era passato in terra ferma. Il padrone della Giovane Amelia era uomo di tanto ordine nelle sue cose, che la stessa notte si fe' il reparto dei guadagni del primo scarico; ciascun marinaro ebbe cento lire toscane di sua parte.
Ma la spedizione non era finita: si volse la prua verso la Sardegna; si trattava di ritornare a caricare il bastimento che era stato scaricato. La seconda operazione si fece tanto felicemente quanto la prima; la Giovane Amelia era secondata dalla fortuna. Il nuovo carico fu pel ducato di Lucca.
Questo si componeva quasi esclusivamente di sigari dell'Avana e di vino di Xeres e di Malaga. Là però ebbero a battersi colla dogana, l'eterna nemica del padrone della Giovane Amelia. Un doganiere rimase sul terreno, e due marinari furono feriti, Dantès era uno dei due: una palla gli aveva trapassata la spalla sinistra.
Dantès era felice per questa scaramuccia, e quasi contento della sua ferita: questa esperienza gli aveva con fermezza fatto conoscere di qual occhio sapesse guardare il pericolo, e con qual cuore tollerarne i patimenti. Aveva guardato il pericolo ridendo, e ricevendo il colpo aveva detto come il greco filosofo. «Dolore, tu non sei un male.» Inoltre, guardando il doganiere ferito e morto, fosse calore del sangue nell'azione, o freddezza di umani sentimenti, non aveva provato che una leggerissima impressione. Dantès era sulla strada che voleva percorrere, e che tendeva alla meta cui voleva giungere: cioè sulla via di petrificarsi il cuore in petto. Del resto, Jacopo che vedendolo cadere lo aveva creduto morto, si era precipitato su di lui, e gli aveva prodigato tutte quelle cure proprie di un buon camerata.
Questa gente non era adunque così buona come avrebbe voluto il dottore Pangloss; ma non era così cattiva come avrebbe creduto Dantès: poichè quest'uomo, che null'altro poteva aspettarsi dal suo compagno che di ereditare la sua parte di guadagno, provava una viva afflizione di vederlo ucciso, fortunatamente però, come si disse, Dantès non era che ferito. Mercè alcune erbe, raccolte in certe congiunture, e vendute ai contrabbandieri da certe vecchie Sarde, la ferita si cicatrizzò ben presto; Edmondo allora volle tentare Jacopo, offrendogli in compenso delle sue cure, una porzione della sua presa; ma Jacopo la ricusò con indignazione. Questo era il risultato di una specie di devozione, che Jacopo aveva consacrata ad Edmondo fin dal primo momento che lo aveva veduto, e di una certa affezione che Edmondo portava a Jacopo. Ma quest'ultimo non voleva di più, egli aveva indovinato istintivamente in Edmondo quella superiorità alla sua posizione, che Dantès era giunto a nascondere agli altri: ed il bravo marinaro era contento di quel poco di affezione che gli veniva concessa.
Così nelle lunghe giornate che passavano a bordo, quando il naviglio scorreva con sicurezza su l'azzurro mare, e che non aveva bisogno, pel vento che spirava, che del solo timoniere per dirigerlo, Edmondo si faceva istruttore di Jacopo con una carta alla mano, come Faria aveva fatto con lui. Gli mostrava la sporgenza delle coste, le variazioni della bussola, gl'insegnava a leggere in quel gran libro aperto al di sopra delle nostre teste, che si chiama cielo, e dove Dio ha scritta la sua onnipotenza sull'azzurra volta con lettere di brillanti.
E quando Jacopo gli domandava. «A che serve imparare tutte queste cose ad un povero marinaro come sono io?» Edmondo rispondeva «chi lo sa? forse un giorno potresti essere capitano di bastimento; il tuo compatriotta Bonaparte non divenne imperatore?»
Dimenticammo di dire che Jacopo era Corso.
Due mesi e mezzo erano già passati in queste gite successive. Edmondo era divenuto così bravo contrabbandiere, come altra volta era stato ardito marinaro: aveva fatto conoscenza con tutti i contrabbandieri della costa: aveva imparati quei segni massonici, per mezzo dei quali questi semi-pirati si riconoscono fra di loro. Era passato e ripassato venti volte innanzi l'isola di Monte-Cristo, ma non aveva mai trovato l'occasione di potervi sbarcare: aveva per ciò presa una risoluzione, ed era, (terminato il suo impegno col padrone della Giovane Amelia) noleggiare una piccola barca per proprio conto, avendo già economizzato un centinaio di piastre nelle sue corse, e con un pretesto qualunque recarsi all'isola di Monte-Cristo. Là farebbe le sue ricerche in tutta libertà... ma non interamente, che le sue azioni sarebbero state spiate da chi conduceva seco... in questo mondo qualche cosa bisogna pure arrischiare.
La prigione aveva reso Edmondo prudente, ed avrebbe voluto non essere obbligato ad arrischiar nulla: aveva un bel cercare; nella sua immaginazione, per quanto fervida, non poteva ritrovare altro mezzo di giungere all'isola di Monte-Cristo, che facendovisi trasportare. Dantès ondeggiava in questa esitazione, allorchè il padrone che aveva in lui posta molta confidenza, e che aveva gran volontà di conservarselo da presso, lo prese una sera pel braccio, e lo condusse in una osteria in via dell'Olio, nella quale erano abituati di radunarsi quanto vi ha di meglio in contrabbandieri a Livorno. Là d'ordinario si trattavano gli affari della costa. Dantès era già entrato altre due o tre volte in questa borsa marittima, e vedendo questi arditi corsari forniti da tutto un littorale due mila leghe circa di circonferenza, domandava a sè stesso di qual forza potrebbe disporre quell'uomo, che giungesse a dare l'impulso della sua volontà a tutte quelle fila riunite o divergenti. Questa volta trattavasi di un affare di grande importanza; di un bastimento carico di drappi turchi, stoffe di levante, e di casimiro; bisognava ritrovare un terreno neutro ove operare il cambio, poi tentare di gettare questi oggetti sulle coste di Francia. Il premio era enorme se vi fossero riusciti, circa 50, o 60 piastre per ciascuno.
Il padrone della Giovane Amelia propose l'isola di Monte-Cristo per luogo di sbarco, perchè essendo completamente deserta, e non avendo nè soldati, nè doganieri, sembra posta in mezzo al mare, fino dai tempi dell'Olimpo dei pagani, da Mercurio, questo dio dei commercianti e dei ladri, classi da noi separate, se non distinte, ma che l'antichità, a ciò che sembra, metteva nella stessa categoria.
Al nome di Monte-Cristo, Dantès fremè di gioia, si alzò per nascondere la sua emozione, fe' un giro in quella affumicata taverna, ove tutti gl'idiomi conosciuti di questo mondo venivano a fondersi nella lingua francese. Quando ritornò ad avvicinarsi ai due interlocutori, era già stabilito di prender terra all'isola di Monte-Cristo, e di partir per questa spedizione la notte seguente. Consultato Edmondo, egli fu d'avviso che l'isola offriva tutte le sicurezze possibili, e che le grandi imprese per riuscir bene, abbisognavano di essere mandate presto ad effetto. Non fu dunque cambiata cosa alcuna allo stabilito programma. Rimase convenuto che si sarebbero fatti i necessari apparecchi per la dimane a sera, e che si procurerebbe, se il mare era buono ed il vento favorevole, di essere la sera dopo nelle acque dell'isola neutra.
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Capitolo 23. L'ISOLA DI MONTE-CRISTO.
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Finalmente Dantès, per una di quelle inattese fortune, che qualche volta sopravvengono a coloro che il destino è stanco di perseguitare, stava per giungere alla meta con un mezzo semplice e naturale, e mettere piede in quell'isola senza ispirare verun sospetto ad alcuno. Una notte lo separava ancora dalla partenza, per sì lungo tempo desiderata ed attesa. Questa fu una delle notti più febbrili per Dantès: se gli presentarono alla mente tutte le possibilità buone e cattive: se chiudeva gli occhi vedeva la lettera di Guido Spada scritta in caratteri sfolgoranti sul muro: se dormiva, i sogni più strani venivano a tumultuare nel cervello, discendeva in grotte che avevano il pavimento di smeraldi, le pareti di rubini, le stalattiti di diamanti; le perle cadevano come le gocce di acqua, che d'ordinario filtrano nei sotterranei. Edmondo rapito, meravigliato, si riempiva le saccocce di pietre preziose; poi veniva in pieno giorno, e queste gioie si convertivano in semplici sassolini. Allora tentava di rientrare in queste grotte meravigliose che travedeva soltanto, ma il cammino si contorceva in infiniti spirali; l'ingresso ridiveniva invisibile; e cercava inutilmente di richiamarsi alla stanca memoria quelle misteriose e magiche parole che in altri tempi aprivano all'arabo pescatore le splendide caverne di Alì-Babà. Tutto era inutile: lo svanito tesoro era ritornato in proprietà dei geni della terra, ai quali egli aveva avuto per un momento la speranza di poterlo togliere.
Successe il giorno quasi colla stessa febbre della notte, ma la logica venne in aiuto all'immaginazione di Dantès, e potè stabilire un disegno meno incerto e dubbioso. Venne la sera, e con essa i preparativi della partenza: questi erano per Edmondo un mezzo di nascondere la propria agitazione. Un poco alla volta aveva presa l'abitudine di comandare ai compagni, come se fosse stato il padron del bastimento; e siccome i suoi ordini erano sempre chiari, precisi, e facili ad eseguirsi, i compagni non solo l'obbedivano con prontezza, ma anche con piacere. Il vecchio padrone lo lasciava fare, avendo riconosciuta la superiorità di Dantès non solo sui compagni, ma anche su sè stesso; vedeva nel giovinotto il suo successore naturale, ed era dolente di non avere una figlia per stringere questa bella alleanza.
Alle sette di sera tutto fu in ordine, a sette ore e dieci minuti si voltava intorno al faro, al momento che questo veniva acceso. Il mare era placido, con fresco venticello di sud-est. Navigavasi sotto un cielo chiaro, in cui Dio pure faceva risplendere successivamente i suoi fari, ciascuno dei quali è un mondo. Dantès dichiarò, che tutti potevano andare a dormire, e ch'ei s'incaricava del timone. Quando il maltese, che così veniva chiamato Dantès a bordo, faceva una simile dichiarazione, bastava; e ciascuno andava a riposare tranquillamente. Ciò era accaduto qualche altra volta. Dantès rigettato dalla solitudine nel mondo, provava di tempo in tempo un imperioso bisogno di restar solo. Ora qual solitudine più immensa ad un tempo e più poetica, di quella di un bastimento che nella oscurità della notte ondeggia isolato sul mare nel silenzio della immensità, e sotto lo sguardo del Signore? In quella notte però la solitudine fu popolata dai suoi pensieri, la notte illuminata dalle sue illusioni, il silenzio animato dalle sue promesse.
Quando il padrone si svegliò, la navicella correva a vele gonfie: non esisteva un lembo di tela che non fosse gonfiato dal vento: facevano più di due leghe e mezzo l'ora. L'isola di Monte-Cristo s'ingrandiva sull'orizzonte. Edmondo rese il timone al padrone, e andò a sua volta a stendersi sulla branda: ma ad onta della notte vegliata, non potè chiudere occhio. Due ore dopo risalì sul ponte; il bastimento era sul punto di sorpassare l'isola d'Elba; si trovava all'altezza di Marciana, e al di sotto dell'isola piana e verde della Pianosa. Si vedeva luccicare fra l'azzurro del cielo la sommità raggiante dell'isola di Monte-Cristo. Dantès ordinò al timoniere di volgere a sinistra per lasciare la Pianosa a destra; egli aveva calcolato che questa manovra doveva abbreviare la strada di due o tre nodi. Alle cinque di sera ebbero la vista completa dell'isola, mercè quella limpida atmosfera che è particolare alla luce che mandano gli ultimi raggi del sole al tramonto.
Edmondo divorò con gli occhi questa massa di scogli che sembravano tinti di tutti i colori del crepuscolo dal roseo vivo fino al blu scuro; a quando a quando gli salivano al volto ardenti vampe: la fronte diveniva di porpora, una nube rossastra gli passava davanti agli occhi. Giammai giuocatore, la cui fortuna è tutta riposta sur una carta, provò tanta angoscia, quanta ne sentiva Edmondo nei suoi parosismi di speranza. Ritornò la notte. Alle dieci di sera si approdò. La Giovane Amelia era la prima al convegno. Dantès ad onta del suo impero su sè stesso non potè contenersi; egli pel primo saltò sulla riva. Se lo avesse osato, avrebbe come Bruto baciata la terra. Era oscura la notte; ma alle undici la luna sorse di mezzo al mare, e ne inargentò le crespe: quindi i raggi cominciarono a screziarsi di bianche cascate di luce sugli scogli ammassati di quest'altro Pelione. L'isola era conosciuta dall'equipaggio della Giovane Amelia; era una delle sue ordinarie stazioni. Quanto a Dantès, l'aveva veduta in ciascuno dei suoi viaggi in Levante, ma non vi era mai disceso. Egli interrogò Jacopo. Dove passiamo la notte? A bordo della tartana, rispose Jacopo.
Non staremmo meglio nelle grotte?
E in quali grotte?
Nelle grotte dell'isola.
Io non vi conosco grotte, disse Jacopo.
Un freddo sudore passò sulla fronte di Dantès. Non vi sono grotte a Monte-Cristo? domandò egli. No.
Dantès rimase per un momento stordito, poi pensò che queste grotte potevano essersi ricoperte per un qualche accidente, od essere state chiuse per maggior cautela dallo stesso Spada. In questo caso tutto stava nel ritrovare la perduta apertura. Era inutile cercarla nella notte; Dantès rimise dunque le sue ricerche alla dimane: d'altra parte un segnale inalberato a mezza lega in mare, ed al quale rispondeva con uno simile la Giovane Amelia, indicò ch'era giunto il momento di accingersi all'operazione. Il bastimento che aveva ritardato, rassicurato dal segnale che doveva far conoscere all'ultimo giunto tutta la sicurezza per potersi abboccare, apparve ben presto bianco e silenzioso come un fantasma, e venne a gettare l'ancora presso la riva. Il trasporto delle merci cominciò in quel punto. Dantès, mentre lavorava, pensava all'hourra di gioia, che con una sola parola poteva provocare in tutti quegli uomini, se diceva ad alta voce l'incessante pensiero che gli rumoreggiava all'orecchio, e lo turbava: ma lungi dal rivelare il suo magnifico segreto, temeva già di aver detto troppo, e di avere risvegliati dei sospetti col suo andare e venire, e colle ripetute domande, colle minuziose osservazioni, e la sua preoccupazione: fortunatamente però che in lui, per questa volta almeno, il doloroso passato riflettevagli sul viso una indelebile tristezza, e che gli slanci d'ilarità intraveduti sotto questa nube non erano che lampi. Nessuno adunque dubitava di cosa alcuna: ed allorchè la dimane prendendo il fucile, i pallini e la polvere, Dantès manifestò il desiderio di andare a tirare qualcuna di quelle numerose capre selvagge che si vedevano saltare di roccia in roccia, non si attribuì questa sua escursione che all'amore per la caccia, ed al desiderio della solitudine! non vi fu che Jacopo che insistè per seguirlo. Dantès non volle opporvisi temendo d'inspirar sospetti, se spingeva tropp'oltre la sua ripugnanza ad essere accompagnato. Ma appena ebbe fatto un quarto di lega, presentatasi l'occasione di tirare ed uccidere un capriuolo, inviò Jacopo a portarlo ai compagni, invitandoli a cuocerlo, e a dargli il segnale quando sarebbe cotto per mangiarlo, col trarre un colpo di fucile. Qualche frutto secco, ed un fiasco di vino di Montepulciano dovevano compiere il pranzo.
Dantès continuò il cammino voltandosi di tempo in tempo. Giunto alla sommità di una roccia, vide mille piedi al di sotto di lui i compagni, che raggiunti da Jacopo, già si occupavano attivamente dei preparativi del pranzo, aumentato, mercè la bravura d'Edmondo d'un piatto principale.
Edmondo li guardò un momento con quel tristo e dolce sorriso proprio delle persone superiori. «Fra due ore coloro partiranno ricchi di 50 piastre, per andare a cercar di guadagnarne altre 50 col rischio della loro vita: poi ritorneranno ricchi di lire 600, per andare a dilapidarle in una città qualsisia coll'orgoglio dei sultani, e la confidenza dei nababi. Oggi la speranza fa che io disprezzi la loro ricchezza, che mi appare profonda miseria: domani forse il disinganno mi obbligherà guardare questa profonda miseria come la maggiore delle fortune... Oh! no, gridò Edmondo: questo non sarà. Il sapiente, l'infallibile Faria non può essersi ingannato su questo solo punto. D'altra parte meglio morire che continuare a condurre questa vita miserabile e vile.»
Così Dantès, che tre mesi prima non desiderava che la libertà, non era più contento di questa, ma voleva eziandio le ricchezze. Il difetto non era di Dantès, ma della nostra natura che ci crea desideri infiniti. Frattanto per una strada che si perdeva fra due muraglie di scogli, lungo il cammino che percorreva il torrente, e che secondo ogni probabilità non era stata mai calcata da piede umano, Dantès si era avvicinato alla direzione in cui supponeva dover essere le grotte. Seguendo la spiaggia del mare, ed esaminando i più piccoli oggetti con una seria attenzione, credè notare sur alcune rocce degli scavi operati della mano dell'uomo.
Il tempo che cuopre tutte le cose fisiche col manto dell'obblio, sembrava avere rispettati questi segni, tracciati con una certa regolarità, e nello scopo probabilmente di servir di guida, segni che poi sparivano sotto i cespugli di mirto che si univano in grossi mazzi carichi di fiori, o sotto i licheni parassiti. Bisognava allora che Dantès allontanasse i mazzi di fiori o sollevasse il musco per ritrovare i segni che lo guidavano per questo laberinto, segni, che per altro avevan dato buona speranza ad Edmondo. Perchè non potevano essere stati tracciati dallo Spada per poter servire, in caso di catastrofe ch'egli non aveva preveduto così completa, di guida al nipote? Questo luogo solitario era ben quello che conveniva ad un uomo che voleva seppellire un tesoro. Soltanto questi segni visibili avrebbero potuto attirare lo sguardo di qualche altro oltre quelli per cui erano fatti: e l'isola dalle tetre muraglie aveva ella conservato fedelmente il segreto?
Frattanto a cinquanta passi dal porto sembrò ad Edmondo, sempre celato agli sguardi de' compagni per la ineguaglianza del suolo, che i segni cessassero, senza però metter capo ad alcuna grotta. Una grossa roccia rotonda, posta sopra una solida base era la sola meta a cui sembravano guidare. Edmondo pensò allora che invece d'essere giunto al termine, poteva benissimo non essere arrivato che a scoprire il principio: per conseguenza fe' un giro in contrario, e ritornò in dietro calcando la stessa via. In questo mentre i suoi compagni preparavano il pranzo, attingevano l'acqua alla sorgente, trasportavano il pane e le frutta a terra, e facevano cuocere il capriuolo: e nel punto in cui lo toglievano dallo improvvisato spiedo scorsero Edmondo, che leggero e ardito come uno scoiattolo, saltava di roccia in roccia: tirarono allora il colpo per avvertirlo. Il cacciatore cambiò subito direzione, e ritornò a loro correndo. Ma nel momento che tutti lo seguivano collo sguardo nella specie di voli che faceva, tacciando di temerità la sua sveltezza; come per dar ragione ai loro timori, gli venne meno un piede, fu visto oscillare sulla vetta di uno scoglio, gettare un grido, e sparire.
Tutti balzarono di un solo slancio, perchè tutti amavano Edmondo ad onta della sua superiorità; Jacopo però fu il primo a raggiungerlo. Egli trovò Dantès steso, insanguinato, e quasi privo di sensi: era rotolato da un'altezza di 10 a 12 piedi. Gli fu introdotto in bocca qualche sorso di rum, e questo rimedio, che altra volta gli era stato di tanta efficacia, produsse il medesimo effetto. Edmondo riaprì gli occhi, e si lagnò di un vivo dolore al ginocchio, d'un gran peso alla testa, e d'un forte spasimo ai reni. Lo volevano trasportare fino alla riva; ma quando fu toccato, quantunque Jacopo dirigesse l'operazione, dichiarò lamentandosi, che non si sentiva la forza di sopportare il trasporto.
S'intende, che di pranzo per Edmondo non si parlò neppure, ma volle che i suoi camerati, non avendo le sue stesse ragioni per fare digiuno, ritornassero al loro posto. Quanto a lui, pretendeva di non aver bisogno di altro che di un poco di riposo, e che al loro ritorno essi lo troverebbero assai meglio. I marinari non si fecero molto pregare; avevano fame, l'odore del capriuolo giungeva fino a loro, e fra lupi di mare non vi sono molte cerimonie. Ritornarono un'ora dopo. Tuttociò che Edmondo aveva potuto fare era stato di trascinarsi per una dozzina di passi per appoggiarsi sur un sasso coperto di musco. Ma lungi dal calmarsi, i dolori di Dantès sembrava che fossero aumentati d'intensità.
Il vecchio padrone che era costretto a partire nella mattinata, per depositare il carico sulle frontiere del Piemonte e della Francia, fra Nizza e Fréjus, insistè perchè si sforzasse ad alzarsi. Dantès fece sforzi sovrumani per arrendersi a questo invito: ma a ciascuno di essi ricadde lamentandosi ed impallidendo.
Ha rotti i reni, disse a bassa voce il padrone; non importa, è un buon compagno, non bisogna abbandonarlo; cerchiamo di trasportarlo fino alla tartana. Dantès dichiarò che preferiva morire ove si trovava, piuttosto che sopportare i dolori che gli causava qualunque movimento per quanto piccolo si fosse. Ebbene! disse il padrone; avvenga ciò che vuole; non sarà mai detto che noi lasciamo un bravo compagno senza aiuto. Non partiremo che questa sera. Questa proposizione fe' molta meraviglia ai marinai, quantunque non vi fosse pur uno che facesse obbiezione. Il padrone era un uomo molto rigoroso, ed era la prima volta che lo si vedesse rinunciare ad una impresa, od anche soltanto ritardarla. Dantès del pari non volle sopportare che si facesse in suo favore una infrazione alle regole di disciplina stabilite a bordo. No, diss'egli, io fui mal cauto, ed io debbo portare la pena della mia poca destrezza: lasciatemi una piccola provvigione di biscotto, un fucile, della polvere e delle palle per ammazzare dei capretti ed anche per difendermi, ed una zappa per costruirmi una specie di casetta, nel caso che voi tardaste molto a ritornare a prendermi.
Ma tu morrai di fame, disse il padrone.
Amo piuttosto questo, rispose Edmondo, che di soffrire gli inauditi dolori, che mi fa provare il più piccolo movimento.
Il padrone si volse al bastimento che ondeggiava con un principio di preparativo nel piccolo porto, pronto a riprendere il mare quando gli apparecchi fossero del tutto compiti.
Che vuoi tu dunque, o maltese, che facciamo! diss'egli, non possiamo abbandonarti così, e neppure aspettare lungamente.
Partite! partite! gridò Dantès.
Staremo assenti almeno otto giorni, e bisognerà eziandio deviare dalla nostra via per venirti a prendere.
Ascoltate, disse Dantès; se incontrate qualche barca peschereccia che fra due o tre giorni venga in questi paraggi, raccomandatemi al padrone, io pagherò 25 piastre pel mio ritorno a Livorno; e se non ne ritroverete, ritornate.
Ascoltate, padron Baldi, vi è un mezzo per conciliar tutto, disse Jacopo, partite; io resterò alla cura del ferito.
E rinuncierai alla tua parte di divisione, disse Edmondo, per restar meco? Sì, e senza dispiacere, rispose Jacopo. Tu sei un brav'uomo, disse Edmondo, e Dio ti compenserà della tua buona volontà. Ma io non ho bisogno d'alcuno, grazie: un giorno o due di riposo mi rimetteranno, e spero ritrovare fra questi scogli alcune erbe eccellenti per le contusioni.
Uno strano sorriso passò sulle labbra di Dantès; strinse la mano a Jacopo con effusione, ma rimase irremovibile nella sua risoluzione di rimanere, e di rimaner solo. I contrabbandieri lasciarono ad Edmondo ciò che aveva domandato, e lo abbandonarono, non senza voltarsi molte volte facendogli tutti i segni di un cordiale addio, ai quali Edmondo rispondeva con una sola mano, come se non potesse muovere il restante del corpo. Poi, quando furono disparsi: È strano, mormorò Dantès ridendo, che in mezzo ad uomini di tal fatta si trovino prove di amicizia e di devozione. Allora trascinossi con cautela fino alla sommità di una roccia, che gli nascondeva la vista del mare, e di là vide la tartana compiere i preparativi, levar l'ancora, librarsi come una lodola che sta per spiccare il volo, e partire. In capo ad un ora ella era disparsa del tutto, o almeno era impossibile di più vederla dal luogo ove era rimasto il ferito. Dantès si alzò più lesto e più leggiero di un capriuolo fra i mirti e le lentische, su quelle rocce selvagge, prese il fucile con una mano, coll'altra la zappa, e corse a quella roccia presso la quale finivano i segni che aveva notati sulle altre.
Ed ora, gridò egli ricordandosi la storia dell'arabo pescatore raccontatagli da Faria, ora, apriti o Sesamo!
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Capitolo 24. L'ABBAGLIAMENTO.
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Il sole era pervenuto a circa un terzo del suo corso, i raggi di maggio cadevano caldi e vivificanti su queste rocce che sembravano anch'esse sensibili a questo calore. Migliaia di cicale invisibili fra i cespugli, facevano sentire il loro mormorio monotono e continuo. Le foglie dei mirti e degli ulivi si agitavano tremanti, e mandavano un rumore quasi metallico. A ciascun passo che faceva Edmondo sul riscaldato granito fuggivano dei mosconi che sembravano smeraldi. Si vedevano da lungi balzare, sul pendio inclinato dell'isola, le capre selvagge che vi attirano qualche volta i cacciatori; in una parola l'isola era abitata, vivente, animata, e ciò non pertanto Edmondo si sentiva solo, sotto la mano di Dio. Egli provava una non so quale emozione, molto somigliante alla paura. Era quella diffidenza del pieno giorno, che fa supporre, anche nel deserto, che vi possano essere degli occhi inquisitori aperti ad osservarci. Questo sentimento fu sì forte, che al momento di cominciare il lavoro, Edmondo si fermò, depose la zappa, riprese il fucile, salì un'ultima volta su la roccia più elevata dell'isola, e di là girò lo sguardo attentamente su tutto ciò che lo circondava. Ma, dobbiamo dirlo, ciò che attirò la sua attenzione, non fu la poetica Corsica di cui egli poteva perfino distinguere le case, non la Sardegna, a lui quasi sconosciuta, che le fa seguito, non l'isola d'Elba dai giganteschi ricordi, e finalmente non quella linea impercettibile che si estende sull'orizzonte, e che, all'occhio esercitato del marinaro, rivela la situazione della superba Genova, e della commerciante Livorno; no, ma fu il brigantino ch'era partito a punto di giorno e la tartana partita da poco. Il primo, stava per sparire nello stretto di San Bonifazio; l'altra seguendo la strada opposta costeggiava la Corsica per oltrepassarla.
Questa vista rassicurò Edmondo: ricondusse allora lo sguardo sugli oggetti che lo circondavano più da vicino: si vide sul punto più elevato della conica isola, piccola statua di questo immenso piedistallo: intorno a lui non v'era un uomo, non una barca: niente altro che l'azzurro mare che veniva a percuotere la base dell'isola, ornandola di una eterna frangia d'argento. Allora discese con passo rapido, ma prudente; temeva troppo in un simile momento un accidente simile a quello che aveva tanto abilmente e felicemente simulato.
Dantès come abbiamo detto, aveva ripercorso il cammino, guidato dai solchi scavati sulle rocce, ed aveva veduto che questa linea conduceva ad un piccolo seno nascosto come un bagno di antica ninfa. Questo seno era abbastanza profondo nel centro, perchè un piccolo bastimento del genere delle Speronare potesse entrarvi, e rimanervi nascosto. Allora, seguendo il filo delle induzioni, quel filo che fra le mani di Faria aveva veduto guidare in una maniera così ingegnosa fra il dedalo delle probabilità, pensò che Guido Spada, nello scopo di non farsi vedere, fosse approdato a questo seno, quivi nascosto il piccolo naviglio, avesse seguita la linea indicata dalle intaccature, e nella estremità di essa sepolto il tesoro. Questa supposizione ricondusse Dantès presso la roccia circolare. Una cosa soltanto lo inquietava, e sconvolgeva tutte le sue idee in dinamica: come erasi potuto, senza impiegare forze considerevoli, innalzare questa roccia, che pesava forse cinque o sei migliaia, sulla specie di base su cui era posta?
D'improvviso fu colpito da un'idea. Invece di farla salire, disse tra sè, l'avranno fatta discendere. Ed egli stesso si slanciò al di sopra della roccia, per cercare il posto della sua primitiva base. Infatto vide ben presto, ch'era stata praticata una leggera inclinazione, la roccia aveva strisciato sulla base, ed era venuta a fermarsi nella direzione in cui un'altra roccia, grossa come una pietra da taglio ordinaria gli aveva servito di base. Erano stati impiegati dei sassolini e delle pietre per far sparire ogni traccia di mancanza di continuità, questo piccolo lavoro da muratore era stato ricoperto di terra vegetabile, vi era nata l'erba, ed il musco vi si era esteso, qualche seme di mirto e di lentischia vi si erano fermati, e l'antico avanzo di roccia sembrava attaccato al suolo. Dantès sollevò con cautela la terra, e riconobbe, o credè riconoscere tutto questo ingegnoso artificio. Allora si accinse a distruggere colla zappa questo muro intermediario, cementato dal tempo; dopo un lavoro di dieci minuti il muro cedè, e rimase aperto un foro pel quale potevasi introdurre un braccio. Dantès andò a troncare l'olivo più grosso in cui si abbattè, lo spogliò dei rami, l'introdusse nel foro, e ne fece una leva; ma la roccia era ad un tempo troppo pesante, e incastrata troppo solidamente sull'inferiore, che forza umana non era bastante a smuoverla, fosse stata pur quella d'Ercole.
Dantès riflettè allora esser necessario assaltar la roccia stessa, ma con qual mezzo? Girò lo sguardo intorno a sè come fanno gli uomini impacciati, e questo cadde sul corno di bufalo pieno di polvere che avevagli lasciato Jacopo; egli sorrise: l'invenzione infernale avrebbe compita l'opera.
Coll'aiuto della zappa, Dantès scavò fra la roccia superiore e quella sopra cui era posta, un condotto di mina simile a quello che fanno i guastatori, quando vogliono risparmiare alle braccia dell'uomo una troppo lunga fatica. Quindi lo riempì di polvere ben compressa e sfilando il fazzoletto, e immergendolo nella polvere, ne fe' una miccia, e messovi fuoco si allontanò. L'esplosione non si fece attendere; la roccia superiore per un momento fu sollevata dall'incalcolabile forza, quella inferiore andò in pezzi. Dalla piccola apertura, che sul principio aveva praticata Dantès, uscì buon numero d'insetti frementi ed un enorme serpente, guardiano di questo cammino misterioso, il quale strisciando su sè stesso disparve.
Dantès si avvicinò. La roccia superiore, rimasta ormai senza appoggio pendeva sull'abisso. L'intrepido cercatore vi girò attorno, scelse il punto più vacillante, appoggiò la sua leva fra gl'intacchi, e a guisa di Sisifo s'incurvò con tutta la forza contro la roccia, la quale di già spostata dall'esplosione traballò. Dantès raddoppiò di sforzi. Si sarebbe detto ch'egli era un nuovo Titano che sradicava le montagne per far la guerra al padre degli Dei. Finalmente la roccia cedè, rotolò, balzò, si precipitò, e disparve immergendosi nel mare. Essa lasciò scoperto un vano circolare che metteva in vista un anello di ferro impiombato nel mezzo di una pietra quadrata.
Dantès gettò un grido di gioia e di stupore. Giammai più magnifico risultato aveva coronato un primo tentativo. Volle continuare, ma le gambe gli tremavano così fortemente, il cuore gli batteva con tanta violenza, una nube gli passava tanto ardente davanti agli occhi, che fu costretto di fermarsi. Questo momento di esitazione però durò quanto un lampo. Edmondo passò la leva nell'anello, l'alzò vigorosamente, e la pietra spostata si aprì, scoprendo il rapido pendìo di una specie di scala infossantesi nell'ombra di una grotta di più in più oscura.
Un altro vi si sarebbe precipitato, avrebbe gettato grida di esultanza e di gioia: Dantès si fermò, impallidì, dubitò.
Vediamo, diss'egli, siamo uomini. Avvezzi all'avversità, non ci lasciamo abbattere da un disinganno, o senza questo avrei io tanto sofferto? Il cuore si rompe allorchè, dopo essere stato dilatato oltre misura dalla speranza, ritorna su sè stesso e si ricompone nella fredda realtà. Faria non fe' che un sogno; Guido Spada nulla ha seppellito in questa grotta; forse anche non vi è mai venuto, o se vi venne, Cesare Borgia, l'intrepido avventuriere, l'infaticabile capo ladrone vi sarà approdato dopo di lui, avrà seguiti i medesimi segni che ho seguiti io, avrà come me sollevata questa pietra, e, disceso prima di me, nulla avrà lasciato da prendere a chi veniva dopo lui. Dantès restò un momento immobile, pensieroso, cogli occhi fissi sopra quest'apertura tenebrosa e continua.
Sì, sì, questa è un'avventura da trovar posto nella vita, mista di oscurità e di luce, di questo reale bandito. In quel tessuto di strani casi che compose la trama diaspra della sua esistenza, questo favoloso avvenimento ha dovuto incatenarsi invincibilmente ad altri fatti. Sì, Borgia è venuto una notte qui, tenendo in una mano una fiaccola, nell'altra una spada, nel mentre che a venti passi da lui distante, forse a piedi di quello scoglio, stavano cupi e minacciosi due sgherri spiando la terra, l'aria ed il mare, mentre che il padrone entrava, come sto per fare io, in quest'antro scuotendo le tenebre col suo formidabile e fiammeggiante braccio. Sì, ma di quei sgherri ai quali avrà dovuto comunicare il segreto, che ne avrà fatto Borgia? si domandò Dantès. Ciò che fecero, rispose egli stesso sorridendo, dei becchini d'Alarico, che vennero sotterrati col seppellito. Ora che io non calcolo più su nulla, ora che sarebbe pazza cosa il conservar qualche speranza, questa avventura non è più per me che una mera curiosità.
E restò ancora per poco tempo immobile e meditabondo.
Però se vi fosse venuto, riprese Dantès, se avesse ritrovato e portato il tesoro, Borgia, l'uomo che paragonava l'Italia ad un carciofo, e che la mangiava foglia per foglia, Borgia sapeva troppo bene impiegare il tempo per non perderne a rimettere questa roccia sulla base... discendiamo.
Allora discese, il sorriso del dubbio sfiorava sulle sue labbra che mormoravano quest'ultima parola dell'umana saggezza: Può darsi!...
Ma in vece delle tenebre che si aspettava di ritrovare, in vece di un'atmosfera opaca e trista, Dantès non vide che una gran luce decomposta in un chiarore azzurrognolo; l'aria e la luce filtravano non solo dall'apertura da lui praticata, ma ancora per delle screpolature invisibili fra le rocce dalla parte esterna, e attraverso le quali si vedeva il colore turchino del cielo, e ove si congiungevano i rami tremolanti dei verdi cespugli e i ligamenti spinosi e parassiti dei rovi. Dopo qualche secondo di dimora in questa grotta, la cui atmosfera piuttosto odorosa che fetida, stava alla temperatura dell'isola come l'ombra al sole, lo sguardo di Dantès, abituato come si disse, alle tenebre, potè esplorare gli angoli più reconditi della caverna; essa era di granito di cui le faccette sparse di pagliuole risplendevano come diamanti.
Ahimè! esclamò Dantès sorridendo, ecco senza fallo i tesori che avrà lasciato lo Spada, e il buon Faria vedendo in sogno questi muri risplendenti, si sarà fermato in queste ricche speranze!... Si ricordò poi le precise parole del testamento che sapeva a memoria. «Nell'angolo più lontano della seconda apertura». Or Dantès non era penetrato che nella prima grotta, gli abbisognava dunque cercare l'entrata della seconda.
Si orizzontò allora. Questa seconda grotta doveva naturalmente internarsi verso il centro dell'isola. Esaminò gli strati delle pietre, e andò a battere sur una delle pareti che gli parve quella ove doveva essere l'apertura, nascosta senza dubbio per maggior cautela. Con la zappa ripercosse le pareti ad intervalli, tramandando la roccia un rumore sì sordo e debole che faceva scorrere il sudore sulla fronte di Dantès. Finalmente sembrò al perseverante minatore che una parte del muro di granito risuonasse, e rispondesse con un eco più sordo e più profondo all'appello che gli veniva fatto. Avvicinò lo sguardo ardente al muro, e ritrovò, col tatto da prigioniero, ciò che niun altro avrebbe forse riconosciuto: cioè che là doveva essere un'apertura. Però, onde non fare un lavoro inutile, Dantès, che, a guisa di Cesare Borgia, aveva studiato il valore del tempo, esplorò le altre pareti colla zappa, percosse il suolo col calcio del fucile, smosse la sabbia nei luoghi sospetti, e non avendo ritrovato nè riconosciuto nulla, ritornò alla parte di muro che rendeva quel suono consolatore. Egli la percosse di nuovo e con maggior forza.
Allora vide una cosa singolare; sotto i colpi dell'istrumento, una specie d'intonaco come quello che si applica sui muri per dipingervi a fresco, si sollevava e cadeva in croste, scoprendo una pietra biancastra e granellosa, come quelle da taglio. L'apertura della roccia era stata chiusa con pietre di altra natura, quindi vi avevano steso l'intonaco, era stata imitata la tinta e la cristallizzazione del granito. Dantès percosse allora colla parte tagliente della zappa, questa penetrò per un pollice nella porta a muro.
Era là che bisognava lavorare.
Per uno strano mistero dell'umana organizzazione, più si avveravano, e si accumulavano le prove che Faria non doveva essersi ingannato, e più il cuore di Dantès indebolito e stanco si lasciava andare in preda al dubbio, e quasi allo scoramento. Questa nuova esperienza, che avrebbe dovuto infondergli forza novella, gli tolse al contrario quella che rimanevagli; la zappa discendendo sfuggivagli quasi dalle mani, la depose al suolo, si asciugò la fronte, e risalì la scala, sul pretesto di vedere se qualcuno lo spiava, ma in realtà perchè aveva bisogno d'aria, perchè si sentiva sul punto di svenire.
L'isola era deserta, e il sole nel suo zenit sembrava coprirla col suo occhio di fuoco; in lontano alcune piccole barche pescherecce spiegavano le vele su di un mare azzurro come il zaffiro.
Dantès non aveva ancora mangiato nulla: ma in questo momento era ben lontano dall'aver voglia di mangiare; trangugiò un po' di rum, e rientrò nella grotta col cuore serrato. La zappa che gli era sembrata così pesante era ridivenuta leggiera; egli la sollevò come avrebbe fatto di una piuma, e si mise vigorosamente al lavoro. Dopo qualche colpo, si accorse che le pietre non erano cementate, ma soltanto le une poste sulle altre, e ricoperte da quell'intonaco di cui abbiamo parlato; introdusse in una fessura la punta dell'istrumento, gravitò col corpo sul manico, e vide con gioia la pietra girare, come su i cardini, e cadere ai suoi piedi.
Da quel momento Dantès non ebbe più che a tirare a sè col ferro della zappa ciascuna pietra, che a sua volta rotolò vicino alla prima.
Egli avrebbe potuto entrare fin dalla prima apertura, ma ritardando di qualche minuto aveva prolungato la certezza aggrappandosi alla speranza. Finalmente dopo una nuova esitazione di un minuto, Dantès passò dalla prima nella seconda grotta; questa era più bassa, più oscura, e di un aspetto più spaventoso della prima. L'aria, che non vi era penetrata che dall'apertura testè fatta, conservava quello odore mefitico, che Dantès si era meravigliato di non ritrovare nella prima: aspettò allora che l'aria esterna ravvivasse questa morta atmosfera, quindi entrò a sinistra dell'apertura. Eravi un angolo profondo e oscuro; ma, per l'occhio di Dantès non v'erano tenebre. Scandagliò la seconda grotta: era vuota come la prima. Il tesoro, se v'era, stava seppellito in quest'angolo oscuro.
L'ora dell'angoscia era giunta; due piedi di terra da scavarsi era tutto ciò che restava a Dantès fra il sommo della gioia e il sommo della disperazione. Egli si avanzò verso l'angolo, e, come preso da una momentanea risoluzione, si diè al lavoro. Al quinto o sesto colpo di zappa il ferro risuonò sopra un altro ferro. Giammai tocco funebre di campana a stormo produsse un simile effetto su colui che l'intese. Dantès non avrebbe ritrovato altra cosa che lo avesse potuto far diventar più pallido. Egli osservò ai lati del luogo da lui già esplorato, ritrovò lo stesso suono.
È un baule di legno cerchiato di ferro, diss'egli.
Passò in quel punto un'ombra rapida intercettando la luce: Dantès lasciò cadere la zappa, afferrò il fucile, ripassò per l'apertura, e si slanciò all'aperto. Era una capra selvaggia che aveva saltato la prima entrata della grotta, e mangiava a qualche passo di distanza. Sarebbe stata una bella occasione per assicurarsi il pranzo; ma Dantès ebbe timore che lo sparo del fucile richiamasse qualcuno. Riflettè un momento, tagliò dei rami di un albero resinoso, e andò ad accenderli al fuoco ancor fumante, ove i contrabbandieri avevano cotto il pranzo, e ritornò con questa torcia: non voleva perdere alcuna particolarità di ciò che stava per vedere.
Avvicinò la torcia alla buca informe e non compita, e riconobbe che non si era ingannato; i colpi avevano alternativamente colpito sul ferro e sul legno. Piantò la torcia in terra, e si rimise all'opera. In un momento fu scavata una fossa di tre piedi di lunghezza e due di larghezza, e potè allora riconoscere un baule di legno di quercia con cerchi di ferro cesellato. Nel mezzo del coperchio risplendeva, sopra una placca d'argento che la terra non aveva potuto arrugginire, l'arme della famiglia Spada, cioè una spada messa di piatto sopra uno scudo ovale, come sono gli scudi italiani. Dantès la riconobbe facilmente, perchè Faria l'aveva più volte a lui disegnata. Da quel momento non vi era più dubbio, il tesoro v'era in effetti; non avrebbero prese tante cautele per rimettere in quel posto un baule vuoto.
In un momento tutti i lati del baule o forziere furono messi allo scoperto, ed ei vide poco alla volta, comparire la serratura nel mezzo, posta fra due cinte di ferro, e le maniglie alle pareti laterali; tutto era cesellato, come si usava in quell'epoca in cui l'arte rendeva preziosi anche i più vili metalli. Dantès prese il baule per le maniglie, e si provò a sollevarlo, era impossibile. Allora tentò di aprirlo: la serratura e le cinte lo tenevano ben chiuso: questi fedeli custodi sembravano non voler rendere il tesoro: Dantès introdusse la parte tagliente della zappa tra il fondo ed il coperchio, gravitò con tutto il corpo sul manico di quella, ed il coperchio, dopo aver prodotto un forte rumore, andò in pezzi. Una larga apertura dell'asse rendeva i ferramenti inutili, caddero anch'essi, stringendo tuttavia con le loro unghie tenaci gli avanzi del coperchio caduto con essi, ed il baule fu aperto. Una febbre vertiginosa s'impadronì di Dantès; egli prese il fucile, lo caricò, e se lo pose vicino. Dapprima chiuse gli occhi come fanno i fanciulli, per scorgere nella notte sfavillante della loro immaginazione più stelle che non possono contarsi in un cielo ancora illuminato, quindi li riaprì, e rimase abbagliato.
Tre divisioni compartivano il baule; nella prima brillavano dei fulgidi scudi d'oro dai gialli riflessi; nella seconda delle verghe d'oro non brunite, ma disposte in buon ordine, esse però non avevano dell'oro che il peso ed il valore; nella terza finalmente, piena a metà, Edmondo rimosse ed alzò a manate i diamanti, le perle e i rubini che qual cascata sfavillante facevano nel ricadere gli uni sugli altri il rumore della grandine sui vetri. Dopo aver toccato, palpato, immerso le mani tremanti nell'oro e nelle pietre, Edmondo si rialzò e si diè a correre attraverso la caverna colla fremente esaltazione di un uomo che sta per diventar pazzo. Saltò sopra una roccia da cui poteva scoprire il mare, e non vide nulla; egli era solo, solissimo con queste ricchezze incalcolabili, inaudite, favolose, che gli appartenevano. Ma sognava o era sveglio?
Aveva bisogno di rivedere il suo oro, e nello stesso tempo sentiva non aver la forza di sostenerne la vista; per un momento si compresse le mani sulla testa come per impedire che la ragione andasse via, poi si slanciò attraversò l'isola senza seguire, non dirò un sentiero, perchè nell'isola di Monte-Cristo non ve ne sono, ma tampoco una direzione stabilita; faceva fuggire le capre selvagge, e spaventava gli uccelli marini colle sue grida e col suo gesticolare. Indi, per un altro giro ritornò, dubitando ancora, e precipitandosi dalla prima grotta nella seconda, e trovandosi al cospetto di questa cava d'oro e di diamanti, cadde in ginocchio, comprimendosi con ambe le mani i moti convulsivi del cuore che balzava, e mormorando una preghiera intelligibile a Dio soltanto. Poco dopo si sentì più tranquillo, e pertanto più felice; poichè in quell'ora soltanto cominciava a credere alla sua felicità. Si mise a contare la sua fortuna; vi erano circa mille verghe d'oro che pesavano ciascuna da due a tre libbre; quindi ammonticchiò venticinque mila scudi d'oro che potevano avere il valore ciascuno di ottanta franchi, moneta di Francia, tutti coll'effigie di Papa Alessandro VI e dei suoi predecessori, e si accorse che il compartimento non era vuotato che a metà; finalmente misurò dieci volte la capacità delle sue due mani in perle, pietre, e diamanti, molti dei quali, legati dai migliori gioiellieri di quell'epoca, presentavano per questo un valore considerevole, oltre quello intrinseco. Dantès vide il giorno abbassarsi ed estinguersi a poco a poco. Temè di esser sorpreso se restava nella grotta, e ne uscì col fucile alla mano. Un po' di biscotto e qualche goccia di vino furono la sua cena. Quindi rimise la pietra, vi si sdraiò sopra, e dormì appena qualche ora, coprendo col corpo l'ingresso della grotta. Questa notte fu una di quelle terribili ad un tempo e deliziose, come quest'uomo dalle grandi emozioni ne aveva già passate due o tre nella sua vita.
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Capitolo 25. LO SCONOSCIUTO.
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Fecesi giorno: Dantès l'aspettava da lungo tempo ad occhi aperti. Ai primi albori si alzò; salì, come la sera, sulla roccia elevata dell'isola, per esplorarne i dintorni: ma tutto era deserto. Edmondo rimosse la pietra, discese, si riempì le saccocce di pietre preziose, rimise il meglio che potè l'asse ed i ferramenti al coperchio del baule, lo ricoprì di terra, vi gettò sopra della sabbia per rendere il luogo smosso di fresco come il resto del suolo, uscì dalla grotta, rimise la pietra, ammassò su questa dei sassi di differente grossezza, ne riempì gl'intervalli con della terra, vi piantò dei mirti e dell'eriche, innaffiò queste piante novelle, affinchè sembrassero vecchie, cancellò le impronte dei suoi passi ripetuti intorno a questo luogo, e attese con impazienza il ritorno dei compagni. Difatto or non si trattava più di passare il tempo a guardare quest'oro e questi diamanti, e di restare a Monte-Cristo come un drago a sorvegliare il tesoro: bisognava ritornare alla vita, fra gli uomini, e prendere nella società il rango, l'influenza ed il potere che in questo mondo danno le ricchezze, prima e più grande delle forze di cui possa disporre la creatura umana.
I contrabbandieri ritornarono il sesto giorno. Dantès riconobbe da lontano l'andamento ed il moto della Giovane Amelia; si trascinò fino al porto come il Filotete ferito, ed allorquando i compagni approdarono, annunciò loro, lagnandosi ancora, di avere ottenuto un sensibile miglioramento; indi a sua volta ascoltò il racconto degli avventurieri. Essi erano riusciti, è vero; ma appena avevano deposto il carico, erano stati avvertiti che un brick di sorveglianza a Tolone, usciva dal porto e si dirigeva alla lor volta; allora erano fuggiti a tratto di freccia lagnandosi che Dantès, il quale sapeva dare una velocità maggiore al bastimento, non fosse stato là a dirigerlo. Infatto eransi avveduti ben presto del bastimento cacciatore che li inseguiva; ma coll'aiuto della notte, e passando la punta del capo Corso erano giunti a fuggire. In sostanza questo viaggio non era stato cattivo, e tutti, particolarmente Jacopo, erano dispiaciuti che Dantès non fosse stato con loro per ottenere la propria parte di utile da lor riportata, e che ammontava a 50 piastre.
Edmondo rimase impenetrabile, e non sorrise nemmeno alla enumerazione dei vantaggi di cui avrebbe potuto aver parte se avesse abbandonata l'isola; siccome la Giovane Amelia non era venuta a Monte-Cristo che per prenderlo, s'imbarcò subito la stessa sera, e seguì il suo padrone a Livorno; dove appena giunto, andò da un ebreo e vendè per 25 mila franchi ciascuno quattro dei suoi più piccoli diamanti. L'ebreo avrebbe potuto informarsi come un pescatore trovavasi possessore di simili oggetti, ma se ne guardò bene, perchè vi guadagnava mille franchi sopra ciascuno. La dimane Dantès comprò una barca nuova che regalò a Jacopo, aggiungendo a questo dono cento piastre per provvedersi dell'equipaggio; e ciò a condizione che Jacopo andrebbe a Marsiglia a chieder notizie di un vecchio chiamato Luigi Dantès, che abitava nei viali di Meillan, e di una giovinetta dimorante nel villaggio dei Catalani, che si chiamava Mercedès.
Jacopo credè di sognare. Ma Edmondo gli raccontò che erasi fatto marinaro per una bizzarria, e perchè la sua famiglia non gli voleva passare il danaro necessario per le spese minute, ma giungendo a Livorno era entrato in possesso della eredità di uno zio che lo aveva istituito erede universale. L'educazione elevata di Dantès dava a questa storia tale un'impronta di verità, che Jacopo non dubitò nemmen per poco che il suo antico compagno non gli dicesse il vero. D'altra parte, essendo terminato l'impegno di Edmondo col padrone della Giovane Amelia prese congedo dal vecchio marinaro, che dapprima tentò di ritenerlo, ma che intesa come Jacopo la storia dell'eredità, rinunciò perfino alla speranza di vincere la risoluzione del suo antico compagno. La dimane Jacopo mise alla vela per Marsiglia; egli doveva ritrovare Edmondo a Monte-Cristo. Lo stesso giorno Dantès partì senza dire ove andava, prendendo congedo dall'equipaggio della Giovane Amelia col dare una splendida gratificazione, e dal padrone col promettergli di fargli avere un giorno o l'altro sue notizie: e si recò a Genova.
Nel momento in cui arrivava veniva provato un piccolo yacht ordinato da un inglese, che, avendo inteso dire essere i Genovesi i migliori costruttori del Mediterraneo, aveva ordinato un yacht a Genova. L'inglese aveva convenuto il prezzo per 40 mila franchi, Dantès ne offrì 60 mila a condizione che il bastimento gli sarebbe stato consegnato lo stesso giorno.
L'inglese era andato a fare un giro in Isvizzera aspettando che il bastimento fosse terminato; non doveva ritornare che fra tre settimane od un mese, e il costruttore pensò che avrebbe avuto il tempo di rimetterne un altro sul cantiere. Dantès condusse il costruttore da un ebreo, passò con lui nello stanzino dietro la bottega, e l'ebreo contò 60 mila franchi al costruttore che offerse a Dantès i suoi servigi per comporgli un equipaggio, ma questi lo ringraziò dicendogli che aveva l'abitudine di navigar solo, e che l'unica cosa che desiderava si era, che nel suo gabinetto a capo del letto vi fosse un armadio a segreti con tre divisioni pure a segreti: dette la misura dei compartimenti, che furono eseguiti la dimane.
Due ore dopo Dantès uscì dal porto di Genova, scortato dagli sguardi di una folla di curiosi che volevano vedere lo Spagnuolo che aveva l'abitudine di navigar solo. Dantès se ne cavò a meraviglia: coll'aiuto del solo timone, senza aver bisogno di lasciarlo, fece fare al bastimento tutte le evoluzioni necessarie; si sarebbe detto un essere intelligente pronto ad obbedire al più piccolo impulso, ed egli convenne seco stesso che i Genovesi meritavano la loro riputazione di primi costruttori navali del mondo. I curiosi seguirono con lo sguardo il piccolo bastimento, fino a che l'ebbero perduto di vista, ed allora cominciarono le discussioni per sapere ove era diretto: alcuni opinarono per la Corsica, altri per l'isola d'Elba; questi proposero scommesse che andava in Ispagna, altri sostennero che andava in Affrica, nessuno pensò a nominare l'isola di Monte-Cristo.
Dantès non pertanto colà si recava: e vi giunse sul finir del secondo giorno. Il naviglio era molto veliero, e avea percorsa la distanza in 35 ore. Dantès aveva perfettamente riconosciuto la situazione della costa, invece di approdare al consueto porto gettò l'ancora nel piccolo seno. L'isola era deserta; non appariva esservi approdato alcuno dopo la sua partenza, andò al tesoro; tutto era nello stesso stato in cui lo avea lasciato.
La domani sera, l'immensa sua fortuna era stata trasportata a bordo del yacht, e racchiusa nell'armadio a compartimenti e segreti. Dantès aspettò ancora otto giorni: durante i quali fe' manovrare il suo yacht attorno l'isola, provandolo come uno scudiero prova un cavallo: e ne conobbe tutte le qualità ed i difetti; si promise di aumentare le une e di rimediare agli altri. L'ottavo giorno vide un piccolo bastimento che veniva alla sua volta a vele gonfie e riconobbe la barca di Jacopo: fe' un segnale a cui Jacopo rispose, e due ore dopo la barca era vicina al yacht. Egli aveva una trista risposta a ciascuna delle due domande fatte da Edmondo: il vecchio Dantès era morto; Mercedès era disparsa.
Edmondo ascoltò queste due notizie con viso tranquillo; ma discese subito a terra proibendo che alcuno lo seguisse. Due ore dopo ritornò; due uomini della barca di Jacopo passarono sul suo yacht per aiutarlo a manovrare e ordinò di metter capo su Marsiglia. Egli prevedeva la morte di suo padre; ma di Mercedès che n'era avvenuto?
Senza divulgare il suo segreto, Edmondo non poteva dare istruzioni sufficienti ad un messo; d'altra parte ei voleva prendere altre informazioni, per le quali non poteva fidarsi che di sè stesso. Il suo specchio lo aveva rassicurato a Livorno che non correva alcun pericolo di essere riconosciuto, tanto più che ora aveva a sua disposizione tutti i mezzi per contraffarsi. Una mattina adunque, il yacht seguito dalla piccola barca, entrò bravamente nel porto di Marsiglia, e si fermò appunto dirimpetto al luogo di fatale rimembranza, ove venne imbarcato Dantès quella sera che lo trasportarono nel castello d'If. Non fu certamente senza una specie di fremito che vide nella lancia della Sanità venire alla sua volta un gendarme. Ma Dantès con quella perfetta sicurezza di sè che aveva acquistata, gli presentò un passaporto inglese di cui si era provveduto a Livorno, e mediante il lascia-passare straniero, molto più rispettato in Francia di quello dei nazionali, discese senza difficoltà a terra. La prima cosa che scoperse mettendo il piede sulla Cannebière, fu uno degli antichi marinari del Faraone. Quest'uomo avea servito sotto i suoi ordini, e si trovava là come un mezzo per assicurare Dantès sui cambiamenti che si erano operati in lui. Andò difilato da quest'uomo, e gli fe' molte interrogazioni alle quali questi rispondeva senza neppure lasciar supporre, nè dalle parole, nè dalla fisonomia, ricordarsi di aver mai veduto quello che gl'indirizzava la parola. Dantès gli fe' dono d'una moneta per ringraziarlo delle sue informazioni, un momento dopo sentì il brav'uomo che gli correva dietro, ei si volse.
Perdono, signore, disse il marinaro, vi siete certamente sbagliato, avete creduto di darmi una moneta da 40 soldi, e mi avete dato un napoleone doppio.
Infatto, amico mio, disse Dantès, io mi era sbagliato, ma siccome la vostra onestà merita una ricompensa, così eccovene un altro che vi prego di accettare per bere alla mia salute coi vostri compagni. Questo fu talmente stordito dal regalo, che non pensò nemmeno a ringraziare colui che glielo faceva, lo guardò e si allontanò dicendo:
Questi è un qualche nababbo che viene dalle Indie.
Dantès continuò la sua strada; ciascun passo che faceva gli opprimeva il cuore con una nuova emozione; tutti i suoi ricordi d'infanzia, ricordi indelebili, eternamente presenti al suo pensiero erano là che sorgevano su ciascuna piazza, su ciascun angolo di strada, su ciascun crocicchio di via. Giungendo all'estremità della strada di Noailles, nel vedere i viali di Meillan sentì le ginocchia piegarglisi, e poco mancò non cadesse sotto le ruote di una carrozza, finalmente giunse alla casa già abitata da suo padre. I nasturzi e le clematidi erano disparse dalla pergola, ove altra volta la mano tremante del vecchio le trapiantava con cura. Dantès si appoggiò contro un albero, e per qualche tempo restò pensieroso riguardando gli ultimi piani di quell'umile e povera casa; finalmente si avanzò verso la porta, ne superò il limitare, e domandò se vi fosse un alloggio vuoto, e tanto insistè per visitare il quinto piano, che quantunque questo fosse occupato, il portinaro salì e domandò per parte di uno straniero alle persone che lo abitavano il permesso di vedere le due camere di cui si componeva.
Occupavano questo piccolo appartamento un giovine ed una giovane maritati da otto giorni soltanto. Vedendo questi giovani sposi Dantès mandò un profondo sospiro. Del rimanente però nulla più v'era che gli richiamasse alla memoria l'appartamento di suo padre: non v'era più la stessa carta sulle pareti, non più quei vecchi mobili, quegli amici dell'infanzia d'Edmondo, vivi al suo pensiero nei loro più piccoli particolari, tutto era cambiato. Non v'erano che le muraglie che fossero le stesse. Dantès si volse dalla parte del letto, che era nello stesso posto in cui lo teneva l'antico pigionale; suo malgrado gli occhi gli si bagnarono di lagrime: in questo posto il vecchio doveva aver reso l'ultimo sospiro nominando suo figlio. I due giovani guardavano con meraviglia quest'uomo dalla fronte severa, sulle guance del quale scorrevano due grosse lagrime senza che il viso si movesse. Ma come ogni dolore porta seco la sua religione, i giovani non fecero alcuna domanda allo sconosciuto; solo si ritirarono addietro per lasciarlo piangere a tutt'agio, e quando uscì, lo accompagnarono, dicendogli che poteva ritornare quando voleva, e che la loro povera casa gli sarebbe sempre stata ospitaliera.
Passando dal piano di sotto, Edmondo si fermò avanti un'altra porta, e domandò se abitava sempre lì un sartore chiamato Caderousse, ma il portinaro gli rispose che l'uomo di cui parlava avendo fatti cattivi affari, era andato ad abitare sulla strada da Bellegarde a Beaucaire, ove conduceva l'albergo del Ponte di Gard.
Dantès discese, domandò l'indirizzo del proprietario della casa sui viali di Meillan, andò da lui, fecesi annunziare sotto il nome di lord Wilmor (nome e titolo che stavano scritti sul passaporto) e comprò quella piccola casa per la somma di 25mila franchi il che era almeno 10mila franchi più di quel che valeva, ma Dantès, se gli avessero chiesto mezzo milione, lo avrebbe pagato. Lo stesso giorno i giovani che abitavano il quinto piano furono prevenuti dal notaro che aveva stipulato il contratto, che il nuovo proprietario concedeva loro la scelta di un altro appartamento in tutta la casa, senza aumentare in verun modo di pigione, a condizione che cedessero le due camere che occupavano. Questo strano avvenimento fu materia di discorsi per più di otto giorni a quanti erano soliti di frequentare i viali di Meillan, e fece fare mille congetture, di cui neppur una fu esatta. Ma ciò che più di tutto imbrogliò i cervelli, e turbò tutti gli spiriti, fu di vedere nella stessa sera quel medesimo uomo, che la mattina era stato veduto entrare nella casa dei viali di Meillan, passeggiare nel piccolo villaggio dei Catalani, ed entrare in una povera casa di pescatori, ove restò più di due ore a domandar notizie d'individui parte morti, parte da più anni disparsi. La dimane le persone, presso le quali egli era entrato per fare tutte queste domande, ricevettero in dono una nuovissima barca catalana, guernita di due scorticarie e di altre reti da pescare; questa brava gente avrebbe voluto ringraziare il generoso interrogatore, ma avevano veduto, che dopo avere egli dato alcuni ordini ad un marinaio, era montato a cavallo ed uscito da Marsiglia per la porta di Aix.
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Capitolo 26. L'ALBERGO DEL PONTE DI GARD.
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Coloro che hanno percorso a piedi il mezzogiorno della Francia avranno potuto notare fra Bellegarde e Beaucaire, circa a mezza strada dal villaggio alla città, ma pure un po' più presso a Beaucaire che a Bellegarde, un piccolo albergo, fuori del quale sta appesa una tavola che stride al più piccolo vento, e su cui è grottescamente dipinto il Ponte di Gard. Questo piccolo albergo, prendendo per direzione il corso del Rodano, è situato dalla parte sinistra della strada, voltando le spalle al fiume; vi è unito ciò che nella Linguadoca vien chiamato giardino, vale a dire che il lato opposto a quello che tiene aperta la porta ai viaggiatori, porge sopra un recinto chiuso su cui vegetano alcuni ulivi, qualche fico selvaggio, colle foglie inargentate dalla polvere della strada; fra i loro intervalli nascono, invece di legumi, il pepe d'India, le cipolline, e lo zafferano; finalmente in uno degli angoli, come una sentinella dimenticata, cresce un gran girasole, lanciando in alto il suo fusto malinconico e flessibile, ed aprendo a ventaglio la cima. Tutti questi alberi grandi e piccoli sono tutti piegati nella direzione del maestrale, uno dei tre flagelli della Provenza. Qua e là sulla circostante pianura, che rassomiglia ad un gran lago di polvere, vegetano alcune spighe di frumento che gli ortolani del paese coltivano senza dubbio per curiosità, e ciascuna delle quali serve di ricovero ad una cicala che perseguita col suo canto aspro e monotono il viaggiatore perdutosi in questa Tebaide. Da sette o otto anni circa questo piccolo albergo era condotto da un uomo ed una donna che avevano per soli domestici una cameriera chiamata Trinetta ed uno stalliere che rispondeva al nome di Pacaud, doppia cooperazione, che del resto era più che sufficiente ai bisogni del servizio, dappoichè un canale scavato fra Beaucaire e Aigues-mortes aveva fatto sostituire vittoriosamente i battelli ai barrocci, e le barche alle diligenze. Questo canale, come per rendere più vivi i dispiaceri dei disgraziati albergatori che rovinava, passava fra il Rodano che lo alimenta, e la strada che lo dissecca, a cento passi circa dall'albergo di cui abbiamo dato una breve ma fedele descrizione. Non dimentichiamo un cane, vecchio guardiano per la notte e che abbaiava ciò nonostante contro i passeggieri così nel giorno come fra le tenebre, tanto aveva perduto poco alla volta l'abitudine di vedere viaggiatori.
Il conduttore di questo piccolo albergo era un uomo dai 40 ai 42 anni, grande, secco e nerboruto, vero tipo meridionale, cogli occhi infossati e vivaci, col naso a becco d'aquila e i denti bianchi come quelli di un animale carnivoro. I capelli che sembravano, ad onta dei primi soffi dell'età, non potersi risolvere a diventar bianchi, erano come la barba, che portava lunga e ad uso di collare, fitti, crespi e appena sparsi di qualche pelo grigio: il colorito naturalmente scuro era ricoperto ancora da una nuova patina nerastra, presa dall'abitudine che aveva il povero diavolo, di starsi dalla mattina alla sera sul limitare della porta, per vedere se o a piedi, o in carrozza giungeva qualche avventore, aspettativa, che quasi sempre andava perduta, e durante la quale egli non opponeva alcun preservativo all'azione dei raggi divoratori del sole sul suo viso, fuorchè un fazzoletto rosso annodato sulla testa secondo il costume dei mulattieri spagnuoli. Quest'uomo è un'antica nostra conoscenza, è Gaspero Caderousse. Sua moglie al contrario, che nubile si chiamava Maddalena Radelle, era una donna pallida, magra e malaticcia. Nata nei contorni d'Arles aveva veduto, conservando tutte le tracce primitive della bellezza tradizionale delle sue compatriotte, il suo viso scomporsi lentamente negli accessi quasi continui di una di quelle febbri sorde, tanto comuni alle popolazioni vicine agli stagni di Aigues-mortes ed alle paludi della Camargue. Ella stava adunque quasi sempre seduta e tremante nel fondo della sua camera situata al primo piano, o stesa sur un sofà, o appoggiata contro il letto, mentre che suo marito faceva la guardia consueta alla porta della casa, fazione che egli prolungava tanto più volentieri, in quanto che ogni volta che si accostava alla sua aspra metà, questa lo perseguitava con eterne lagnanze contro la sorte, alle quali suo marito non rispondeva d'ordinario che con queste filosofiche parole:
Taci là, Carconta! Dio vuole così!
Questo soprannome era dato a Maddalena Radelle, perchè era nata nel piccolo villaggio della Carconta, posto fra Salon e Lambèse. Or secondo un costume del paese, le persone vengono quasi sempre chiamate con un soprannome, e suo marito aveva sostituito questo vocabolo alla parola Maddalena troppo dolce, e forse poco sonora pel suo rozzo linguaggio. Però ad onta di questa pretesa rassegnazione ai decreti della Provvidenza, non si creda che il nostro albergatore non sentisse profondamente lo stato deplorabile in cui lo aveva ridotto quel miserabile canale di Beaucaire, e che egli fosse invulnerabile alle incessanti lamentazioni con cui lo perseguitava sua moglie. Era, come tutti i meridionali, un uomo moderato e senza grandi bisogni, ma pieno di vanità per tutte le cose esteriori. Per tal modo nei tempi della sua prosperità, non lasciava mai passare nè una festa di villaggio, nè una processione senza farvisi vedere con la sua Carconta; l'uno col suo costume pittoresco degli uomini del mezzogiorno, e che partecipa ad un tempo del catalano e dell'andaluso, l'altra col grazioso abito delle donne d'Arles, che sembra preso dalla Grecia e dall'Arabia. Ma un poco per volta, catene da orologio, collane, cinture a mille colori, giubbe gallonate, vesti di velluto, calze ricamate, ghette variopinte, scarpe con fibbie d'argento erano sparite; e Gaspero Caderousse, non potendo più farsi vedere nell'altezza del suo passato splendore, aveva rinunciato per sè e per sua moglie a tutte queste pompe mondane, di cui sentiva, rodendosi sordamente il cuore, i festevoli rumori fino sulla soglia del suo povero albergo, che continuava a conservare ancora più come un ricovero che come una speculazione. Caderousse, secondo la sua abitudine, erasi fermato una gran parte della mattina avanti la porta, girando lo sguardo malinconico da una piccola zolla intorno a cui erano alcune galline, alle due estremità della strada deserta che si perdevano una al mezzogiorno e l'altra al nord; quando d'improvviso la voce aspra di sua moglie lo costrinse ad abbandonare il posto. Egli rientrò brontolando e salì al primo piano, lasciando però sempre aperta e spalancata la porta, come per invitare i viaggiatori a non dimenticarlo passando.
Nel momento che Caderousse entrava, la grande strada di cui abbiamo parlato, e che veniva percorsa dal suo sguardo, era nuda, e solitaria quanto il deserto, dalla parte di mezzogiorno: si estendeva bianca ed infinita fra due file d'alberi sottili, e si comprenderà facilmente che nessun viaggiatore libero di scegliere un'altra ora del giorno si sarebbe avventurato in questo spaventevole Sahara. Ciò non ostante, contro tutte le probabilità, se Caderousse fosse rimasto al suo posto avrebbe potuto scorgere dalla parte di Bellegarde, un cavaliere ed un cavallo camminare con quell'andamento cortese ed amichevole che indica le migliori relazioni fra l'uomo e l'animale; il cavallo era di razza ungherese, e andava comodamente al trotto; il cavaliere era un prete vestito di nero col cappello a tre angoli. Ad onta dell'eccessivo calore d'un sole ardente nell'ora del mezzogiorno, essi non andavano che di un trotto molto regolato. Questo gruppo, giunto dinanzi alla porta, si fermò.
Sarebbe stato difficile il risolvere se l'uomo fermò il cavallo, o il cavallo fermò l'uomo; in ogni modo il cavaliere mise il piede a terra, e tirando l'animale per le redini, lo legò ad un arpione di uno sportello rovinato, che non reggeva più se non sopra un cardine; quindi avanzandosi verso la porta, e asciugandosi la fronte grondante sudore con un fazzoletto di cotone rosso, l'abate battè tre colpi sul limitare, col puntale di ferro del bastone che aveva in mano.
Tosto il gran cane nero si alzò, fece qualche passo, abbaiando e mostrando i denti bianchi ed acuti, doppia dimostrazione ostile, che provava la poca abitudine che aveva della società. Subito dopo, un passo grave rumoreggiò sulla scala di legno che si arrampicava lungo il muro, e per la quale discendeva, curvandosi all'indietro, l'oste del povero albergo, sulla soglia del quale stava il prete.
Eccomi! diceva Caderousse tutto maravigliato; eccomi! vuoi tu tacerti, Margotin! non abbiate paura, signore, egli abbaia, ma non morde. Voi desiderate del vino, n'è vero? perchè fa un sole tremendo... Ah! perdono, interruppe Caderousse, vedendo con quale specie di passeggiere parlava; perdono, io non sapeva chi avevo l'onore di ricevere. Che desiderate, signor abate? sono ai vostri ordini.
Il prete guardò quest'uomo per due o tre secondi con una attenzione straordinaria, e sembrò cercasse ancora di attirare sopra di sè l'attenzione dell'albergatore; ma vedendo che i lineamenti di costui non esprimevano altro sentimento che la sorpresa di non avere una risposta, giudicò fosse tempo di finirla e disse con un accento italiano ben pronunziato: Non siete voi il signor Caderousse?
Sì signore, disse l'oste, forse meravigliato ancora più della domanda che del silenzio; sono effettivamente Gaspero Caderousse per servirvi.
Gaspero Caderousse?... Sì,... credo bene che sia questo il nome e cognome. Voi dimoravate in altro tempo sui viali di Meillan, n'è vero, al quarto piano? Precisamente.
Ed esercitavate la professione di sartore?
Sì, ma la mia professione andò male, fa tanto caldo in Marsiglia, che credo, finirà che nessuno si vestirà più. Ma a proposito di calore, non volete voi prender qualche cosa per rinfrescarvi, signor abate?
Sia pure. Datemi una bottiglia del miglior vino che abbiate, e poi riprenderemo la conversazione, se non vi dispiace, al punto in cui la lasciamo.
Come vi farà più piacere, signor abate, disse Caderousse, e per non perdere l'occasione di esitare una delle ultime bottiglie di vino di Cahors che gli restavano, Caderousse si affrettò ad alzare una botola che copriva un'apertura fatta nel pavimento della camera a pian terreno che serviva ad un tempo di sala e di cucina. Allorchè in capo a cinque minuti ricomparve, ritrovò l'abate assiso sur uno sgabello col gomito appoggiato su di una lunga tavola; mentre che Margotin, sembrando aver fatto pace con lui, aspettava, che contro il solito questo singolare viaggiatore prendesse qualche cosa, allungava su la coscia il suo collo scarno, e l'occhio languente.
Siete solo? domandò l'abate all'oste, mentre che questi gli metteva davanti la bottiglia, ed il bicchiere.
Oh! mio Dio, sì solo o circa, poichè io ho una moglie che non mi può aiutare in cosa alcuna, attesochè la povera Carconta è quasi sempre malata.
Ah! siete ammogliato, disse l'abate con una specie d'interessamento, girando intorno a sè uno sguardo, che sembrava stimare il tenue valore del meschino mobilio della camera.
Vi accorgete che non sono ricco, n'è vero? disse sospirando Caderousse, ma per essere fortunato in questo mondo non basta sempre l'essere onesto uomo.
L'abate fissò uno sguardo indagatore su di lui.
Sì, un onesto uomo; di ciò posso vantarmi, disse l'oste sostenendo lo sguardo dell'abate, con una mano sul petto e alzando la testa di basso in alto, e, ai giorni nostri non tutti possono dire altrettanto. Tanto meglio, se è vero ciò, di cui vi vantate; poichè io ho la ferma convinzione che presto o tardi l'uomo onesto viene ricompensato, ed il perverso punito.
Il vostro stato vi fa dir così, signor abate, il vostro stato vi fa dir così, ripetè Caderousse con un'amara espressione. Il fatto però ci mostra che noi siamo liberi di poter credere il contrario di ciò che dite. Avete torto di parlar così, disse l'abate, perché forse fra momenti sarò per voi una prova di ciò che asserisco. Che volete dire? domandò Caderousse con meraviglia. Voglio dire, che prima di tutto bisogna che mi assicuri se voi siete realmente quello col quale devo aver che fare. Quali prove volete che io vi dia?
Avete voi conosciuto nel 1814, o 1815, un marinaio che si chiamava Dantès?
Dantès! se io ho conosciuto il povero Edmondo? Lo credo bene! era anzi uno dei miei migliori amici! gridò Caderousse il cui volto erasi fatto color di porpora, mentre che l'occhio chiaro e sicuro dell'abate sembrava dilatarsi per coprire interamente colui che interrogava. Sì, io credo che infatto si chiamasse Edmondo. Se egli si chiamava Edmondo? il giovinotto! lo credo bene! tanto è vero, quanto io mi chiamo Gaspero Caderousse. E che n'è divenuto, signore, di questo povero Edmondo? continuò l'albergatore, l'avreste voi conosciuto? ov'è al presente? è libero? è felice?
È morto prigioniero, più disperato e più miserabile dei forzati che trascinano la catena al bagno di Tolone.
Un pallore mortale successe al rossore che si era sparso sulle prime sul viso di Caderousse. Egli si alzò, e l'abate lo vide asciugarsi una lagrima con un canto del fazzoletto che gli serviva di berretto. Povero giovinotto, mormorò Caderousse. Ebbene ecco ancora un'altra prova di ciò che io vi diceva, che il destino in questa vita non è favorevole che ai malvagi... Ah! continuò Caderousse con quel linguaggio animato delle genti del mezzogiorno, questo mondo va di male in peggio. Che piova dunque una volta dal cielo per due giorni polvere da cannone, e poi subito dopo, un'ora di fuoco! così sarà tutto finito.
Sembra che voi amaste molto di cuore questo giovine? domandò l'abate. Sì, io lo amava molto, disse Caderousse, quantunque debba rimproverarmi di averne per un momento invidiata la felicità. Ma dopo, ve lo giuro, parola di Caderousse, ne ho pianto molto la sorte infelice.
Fecesi un momento di silenzio, durante il quale lo sguardo fisso dell'abate non cessò di studiare la fisonomia mobile dell'albergatore.
E voi lo avete conosciuto, il povero giovine? continuò Caderousse. Io fui chiamato al suo letto di morte per prestargli gli ultimi uffici, rispose l'abate.
E di che male è morto? domandò Caderousse con voce soffocata. E di qual male si muore in prigione all'età di trent'anni, se non è la prigione stessa che uccide?
Caderousse asciugò il sudore che gli cadeva dalla fronte.
Ciò che vi ha di strano in tutto questo, riprese l'abate, si è che Dantès, al letto di morte, mi ha giurato di non sapere, la vera causa della sua prigionia.
È vero, è vero, mormorò Caderousse, egli non poteva saperla; no, il povero giovine non mentiva.
Ed è appunto perciò che mi ha incaricato di porre in chiaro ciò che non aveva mai potuto rischiarare da sè stesso; e di riabilitare la sua memoria, se questa avesse ricevuta qualche macchia.
E lo sguardo dell'abate divenendo sempre più fisso, divorò l'espressione quasi tetra che apparve sul viso di Caderousse.
Un ricco inglese, continuò l'abate, che fu suo compagno di prigione, e che venne liberato alla seconda restaurazione, era possessore di un diamante di gran valore. Uscendo di prigione, siccome Dantès lo aveva assistito come un fratello in una lunga malattia che aveva sofferto, volle lasciargli una testimonianza della sua riconoscenza, e gli regalò questo diamante. Dantès invece di servirsene per sedurre i carcerieri, che d'altra parte potevano prenderlo, e poi tradirlo, lo custodì sempre gelosamente pel caso che uscisse di prigione; poichè se fosse uscito la sua fortuna era assicurata colla vendita di quel solo diamante.
Era dunque, domandò Caderousse con occhi ardenti, un diamante di sommo valore?
Tutto è relativo, rispose l'abate; era di gran valore per Edmondo; è stato stimato 50 mila franchi.
50 mila franchi! esclamò Caderousse; sarà stato grosso come una noce? No, disse l'abate, ma ne potrete giudicare da voi stesso avendolo io in dosso. Caderousse sembrò cercare con gli occhi sotto le vesti dell'abate il deposito di cui parlava. L'abate cavò di saccoccia una scatolina di marrocchino nero, l'aprì, e fece brillare innanzi agli occhi abbagliati di Caderousse la sfavillante meraviglia, legata sopra un anello di lavoro ammirabile.
E questo vale 50 mila franchi? domandò avidamente Caderousse. Senza la legatura, che ancor essa è di un certo valore; indi chiuse la scatoletta, e rimise in saccoccia il diamante che continuava a sfavillare nel fondo della immaginazione di Caderousse. Ma come vi trovate possessore di questo diamante? domandò Caderousse; Edmondo vi ha dunque costituito suo erede?
No, ma suo esecutore testamentario. Io aveva tre buoni amici ed una fidanzata, mi diss'egli; tutti e quattro, ne son certo, mi compiangono amaramente; uno di questi miei buoni amici si chiama Caderousse. (Caderousse fremè).
L'altro, continuò l'abate senza mostrare di essersi accorto dell'emozione di Caderousse, si chiamava Danglars; il terzo, soggiunse, benchè mio rivale, mi amava egualmente.
Un sorriso diabolico illuminò la fisonomia di Caderousse, che fece un movimento per interrompere l'abate.
Aspettate, disse l'abate, lasciatemi finire, e se avrete qualche osservazione a farmi, la farete in breve. «L'altro, sebbene mio rivale, mi amava egualmente, e si chiamava Fernando; in quanto alla mia fidanzata, il suo nome era....» Io non mi ricordo più il nome della fidanzata, disse l'abate.
Mercedès, soggiunse Caderousse.
Ah sì, è vero, riprese l'abate con sorriso soffocato, Mercedès... Ebbene? dimandò Caderousse. Datemi una bottiglia d'acqua, disse l'abate. Caderousse si sollecitò ad obbedire. L'abate empì il bicchiere, e bevette qualche sorso. A che n'eravamo noi? domandò di poi posando il bicchiere sulla tavola. La fidanzata si chiamava Mercedès; sì, è questo. «Voi andrete da Mercedès... (è Dantès che parla, capite bene?). E venderete questo diamante, ne farete cinque parti, e le dividerete fra questi miei buoni amici, i soli esseri che mi hanno amato su questa terra!»
In che modo cinque parti? disse Caderousse; non avete nominate che quattro persone.
Perchè la quinta è morta, da quanto mi è stato detto... era essa il padre di Dantès.
Pur troppo, è vero! disse Caderousse commosso dalle passioni che si urtavano nel suo cuore; pur troppo! sì, il pover'uomo è morto!
Ho saputo quest'avvenimento a Marsiglia, rispose l'abate sforzandosi di comparire indifferente; ma è tanto tempo che è avvenuta questa morte, che non ho potuto raccogliere nessun particolare.... sapreste voi dirmi qualche cosa di quel vecchio?
Eh! disse Caderousse, chi lo può sapere meglio di me? Io abitava porta a porta col buon uomo... Oh mio Dio! sì, un anno appena dopo la sparizione di suo figlio, morì il povero vecchio!
Ma di che morì?
I medici nominarono la sua malattia; è morto di una gastro-enterite, credo: quelli che lo conoscevano dicevano che era morto di dolore... e io, che l'ho quasi veduto morire, dico che è morto... Caderousse si fermò.
Morto di che? riprese con ansietà l'abate.
Morto di fame.
Di fame! gridò l'abate scuotendosi sullo sgabello... di fame!... il più vile degli animali non muore di fame; i cani che vanno errando per le contrade trovano una mano compassionevole che loro getta un tozzo di pane! e un uomo, un cristiano è morto di fame in mezzo ad altri uomini, che si dicono cristiani come lui! impossibile! oh! ciò è impossibile!
Dissi ciò che dissi, riprese Caderousse.
Tu hai torto, disse una voce dalle scale; di che ti mischi? I due uomini si voltarono e videro tra le sbarre della scala la testa malaticcia della Carconta. Essa erasi trascinata fin là, ed ascoltava la conversazione, assisa sull'ultimo scalino colla testa appoggiata sulle ginocchia.
Di che vieni tu a mischiarti, o moglie? disse Caderousse. Questo signore domanda delle informazioni, la cortesia vuole che gli si diano.
Ma prudenza vuole che ti taccia. Chi ti dice con quali intenzioni ti si vuol far parlare, imbecille!
Con una intenzione eccellente, ve ne rispondo io, disse l'abate. Vostro marito adunque non ha nulla a temere, purchè mi risponda francamente.
Nulla a temere... Sì, si comincia con delle belle promesse, poi uno si contenta di dire che non vi ha nulla a temere, quindi se ne va senza custodir una parola di ciò che è stato detto, e un bel mattino cade la disgrazia sopra una povera famiglia senza che si sappia da che parte viene.
State tranquilla, buona donna, rispose l'abate, la disgrazia non vi verrà da parte mia, ve lo garantisco.
La Carconta brontolò qualche parola che non si potè capire, lasciò ricadere sulle ginocchia la testa che per un momento aveva sollevata, e continuò a tremare per la febbre, lasciando suo marito libero di continuare la conversazione, ma situandosi in modo da non perderne una parola.
Frattanto l'abate aveva bevuto qualche sorso d'acqua e si era rimesso. Ma, riprese egli, questo disgraziato vecchio era adunque talmente abbandonato da tutti che dovè perire di una tal morte?
Oh! signore, riprese Caderousse, Mercedès la catalana ed il signor Morrel non lo avevano abbandonato; ma il povero vecchio aveva presa una profonda antipatia per Fernando, quello stesso, continuò Caderousse con sorriso ironico, che Dantès vi disse essere uno dei suoi amici.
Ma dunque non lo era? domandò l'abate.
Gaspero, Gaspero, mormorò la donna dall'alto della scala; fa bene attenzione a ciò che stai per dire. Caderousse fece un movimento d'impazienza e senza dare veruna risposta a quella che lo interrompeva: Si può egli mai essere l'amico di quello a cui si vuol portar via la fidanzata? rispose egli all'abate. Dantès, che aveva il cuore d'oro, chiamava tutti coloro suoi amici... povero Edmondo... eppure è meglio che non abbia saputo nulla, avrebbe durata troppo fatica a perdonar in punto di morte... quantunque, che che se ne dica, continuò Caderousse col suo linguaggio che non mancava di una specie di rozza poesia, ho più paura della maledizione dei morti che dell'odio dei vivi.
Imbecille, gli disse la Carconta.
Sapete voi dunque, continuò l'abate, ciò che questo Fernando ha fatto contro Dantès?
Se lo so? lo credo bene!
Parlate allora.
Gaspero, fa ciò che vuoi, sei il padrone, disse la moglie, ma se mi dai retta, non dirai nulla.
Questa volta, moglie mia, credo che tu abbia ragione.
Così voi non volete dir nulla, riprese l'abate.
E a che serve? disse Caderousse. Se Edmondo fosse vivo, e che una volta per tutte venisse da me per conoscere tutti i suoi amici e nemici, io parlerei; ma egli ora è sotterra, per quanto mi avete detto, non può più avere odii, non può più vendicarsi, dimentichiamo tutto.
Volete allora, disse l'abate, che io dia a questi individui, che voi mi qualificate per indegni e falsi amici, una ricompensa destinata alla fedeltà? È vero, avete ragione, disse Caderousse. D'altra parte ora a che servirebbe loro, il legato del povero Edmondo, sarebbe una goccia d'acqua caduta in mare. Senza calcolare che quella gente può schiacciarti con un gesto, disse la moglie.
Ed in qual modo? coloro adunque sono divenuti ricchi e potenti? Voi dunque non sapete la loro storia?
No, raccontatemela.
Caderousse parve riflettere un momento.
No, in verità, diss'egli, sarebbe troppo lunga.
Siete libero di tacervi, amico mio, disse l'abate con l'accento della più grande indifferenza, ed io rispetto i vostri scrupoli, d'altra parte il vostro modo di condurvi è veramente da uomo dabbene; non ne parliamo adunque più. Di che cosa era io incaricato? di una semplice formalità: venderò adunque questo diamante. E lo cavò di saccoccia facendolo brillare una seconda volta innanzi agli occhi di Caderousse. Vieni adunque a vedere, moglie mia, disse questi con voce rauca. Un diamante! disse la Carconta levandosi e discendendo, con passo abbastanza fermo, la scala. E che cosa è dunque questo diamante?
Ah! tu non hai inteso? disse Caderousse; è un diamante che il giovine ci ha lasciato in legato; prima a suo padre, poi ai suoi tre amici Fernando, Danglars ed io, e a Mercedès sua fidanzata; questo diamante costa 50mila franchi
Oh! il bel gioiello! diss'ella. Il quinto allora di questa somma appartiene a noi? disse Caderousse.
Sì, rispose l'abate, e più la parte del padre che mi credo autorizzato a ripartire su voi quattro.
E perchè su noi quattro? domandò la Carconta.
Perchè voi siete i quattro amici d'Edmondo.
Non sono amici coloro che tradiscono, mormorò sottovoce a sua volta la donna. Sì, sì, disse Caderousse, e ciò diceva anch'io. È quasi una profanazione, quasi un sacrilegio, il dare una ricompensa al tradimento e fors'anche al delitto. Siete voi che lo volete, rispose tranquillamente l'abate, rimettendo il diamante nella tasca della sottana; ora datemi l'indirizzo degli amici di Edmondo affinchè io possa eseguire le sue ultime volontà.
Il sudore colava a grosse gocce dalla fronte di Caderousse; egli vide l'abate alzarsi, e dirigersi verso la porta, come per dare un'occhiata d'avviso al cavallo e ritornare. Caderousse e sua moglie si guardavano con una espressione indicibile. Il diamante sarebbe tutto nostro... per intero! disse Caderousse. Lo credi tu, rispose la donna. Un uomo del suo sacro carattere non vorrà ingannarci. Fa come vuoi, disse la donna: in quanto a me, non me ne mischio. E tutta tremante, riprese la via delle scale, i denti le battevano, ad onta che facesse un caldo ardente. Sull'ultimo scalino si fermò un momento:
Rifletteteci bene, Gaspero, diss'ella.
Io sono risoluto, rispose Caderousse. La Carconta rientrò sospirando nella sua camera: il piancito si sentì stridere sotto i suoi passi fino a che ebbe raggiunto il sofà sul quale cadde assisa come un corpo morto.
A che siete voi risoluto? domandò l'abate.
A dirvi tutto, rispose Caderousse.
In verità, credo che sia ciò che vi ha di meglio a farsi; non che io abbia alcuna importanza a saper cose che voi vorreste nascondere, ma finalmente, se potreste condurmi a distribuire i legati secondo i voti del testatore, ciò sarebbe molto meglio.
Lo spero, rispose Caderousse con le guance infiammate dal rossore della speranza e della cupidigia.
Io vi ascolto, disse l'abate.
Aspettate, riprese Caderousse, potremmo essere interrotti nel punto più importante, e sarebbe disgradevole; d'altra parte è inutile che si sappia, che voi siete venuto qui. Andò alla porta dell'albergo che chiuse, e per maggior cautela vi mise la sbarra della notte. In questo intervallo l'abate scelse il posto per ascoltare a suo bell'agio; si assise in un angolo in modo da rimanere nell'ombra, mentre che la luce sarebbe caduta pienamente sul viso del suo interlocutore. In quanto a lui colla testa inclinata, le mani giunte o piuttosto serrate, si preparava ad ascoltare attentamente.
Caderousse avvicinò uno sgabello, e si assise in faccia all'abate.
Sovvienti che io non ti ho spinto a nulla, disse la voce tremolante della Carconta, come se, attraverso al pavimento, avesse potuto vedere la scena che si stava preparando.
Sta bene, sta bene, disse Caderousse; non ne parliamo più; prendo tutto su di me. E incominciò così.
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Capitolo 27. IL RACCONTO.
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Prima di tutto, disse Caderousse, debbo pregarvi di promettermi una cosa.
E quale? domandò l'abate.
Che non si saprà mai che io vi ho dato questi particolari, in caso che aveste bisogno di farne qualche uso; perchè quelli di cui sto per parlarvi sono ricchi e potenti, e se avessero a toccarmi ancora colla sola punta di un dito mi stritolerebbero come vetro.
State tranquillo, mio buon amico, vi assicuro sul mio carattere che le vostre parole moriranno nel mio seno. Ricordatevi che non abbiamo altro scopo che di eseguire degnamente le ultime volontà del nostro amico. Parlate adunque senza riguardi e senza prevenzione di odio; dite la verità tutta intera. Io non conosco, e forse non conoscerò mai le persone di cui siete per parlarmi; d'altra parte sono italiano e non francese, e dopo compite l'ultime volontà di un moribondo ritorno in patria.
Questa sicura promessa parve assicurare del tutto Caderousse.
Ebbene! in questo caso, disse Caderousse, io voglio dirvi anche più, io devo disingannarvi sulle amicizie che il povero Edmondo credeva sincere e affettuose. Cominciamo da suo padre, se vi piace. Edmondo mi ha parlato molto di questo vecchio pel quale nutriva un grandissimo amore.
L'istoria è trista, disse Caderousse, tentennando la testa. Voi probabilmente ne conoscerete il principio.
Sì, Edmondo mi ha raccontato le cose fino al momento in cui fu arrestato, in una piccola osteria vicino Marsiglia.
Alla Réserve. Oh! mio Dio, sì io vedo ancora la cosa come se accadesse ora. Non fu al pranzo dei suoi sponsali? Sì, a quel pranzo che ebbe un allegro principio e un tristo fine. Un commissario di polizia seguito da quattro fucilieri entrò, e Dantès fu arrestato.
Ecco fin dove giunge quello che so io, disse l'abate. Dantès stesso non sapeva che ciò che gli era puramente personale; poichè non ha più riveduto nessuna delle cinque persone che ho nominato, nè ha più inteso parlare di loro.
Dopochè Dantès fu arrestato il signor Morrel corse per prendere delle informazioni; esse furono tristissime. Il vecchio Dantès ritornò solo in casa sua, piegò gli abiti di nozze piangendo, passò tutta la giornata in andare e venire per la sua camera, e la sera non dormì; io che abitava sotto di lui, lo sentii in moto tutta la notte; io stesso, debbo dirlo, parimente non dormii: il dolore di questo povero padre mi faceva molto male, e ciascuno dei suoi passi ripercuotevami nel cuore, come se mi avesse in effetto posto il piede sul petto. La dimane Mercedès venne a Marsiglia per implorare la protezione del signor de Villefort; ma nulla ottenne; dopo andò subito a far visita al vecchio. Quando lo vide così tristo ed abbattuto, che aveva passata tutta la notte senza riposare, e non aveva mangiato nel giorno innanzi, volle condurlo seco per prenderne cura; ma il vecchio non ha mai voluto acconsentirvi. No, diceva egli, non lascerò mai questa casa perchè son certo che il mio povero figlio mi ama sopra ogni altra cosa, e se esce di prigione, correrà a visitare me pel primo. Che direbbe se non fossi là ad aspettarlo? Io ascoltava tutto dal pianerottolo, perchè avrei desiderato che Mercedès avesse persuaso il vecchio a seguirla; quei passi ripetuti e giorno e notte sulla mia testa, non mi lasciavano avere un momento di riposo.
E voi non salivate mai a consolarlo?
Ah! signor abate, non si giunge mai a consolare che coloro che vogliono esser consolati, ed egli non voleva esserlo. D'altra parte, non so perchè, sembrava che avesse repugnanza a vedermi. Una notte però, che intesi i suoi singhiozzi, non potei più resistere, e salii: ma quando giunsi alla porta, non singhiozzava più; pregava. Egli ritrovava parole eloquentissime, suppliche pietose che ora non saprei ripetere: era più che pietà, era più che dolore, ed io che non sono bigotto, diceva a me stesso «son ben felice d'esser solo e di non aver figli, perchè se io fossi padre e soffrissi un dolore come quello di questo povero vecchio, non potendo ritrovare nella mia memoria, nè nel mio cuore tutto ciò che egli dice al buon Dio, me ne andrei dritto dritto a precipitarmi nel mare per non soffrire più lungamente.»
Povero padre! mormorò l'abate.
Di giorno in giorno egli viveva più solo e più isolato; spesso il signor Morrel o Mercedès venivano per vederlo, ma la sua porta era chiusa; e, quantunque fossero ben sicuri che era in casa, non rispondeva ad alcuno. Un giorno che contro il solito ricevè Mercedès, e che la povera ragazza, quantunque essa pure disperata, cercava confortarlo; «Credimi, figlia mia, egli disse, Edmondo è morto, e invece di aspettar lui, egli aspetta noi... Io sono ben fortunato, perchè essendo più vecchio, sarò il primo a rivederlo.»
Per quanto uno sia buono, si stanca ben presto di vedere le persone che vi attristano: il vecchio Dantès finì per rimanere affatto solo. Io non vedeva più salire da lui alcuno, se non a quando a quando certi sconosciuti che discendevano poi con degli involti mal nascosti: conobbi in seguito che cosa erano quegl'involti, egli vendeva a poco a poco tutto ciò che aveva, per vivere. Finalmente il buon uomo terminò i suoi poveri arredi... era debitore di tre rate di pigione; fu minacciato di esser cacciato; domandò una dilazione di otto giorni, che gli venne accordata. Io so questi particolari perchè l'esattore entrò da me, uscendo da lui. Nei primi tre giorni lo intesi camminare come d'ordinario; ma nel quarto non sentii più nulla. Mi arrischiai a salire, la porta era chiusa; guardai traverso la serratura, e lo vidi tanto pallido ed estenuato, che credendolo malato ne feci prevenire il signor Morrel e corsi da Mercedès. Tutti e due si sollecitarono a venire. Morrel condusse seco un medico, che osservando in lui una gastro-enterite ordinò la dieta. Io era presente, signore, non dimenticherò mai il sorriso del vecchio a questa condizione. Da quel momento egli aprì la porta; aveva una scusa per non mangiar più: «il medico aveva ordinata la dieta.»
L'abate mandò una specie di gemito.
Questa istoria desta in voi dell'interessamento? disse Caderousse.
Sì, rispose l'abate; essa è commovente.
Mercedès ritornò: ella lo trovò così cambiato che come la prima volta, lo voleva far trasportare nella sua capanna. Questo era pure il parere di Morrel; ma il vecchio gridò tanto, che essi ebbero paura. Mercedès restò al capezzale del letto, Morrel si allontanò facendo segno alla catalana ch'ei lasciava una borsa sul caminetto. Ma, forte dell'ordinazione del medico, il vecchio non volle prender nulla. Finalmente, dopo nove giorni di disperazione e di astinenza, il vecchio spirò, maledicendo quelli che erano stati causa della sua disgrazia, e dicendo a Mercedès: «Se un giorno vedrete il mio Edmondo, ditegli che io muoio benedicendolo.»
L'abate si alzò, fe' due giri intorno alla camera portando la mano fremente all'arida gola. E voi credete che egli sia morto...?
Di fame... signore, disse Caderousse, ne rispondo io, quanto è vero che siamo qui.
L'abate prese con mano convulsa il bicchiere d'acqua ancora a metà, lo vuotò di un fiato, e si rimise a sedere con gli occhi rossi e le guance pallide.
Confessate che fu una gran disgrazia, diss'egli con voce rauca. E tanto più grande, perchè causata da finta amicizia. Passiamo adunque a questi uomini, disse l'abate; ma pensatevi bene, continuò egli con un tuono quasi minaccioso, vi siete impegnato a dirmi tutto; sentiamo dunque, chi son quelli che hanno fatto morire il figlio di disperazione, ed il padre di fame? Fernando e Danglars, due uomini gelosi di Edmondo, uno per amore, l'altro per ambizione. Ed in qual modo si manifestò questa loro gelosia? Essi denunziarono Edmondo come messo bonapartista. Ma chi dei due lo denunciò? chi dei due fu il vero colpevole? Tutti e due, l'uno scrisse la lettera, l'altro la mise alla posta. Questa lettera dove fu scritta?
All'osteria stessa della Réserve il giorno prima degli sponsali. Sta bene, sta bene, mormorò l'abate. Oh! Faria! Faria! come conoscevi bene gli uomini e le cose!
Che dite, signore? domandò Caderousse. Niente! continuate. Danglars scrisse la denunzia con la mano sinistra, perchè non fosse riconosciuto il carattere, e Fernando l'inviò. Ma, gridò d'improvviso l'abate, voi eravate là! Io? disse Caderousse meravigliato, e chi vi ha detto che v'era? L'abate s'accorse che erasi lasciato troppo trasportare. Nessuno, disse egli, ma per essere così bene informato di tutti questi particolari, bisogna essere stato presente. È vero, disse Caderousse con voce soffocata: io vi era. E non vi siete opposto a quest'infamia? disse l'abate; voi dunque siete loro complice.
Signore, essi mi avevano fatto tanto bere che quasi avevo perduto la ragione: non vedeva più che attraverso una nebbia. Dissi quanto poteva dire un uomo in quello stato, ma essi mi risposero, essere stato uno scherzo che avevano voluto fare, e che non avrebbe avuto alcuna conseguenza.
Va bene, disse l'abate, voi avete parlato con franchezza; e l'accusarsi in tal modo è un meritare il perdono.
Disgraziatamente Edmondo è morto, e non mi ha perdonato. Egli ignorava tutto ciò.
Ma ora forse lo saprà. Si dice che i morti sappian tutto.
Fecesi un momento di silenzio: l'abate si era alzato e passeggiava pensieroso, ritornò al suo posto e si assise di bel nuovo. Voi mi avete nominato due o tre volte un certo signor Morrel, diss'egli. Chi era quest'uomo? Era l'armatore del Faraone, il padrone e protettore di Dantès.
E qual parte ha sostenuto in tutta questa trista faccenda?
La parte dell'uomo onesto, coraggioso e affezionato. Venti volte fu ad intercedere per Edmondo; quando ritornò l'Imperatore scrisse, pregò, minacciò, e tanto che, nella seconda restaurazione fu grandemente perseguitato come bonapartista. Dieci volte, come vi ho detto, è venuto dal padre di Dantès per ritrovarlo in casa sua, e il giorno prima della sua morte aveva lasciato sul caminetto una borsa colla quale furono pagati i debiti del buon uomo e le spese dei funerali; dimodochè il povero vecchio, potè almeno morire come aveva vissuto senza far danno ad alcuno. Sono io ancora possessore di quella borsa, una borsa di cordonetto rosso.
E questo signor Morrel vive ancora?
Sì, disse Caderousse. In questo caso dev'essere un uomo benedetto dal cielo, dev'esser ricco... felice? Caderousse sorrise amaramente. Sì, felice come lo sono io, diss'egli.
Come! Morrel sarebbe disgraziato! gridò l'abate.
Egli è vicino alla miseria, e peggio ancora, è vicino al disonore. E come? Sì, rispose Caderousse; dopo vent'anni di fatiche, dopo essersi acquistato il posto più onorevole nel commercio di Marsiglia, Morrel è rovinato da cima a fondo. In due anni ha perduto cinque bastimenti, sofferto tre fallimenti terribili ed ora non ha più altre speranze che in quello stesso Faraone, che era comandato dal povero Dantès, e che deve ritornare dalle Indie con un carico di cocciniglia e d'indaco. Se questo bastimento si perde come gli altri, è rovinato del tutto.
E il disgraziato ha moglie, figli?
Sì, ha una moglie che in tutte queste avversità si è condotta come una santa; ha una figlia che stava per isposare l'uomo da lei amato, e la famiglia del quale si è opposta ad un matrimonio colla figlia di un rovinato; finalmente ha un figlio sotto-tenente nell'esercito. Ma voi lo capirete bene, tutto ciò invece di sollevarlo non fa che raddoppiare il dolore del pover'uomo; se fosse stato solo si sarebbe bruciate le cervella, e tutto sarebbe finito.
Ciò è spaventevole! mormorò l'abate.
Ecco come in questa vita viene ricompensata la virtù, disse Caderousse. Osservate, io che non ho mai fatto una cattiva azione a nessuno, meno quella che vi ho raccontato, sono nella miseria; dopo che avrò veduto morire la povera mia moglie di febbre senza poter fare nulla per lei, morirò di fame come è morto il padre di Dantès, mentre che Fernando e Danglars nuotano nell'oro.
E come avviene ciò? Perchè ad essi tutto gira in bene, nel mentre che ai galantuomini gira in male. Che è divenuto di questo Danglars, il più colpevole, n'è vero, l'instigatore? Che n'è divenuto? egli abbandonò Marsiglia con una raccomandazione di Morrel, che ignorava il suo delitto, e potè entrare commesso d'ordine presso un banchiere spagnuolo. All'epoca della guerra di Spagna, s'incaricò di una parte delle forniture dell'esercito francese, e fece fortuna: allora con questo primo danaro, speculò sui fondi pubblici, ed ha triplicato, e quadruplicato i suoi capitali, e, vedovo egli pure della figlia del suo banchiere, sposò una vedova, la Signora di Nargonne, figlia di de Servieux ciambellano del Re attuale, e che gode dei più grandi favori in corte. Divenuto milionario lo hanno creato conte, dimodochè ora è il conte Danglars che ha un palazzo nella strada di Mont-Blanc, dieci cavalli nelle scuderie, sei lacchè in anticamera, e non so quanti milioni in casa.
Ah! fece l'abate con un'espressione singolare; ed egli è felice. Ah! felice, chi può dir questo? la felicità e l'infelicità sono il segreto delle mura, le mura hanno orecchie, ma non lingua, se uno è felice con una grande fortuna, Danglars è felice. E Fernando? Fernando? è tutt'altra cosa. Ma come mai un povero pescatore catalano senza risorse e senza educazione ha potuto fare una fortuna? ciò mi sorprende, ve lo confesso. E ciò pure sorprende tutti; bisogna che nella sua vita siavi qualche strano segreto che nessuno sa.
Ma finalmente per quali gradini visibili ha potuto salire a quest'alta fortuna od a quest'alta posizione? Ad entrambe, signore, ad entrambe: egli ha fortuna insieme e posizione. Ma è una favola che mi raccontate?
Ne ha tutte le sembianze, ma è una cosa reale, ascoltate e risolvete voi stesso. Pochi giorni prima che ritornasse Dantès, Fernando era caduto in coscrizione. I Borboni lo lasciarono stare tranquillo ai Catalani, ma al ritorno di Napoleone fu ordinata una leva straordinaria, e Fernando fu costretto a partire. Io pure partii; ma essendo più vecchio di Fernando, ed avendo da poco sposata la mia povera moglie, fui inviato soltanto sulle coste. Fernando, incorporato nelle schiere attive, venne mandato col suo reggimento alla frontiera, ed assistè alla battaglia; egli era di piantone alla porta di un generale che aveva segrete relazioni con l'inimico, e che quella notte stessa doveva riunirsi agl'inglesi, il quale gli propose di accompagnarlo; Fernando accettò, abbandonò il posto e seguì il generale. Ciò che avrebbe fatto passare un consiglio di guerra a Fernando, gli servì di raccomandazione. Rientrò in Francia con la spallina di sotto-tenente; e siccome non gli mancava la protezione del suo generale, che in allora godeva molto favore, divenne capitano nel 1823, alla epoca della prima guerra di Spagna, vale a dire al tempo in cui Danglars arrischiava le sue speculazioni. Siccome Fernando si poteva considerare quasi spagnuolo, fu inviato a Madrid per esplorarvi lo spirito dei suoi compatriotti: là ritrovò Danglars, si abboccarono insieme, promise al suo generale l'appoggio dei regii della capitale e delle province, e ricevè delle promesse, assunse sul suo conto degl'impegni, guidò il reggimento per sentieri a lui solo noti, fra le gole guardate dai regii, e finalmente in questa breve campagna rese servigi tali, che dopo la presa di Trocadero venne nominato colonnello, e ricevette la croce di ufficiale della Legion d'Onore unitamente al titolo di Barone.
Destino! destino! mormorò l'abate.
Sì, ma ascoltate, che non è ancor tutto. Finita la guerra di Spagna, la carriera di Fernando si trovava messa a rischio dalla lunga pace che doveva regnare in Europa; la Grecia soltanto era sollevata contro la Turchia, e cominciava la guerra della sua indipendenza; tutti gli occhi erano sopra Atene; era di moda il compiangere e sostenere i Greci. Fernando domandò ed ottenne il permesso di andare al servizio della Grecia, continuando però a comparire inscritto sui registri dell'esercito. Qualche tempo dopo si seppe che il Barone di Morcerf, che tale era il nome che portava, era entrato al servizio d'Alì-Pascià col grado di generale istruttore. Alì-Pascià fu ucciso come sapete; ma prima di morire ricompensò i servigi di Fernando lasciandogli una somma considerevole, colla quale tornò in Francia ove gli venne confermato il grado di Tenente-Generale.
Dimodochè in oggi..., domandò l'abate.
Dimodochè in oggi, proseguì Caderousse, egli è conte, e deputato, possiede un palazzo magnifico a Parigi strada di Helder N. 27.
L'abate aprì la bocca, ma rimase un momento come un uomo che esita, quindi facendo uno sforzo su sè stesso:
E Mercedès? diss'egli, venni assicurato che ella disparve.
Disparve, disse Caderousse, come sparisce il sole per rialzarsi la dimane più risplendente. Ella pure ha fatto fortuna? domandò l'abate con un sorriso ironico. Mercedès a quest'ora si ritrova d'essere una delle più grandi dame di Parigi, riprese Caderousse. Continuate, disse l'abate; mi sembra di ascoltare il racconto di un sogno. Ma io stesso ho veduto cose sì straordinarie che mi sorprendono poco quelle che voi mi dite.
Mercedès dapprima fu disperata pel colpo che le tolse il suo Edmondo. Vi ho detto le sue istanze presso il signor de Villefort e la sua devozione pel padre di Dantès. In mezzo alla sua disperazione un altro dolore venne a colpirla, e questo fu la partenza di Fernando di cui ella ignorava il delitto, e che considerava come un fratello. Fernando partì e Mercedès rimase sola. Tre mesi passarono in lagrime; nessuna notizia di Fernando; null'altro avanti gli occhi che un vecchio moribondo per la disperazione. Una sera, dopo essere rimasta tutto il giorno assisa, come era sua abitudine, presso l'angolo delle due strade che dai Catalani conducono a Marsiglia, ritornò nella capanna, trista più del consueto; nè l'amante, nè l'amico ritornavano da una di quelle due strade e non riceveva notizie nè dell'uno nè dell'altro.
«D'improvviso le sembrò udire un passo conosciuto, si volse con ansietà, la porta s'aprì, e vide comparire Fernando coll'uniforme di sotto-tenente. Non era la metà di ciò che piangeva, ma era una parte della sua vita passata che ritornava a lei. Mercedès strinse le mani di Fernando con trasporto tale, che questi credè fosse amore per lui, mentre non era che la gioia di non esser più sola al mondo, e di vedere un amico dopo sì lunghe ore di trista solitudine; e poi bisogna pur dirlo, Fernando non era mai stato odiato, egli non era amato, ecco tutto; un altro occupava interamente il cuore di Mercedès; quest'altro era assente... era disparso... forse morto... A quest'ultima idea Mercedès scoppiò in singhiozzi, e si contorse le braccia pel dolore; ma quest'idea, ch'ella respingeva altre volte, quando le veniva da un altro suggerita, ora le veniva spontaneamente da sè sola allo spirito; d'altra parte il vecchio Dantès non cessava di dirle «il nostro Edmondo è morto, se non fosse morto ritornerebbe.»
«Il vecchio morì, come vi dissi, se fosse vissuto, Mercedès forse non diveniva mai la moglie di un altro, perchè il buon vecchio sarebbe sempre rimasto là a rimproverarle ognora la sua infedeltà. Fernando lo capì e non ritornò che quando seppe la morte del vecchio. Questa volta era tenente. Nel primo viaggio non aveva detto una parola d'amore a Mercedès; nel secondo le ricordò che l'amava sempre. Mercedès domandò sei mesi ancora per aspettare e piangere Edmondo».
Gran cosa! disse l'abate con un sorriso amaro, non erano che diciotto mesi in tutto. Che può domandare di più l'amante più adorato? poi mormorò queste parole del poeta inglese. Frailty, thy name is woman! = Fragilità, sei femmina! Sei mesi dopo, riprese Caderousse si effettuò il matrimonio nella chiesa degli Accoules.
Era la medesima chiesa ove doveva sposare Edmondo, mormorò l'abate; il marito solo era cambiato, ecco tutto.
Mercedès adunque si maritò, continuò Caderousse; e quantunque agli occhi di tutti sembrasse tranquilla, ella però svenne passando davanti la Réserve, ove diciotto mesi prima erano stati celebrati gli sponsali con colui che avrebbe veduto di amare tuttora, se avesse osato di guardare nel fondo del cuore. Fernando più felice, ma non più tranquillo, poichè io l'ho allora veduto, e temeva sempre il ritorno di Edmondo, Fernando si occupò subito di spatriare con sua moglie e di esiliarsi insiem con lei; vi erano troppi pericoli a temere, e nello stesso tempo troppi ricordi da combattere restando ai Catalani. Otto giorni dopo le nozze partirono.
Rivedeste più Mercedès? domandò l'abate.
Sì, nel momento della guerra di Spagna a Perpignano, ove Fernando l'aveva lasciata; ella si occupava dell'educazione di suo figlio.
L'abate rabbrividì. Di suo figlio? diss'egli.
Sì, rispose Caderousse, del piccolo Alberto.
Ma per istruire questo figlio, continuò l'abate, avrà ricevuto anch'essa un'educazione? Mi sembra di avere inteso dire da Edmondo che era figlia di un semplice pescatore, bella, ma non istruita.
Oh! disse Caderousse, conosceva egli dunque così male la propria fidanzata? Mercedès avrebbe potuto divenir regina, se la corona dovesse posare soltanto sulle teste più belle, e più intelligenti. La sua fortuna ingrandiva da sè, ed ella diveniva grande con la sua fortuna. Ella imparava il disegno, la musica; tutto. D'altra parte io credo, sia detto fra noi, che non facesse tuttociò che per distrarsi, per dimenticare, e che non mettesse tante cose in testa che per combattere quelle che avea in cuore. Ma ora che tutto deve dirsi, continuò Caderousse; la fortuna, e gli onori l'hanno senza dubbio consolata. Ella è ricca, è contessa, e ciò non pertanto... Caderousse si fermò.
Ciò non pertanto, che? domandò l'abate.
Ciò non pertanto son sicuro che non è felice.
E che cosa ve lo fa credere?
Ebbene; quando io stesso mi sono ritrovato troppo disgraziato, ho pensato che i miei antichi amici mi avrebbero aiutato in qualche cosa. Mi sono presentato a Danglars, che non mi ha voluto neppure ricevere. Sono stato da Fernando, e mi ha fatto passare cento franchi per le mani del cameriere.
Così non li vedeste, nè l'uno nè l'altro.
No, ma videmi bene la signora de Morcerf.
E come? Quando sono uscito, una borsa cadde ai miei piedi; essa conteneva 25 luigi. Alzai la testa e vidi Mercedès che chiudeva il balcone. E de Villefort? domandò l'abate.
Oh! egli non era mio amico, non lo conoscevo, non avevo nulla a domandargli. Ma non sapete ciò che sia accaduto di lui, e qual parte abbia preso alla disgrazia di Edmondo? No; so soltanto che qualche tempo dopo averlo fatto arrestare, sposò madamigella di San Méran , e ben presto lasciò Marsiglia. Senza dubbio la fortuna gli avrà sorriso come agli altri, senza dubbio egli sarà ricco come Danglars, considerato come Fernando; io solo, lo vedete, io solo sono rimasto povero, miserabile, e dimenticato da tutti.
V'ingannate, amico mio, disse l'abate: qualche volta può sembrare che Dio dimentichi qualcuno; ma viene il giorno della giustizia, viene il giorno in cui si ricorda, ed eccovene una prova. A queste parole l'abate cavò il diamante dalla saccoccia, e presentandolo a Caderousse: Prendete, gli disse, prendete questo diamante, poichè è vostro.
Come? a me solo? gridò Caderousse; ah! signore, non vi burlate di me?
Questo diamante doveva essere diviso fra gli amici di Edmondo: Edmondo non aveva che un solo amico, la divisione diventa dunque inutile. Prendete questo diamante, e vendetelo; vale 50mila franchi, ve lo ripeto, e spero che questa somma basterà per togliervi dalla miseria.
Oh! signore, disse Caderousse avanzando timidamente una mano, mentre con l'altra si asciugava il sudore che gli stillava dalla fronte; oh! non vi fate uno scherzo della felicità, o della disperazione di un uomo!
Io so ciò che è la felicità, e ciò che è la disperazione, e non mi prenderei mai giuoco di questi sentimenti, rispose l'abate. Prendete adunque, ma in cambio...
Caderousse, che già toccava il diamante, ritirò la mano.
L'abate sorrise. In cambio, continuò egli, regalatemi quella borsa di seta rossa che il signor Morrel avea lasciata sul caminetto del vecchio Dantès, e che mi avete detto essere ancora nelle vostre mani. Caderousse sempre maravigliato, aprì un grand'armadio di quercia, e dette all'abate una lunga borsa di seta di un rosso scolorato, e intorno alla quale scorrevano due anelli, stati in altro tempo dorati. L'abate la prese, ed in sua vece dette il diamante a Caderousse. Oh! voi siete un uomo di Dio, gridò Caderousse; perchè in verità nessuno sapeva che Edmondo vi avesse dato questo diamante, ed avreste potuto conservarlo per voi.
Bene, disse l'abate a sè stesso, tu l'avresti fatto, a ciò che sembra. Indi si alzò, prese il cappello, ed i guanti.
Soprattutto, quanto mi avete detto è del tutto vero, posso credervi su tutti i punti? Vi giuro sul mio onore, e per quanto vi è di più sacro che non vi ho detto una parola che non sia vera. Basta così, disse l'abate convinto, sta bene; che questo danaro possa esservi di profitto. Addio, io ritorno lontano dagli uomini che fanno tanto male ai loro simili.
E l'abate, liberandosi a gran fatica dall'entusiastiche dimostrazioni di Caderousse, levò da sè stesso la sbarra della porta, uscì, risalì a cavallo, salutò un'ultima volta l'albergatore che si confondeva in addii clamorosi, e partì, seguendo la stessa direzione che aveva tenuta nel venire.
Quando Caderousse si volse, vide dietro a sè la Carconta più pallida, e più tremante che mai: Ed è ben vero ciò che ho inteso? diss'ella. Che cosa? che egli ci ha dato il diamante per noi soli? disse Caderousse quasi pazzo dalla gioia. Sì. Non vi è nulla di più vero, poichè eccolo qua. La donna lo guardò un momento, poi riprese con voce rauca: E se fosse falso?
Caderousse impallidì, e traballò: Falso, mormorò egli, falso... e perchè quest'uomo avrebbe dovuto regalarmi un diamante falso? Per avere il tuo segreto senza pagarlo.
Caderousse rimase un momento stordito sotto il peso di questa supposizione.
Oh! diss'egli, dopo breve silenzio, e prendendo il cappello che mise sul fazzoletto che teneva annodato intorno alla testa, lo sapremo ben presto. Ed in qual modo? Oggi è la fiera a Beaucaire; vi sono dei gioiellieri di Parigi; vado a farlo vedere. Tu guarda la casa; fra due ore sarò di ritorno.
E Caderousse si slanciò fuori di casa prendendo a tutta corsa la strada opposta a quella tenuta dallo sconosciuto.
50 mila franchi! mormorò la Carconta rimasta sola; è danaro... ma non è una fortuna.
XXVIII. I REGISTRI DELLE PRIGIONI.
La dimane del giorno in cui accadde la scena che abbiam descritta, un uomo di 30 a 32 anni vestito con un soprabito blu, coi pantaloni di nankin, e il giubbetto bianco, avendo ad un tempo l'andamento e l'accento britannico, si presentò al Sindaco di Marsiglia. Signore, gli disse, io sono il primo commesso della Casa Thomson e French di Roma; noi siamo da dieci anni in relazione colla casa Morrel e Figlio di Marsiglia, abbiamo speso circa cento mila franchi in questa relazione, e non siamo senza inquietudini, attesochè ci vien fatto credere che questa casa minacci rovina: vengo dunque espressamente da Roma per domandarvi le informazioni di questa casa.
Signore, rispose il Sindaco, io so effettivamente che da quattro a cinque anni la disgrazia sembra perseguitare il signor Morrel: egli ha successivamente perduto quattro o cinque bastimenti, sofferti tre o quattro fallimenti; ma non mi appartiene quantunque io stesso sia suo creditore per una dozzina di migliaia di franchi, di dare informazioni sul suo stato, e sulla sua fortuna. Domandatemi come Sindaco ciò che penso del signor Morrel, ed io vi risponderò che egli è un uomo rigorosamente probo, e che sino al presente ha sempre adempito i suoi impegni con la più perfetta esattezza. Ecco tutto ciò che posso dirvi, se volete saperne di più, indirizzatevi al signor de Boville, ispettore delle prigioni, strada di Nouailles N. 15; credo che egli abbia 200 mila franchi posti sulla casa Morrel, e se vi è realmente qualche cosa a temersi lo ritroverete molto più informato di me, atteso che la sua somma è molto più considerevole della mia.
L'inglese parve apprezzare questa grande delicatezza, salutò, uscì, e s'incamminò con quel passo proprio dei figli della Gran Brettagna verso la strada indicata. Il signor de Boville era nel suo gabinetto. L'inglese vedendolo, fece un movimento di sorpresa che sembrava indicare non esser quella la prima volta ch'egli si ritrovava al cospetto di colui al quale faceva una visita. In quanto a de Boville, la sua disperazione lasciava facilmente scorgere, che tutte le facoltà dello spirito, assorte nel pensiero che l'occupava in quel momento, non lasciavano nè alla sua memoria, nè alla sua immaginazione il piacere di divagarsi nel passato. L'inglese, colla flemma propria della sua nazione, gli presentò la questione, circa nei medesimi termini che aveva usati col Sindaco di Marsiglia.
Oh! signore, gridò de Boville, i vostri timori disgraziatamente non possono essere più fondati, e voi avete innanzi agli occhi un uomo disperato. Avevo posto 200 mila franchi sulla casa Morrel: essi erano la dote di mia figlia che contava maritare fra 15 giorni; dovevano essere rimborsati centomila il 15 di questo mese, e centomila il 15 del venturo. Aveva dato avviso a Morrel del desiderio di essere rimborsato esattamente, ed ecco, non è mezz'ora, è venuto da me Morrel per dirmi, che se il suo bastimento il Faraone non rientrava in porto prima del 15, egli si trovava nell'impossibilità di fare il pagamento.
Ma questa, disse l'inglese, è una specie di dilazione.
Dite piuttosto, o signore, che questo rassomiglia ad un fallimento! gridò de Boville disperato. L'inglese parve riflettere un momento, poi disse: Per tal modo questo credito v'inspira dei timori? Vale a dire, lo riguardo come perduto. E bene! io lo compro.
Voi? Sì, io. Ma con un enorme ribasso, senza dubbio?
No, mediante 200 mila franchi; la nostra casa, soggiunse l'inglese ridendo, non fa simili affari. E voi pagate?...
Danaro contante. E l'inglese cavò di saccoccia un involto di biglietti di banca che potevano formare il doppio della somma che il signor de Boville temeva di perdere.
Un lampo di gioia passò sul viso di de Boville; ciò nonostante fece uno sforzo per contenersi.
Signore, debbo prevenirvi, che secondo tutte le probabilità, voi non ricaverete il sei per cento di questa somma.
Ciò non mi riguarda, rispose l'inglese; riguarda la casa Thomson e French, in nome della quale io opero. Forse ella può avere qualche interesse a sollecitare la rovina di una casa rivale. Ma ciò che io so, si è che sono pronto a contarvi questa somma, contro la gira che mi farete dietro le cambiali; soltanto chiederò un diritto di senseria.
Come! signore; è giustissimo, gridò de Boville. La commissione è ordinariamente il mezzo per cento; volete voi il due? il cinque? ancor più, non avete che a parlare.
Signore! soggiunse ridendo l'inglese, io sono come la mia casa, non faccio di questa specie di affari; no; la mia senseria è d'un'altra natura.
Parlate adunque, vi ascolto. Voi siete ispettore delle prigioni? Da 14 anni e più. Voi terrete registro di entrata ed uscita? Senza dubbio. A questi registri devono essere unite delle note relative ai prigionieri?
Ciascun prigioniero ha la sua filza. Ebbene! signore, io sono stato allevato in Roma da un tale che disparve d'improvviso. Seppi dipoi che egli era stato detenuto nel castello d'If, e vorrei avere qualche particolare sulla sua morte. Come lo chiamavate? Lo scienziato Faria.
Oh! me ne ricordo perfettamente, esclamò de Boville, egli era pazzo. Si diceva. Oh! lo era certamente.
È possibile! e quale era il suo genere di pazzia? Pretendeva di sapere dove stava nascosto un immenso tesoro, ed offriva delle somme considerevoli al governo se avesse voluto metterlo in libertà. Povero diavolo! ed è morto?
Sì, sono cinque, o sei mesi al più, in febbraio scorso.
Voi avete una felice memoria, per ricordarvi così le date.
Io mi ricordo questa, perchè la morte del povero diavolo fu accompagnata da un singolare accidente.
Si potrebbe conoscere questo accidente? domandò l'inglese con una espressione di curiosità, che un freddo osservatore si sarebbe maravigliato di ritrovare sul suo viso flemmatico.
Oh! senza difficoltà: la prigione di Faria era lontana da 45 a 50 piedi circa da quella di un certo bonapartista, uno di quelli che avevano più di tutti contribuito al ritorno dell'usurpatore nel 1815, uomo molto risoluto, e molto pericoloso.
Veramente! disse l'inglese.
Sì, rispose de Boville, ho avuto occasione di vedere quest'uomo nel 1816 o 1817, non si discendeva nel suo carcere senza essere scortati da un picchetto di soldati; quest'uomo mi ha fatto una profonda impressione, e non dimenticherò mai il suo viso.
L'inglese fece un impercettibile sorriso.
Voi dicevate adunque che le due carceri...
Erano separate da una distanza di 50 piedi, continuò de Boville; ma sembra che questo Edmondo Dantès...
Quest'uomo pericoloso si chiamava...?
Edmondo Dantès, sì signore; sembra che questo Edmondo Dantès si fosse procurato degli utensili, o ne avesse costruiti, fatto si è che fu ritrovato un corridore sotterraneo per mezzo del quale i due prigionieri comunicavano insieme.
Questo corridore sarà stato fatto senza dubbio collo scopo di una evasione. Certamente, ma per disgrazia dei prigionieri, Faria fu colpito da una catalessia, e morì.
Capisco che ciò dovette sospendere il disegno di evasione.
Pel morto, sì, rispose de Boville, ma non pel vivo; questo Dantès al contrario vi ritrovò un mezzo per sollecitare la sua fuga; egli senza dubbio pensava che i morti del castello d'If fossero seppelliti in un ordinario cimitero; trasportò il defunto nella sua camera, prese posto nel sacco entro cui era stato cucito, ed aspettò il momento che lo avrebbero seppellito.
Era un espediente rischioso e che esigeva non poco coraggio, riprese l'inglese.
Oh! vi ho detto che costui era un uomo molto pericoloso; fortunatamente però che egli stesso ha liberato il governo dai timori che aveva su questo soggetto.
Ed in qual modo? Come! non lo immaginate?
No. Il castello d'If non ha cimitero; ed i morti si gettano semplicemente in mare dopo avere attaccata ai loro piedi una palla da 36. Ebbene? disse l'inglese come se avesse difficoltà a capire. Ebbene! gli fu attaccata una palla da 36 ai piedi, e fu gettato in mare. Davvero! gridò l'inglese. Sì signore, continuò l'ispettore. Capirete quale sarà stata la meraviglia del fuggitivo allorchè si sentì precipitare dall'alto al basso del castello. Avrei voluto vedere la sua figura in quel momento. Sarebbe stato difficile. Non importa, disse Boville, che la certezza di rimborsare i suoi 200 mila franchi metteva di buon umore; me la figuro. E dette uno scoppio di risa. Ed io pure, disse l'inglese: e si mise a ridere anche egli, ma come fanno gl'Inglesi, vale a dire sulla punta dei denti. In tal modo, continuò l'inglese, in tal modo il fuggitivo fu annegato?
Bello, e bene. Di maniera che il governatore del castello fu liberato ad un tempo da un furioso, e da un pazzo. Precisamente. Ma sarà stato compilato una specie di atto su questo avvenimento? domandò l'inglese.
Sì, sì, l'atto mortuario. Voi capirete bene, i parenti di questo Dantès, se egli ne ha, potrebbero aver qualche interessamento per assicurarsi se è vivo, o morto.
Di modo che, essi possono essere tranquilli se hanno ereditato da lui. Egli è morto, e morto davvero.
Oh! mio Dio, sì, e ne verrà rilasciato il certificato ogni qual volta lo vorranno. Così sia, disse l'inglese. Ma ritorniamo ai registri. È vero. Questa storia ci aveva divagati; perdono. Perdono di che? della storia? al contrario; essa mi è sembrata molto curiosa. E lo è di fatto. Così voi desideravate vedere tutto ciò che è relativo al vostro povero precettore, che era la stessa dolcezza? Ciò mi farà un vero piacere. Passiamo nel mio gabinetto, e vi mostrerò le relative carte.
Ed entrambi passarono nel gabinetto di studio del signor de Boville.
Tutto era effettivamente nell'ordine più perfetto: ciascun registro era al suo numero, ciascuna filza nella sua casella.
L'ispettore fe' sedere l'inglese in una poltrona, e depose davanti a lui il registro, e le filze relative al castello d'If, dandogli tutto il comodo di sfogliarle, nel mentre che, egli stesso seduto in un angolo mettevasi a leggere un giornale.
L'inglese trovò finalmente la filza relativa al suo istruttore Faria, ma sembrò che la storia raccontatagli da de Boville avesse in lui destato grande interessamento; chè dopo aver preso conoscenza di queste prime carte, continuò a sfogliare fino a che ritrovò quella che riguardava Edmondo Dantès. Là ritrovò ogni cosa al suo posto, denunzia, interrogatorio, petizione di Morrel, postille di Villefort. Egli piegò chetamente la denunzia, e se la pose in saccoccia, lesse l'interrogatorio, e vide che non era stato segnato il nome di Noirtier, percorse la domanda in data del 10 aprile 1815, nella quale Morrel, dietro il consiglio del sostituto, esagerava con eccellente intenzione (poichè allora regnava Napoleone) i servigi che Dantès aveva resi alla causa imperiale, servigi che il certificato di Villefort rendeva incontrastabili. Allora capì tutto. Questa domanda a Napoleone trattenuta da Villefort, era diventata sotto la seconda restaurazione un'arma terribile nelle mani del procuratore del Re. Egli non si maravigliò dunque più, sfogliando il registro, di ritrovare in nota al suo nome quanto segue:
Edmondo Dantès
Bonapartista arrabbiato; ha preso parte attiva al ritorno dall'Isola d'Elba; da tenersi nella più gran segreta, e sotto la più stretta sorveglianza.
Al disotto di queste linee stava scritto di altro carattere.
«Vista la nota qui sopra, nulla a farsi.» Soltanto paragonando il carattere del registro con quello del certificato posto ai piedi della domanda di Morrel, egli acquistò la certezza che la nota del registro era dello stesso carattere del certificato, cioè scritta dalla mano di Villefort.
In quanto alla nota che l'accompagnava, l'inglese capì che doveva essere stata scritta da qualche ispettore che avea preso interessamento momentaneamente alla situazione di Dantès, ma che i recapiti citati avevano messo nell'impossibilità di darvi corso.
Come si disse l'ispettore, per discrezione, e per non incomodare nelle sue ricerche l'allievo di Faria, si era allontanato, e leggeva le Drapeau blanc. Egli adunque non vide l'inglese piegare e mettersi in saccoccia la denunzia scritta da Danglars sotto il pergolato della Réserve, e che portava il bollo della posta di Marsiglia, 28 febbraio. Ma bisogna dirlo, se lo avesse veduto, annetteva sì poca importanza a questa carta, e tanta ai suoi 200 mila franchi per opporsi a ciò che faceva l'inglese, per quanto fosse irregolare.
Grazie, disse questi chiudendo con romore il registro. Ho veduto quanto mi abbisognava: ora sta a me a mantenere la mia promessa: fatemi una semplice girata del vostro credilo; confessate in essa di avere ricevuto il contante, ed io vi pago subito questa somma. Cedè il posto al signor de Boville, che vi si assise senza complimenti, e si affrettò di fare la chiesta girata, nel mentre che l'inglese contava i biglietti di banca all'angolo della tavola.
XXIX. LA CASA MORREL.
Colui che avesse lasciato Marsiglia qualche anno prima, conoscendo l'interno della casa di Morrel, e che vi fosse rientrato all'epoca in cui siamo arrivati, vi avrebbe scorto un grandissimo cambiamento. Invece di quell'aura di vita, di comodo e di felicità, che per così dire esala da una casa che sia in corso di prospera fortuna: invece di quelle allegre figure che si fanno vedere dietro le portiere delle finestre, di quei commessi affaccendati che attraversano i corridori con una penna cacciata dietro l'orecchio, invece di quel cortile ingombro di balle, rimbombante di grida e di risa dei facchini, avrebbe trovato fin dal primo sguardo, un non so che di tristezza e di morte in questi corridori deserti e in questo vuoto cortile. Dei tanti impiegati che in altri tempi popolavano gli scrittoi, appena due ne rimanevano; uno era Emmanuele Raymond, giovine di 23 anni, l'innamorato della figlia di Morrel, ed era tuttavia rimasto nel banco, quantunque i suoi parenti avessero fatto di tutto per togliervelo; l'altro era un vecchio cassiere, losco, chiamato Coclite, soprannome che eragli stato dato dai giovani che in altro tempo popolavano questo alveare fragoroso, in oggi quasi disabitato, e che aveva così bene e così perfettamente sostituito il suo vero nome, che secondo ogni probabilità, non si sarebbe neppur voltato, se oggi non lo avessero chiamato con questo soprannome.
Egli era rimasto al servizio di Morrel, e nella situazione di questo bravo uomo si era operato uno strano cambiamento, mentre era salito al grado di cassiere, era contemporaneamente disceso al rango di domestico. Ciò non gl'impediva di essere lo stesso Coclite, buono, paziente, affezionato, ma inflessibile sui punti di aritmetica, solo argomento sul quale avrebbe resistito contro il mondo intero, compreso il signor Morrel, non conoscendo che la sua tavola pittagorica, che sapeva sulle punte delle dita, qualunque fosse il modo con cui gliela presentavano, qualunque fosse l'errore nel quale avessero tentato di farlo cadere. In mezzo alla tristezza generale che aveva invaso la casa Morrel, Coclite però era il solo che fosse rimasto impassibile. Ora, che nessuno s'inganni, questa impassibilità non proveniva da mancanza di affezione, ma al contrario da una inalterabile convinzione. Come i topi che, si dice, abbandonino poco a poco un bastimento che da qualche tempo è condannato dal destino a perire in mare, dimodocchè questi ospiti egoisti lo hanno completamente abbandonato al momento che si leva l'ancora; così tutta quella folla di commessi e d'impiegati che traevano la loro sussistenza dalla casa dell'armatore avevano un poco per volta resi deserti gli scrittoi ed i magazzini; Coclite li aveva veduti allontanare senza neppur pensare a rendersi conto della causa della loro partenza: tutto, come lo abbiam detto, si riduceva per Coclite ad una quistione di cifre, e da venti anni che era in casa Morrel aveva sempre veduto effettuarsi i pagamenti a cassa aperta con tale una regolarità da non fargli credere che questa avesse potuto variare, ed i pagamenti sospendersi, più di quanto un mugnaio che possiede un mulino messo in moto da un canale abbondante di acqua, può credere che un giorno o l'altro quest'acqua possa venir meno. Infatto fin allora, nulla era ancor sopraggiunto a portare ostacolo alla convinzione di Coclite. Gli ultimi giorni dello scorso mese erano passati con una rigorosa puntualità. Coclite aveva notato un errore di settanta centesimi commesso da Morrel in suo pregiudizio, e lo stesso giorno aveva riportato i quattordici soldi di eccedenza a Morrel, che con un sorriso malinconico li aveva presi e lasciati cadere in un cassetto quasi vuoto, dicendo: Bravo, Coclite, voi siete la perla dei cassieri.
E Coclite si era ritirato soddisfatto in modo, che non si sarebbe potuto esserlo di più, perchè un elogio di Morrel, di questa perla degli uomini onesti di Marsiglia, lusingava Coclite molto più che una gratificazione di 50 scudi. Ma dopo la fine di quel mese così vittoriosamente compito, Morrel aveva passato ore crudeli; per farvi fronte aveva riunite tutte le sue risorse e temendo egli stesso che il rumore delle sue ristrettezze non si spandesse in Marsiglia vedendolo ricorrere a simili estremi, era andato a fare un viaggio alla fiera di Beaucaire per vendere qualche gioiello che apparteneva a sua moglie ed a sua figlia, non che una parte della sua argenteria: con tal sacrificio tutto era ancora passato per una volta ad onore della casa Morrel. Ma la cassa era rimasta completamente vuota. Il credito, spaventato dal rumore che correva, si era allontanato col suo ordinario egoismo, e per far fronte ai 100 mila franchi da pagarsi il dì 15 di quel mese al signor de Boville, e agli altri 100 mila fr: che scadevano il 15 del successivo mese, Morrel non aveva realtà o altra speranza che nel ritorno del Faraone di cui un bastimento che aveva levata l'ancora di conserva con lui e che era arrivato in porto, aveva annunziata la partenza. Ma questo legno che veniva da Calcutta come il Faraone, era già arrivato da 15 giorni, mentrechè del Faraone non si aveva alcuna notizia.
In questo stato di cose la dimane del giorno in cui aveva concluso l'affare con de Boville, da noi raccontato, l'incaricato della casa Thomson e French di Roma si presentò al signor Morrel. Lo ricevette Emmanuele. Il giovine che si spaventava ad ogni nuova figura, perchè ella annunziava un nuovo creditore che nella sua inquietudine veniva ad interrogare il capo della casa, volle risparmiare al padrone la noia di questa visita: interrogò il nuovo arrivato il quale dichiarò che non aveva cosa alcuna da dire: ma che voleva parlare a Morrel in persona.
Emmanuele sospirando chiamò Coclite; questi comparve e ricevette l'ordine di condurre lo straniero dal signor Morrel: Coclite camminò avanti e lo straniero lo seguì. Sulla scala incontrarono una bella giovinetta di 17 anni che guardò lo straniero con inquietudine; Coclite non osservò questa espressione del viso di lei, che però non isfuggì al forestiero.
Il signor Morrel è nel suo gabinetto, n'è vero, madamigella Giulia? domandò il cassiere.
Sì, almeno credo di sì, disse la giovinetta con esitazione; guardate dapprima, Coclite, e se mio padre vi è, annunziate il signore. È inutile l'annunziarmi, madamigella, rispose l'inglese, il signor Morrel non conosce il mio nome. Questo brav'uomo ha da dirgli soltanto che io sono il primo commesso della casa Thomson e French di Roma, colla quale la Casa di vostro padre è in relazione. La giovinetta impallidì e continuò a discendere, mentre che Coclite e lo straniero continuavano a salire. Ella entrò nel luogo ove era lo scrittoio d'Emmanuele; e Coclite, col mezzo di una chiave di cui era possessore, e che annunciava la sua familiarità col principale, aprì una porta del secondo piano, introdusse lo straniero in un'anticamera, aprì una seconda porta che richiuse dietro a sè, e dopo aver lasciato solo per un momento l'inviato della casa Thomson e French, ricomparve facendogli segno di poter entrare.
L'inglese entrando trovò il signor Morrel assiso avanti al suo scrittoio impallidendo all'aspetto delle colonne spaventose dei registri su cui stava scritto il suo passivo. Vedendo lo straniero, Morrel chiuse i registri, si alzò, prese una sedia, e quando lo vide seduto, egli pure si assise.
Quattordici anni avevano cambiato assai la fisonomia del negoziante, il quale, di 36 anni al principio di questa storia stava per compiere i 50. I capelli erano incanutiti, la fronte si era solcata di due profonde rughe, e lo sguardo, in altri tempi così fermo e sicuro, era divenuto vago ed irresoluto, e sembrava dovesse sempre temere di fissarsi sopra un uomo o sopra un'idea. L'inglese lo guardò con un sentimento di curiosità misto ad interessamento. Signore, disse Morrel a cui questo esame sembrava raddoppiare il mal essere, voi desideravate parlarmi?
Sì, signore. Voi sapete da qual parte io vengo, è vero?
A quanto mi ha detto il cassiere, da parte della casa Thomson e French. Vi ha detto la verità. La casa Thomson e French ha tre in 400 mila franchi da pagare in Francia, parte nel mese corrente e parte nel vicino mese, e conoscendo la vostra rigorosa esattezza ha riunito tutte le cambiali che ha potuto ritrovare con la vostra firma, e mi ha incaricato, a seconda che queste scadono, di ritirare i fondi da voi, e di impiegarli. Morrel mandò un profondo sospiro, e passò la mano sulla fronte coperta di sudore. Voi dunque, signore, domandò Morrel, avete delle cambiali firmate da me?
Sì, signore, e per una somma abbastanza considerevole.
Per qual somma? domandò Morrel, con voce che invano cercava di render sicura.
Ma, ecco qui, disse l'inglese levandosi di saccoccia un plico, primieramente due gire di 200 mila franchi del signor de Boville, dell'Ispettore delle prigioni. Convenite voi di dovergli questa somma?
Sì, signore, è un investimento che egli ha fatto nel mio banco al 4 e mezzo per cento, saranno ben presto cinque anni. E che voi dovete rimborsare?...
Metà ai 15 di questo mese, l'altra metà ai 15 del prossimo venturo. Per questi è detto; ora ecco 82,500 franchi per la fine del corrente; queste sono cambiali firmate da voi e passate al nostro ordine da terzi giratari. Le riconosco, disse Morrel, al quale saliva al viso il rossore della vergogna, pensando che per la prima volta in sua vita non avrebbe potuto fare onore alla sua firma. Sta tutto qui? No, signore, io ho ancora per la fine del mese venturo queste altre cambiali che sono passate dalla casa Pascale alla casa Wild e Turner di Marsiglia, 55 mila franchi circa, in tutto sono 287,500 franchi
Ciò che soffriva lo sfortunato Morrel in questa enumerazione è impossibile poterlo descrivere: 287,500 franchi, ripetè egli macchinalmente. Sì, rispose l'inglese, il quale continuò dopo un momento di silenzio, non vi nasconderò, signor Morrel, che mentre tutti fanno gli elogi della vostra probità senza macchia fino al presente, corre una sorda voce per Marsiglia, che voi non siate in istato di far fronte ai vostri affari. A questa introduzione, quasi brutale, Morrel impallidì spaventevolmente. Signore, diss'egli, fino a questo momento, e sono più di 24 anni che ho ricevuto la casa dalle mani di mio padre, e che egli aveva diretta per 35 anni, fino a questo momento una cambiale sottoscritta da Morrel e F. non fu presentata alla cassa senza essere pagata.
Sì, lo so, rispose l'inglese, ma da uomo d'onore, parlate francamente, pagherete tal somma con la stessa esattezza?
Morrel rabbrividì e guardò colui che gli parlava in tal modo con una maggior sicurezza di quello che non aveva ancor fatto. Ad una domanda fatta con tanta franchezza, diss'egli, bisogna dare una risposta egualmente franca. Sì, signore, io pagherò, se, come spero, il mio bastimento giunge a buon porto, poichè il suo arrivo mi renderà quel credito che mi fu tolto dagli accidenti successivi di cui sono stato la vittima. Ma se per disgrazia il Faraone, ultima risorsa sulla quale io conto, mi mancasse...
Le lagrime sgorgarono dagli occhi del povero armatore.
Ebbene? domandò l'interlocutore, se quest'ultima risorsa vi mancasse? Ebbene, se quest'ultima risorsa mi mancasse, continuò Morrel, quantunque sia cosa crudele a dire... ma abituato ormai alla sventura bisogna che mi abitui all'onta... Ebbene! allora credo che sarei obbligato a sospendere i pagamenti. E non avete amici che possano aiutarvi in tal congiuntura? Morrel sorrise tristamente. In commercio, signore, diss'egli, non si hanno che corrispondenti.
È vero, mormorò l'inglese. Per tal modo non avete più che una sola speranza? Una sola, ed ultima.
Dimodochè se questa fallisce... Sono perduto, signore, compiutamente perduto! Quando sono venuto da voi, un bastimento entrava nel porto. Lo so, signore. Un giovine che è rimasto fedele alla mia cattiva fortuna passa una parte del suo tempo in un belvedere situato sulla cima della mia casa, nella speranza di venire pel primo ad annunziarmi una buona notizia. Da lui ho saputo l'entrata in porto di questo bastimento E non è il vostro? No; è un naviglio bordolese la Gironda, esso pure viene dalle Indie, ma non è quello che aspetto. Forse avrà notizie del Faraone.
Fa egli d'uopo che ve lo dica? io temo quasi tanto di chiedere notizie del mio bastimento, quanto di restare nella incertezza, la quale è pure una speranza.
Quindi Morrel aggiunse con voce commossa: Questo ritardo non è naturale: il Faraone è partito da Calcutta il 5 febbraio, e dovrebbe essere in porto già da un mese.
Ma che è questo, disse l'inglese tendendo l'orecchio; che vuol dire questo rumore? Oh! mio Dio! mio Dio! gridò Morrel impallidendo, che vi è ancora di nuovo.
Infatto un gran rumore si fe' sentire sulle scale, un andare e venire, e s'intese perfino un grido di dolore. Morrel si alzò per andare ad aprire la porta, ma le forze gli vennero meno, e ricadde sulla sedia.
I due uomini rimasero in faccia l'un dell'altro, Morrel non aveva membro che non tremasse, lo straniero guardavalo con una espressione di profonda pietà. Il rumore era cessato, ciò nonostante sarebbesi detto che Morrel aspettava qualche cosa; questo rumore aveva dovuto avere un principio, e doveva avere un fine. Sembrò allo straniero che qualcuno salisse pian piano la scala, e molte persone si fossero fermate sul pianerottolo. Una chiave venne introdotta nella serratura della prima porta, e questa cigolò sui cardini.
Non vi son che due persone che han la chiave di questa porta, mormorò Morrel; Coclite e Giulia. Nello stesso tempo la seconda porta si aprì, e comparve la giovinetta, pallida e colle guance bagnate di lagrime. Morrel si alzò tutto tremante, e si appoggiò ai bracciuoli del seggiolone, perchè non avrebbe avuto la forza di sostenersi in piedi. La sua voce voleva interrogare, ma voce più non aveva.
Oh! padre mio! disse la giovinetta giungendo le mani, perdonatemi di essere messaggera di una trista notizia.
Morrel si ricoprì di un pallore mortale; Giulia venne a gettarsi fra le sue braccia. Oh! padre mio! diss'ella, coraggio! E così, il Faraone è perduto? domandò Morrel con voce soffocata. La giovinetta non rispose, ma fece un segno affermativo con la testa che teneva appoggiata al petto del padre. E l'equipaggio? domandò Morrel.
Salvato, disse la giovinetta, salvato da quello della Gironda entrato or ora nel porto. Morrel alzò le mani al cielo con una espressione di sublime rassegnazione e riconoscenza. Grazie, grazie, mio Dio! disse Morrel; almeno voi non colpite che me solo. Per quanto flemmatico fosse l'inglese, una lagrima gli bagnò le palpebre.
Entrate, disse Morrel, entrate perchè suppongo che voi sarete tutti alla porta.
Infatto aveva appena pronunciate queste parole, che la signora Morrel entrò singhiozzando, Emmanuele la seguiva; nel fondo dell'anticamera si vedevano le rozze figure di sette o otto marinari seminudi. Alla vista di quegli uomini l'inglese rabbrividì: fe' un passo per andar loro incontro, ma si contenne, ed invece si nascose nell'angolo più oscuro ed appartato del gabinetto. La signora Morrel andò ad assidersi presso il marito, prese fra le sue le mani di lui, mentre che Giulia restava in piedi appoggiata al petto del padre. Emmanuele era rimasto a metà della stanza e sembrava servir di legame fra il gruppo della famiglia Morrel, e i marinari che stavano fermi sulla porta.
E come avvenne questo infortunio? domandò Morrel.
Avvicinatevi Penelon, disse il giovine, e raccontate il caso. Un vecchio marinaro, abbronzito dal sole dell'equatore, si avanzò ravvolgendo fra le mani gli avanzi di un cappello.
Buon giorno, signor Morrel, diss'egli come se avesse lasciato Marsiglia dal giorno precedente o giungesse da Tolone, o da Aix. Buon giorno, amico mio, disse l'armatore non potendo fare a meno di sorridere in mezzo alle lagrime; ma dov'è il capitano? Il capitano è rimasto malato a Palma; ma se piace a Dio, è cosa da nulla, e voi lo vedrete giungere fra qualche giorno, tanto bene in salute quanto voi ed io.
Sta bene... ora parlate Penelon, disse Morrel.
Penelon fece passare da una parte all'altra della bocca il tabacco che masticava, quindi ponendo la mano davanti, lanciò nell'anticamera un getto di saliva nerastra, avanzò il piede e si equilibrò sulle anche:
«Noi eravamo circa qualche cosa più o meno fra il capo-Blanc e il capo-Boyador camminando con una buona brezza di sud-sud-ovest dopo essere stati senza muoverci otto giorni per la calma, quando il capitano Gaumard mi si avvicina; bisogna che sappiate, che allora io era al timone, e mi dice:
«Papà Penelon, che pensate voi di quelle nubi che s'innalzano laggiù sull'orizzonte?» Io le guardava precisamente in quel momento. «Che ne penso io capitano? Io ne penso che s'innalzano un poco più presto di quello che ne abbiano diritto, e che sono più nere di quello che si convenga a nuvoli che non abbiano cattive intenzioni.» «Questo è pure il mio avviso, disse il capitano, e vado subito a prendere le necessarie cautele. Noi abbiamo le vele troppo spiegate pel vento che farà in breve... Olà, eh! preparatevi a serrare le vele, ed a mandare a basso quella di trinchetto.» Era tempo; non fu appena eseguito l'ordine, che il vento infuriava su noi e il bastimento dava di banda. «Bene! disse il capitano, abbiamo ancora troppa tela, accomoda, o serra la gran vela.» Cinque minuti dopo la gran vela era chiusa, e noi camminavamo colla mezzana, colla vela di gabbia e i parrocchetti.
«Ebbene! Papà Penelon, dissemi il Capitano, che avete, scuotete la testa?» «Gli è perchè nel vostro posto, vedete, non resterei in così bel cammino.» «Credo che tu abbia ragione, vecchio, diss'egli, noi avremo in breve un colpo di vento.»
«Ah! capitano, gli rispondo io, chi volesse riscattare con un colpo di vento ciò che si prepara laggiù, guadagnerebbe assai; questa è una buona e bella tempesta dove io non mi rinvengo.» Vale a dire che si vedeva venire il vento come si vede la polvere a Montredon; fortunatamente che aveva che fare con un uomo che lo conosceva. «Attenti a prendere tre terzaroli nelle gabbie, gridò il capitano, allarga le boline, braccio al vento, abbasso i pennoni!»
Ciò non era abbastanza in quei paraggi, disse l'inglese, io avrei preso quattro terzaroli, e mi sarei spacciato della mezzana. Questa voce ferma, sonora ed inattesa fece scuotere tutti. Penelon mise la mano sugli occhi e guardò colui che rivedeva con tanta aggiustatezza la manovra del suo capitano.
Noi facemmo ancor meglio, signore, disse il vecchio con un certo rispetto, perchè caricammo a orza la brigantina, e mettemmo le barre al vento per correre avanti la tempesta. Dieci minuti dopo caricammo le gabbie e ce ne andammo senza vele. L'inglese scosse la testa: Il bastimento era troppo vecchio per arrischiar questo, diss'egli.
È vero! è detto giustamente! questo fu quello che ci perdè. In capo a 12 ore che eravamo trabalzati come se il diavolo avesse preso l'armi, si dichiarò una via d'acqua.
«Penelon, mi disse il capitano, credo che coliamo a fondo; dammi la sbarra del timone, e discendi alla stiva.»
«Gli do la sbarra, e discendo; vi erano già tre piedi di acqua.
«Risalgo gridando «Alle pompe! alle pompe!» Ebbene! sì! egli era troppo tardi. Tutti ci mettemmo all'opera e io credo che quanta più ne cavavamo più ne entrava. «Ah! in fede mia, diss'io dopo quattro ore di lavoro, giacchè noi coliamo, lasciamoci colare; già non si muore che una volta.»
«È così che tu dai l'esempio, maestro Penelon? disse il capitano; ebbene! aspetta! aspetta!» egli andò nel gabinetto a prendere un paio di pistole. «Il primo che lascia la pompa, disse egli, gli brucio le cervella!»
Bravo! disse l'inglese.
Non c'è nulla che infonda tanto coraggio quanto le buone ragioni, continuò il marinaro, tanto più che in questo mentre il tempo si era rischiarato, e il vento cominciava a indebolire; non è però men vero che l'acqua saliva sempre; non molto, ma circa due pollici l'ora, vedete, sembra che non sia niente, ma in 12 ore non sono men di 24 pollici, che fan due piedi; e tre che ne avevamo già, formano cinque; ciò vuol dire che quando un bastimento ha cinque piedi d'acqua nel ventre, può già passare per un idropico. «Andiamo, disse il capitano, basta così, ed il signor Morrel non avrà nulla a rimproverarci: abbiamo fatto tutto ciò che si è potuto fare per salvare il bastimento; bisogna ora cercare di salvare gli uomini. Alla scialuppa, giovinotti, e più presto che si può.»
Ascoltate, signor Morrel, continuò Penelon, noi amavamo molto il Faraone; ma per grande che sia l'amore che i marinari portano al loro bastimento, essi però amano sempre di più la loro pelle. Così noi non ce lo facemmo ripetere due volte; con ciò però, che il bastimento aprendosi sembrava dirci: «andatevene dunque! ma andatevene dunque!»
«E non mentiva il povero Faraone; noi lo sentivamo abbassarsi sotto i nostri piedi. Tanto fu, con un giro di mano la scialuppa era in mare, e in un batter d'occhio gli otto marinari erano dentro. Il capitano fu l'ultimo a discendere, o piuttosto no, egli non discese; non voleva abbandonare il naviglio, fui io che lo presi abbracciandogli il corpo e lo gettai ai camerati, dopo di che saltai io pure a mia volta. Ed era tempo. Appena ebbi fatto il salto, il ponte si spaccò con un rumore tale, che si sarebbe detta una bordata di un vascello da 48. Dieci minuti dopo affondò in avanti, poi in dietro, quindi si mise a girare su sè stesso, come un cane che corre dietro la propria coda; finalmente, buona sera alla compagnia, brrrrru! tutto fu finito, il Faraone non v'era più!
«In quanto a noi, siamo stati tre giorni senza bere e senza mangiare, ed era tale la nostra fame che già si cominciava a parlare di fare alla sorte per sapere chi alimenterebbe gli altri, quando scoprimmo la Gironda, le facemmo dei segnali, ella ci vide, volse capo verso di noi, ci spedì la sua scialuppa e ci raccolse. Ecco come è andata, signor Morrel, parola d'onore! sulla fede di marinaro! n'è vero compagni?»
Un mormorio generale d'approvazione indicò che il narratore aveva riunito tutti i suffragi per la verità del racconto ed il pittoresco dei particolari dati.
Bene, amici miei, disse Morrel, voi siete brava gente; io già sapeva che nella disgrazia che mi sarebbe toccata, niuno avrebbe avuto colpa fuorchè il mio destino: questa è la volontà di Dio, e non la colpa degli uomini. Adoriamo la volontà di Dio. Ora ditemi quanto vi debbo per il vostro soldo!
Oh! bah! non parliamo di questo, signor Morrel.
Al contrario, parliamone, disse l'armatore con un tristo sorriso. Ebbene! dobbiamo avere tre mesi di soldo; disse Penelon.
Coclite pagate 200 franchi a ciascuno di questi bravi uomini. In altri tempi, amici miei, avrei detto: date loro cento franchi a ciascuno di gratificazione, ma i tempi sono disgraziati, cari amici, e il poco di danaro che mi resta non è più mio; scusatemi adunque, e non per questo non cessate dall'amarmi.
Penelon fece una mossaccia di tenerezza, si volse ai compagni, cambiò con loro qualche parola e replicò:
Per quello che riguarda a ciò, signor Morrel, diss'egli masticando tabacco, e lanciando nell'anticamera un secondo getto di saliva che andò a tener compagnia al primo, per quello che riguarda a ciò... A che? Al danaro. Ebbene? Ebbene! signor Morrel, i camerati dicono che pel momento son loro sufficienti 50 franchi per ciascuno, e che pel resto aspetteranno. Grazie, amici miei, grazie! gridò Morrel commosso fino al cuore; siete tutti brava gente; ma prendete! prendete! e se trovate un buon servizio, entratevi pure; siete liberi.
Quest'ultima parte della frase produsse un effetto prodigioso sui degni marinari; essi guardaronsi gli uni e gli altri con aspetto scomposto. Penelon, a cui mancava il fiato, poco mancò non inghiottisse la boccata di tabacco; fortunatamente portò a tempo la mano alla gola: Come! signor Morrel, diss'egli con voce soffocata, come! voi ci licenziate, siete dunque malcontento di noi? No, figli miei, disse l'armatore; no, non sono malcontento di voi, tutto il contrario; no, io non vi licenzio. Ma che volete farci, non ho più bisogno di marinari.
Come? non avete più bastimenti? disse Penelon, ebbene! ne farete costruire degli altri; aspetteremo. Grazie a Dio noi sappiamo ciò che vuol dire... Io non ho più danari per far costruire bastimenti, disse l'armatore con un tristo sorriso. Quindi non posso accettare la vostra offerta, per quanto ella sia cortese. Ebbene! se non avete più danari, allora non dovete pagarci; faremo come ha fatto il povero Faraone, correremo in secco, ecco tutto.
Basta, basta, amici miei, disse Morrel soffocato dall'emozione; basta ve ne prego; ci rivedremo in tempi migliori. Emmanuele, accompagnateli e invigilate affinchè siano compiti i miei desideri. Almeno a rivederci, n'è vero signor Morrel? disse Penelon. Sì, amici miei, almeno lo spero. Andate. E fece un segno a Coclite che camminò avanti; i marinari seguirono il cassiere. Emmanuele lor tenne dietro.
Ora, disse l'armatore a sua moglie, ed a sua figlia, lasciatemi solo un momento, poichè debbo parlare con questo signore. E indicò con gli occhi il mandatario della casa Thomson e French che era rimasto in piedi ed immobile in un angolo durante tutta questa scena, alla quale egli non aveva presa altra parte che quella delle poche parole che abbiamo riportate. Le due donne alzarono gli occhi sullo straniero che avevano compiutamente obbliato, e si ritirarono; ma nel ritirarsi la giovinetta lanciò a quest'uomo uno sguardo di sublime preghiera al quale egli corrispose con un sorriso, che un freddo osservatore si sarebbe maravigliato di vedere spuntare su questo viso di ghiaccio.
I due uomini rimasero nuovamente soli.
Ebbene! signore, disse Morrel lasciandosi ricadere sul suo seggio, avete tutto veduto ed inteso, non ho più altro da aggiungere.
Io ho veduto, disse l'inglese, che vi è sopraggiunta una nuova disgrazia, immeritata come le altre, e ciò mi ha confermato nel desiderio di esservi aggradevole. Oh signore! disse Morrel. Vediamo, continuò lo straniero, sono uno dei vostri principali creditori, n'è vero? Voi siete almeno quello che possiede le cambiali a più corta scadenza.
Desiderate voi una dilazione per pagarmi? Una dilazione potrebbe salvarmi l'onore, disse Morrel, e per conseguenza la vita. Quanto tempo desiderate?
Morrel esitò:
Due mesi, diss'egli. Bene, fece lo straniero, ve ne darò tre. Ma, credete che la casa Thomson e French... State tranquillo, prendo tutto sopra di me. Oggi siamo ai 5 giugno?
Sì. Ebbene, rinnovatemi tutti questi biglietti al 5 settembre, e il 5 settembre ad ore 11 del mattino mi presenterò da voi. La pendola in quel momento segnava appunto le 11 precise. Vi aspetterò, signore, disse Morrel, e sarete pagato, o io sarò morto.
Queste ultime parole furono pronunciate a sì bassa voce che lo straniero non potè intenderle. Le cambiali furono rinnovate; vennero stracciate le antiche, ed il povero armatore si trovò almeno ad avere innanzi a sè tre mesi per potere riunire le sue ultime risorse. L'inglese ricevette i suoi ringraziamenti colla flemma particolare alla sua nazione, e prese congedo da Morrel, che lo ricondusse benedicendolo, fino alla porta. Sulla scala incontrò Giulia; la giovinetta faceva sembiante di discendere, ma in realtà lo aspettava.
Oh! Signore! disse ella giungendo le mani. Madamigella, disse lo straniero, voi un giorno riceverete una lettera firmata... Sindbad il marinaro... fate appuntino ciò che vi dirà questa lettera, per quanto strana vi possa sembrare la raccomandazione. Sì, signore, rispose Giulia. Mi promettete voi di farlo? Ve lo giuro. Basta così! addio madamigella; siate sempre buona e savia fanciulla come siete, ed ho fiducia che Iddio vi ricompenserà, dandovi per marito Emmanuele. Giulia mandò un piccolo grido, divenne rossa come una ciliegia, e si attenne al passamano per non cadere. Lo straniero continuò il cammino facendole un gesto di addio. Nel cortile egli incontrò Penelon che teneva un rotolo di cento franchi in ciascuna mano, e che sembrava non potersi risolvere a portarli via.
Venite, amico mio; gli diss'egli, ho bisogno di parlarvi.
XXX. IL 5 SETTEMBRE.
Questa dilazione accordata dal mandatario della casa Thomson e French, al momento in cui Morrel meno se lo aspettava, parve al povero armatore uno di quei ritorni di ben essere che annunziano all'uomo la sorte essersi alla fine stancata di perseguitarlo. Lo stesso giorno raccontò a sua figlia, e ad Emmanuele ciò che eragli accaduto; e un poco di speranza, se non di tranquillità, rientrò nella famiglia. Disgraziatamente però Morrel non aveva affari soltanto con la casa Thomson e French che si era mostrata tanto facile ad un accomodamento; com'egli lo aveva detto, nel commercio si hanno corrispondenti, e non amici.
Allorchè vi pensava profondamente, non comprendeva neppur questa condotta generosa della casa Thomson e French verso di lui, e non si spiegava ciò, che con questa riflessione superlativamente egoista, che questa casa doveva aver detto: val meglio sostenere quest'uomo che ci deve quasi 300 mila franchi, e avere questa somma in capo a tre mesi, di quello che sollecitarne la rovina, e avere il sei o l'otto per cento del capitale. Disgraziatamente, fosse odio, fosse acciecamento, tutti i corrispondenti di Morrel non fecero la stessa riflessione, anzi qualcuno fece la riflessione in contrario. Le cambiali sottoscritte da Morrel furono presentate alla cassa con uno scrupoloso rigore, e, mercè la dilazione accordata dall'inglese furono pagate a cassa aperta da Coclite il quale continuò a rimanersi nella sua tranquillità fatidica. Il solo Morrel vide con terrore, che se avesse dovuto rimborsare al 15 i 100 mila franchi di de Boville, e al 30 i 32,500 franchi di cambiali, per le quali, come per quelle dell'Ispettore delle prigioni aveva ottenuta una dilazione, sarebbe stato fin da quel mese un uomo perduto.
L'opinione di tutti i negozianti di Marsiglia era, che Morrel non avrebbe potuto sostenere tutti i rovesci successivi che l'opprimevano. Fu dunque grande la meraviglia allorchè vidersi compiere i pagamenti della fine del mese coll'ordinaria esattezza. Ciò non pertanto nemmen per questo ritornò fiducia negli animi, e fu giudicato a voce unanime, che alla fine del venturo mese sarebbe stato depositato il bilancio del disgraziato armatore. Tutto il mese passò dunque in isforzi inauditi per parte di Morrel, onde riunire tutte le sue risorse. In altri tempi le sue cedole, a qualunque data esse fossero, erano prese con confidenza, ed anzi domandate. Morrel tentò di negoziare delle cedole colla scadenza di 90 giorni, e trovò tutti i banchi chiusi. Fortunatamente aveva egli pure qualche incasso, sul quale poteva contare e questo fu fatto; così si trovò ancora in istato di far fronte ai suoi obblighi quando giunse la fine di luglio. D'altra parte il mandatario della casa Thomson e French non era più stato veduto a Marsiglia. La dimane della sua visita a Morrel era sparito: or siccome in Marsiglia non aveva avuto a trattare che col Sindaco, coll'Ispettore delle prigioni, e con Morrel, così il suo passaggio non aveva lasciato altra traccia che i ricordi diversi che ne conservavano queste tre persone. In quanto ai marinari del Faraone sembrava che avessero ritrovato da impiegarsi, poichè essi pure erano spariti.
Il capitano Gaumard rimessosi dalla malattia che lo aveva trattenuto a Palma ritornò egli pure: esitò a presentarsi al signor Morrel; ma questi, saputo il suo arrivo, andò di persona a ritrovarlo. Il degno armatore sapeva di già pel racconto di Penelon la coraggiosa condotta che aveva tenuta il capitano durante tutta questa avaria, e si sforzò di consolarlo. Gli portò l'ammontare del suo soldo, che il capitano Gaumard non avrebbe certamente osato di andare a riscuotere. Quando Morrel discese la scala incontrò Penelon che saliva: questi aveva, a quanto sembrava, fatto un buon uso del danaro, poichè era vestito tutto di nuovo. Riconoscendo il suo armatore il degno timoniero parve molto impacciato; si ritirò nell'angolo più lontano del pianerottolo, masticando il tabacco a diritta e a sinistra, e girando due grossi occhi spaventati, non rispose che con una timida pressione alla stretta di mano che gli offerse Morrel colla sua ordinaria cordialità. Morrel attribuì l'impaccio di Penelon all'eleganza del vestito; era evidente che non era entrato di proprio conto in tanto lusso; e chiaramente appariva trovarsi di già impegnato a bordo di un qualche altro bastimento, e la sua vergogna venivagli da ciò che non aveva, se è lecito esprimersi così, portato per un tempo maggiore il lutto del Faraone. Forse ancora recavasi dal capitano Gaumard per metterlo a parte della sua fortuna, e per fargli delle esibizioni per parte del nuovo padrone.
Brava gente! disse Morrel allontanandosi, possa il vostro nuovo padrone amarvi come vi amava io, ed essere più felice di quel che io non sono!...
Passò il mese d'agosto in tentativi, senza posa rinnovati da Morrel, per rialzare il suo credito, o per aprirsene un nuovo. Il 20 agosto seppesi a Marsiglia che aveva preso un posto nella Malle-Poste, e allora tutti opinarono che alla fine del mese verrebbe depositato il bilancio, e che Morrel era partito prima per non assistere a quest'atto crudele, delegando senza dubbio il suo primo commesso Emmanuele, e il cassiere Coclite. Ma contro ogni previsione allorchè giunse il 31 agosto, la cassa si aprì secondo il solito. Coclite apparve dietro la inferriata, tranquillo come il giusto di Orazio, esaminò colla stessa attenzione le cedole che gli vennero presentate, e pagò le tratte dalla prima all'ultima colla stessa esattezza. Vennero parimente presentati due rimborsi che erano stati preveduti da Morrel, e Coclite li pagò con la medesima puntualità propria dell'armatore. Nessuno ne capiva niente, ed i profeti delle cattive notizie con una particolare ostinazione rimettevano il fallimento alla fine del settembre.
Morrel giunse il primo del mese. Era atteso da tutta la famiglia colla più grande ansietà: mentre contavano sull'esito del suo viaggio a Parigi come sull'ultima via di salute.
Morrel aveva pensato a Danglars, in oggi milionario, ed un giorno suo sottoposto, poichè fu la raccomandazione di Morrel che fece entrare Danglars al servizio del banchiere spagnuolo presso il quale aveva cominciata la sua immensa fortuna. Si diceva che Danglars era possessore di sei ad otto milioni, e che godeva un credito illimitato. Danglars senza levarsi uno scudo di saccoccia poteva salvare Morrel: non aveva che a garantire un imprestito, e Morrel era salvato. Morrel da lungo tempo aveva pensato a Danglars; ma vi sono alcune istintive ripulsioni di cui non sappiam farci padroni; egli aveva aspettato fino a che gli era stato possibile, prima di ricorrere a quest'ultimo mezzo. E ne aveva avuto ragione, poichè ritornava oppresso dall'umiliazione, e dal rifiuto. Al ritorno non manifestò alcun lamento, non proferì alcuna recriminazione; aveva stesa la mano amichevolmente ad Emmanuele, si era chiuso nel gabinetto del secondo piano, e aveva chiesto di Coclite. Dissero le due donne ad Emmanuele, noi siamo perdute. Quindi, in un breve conciliabolo tenuto fra di loro, convennero che Giulia avrebbe scritto al fratello, che era in guarnigione a Nimes, di venire sul momento. Le povere donne sentivano di avere bisogno di tutte le loro forze per sostenere il colpo che le minacciava; d'altra parte Massimiliano Morrel, quantunque nell'età di 22 anni, aveva già una grande influenza sopra suo padre. Egli era un giovine fermo, e destro. Al momento in cui si era trattato di abbracciare una carriera, suo padre non aveva voluto imporgli uno stato, ma aveva consultato il genio del giovine Massimiliano. Questi allora dichiarò di voler seguire la carriera militare; aveva per conseguenza fatti degli eccellenti studii, era entrato per concorso nella scuola Politecnica, e n'era uscito sottotenente al 53º di linea. Dopo un anno che occupava questo posto, aveva di già la promessa che alla prima occasione verrebbe nominato tenente. Nel reggimento, Massimiliano Morrel era citato come il più rigido osservatore, non solo di tutti gli obblighi imposti al soldato, ma ancora di tutti i doveri propri all'uomo, e non veniva chiamato con altro nome, che con quello di stoico. Non fa mestieri dire che la maggior parte di coloro che lo chiamavano con un tal soprannome lo ripetevano per averlo inteso dire, ma non sapevano che cosa volesse significare.
La madre e la sorella il chiamavano in loro soccorso per sostenerle nella grave congiuntura che sentivano bene di esser prossime ad incontrare. Esse non si erano ingannate sulla gravità di questa congiuntura, perchè un momento dopo che Morrel era entrato nel suo gabinetto con Coclite, Giulia vide uscire quest'ultimo pallido, tremante, e col viso tutto sconvolto. Ella volle interrogarlo quando le passò vicino; ma il bravo uomo continuò a discendere la scala con una precipitazione che non eragli solita, e si contentò di gridare alzando le braccia al cielo: Oh! madamigella, madamigella! quale orribile disgrazia, e chi avrebbe mai creduto questo!
Poco dopo, Giulia il vide risalire portando due, o tre grossi registri, e un sacchetto di monete. Morrel consultò i registri, aprì il portafogli, contò le monete. Tutte le sue risorse ascendevano a sei o ottomila franchi I suoi crediti realizzabili fino al giorno 5, a quattro o cinque mila; ciò che formava in contante, a dir molto, un attivo di 14 mila franchi per far fronte ad una cambiale di 287,500 franchi Non vi era neppur mezzo di offrire una simil somma a conto. Però quando Morrel discese per pranzare, sembrava assai tranquillo: il che spaventò le due donne assai più che non avrebbe potuto fare il più grande abbattimento. Dopo pranzo Morrel aveva l'abitudine di uscire; egli andava a prendere il caffè al circolo dei Phocèens, o a leggere il Sémaphore: quel giorno non uscì, risalì nel suo gabinetto. Quanto a Coclite, sembrava completamente ebete. Durante una parte del giorno erasi trattenuto in cortile, assiso sur una pietra, la testa nuda, esposto ad un sole di 30 gradi.
Emmanuele cercava di tranquillare le donne, ma non aveva sufficiente eloquenza. Il giovine era troppo al corrente degli affari per non conoscere che una grande catastrofe era imminente sulla famiglia Morrel. Venne la notte; le due donne vegliarono nella speranza che Morrel discendendo dal gabinetto sarebbe passato da loro; ma lo intesero passare dalla loro porta, camminando sulla punta dei piedi, per timore forse di essere chiamato: tesero le orecchie, e udirono che entrò in camera sua, e si chiuse a molla per di dentro.
La Signora Morrel mandò sua figlia a dormire; quindi, mezz'ora dopo che Giulia si era ritirata, si alzò, si tolse le scarpe, entrò nel corridoio affine di vedere dalla serratura ciò che faceva suo marito; s'accorse allora d'un'ombra che si ritirava. Era Giulia che, inquieta anch'essa, aveva preceduto sua madre. La giovinetta le andò incontro dicendole: Egli scrive. Le due donne avevano avuto lo stesso pensiero senza esserselo comunicato. La Signora Morrel si abbassò al buco della serratura. Infatto Morrel scriveva: ma ciò che non vide la figlia, lo notò la madre; Morrel scriveva sopra carta bollata. Le venne tosto la terribile idea che facesse il suo testamento; rabbrividì e non ebbe forza di dire una parola.
La dimane Morrel sembrava perfettamente tranquillo; si fermò allo scrittoio come d'ordinario, discese a far colazione, solo, dopo pranzo, fe' sedere sua figlia a sè vicino, strinse la testa della giovinetta col suo braccio, e la tenne lungamente contro il petto. La sera, Giulia disse a sua madre che per quanto in apparenza sembrasse tranquillo, ella aveva notato che il cuore di suo padre batteva violentemente. Nello stesso modo passarono gli altri due giorni. Il 4 settembre verso sera, Morrel chiese a sua figlia la chiave del suo gabinetto. Giulia rabbrividì a questa domanda che gli sembrò di cattivo augurio. Perchè dunque suo padre domandavagli questa chiave che ella aveva sempre avuto, e che non erale mai stata tolta, meno nell'infanzia in quei giorni in cui volevasi castigare? La giovinetta guardò Morrel: E che ho fatto io di male, padre mio, diss'ella, perchè mi riprendiate questa chiave?
Niente, figlia mia, rispose lo sventurato Morrel a cui questa semplice domanda fece sgorgare le lagrime dagli occhi, nulla; solo ne ho bisogno. Giulia finse di cercare la chiave. L'avrò lasciata in camera mia, diss'ella. Uscì, ma invece di andare nella sua camera discese a consigliarsi con Emmanuele. Non restituite la chiave a vostro padre, disse questi, e domattina, se è possibile, non lo lasciate solo un momento. Ella cercò invano di interrogare Emmanuele, ma questi non sapeva altro, o non volle dire di più.
Durante tutta la notte del 4 al 5 settembre la Signora Morrel restò coll'orecchio contro la bussola, fino a tre ore del mattino, intese suo marito camminare con agitazione nella camera; solo dopo le tre si gettò sul letto. Le due donne passarono insieme il resto della notte. Fino dalla sera antecedente aspettavano Massimiliano. Alle otto Morrel entrò nella loro camera: egli era tranquillo, ma gli si leggeva sul viso pallido e smunto l'agitazione della notte. Le donne non osarono di chiedergli se aveva riposato bene. Morrel fu più affabile con sua moglie, più tenero con sua figlia di quel che nol fosse mai stato, egli non si stancava di guardare ad abbracciare la povera ragazza. Giulia si ricordò la raccomandazione di Emmanuele, e volle accompagnare il padre quando uscì, ma questi la respinse con dolcezza, dicendole:
Resta con tua madre; Giulia volle insistere. Io lo voglio, disse Morrel Era la prima volta che Morrel diceva a sua figlia: «io lo voglio!!!» Ma egli lo disse con tale accento di paterna dolcezza, che Giulia non osò di fare un passo più avanti. Ella rimase allo stesso posto, ritta, muta ed immobile. Pochi momenti dopo la porta si aprì, ed ella sentì due braccia che la circondavano ed un bacio che le veniva impresso sulla fronte. Alzò gli occhi, e mandò un'esclamazione di gioia. Massimiliano! fratello mio! gridò ella.
A queste grida la Signora Morrel accorse, e si gettò fra le braccia del figlio. Madre mia! disse il giovine guardando alternativamente la madre e la sorella; che avvenne? La vostra lettera mi ha spaventato e io accorro! Giulia, disse la Signora Morrel, facendo un segno al figlio, va a dire a tuo padre che è giunto Massimiliano. La giovinetta si slanciò fuori dell'appartamento; ma sul primo gradino della scala incontrò un uomo che teneva una lettera in mano. Non siete voi madamigella Giulia Morrel? disse quest'uomo con un accento italiano il più puro. Sì, rispose Giulia balbettando; ma che volete? non vi conosco. Leggete questa lettera, disse l'uomo, presentandole il biglietto. Giulia esitava. Ne va della salute di vostro padre! disse il messaggero. La giovinetta gli tolse il biglietto dalle mani, poi l'aprì e lesse con ansietà.
«Portatevi in questo medesimo punto ai viali di Meillan, entrate nella casa N. 15; domandate al portinaro la chiave della camera del quinto piano; entratevi; prendete sull'angolo del caminetto una borsa di cordonetto di seta, rossa, recatela subito a vostro padre. È indispensabile che l'abbia prima delle undici. Voi mi avete promesso di obbedirmi ciecamente; invoco la vostra promessa.»
«Sindbad il marinaro»
La giovinetta gettò un grido di gioia, volle interrogare l'uomo che le aveva rimesso il biglietto, ma questi era già disparso. Ella riportò allora gli occhi sul biglietto per leggerlo una seconda volta, si accorse che vi era un post scriptum; e lo lesse.
«È importante che adempiate questa missione in persona, e sola; se verrete in compagnia o che altri si presenti in vece vostra, il portinaro vi risponderà che non sa ciò che volete dire.»
Questo post-scriptum fu una forte repressione alla gioia della giovinetta. Aveva ella a temer qualche cosa? Poteva esser questo un laccio che le si tendeva? la sua innocenza non le permetteva di sapere quali erano i pericoli che poteva correre una giovinetta della sua età. Ma non v'è bisogno di conoscere i pericoli per temerli; anzi vi è una cosa notevole ed è che si temono precisamente di più i pericoli che non si conoscono.
Giulia esitò; risolvè di domandar consiglio, ma per uno strano sentimento non lo chiese nè a sua madre nè a suo fratello, ricorse ad Emmanuele. Ella discese, gli raccontò l'accaduto nel giorno in cui il mandatario della casa Thomson e French venne da suo padre; dissegli la scena della scala, gli ripetè la promessa che aveva fatto, e gli mostrò la lettera.
Bisogna andarvi, madamigella, disse Emmanuele.
Andarvi? mormorò Giulia. Sì, vi accompagnerò.
Ma non avete letto che debbo andarvi sola? Voi sarete egualmente sola; io vi aspetterò all'angolo della strada Musée, e se tardate in modo da farmi nascere qualche inquietudine, verrò a raggiungervi, e ve ne rispondo; disgraziati coloro di cui avrete a lamentarvi! In tal modo, Emmanuele, riprese esitando la giovinetta, il vostro consiglio è che io mi porti a questo invito? Sì, il messaggero non vi ha detto che si tratta della salute di vostro padre?
Ma, finalmente che pericolo corre mio padre? domandò la giovinetta. Emmanuele esitò un momento, ma il desiderio che la giovinetta si risolvesse sul momento e senza ritardo la vinse. Ascoltate diss'egli, non è oggi il 5 settembre? Sì. Oggi alle undici vostro padre deve pagare circa 300mila franchi Sì, lo sappiamo. Ebbene! disse Emmanuele, egli non ne ha neppur 15mila in cassa.
E allora, che avverrà?
Avverrà che se oggi prima delle undici non ritrova qualcuno che gli venga in aiuto, vostro padre sarà obbligato, a mezzodì, di dichiararsi fallito. Ah! venite, gridò la giovinetta trascinando seco Emmanuele.
In questo mentre la Signora Morrel aveva detto tutto a suo figlio. Il giovine sapeva bene che in conseguenza delle successive disgrazie sovraggiunte a suo padre, erano state introdotte molte modificazioni nelle spese di casa; ma non sapeva che le cose fossero giunte a tal segno. Rimase annichilito; quindi d'un subito si slanciò fuori dell'appartamento, salì rapidamente le scale credendo di ritrovare il padre nel gabinetto; ma battè invano. Mentre era alla porta sentì che quella dell'appartamento si apriva, si volse e vide suo padre. Invece di risalire direttamente al suo gabinetto, Morrel era rientrato nella sua camera, e ne usciva allora soltanto; egli mandò un grido di sorpresa scorgendo Massimiliano, poichè ne ignorava l'arrivo. Rimase immobile al suo posto, strinse col braccio sinistro un oggetto che teneva nascosto sotto l'abito. Massimiliano discese sollecitamente la scala e si gettò al collo di suo padre; ma d'improvviso egli dette addietro, lasciando soltanto la destra appoggiata al petto di Morrel. Padre mio, diss'egli diventando pallido come la morte, e perchè avete un paio di pistole sotto l'abito?
Oh! ecco ciò che io temeva, disse Morrel.
Padre mio... padre mio! in nome del cielo, gridò il giovine, che volete far di queste armi?
Massimiliano, rispose Morrel tenendo lo sguardo fisso sul figlio, tu sei un uomo ed un uomo d'onore; vieni, te lo dirò. E Morrel salì con passo sicuro fino al suo gabinetto, mentre che Massimiliano lo seguiva barcollando: aprì di poi la porta, e la richiuse dopo che fu passato il figlio, quindi traversò l'anticamera, s'avvicinò allo scrittoio, depose le pistole sull'angolo della tavola, e mostrò a suo figlio colla punta del dito un registro aperto; sur esso era fedelmente trasportato lo stato esatto della sua situazione; Morrel doveva pagare fra mezz'ora 287,500 franchi ed in tutto ne possedeva 15,257.
Leggi! disse Morrel. Il giovine lesse e rimase un momento annientato. Morrel non diceva una parola: che avrebbe egli potuto dire o aggiungere all'inesorabile decreto delle cifre? E voi, padre mio, avete fatto tutto il possibile per prevenire questa disgrazia? disse dopo breve silenzio il giovine. Sì, rispose Morrel. Non contate sopra alcun rimborso? No. Avete esauste tutte le risorse? Tutte. E fra mezz'ora... aggiunse egli con voce cupa, il nostro nome sarà disonorato? Il sangue lava il disonore, disse Morrel. Avete ragione, padre mio, ora vi comprendo. Quindi stese la mano verso le pistole.
Ve n'è una per voi ed un'altra per me, diss'egli: grazie!
Morrel gli fermò la mano. E tua madre... e tua sorella... chi le nutrirà? Un fremito corse per tutte le membra del giovine. Padre mio, diss'egli, pensate che con ciò che mi dite io possa vivere? Sì, te lo dico, riprese Morrel, perchè questo è il tuo dovere; tu hai lo spirito tranquillo e forte, Massimiliano... tu non sei uno dei soliti uomini; nulla ti comando, nulla io ti ordino, e sol ti dico: «esamina la situazione come se tu vi fossi straniero, e giudicala da te stesso.» Il giovine riflettè un momento, quindi l'espressione della più sublime rassegnazione passò nei suoi occhi; solo si tolse con un movimento tristo e lento la spallina e la mozzetta, distintivi del suo grado. Sta bene, disse egli tendendo la mano a Morrel, morite in pace, padre mio, io vivrò. Morrel fece un movimento per gettarsi alle ginocchia del figlio. Massimiliano lo raccolse fra le braccia, e per un momento questi due nobili cuori batterono l'un contro l'altro.
Tu sai che non è per mia colpa? disse Morrel.
Massimiliano sorrise. So, padre mio, che siete l'uomo più onesto che m'abbia mai conosciuto. Sta bene, è detto tutto: ora ritorna da tua madre e da tua sorella. Padre mio, disse il giovine piegando un ginocchio, beneditemi!
Morrel prese la testa di suo figlio fra le mani, l'avvicinò a sè, e v'impresse molti baci dicendo: Oh! sì, sì, ti benedico nel mio nome, e nel nome di tre generazioni di uomini irreprensibili. Ascolta adunque ciò che essi ti dicono colla mia voce: l'edifizio che la sventura ha distrutto, può essere riedificato dalla divina Provvidenza. Sapendomi morto in questo modo, i più inesorabili avranno pietà di me; a te forse sarà accordata una dilazione che a me sarebbe stata negata; allora cerca che la parola infame non sia pronunziata; mettiti all'opera, lavora, giovine! lotta ardentemente e con coraggio; vivi tu, tua madre, e tua sorella del puro necessario, affinchè giorno per giorno i beni di coloro ai quali io devo, si aumentino e fruttifichino fra le tue mani. Pensa che sarà un bel giorno, un gran giorno, un giorno solenne quello della riabilitazione, il giorno in cui, da questo stesso scrittoio, tu potrai dire: «mio padre è morto perchè non poteva fare ciò che ho fatto io, ma egli è morto tranquillo, perchè morendo sapeva che io lo avrei fatto.»
Oh! padre mio, padre mio, gridò il giovine, se pure poteste vivere.
Se io vivo tutto è perduto: se io vivo, la premura si cambia in dubbio, la pietà in accanimento; se io vivo, non sono più che un uomo che ha mancato alla sua parola, che ha fallito i suoi impegni, non ho più in fine che una bancarotta. Se muoio, al contrario, pensateci bene Massimiliano, il mio cadavere non è più che quello di un onest'uomo disgraziato. Vivo, i miei migliori amici evitano la mia casa: morto, Marsiglia intera mi seguirà piangendo fino all'ultima mia dimora. Vivo, tu avresti onta del mio nome; morto, puoi alzare la testa e dire ad alta voce: «sono il figlio di colui che si è ucciso, perchè è stato costretto di dover per la prima volta mancare alla sua parola.»
Il giovine mandò un gemito, ma parve rassegnato. Era la seconda volta che la convinzione rientrava nel suo cuore, ma non nel suo spirito. Ora, disse Morrel, lasciami solo, e cerca di allontanare le donne. Non volete rivedere mia sorella? domandò Massimiliano. Un'ultima e sorda speranza era nascosta pel giovine in questo incontro, ecco perchè lo proponeva. Morrel scosse la testa. L'ho veduta questa mattina, diss'egli, e le ho detto addio.
Non avete voi alcuna raccomandazione particolare da farmi, padre mio? domandò Massimiliano con voce alterata.
Sì figlio mio, una raccomandazione sacra.
Dite, padre mio.
La casa Thomson e French è la sola che per umanità, o forse per egoismo (ma non sta a me il leggere nel cuore degli uomini) è la sola che abbia avuto pietà di me. Il suo mandatario, quello che fra dieci minuti si presenterà per riscuotere una tratta di 287,500 franchi, egli, non dirò mi abbia accordato, ma mi ha offerta una dilazione di tre mesi; questa casa sia rimborsata per la prima, figlio mio, che quest'uomo ti sia sacro.
Sì, padre mio, disse Massimiliano.
Ed ora, anche una volta, addio: disse Morrel; va, va; ho bisogno di restar solo; troverai il mio testamento nello scrigno della camera da letto. Il giovine rimase in piedi ed inerte, senza avere che la forza della volontà, ma non quella dell'esecuzione. Ascolta, Massimiliano, disse suo padre, supponi che io sia un soldato come te, che abbia ricevuto l'ordine di dar la scalata ad un bastione, e che tu sapessi che vado incontro ad una certa morte nell'assalirlo, non mi diresti tu come mi dicevi poco fa: «andate padre mio perchè vi disonorereste restando, e val meglio la morte che l'onta»?
Sì sì, disse il giovine, sì; e stringendo convulsivamente tra le braccia il padre: Coraggio, padre mio, diss'egli.
E si slanciò verso il gabinetto.
Quando il figlio fu uscito Morrel rimase un momento in piedi cogli occhi fissi sulla porta, quindi tese la mano, tirò la corda del campanello e suonò. Di lì a poco, comparve Coclite. Non era più l'uomo di prima, questi tre giorni di convinzione lo avevano atterrato. Il pensiero che la casa Morrel sospendeva i pagamenti lo curvava al suolo più che non avrebbero fatto altri vent'anni accumulati sul suo capo. Mio buon Coclite, disse Morrel con un accento di cui sarebbe difficile dire l'espressione, tu resterai nell'anticamera. Quando verrà quel signore che venne già or son tre mesi, lo conosci? il mandatario della casa Thomson e French, verrai ad annunziarmelo. Coclite non rispose; fe' un segno affermativo colla testa, andò a sedersi nell'anticamera ed aspettò. Morrel ricadde sulla sedia, gli occhi si volsero verso l'orologio: gli rimanevano ancora sette minuti in tutto; la lancetta camminava con una rapidità incredibile, gli sembrava vederla andare. Ciò che in quel momento passò nello spirito di quest'uomo, che, giovine ancora, in conseguenza di un ragionamento falso in sè stesso, quantunque tal non sembrasse in apparenza, stava per prepararsi a dividersi da tutto ciò che di più caro aveva al mondo, e per abbandonare una vita piena per lui di tutte le dolcezze della famiglia, è impossibile poterlo spiegare; sarebbe stato mestieri esservi presente per averne un'idea, la fronte era ricoperta di sudore, e ciò nonostante rassegnata, gli occhi bagnati di lagrime, ma pur rivolti al cielo.
La lancetta camminava sempre: le pistole erano cariche; allungò la mano, ne prese una e mormorò il nome di sua figlia; depose l'arma mortale, prese la penna e scrisse alcune parole. Gli sembrava di non avere ancora detto abbastanza addio a questa figlia prediletta; ritornò a guardar l'orologio; egli non contava più i minuti, ma i secondi. Riprese l'arma colla bocca semi-aperta e gli occhi fissi alla pendola; poi rabbrividì al rumore che egli stesso faceva nel caricar l'acciarino. In questo momento un sudore più freddo gli passò sulla fronte, un'ansia più mortale gli strinse il cuore; intese la porta delle scale cigolare sui gangheri, aprirsi quella del suo gabinetto; l'orologio stava per battere le undici. Morrel non si volse, aspettava che Coclite pronunciasse le fatali parole: «Il mandatario della casa Thomson e French»; avvicinò l'arme alla bocca... d'improvviso invece della voce di Coclite intese un grido... era la voce di sua figlia... si volse allora e riconobbe Giulia; la pistola gli sfuggì di mano. Padre mio! gridò la giovinetta ansante, e quasi morente di gioia, salvato! voi siete salvato! e gli si gettò fra le braccia, alzando in alto colla mano la borsa di cordonetto di seta rossa.
Salvato! figlia mia, che vuoi tu dire?
Sì, salvato! guardate, guardate, disse la giovinetta.
Morrel prese la borsa e rabbrividì, perchè una lontana rimembranza gli ricordava che quell'oggetto eragli in altro tempo appartenuto. Da una parte era la cambiale dei 287,500 franchi, già quietanzata, dall'altra vi era un diamante della grossezza di una nocciuola con queste tre parole scritte sopra un po' di pergamena: «dote di Giulia.»
Morrel si passò la mano sulla fronte: credeva sognare.
Nel medesimo punto l'orologio battè le 11. Il martello battè per lui come se ciascun colpo avesse ripercosso sul cuore. Raccontami, figlia mia, diss'egli, spiegati. Ove ritrovasti tu questa borsa? Nella casa N. 15 dei viali di Meillan, sull'angolo di un caminetto di una meschina cameretta del quinto piano.
Ma, gridò Morrel: questa borsa non è tua.
Giulia presentò allora a suo padre la lettera che aveva ricevuta la mattina. E sei andata sola in quella casa? disse Morrel dopo averla letta.
Emmanuele mi accompagnava, egli doveva aspettarmi all'angolo della strada Museé; ma cosa strana, al mio ritorno non v'era più.
signor Morrel? gridò una voce dalle scale, signor Morrel!
Questa è la sua voce, disse Giulia. Nel medesimo tempo entrò Emmanuele col viso sconvolto dalla gioia e dalla emozione. Il Faraone! gridò egli; il Faraone!
Ebbene che, il Faraone! siete pazzo, Emmanuele? sapete bene che colò a fondo.
Il Faraone,! signore, il fanale ha dato il segnale del Faraone! il Faraone entra in questo momento nel porto.
Morrel ricadde sulla sedia; le forze gli mancarono; la sua intelligenza non era capace ad ordinare questa serie di avvenimenti incredibili, inauditi e favolosi. Suo figlio entrò a sua volta. Padre mio, gridò Massimiliano, che dicevate dunque che il Faraone era perduto? il fanale lo ha segnalato, ed entra in porto in questo momento. Amici miei, disse Morrel, se ciò fosse, bisognerebbe credere ad un miracolo! Ma è impossibile! impossibile!
Tuttociò, quantunque sembrasse incredibile, era pur vero, la borsa che teneva in mano, la cambiale quietanzata, ed il magnifico diamante.
Ah! signore, disse Coclite a sua volta, e che vuol dir questo? il Faraone! Andiamo, figli miei, disse Morrel alzandosi, andiamo a vedere, che il cielo abbia pietà di noi se questa fosse una falsa nuova. Essi discesero; a metà delle scale aspettava la Signora Morrel; la poveretta non aveva avuto il coraggio di salire. In un momento furono alla Cannebière. Una gran folla era sul porto. Tutta questa folla si divise per lasciar libero il passaggio alla famiglia Morrel.
Il Faraone! il Faraone! dicevasi da ogni lato, da ogni bocca.
Infatto cosa maravigliosa, inaudita, dirimpetto alla torre San Giovanni un bastimento portava sulla poppa queste parole scritte a grandi lettere bianche «Faraone: Morrel e figlio di Marsiglia» Questo bastimento era assolutamente della stessa portata e della stessa forma dell'altro Faraone, ed era carico egualmente d'indaco e di cocciniglia, gettò l'ancora, ammainò le vele; sul ponte il capitano Gaumard dava i suoi ordini, e Penelon faceva segnali a Morrel. Non v'era più da dubitarne, eravi la testimonianza dei sensi, e quella di diecimila e più persone. Mentre Morrel e suo figlio si abbracciavano fra gli applausi di tutta la città, testimone di questo prodigio, un uomo, il cui viso era per metà coperto da una barba nera, e che, nascosto dietro il casotto di una sentinella, contemplava questa scena di tenerezza, mormorava queste parole: Nobil cuore, sii felice; sii benedetto per tutto ciò che ancora farai, e la mia riconoscenza resti nell'oscurità come il tuo benefizio.
E con un sorriso che rivelava la gioia e la felicità, abbandonò il luogo dove si era nascosto, e senza essere osservato da alcuno, tanto tutti erano occupati dell'avvenimento della giornata, discese una di quelle piccole gradinate che servono di scalo, e chiamò Jacopo! Jacopo! Jacopo!
Allora un battello venne a lui, lo ricevette a bordo, e lo trasportò ad un yacht riccamente guarnito, sul ponte del quale ei balzò colla leggerezza d'un marinaro; di là, guardò ancora una volta Morrel, che piangendo di gioia distribuiva amichevoli strette di mano a tutta quella folla, ringraziando con uno sguardo singolare l'invisibile benefattore che gli sembrava dover cercare in cielo. Ora, disse l'uomo sconosciuto, addio bontà, addio umanità, addio riconoscenza... addio a tutti quei sentimenti che inteneriscono il cuore!...
A queste parole fe' un segnale, e, come se non avesse atteso che ciò per partire, il yacht prese tosto il mare.
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Capitolo 31. ITALIA. SINDBAD IL MARINARO.
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Verso il principio del 1838 si trovavano a Firenze due giovani che appartenevano alla società più elegante di Parigi: uno era il visconte Alberto de Morcerf, l'altro il barone Franz d'Épinay. Avevano stabilito fra loro che sarebbero andati a passar quel carnevale a Roma, ove Franz, che abitava l'Italia da più di quattro anni, avrebbe fatto da cicerone ad Alberto. Or, siccome non è piccola cosa l'andare il carnevale a Roma, particolarmente quando non si vuole andare a dormire sulla piazza del Popolo, o al Foro Romano, essi scrissero a Pastrini proprietario dell'albergo di Londra sulla Piazza di Spagna per pregarlo di serbar loro un comodo appartamento. Pastrini rispose che non aveva più che due camere e un gabinetto al secondo piano, che loro offriva mediante la modica retribuzione di un luigi al giorno. I due giovani accettarono; quindi Alberto volendo mettere a profitto il tempo che gli rimaneva, partì per Napoli. Franz rimase a Firenze. Dopo aver goduto qualche tempo dei piaceri che procura la Città dei Medici, dopo aver lungamente passeggiato in quell'Eden che viene chiamato le cascine, dopo essere stato ricevuto da quegli ospiti magnifici che si chiamano Corsini, Montfort, Poniatowski, gli prese fantasia, essendo già stato a visitare la Corsica, culla di Bonaparte, di andare a vedere l'isola d'Elba, questo luogo della gran fermata di Napoleone. Una sera dunque staccò una barchetta dall'anello di ferro che la fermava al porto di Livorno, vi si sdraiò in fondo, avvolto nel suo mantello, dicendo ai marinari queste sole parole: All'isola d'Elba!
La barca lasciò il porto, come un uccello lascia il nido, e la dimane Franz era a Portoferraio: ei traversò l'isola imperiale seguendo tutte quelle tracce che vi hanno lasciato i passi del gigante, e andò ad imbarcarsi a Marciana. Due ore dopo aver lasciata la terra la riguadagnò di nuovo per isbarcare alla Pianosa, ove veniva assicurato che avrebbe trovata una quantità di pernici rosse. La caccia fu cattiva; Franz ammazzò a gran stento poche pernici magre, e, come fanno tutti i cacciatori che si sono stancati senza alcun pro, risalì nella barca di assai cattivo umore.
Se Vostre Eccellenze volesse, gli disse il padrone della barca, potrebbe fare una bella caccia. E dove? Vedete voi quell'isola? continuò il marinaro stendendo il dito verso mezzogiorno, indicando una massa conica che usciva dal mezzo del mare tinta di un bellissimo color d'indaco.
Ebbene! che cosa è quell'isola? domandò Franz.
È l'isola di Monte-Cristo, rispose il Livornese.
Ma io non ho licenza di andare a caccia in quell'isola.
Vostra Eccellenza non ne ha bisogno; l'isola è deserta. Oh! per bacco! un'isola deserta in mezzo al Mediterraneo, è una cosa curiosa. È naturale, eccellenza. Questa isola è un ammasso di scogli, e in tutta la sua estensione non vi è forse un palmo di terreno coltivabile.
E a chi appartiene? Alla Toscana. E qual selvaggiume vi si trova? Migliaia di capre selvagge. Che vivono leccando delle pietre? disse Franz con un sorriso d'incredulità. No, ma sfrondando le macchie, i mirti, e gli altri pruni che nascono tra i massi. Ma dove dormirò io?
O a terra, o nelle grotte, o a bordo avvolto nel vostro mantello. D'altra parte se Vostre Eccellenze lo desidera, potremo partir subito dopo la caccia; ella sa che noi navighiamo tanto di giorno quanto di notte, e che quando non lavorano le vele, lavoriamo coi remi.
Rimanendogli ancora del tempo prima di raggiungere il compagno, e non avendo più inquietudini per l'alloggio in Roma, Franz accettò la proposizione di ricompensarsi della sua prima caccia. Alla risposta affermativa, i marinari si cambiarono alcune parole a voce bassa. Ebbene! che abbiamo di nuovo? domandò egli; sarebbe sopraggiunta qualche difficoltà?
No, rispose il padrone; ma dobbiamo prevenire Vostre Eccellenze che l'isola di Monte-Cristo è in contumacia. E che significa questo? Vuol dire che siccome Monte-Cristo è inabitato, e qualche volta serve di fermata a contrabbandieri, e pirati che vengono dalla Sardegna, dalla Corsica, dall'Affrica, se un qualche segno denunzia il nostro soggiorno nell'isola, saremo costretti, al nostro ritorno in Livorno, di fare una quarantena di sei giorni.
Diavolo! ecco, ciò cambia specie; sei giorni! sarebbe troppo. Ma chi dirà che Vostre Eccellenze è stato a Monte-Cristo?
Oh! questo non importa. Oh! ma non sarò io certamente, gridò Gaetano. E neppur noi, dissero i marinari.
In questo caso, andiamo a Monte-Cristo.
Il padrone comandò la manovra; si volse capo sull'isola, e la barca cominciò ad essere diretta a quella parte. Franz lasciò compiere l'operazione, e quando fu preso il nuovo cammino, quando la vela fu gonfiata dalla brezza, e i quattro marinari ebbero preso il loro posto, tre davanti, ed uno al timone, riannodò la conversazione.
Mio caro Gaetano, disse al padrone, voi mi diceste, credo, l'isola di Monte-Cristo servire di rifugio a contrabbandieri, e a pirati, e ciò mi pare bene altro selvaggiume che le capre selvatiche.
Sì, eccellenza, e questa è la verità.
Conosceva bene esservi dei contrabbandieri, ma credeva che dopo la presa di Algeri, e la distruzione della reggenza, i pirati non esistessero più che nei romanzi di Cooper e del capitano Marryat.
Ebbene Vostre Eccellenze si sbaglia; accade dei pirati come degli assassini, che quantunque sieno creduti esterminati, pure aggrediscono tutti i giorni i viaggiatori fin sotto le porte delle città, siccome accadde presso Velletri, saranno appena sei mesi. Se Vostra Eccellenza abitasse Livorno, come facciam noi, sentirebbe dire di tempo in tempo che un piccolo bastimento carico di mercanzie, o che un bel yacht inglese che era aspettato a Bastia, a Portoferraio, o a Civita-vecchia, non è più arrivato, e non si sa che ne sia avvenuto, e che senza dubbio si sarà rotto contro qualche scoglio. Ora, lo scoglio che ha incontrato è una barca bassa e stretta, montata da sei, od otto uomini che lo hanno sorpreso, e saccheggiato in una notte oscura e tempestosa, nei dintorni di un qualche isolotto selvaggio ed inabitato, non diversamente dagli assassini che arrestano e spogliano una carrozza di posta all'angolo di un bosco.
Ma finalmente, riprese Franz sempre steso nella barca, e perchè quelli ai quali accadono simili disgrazie non fanno le loro denunzie? perchè non richiamano essi su questi pirati la vendetta del governo francese, sardo, o toscano?
Perchè? disse ridendo Gaetano. Sì perchè?
Perchè prima si trasporta dal bastimento o dal yacht sulla barca, tutto ciò che vi è di meglio da prendersi; quindi si legano mani e piedi a tutto l'equipaggio, e si attacca al collo di ciascuno una palla da 24, poi si fa un bel foro, come quello di un barile, nella chiglia del bastimento catturato, si risale sul ponte, si chiude il boccaporto, e si passa sulla barca. In capo a dieci minuti il bastimento comincia a lamentarsi, e gemere. Un poco alla volta affonda. Dapprima cala una delle sue parti, poi cala l'altra, poi la rialza, quindi s'immerge di nuovo affondandosi sempre più. D'improvviso scoppia un rumore simile a quello di una cannonata: è l'acqua che infrange il ponte. Allora il bastimento si agita, come si dibatte chi sta per annegarsi, divenendo sempre più pesante. Ben presto l'acqua troppo compressa nelle cavità si slancia da tutte le aperture, simile alle colonne liquide che gettano dalle narici le gigantesche balene. Finalmente manda un ultimo strepito, fa un giro su sè stesso, ed affonda scavando nell'abisso una vasta tromba che per un momento si aggira, si ricolma a poco a poco, e finisce per cancellarsi del tutto, tanto bene che in capo a cinque minuti non v'è che l'occhio di Dio che possa andare a discernere nel fondo del mare il bastimento disparso. Comprenderete ora in qual modo il bastimento non ritorna in porto, e perchè l'equipaggio non fa le sue querele?
Se Gaetano avesse raccontata la cosa prima di proporre la spedizione, è probabile che Franz vi avrebbe pensato due volte prima d'imprenderla; ma la barca vogava nella direzione dell'isola, e gli sembrò che sarebbe stata una viltà ritornare addietro. Franz era uno di quegli uomini che non corrono mai incontro al pericolo, ma che se il pericolo viene innanzi a loro, conservano una prontezza d'animo inalterabile per combatterlo: era uno di quegli uomini di volontà pacifica che guardano un pericolo della vita come un avversario in un duello, che ne calcolano i movimenti, che ne studiano la forza, che rinculano spesso per prender fiato, e per non comparir vili, finalmente che, conoscendo con un solo sguardo tutti i loro vantaggi, ammazzano con un sol colpo.
Bah! riprese egli, io ho traversata la Sicilia, e la Calabria, ho navigato due mesi nell'Arcipelago, e non ho giammai veduto l'ombra di un bandito o di un pirata.
Non ho detto ciò a Vostra Eccellenza, disse Gaetano, per farle rinunciare al suo disegno; ella mi ha interrogato, ed io le ho risposto.
Sì, mio caro Gaetano la vostra conversazione è attraente; e siccome voglio goderne il più lungamente possibile, così andiamo a Monte-Cristo. Frattanto si accostavano rapidamente al termine del loro viaggio, il vento era favorevole, e la barca faceva sei miglia l'ora. A seconda che si accostavano, l'isola sembrava sorgere gigantesca dal seno del mare, e traverso l'atmosfera limpida degli ultimi raggi del giorno, si distinguevano, come le palle ammonticchiate in un arsenale, gli scogli messi a piramide l'un sopra l'altro, e negli interstizi dei quali si vedevano rosseggiare le macchie, e verdeggiare gli alberi. In quanto ai marinari, quantunque sembrassero perfettamente tranquilli, era però evidente che la loro vigilanza stava all'erta, e che i loro sguardi investigavano il vasto specchio su cui scorrevano, e l'orizzonte del quale era soltanto popolato da qualche barca pescareccia le cui vele bianche si libravano, come allodole, sulla cima dei flutti. Essi ormai erano distanti soltanto una quindicina di miglia da Monte-Cristo quando il sole declinava dietro la Corsica, di cui le montagne comparivano a destra delineando sul cielo il loro irregolare profilo, e mostrando ancora illuminata l'estremità di quella massa di pietre, che pari al gigante Adamastor, s'innalzavano davanti la barca. Poco per volta l'ombra salì dal mare, e sembrò scacciare dinanzi a sè gli ultimi riflessi del giorno che stava per finire; poi il raggio luminoso fu spinto fino alla cima del cono, ove si fermò un momento, come il pennacchio infiammato di un vulcano; finalmente l'ombra sempre crescente invase progressivamente la sommità come aveva invaso la base, e l'isola non apparve più che una montagna grigia che andava sempre più oscurandosi: mezz'ora dopo era notte perfetta.
Fortunatamente che i marinari erano nei loro abitual paraggi, e che conoscevano fin l'ultimo degli scogli dell'arcipelago toscano; poichè in mezzo all'oscurità profonda nella quale era involta la barca, Franz non sarebbe stato del tutto senza inquietudine. La Corsica era intieramente disparsa, e l'isola di Monte-Cristo era anch'essa divenuta invisibile; ma i marinari sembravano avere a guisa di lince la facoltà di veder fra le tenebre, e il pilota che regolava il timone non mostrava il più piccolo dubbio. Era passata circa un'ora dopo il tramonto del sole quando Franz credè scorgere ad un quarto di miglio a sinistra una massa nera, ma era tanto impossibile di distinguere ciò che fosse, che temendo di promuovere la giovialità dei marinari equivocando una nube con la terra ferma, si rimase zitto. D'improvviso apparve una gran luce; la terra poteva bene assomigliarsi ad una nube, ma quel fuoco non poteva credersi una meteora.
Che cosa è quella luce? domandò Franz.
Zitto! disse Gaetano, è un fuoco.
Ma voi diceste che l'isola è disabitata?
Dissi che non aveva una popolazione fissa, ma dissi pure che questo luogo era una fermata dei contrabbandieri.
E dei pirati?
E dei pirati, continuò Gaetano ripetendo le parole di Franz; ed è perciò che ho dato ordine di passare avanti, poichè, come vedete, ora il fuoco è dietro a noi.
Ma questo fuoco, continuò Franz, mi sembra piuttosto un motivo di sicurezza che d'inquietudine: gente che temesse di essere veduta non accenderebbe il fuoco.
Oh! questo non vuol dir niente, rispose Gaetano, se voi in mezzo a questa oscurità poteste giudicare della posizione dell'isola, vedreste che questo fuoco acceso nel punto ove è, non può essere scorto, nè dalla Corsica, nè dalla Pianosa, ma soltanto in alto mare.
Credete che ci annunzi cattiva compagnia?
Questo è quello di che bisognerà assicurarci, rispose Gaetano il quale teneva sempre gli occhi fissi sull'isola.
E come volete assicurarvene? State a vedere.
A queste parole Gaetano tenne un breve consiglio coi compagni, e dopo cinque minuti venne eseguita nel più gran silenzio una manovra mercè la quale in un memento fu virato di bordo; allora si riprese il cammino già fatto, e qualche secondo dopo questo cambiamento di direzione il fuoco disparve nascosto dietro a un sollevamento del terreno. Allora il pilota dette al piccolo bastimento, con una girata di timone, una nuova direzione, e si avvicinarono visibilmente all'isola che più non era distante che 50 passi. Gaetano tolse la vela, e la barca rimase stazionaria. Tutto ciò fu fatto nel più gran silenzio; dopo il cambiamento di direzione non era stata pronunciata una parola a bordo. Gaetano, che aveva proposta la spedizione, ne aveva presa sopra di sè tutta la responsabilità. Gli altri tre marinari mentre preparavano i remi, e stavano pronti a fuggire remando, non toglievano lo sguardo da lui per eseguire quella qualunque manovra che lor venisse ordinata da un gesto, e che mercè l'oscurità si sarebbe potuta eseguire molto facilmente. Franz visitava le armi colla prontezza d'animo che abbiamo in lui riconosciuta; aveva due fucili a due canne, ed una carabina; li caricò, si assicurò degli acciarini, e aspettò.
Durante questo tempo Gaetano si era tolto il cappotto e la camicia, aveva assicurati i calzoni intorno ai fianchi, e siccome avea i piedi nudi, si risparmiò la pena di levarsi le calze e le scarpe. Una volta così abbigliato, si mise l'indice della mano davanti alle labbra per ordinare il più profondo silenzio, e si lasciò immergere nel mare; nuotò verso l'isola con tal cautela che riesciva impossibile il discernere il più piccolo rumore. Potevasi soltanto seguire collo sguardo la traccia del suo tragitto dal solco fosforescente che eccitavano i suoi movimenti. Questo solco ben presto disparve: era segno evidente che Gaetano aveva preso terra. Sul piccolo bastimento rimasero tutti immobili per una mezz'ora, scorsa la quale videsi ricomparire dalla riva alla barca il solco luminoso. In pochi momenti Gaetano aveva raggiunta la barca.
Ebbene? fecero ad un tempo Franz e i tre marinari.
Ebbene! diss'egli, sono contrabbandieri spagnuoli; essi hanno soltanto con loro due banditi corsi. E che fanno questi coi contrabbandieri spagnuoli? Eh! mio Dio! eccellenza, rispose Gaetano con un accento di vivo amore del prossimo, bisogna bene aiutarsi gli uni con gli altri. Spesse volte i banditi vengono un poco troppo pressati su la terra dai gendarmi e dai carabinieri; ebbene! allora ritrovano una barca, ed in essa dei buoni diavoli come noi; vengono a domandarci l'ospitalità nella nostra casa galleggiante. Si può fare a meno di prestare soccorso ad un povero diavolo perseguitato? noi li riceviamo a bordo, e per maggior sicurezza prendiamo il largo. Ciò non costa nulla, e salva la libertà, o per lo meno la vita, a qualcuno dei nostri simili, il quale, all'occasione, sa essere riconoscente al servigio reso, indicandoci un buon luogo ove sbarcare le nostre mercanzie senza essere incomodati dai curiosi.
Va bene, disse Franz, anche voi, mio caro Gaetano, siete dunque un po' contrabbandiere? Eh! che volete, disse con un sorriso impossibile a descriversi, si fa un po' di tutto; bisogna pur vivere: Allora voi siete con persone di conoscenza quando vi trovate cogli abitanti che a quest'ora sono a Monte-Cristo. Circa; noi marinari abbiamo alcuni segni per riconoscerci. E credete che non avrem nulla a temere sbarcando anche noi? Assolutamente nulla! i contrabbandieri non sono ladri! Ma questi due banditi corsi... riprese Franz, calcolando prima tutte le eventualità del pericolo. Eh! mio Dio, disse Gaetano, non è colpa loro se sono banditi, ma colpa altrui. In che modo? Senza dubbio! essi sono perseguitati non per altro, che per aver fatta la pelle a qualcuno, mossi da spirito di vendetta, (del che non li lodo già io), ma pure accade così.
Che intendete voi col fare la pelle? avere assassinato un uomo? disse Franz, continuando le sue investigazioni. Intendo avere ucciso un nemico! rispose il pilota, il che è molto diverso. Ebbene, disse il giovine, andiamo dunque a domandare ospitalità ai contrabbandieri, ed ai banditi. Credete voi che ci verrà accordata?
Senza alcun dubbio.
Quanti sono?
Tre contrabbandieri, e due banditi.
Va bene! è appunto la nostra cifra; noi siamo in forza eguale nel caso che questi signori mostrassero cattive intenzioni, e per conseguenza in istato di potere contenerli. Per l'ultima volta adunque andiamo a Monte-Cristo.
Sì, eccellenza; ma voi ci permettete ancora di prendere qualche cautela. Ed in qual modo, mio caro; siate saggio come Nestore, e prudente come Ulisse; fo ancora più di permettervelo, ve ne prego.
Ebbene! silenzio allora! disse Gaetano.
Tutti tacquero. Per un uomo come Franz che osservava tutte le cose nel loro vero punto di vista, la situazione, senz'essere pericolosa, non era però priva di una certa gravità. Egli si trovava nella più profonda oscurità, isolato in mezzo al mare con marinari che non conosceva, e che non avevano alcuna ragione di essergli affezionati, che sapevano ch'egli aveva nella ventriera qualche migliaio di franchi, e che per più volte, se non invidiate almeno esaminate con molta curiosità le sue armi, che erano bellissime. Da altra parte egli approdava con questa sorta di uomini in una isola la quale sebbene portasse un nome molto religioso, non sembrava, mercè i tre contrabbandieri e i due banditi, promettere un'ospitalità molto caritatevole; poi la storia dei bastimenti mandati a fondo, che nel giorno gli era sembrata esagerata, la notte gli apparve verosimile. Per tal modo posto fra questi due pericoli, forse immaginari, ma fors'anche reali, non abbandonava i suoi uomini con gli occhi, nè il fucile con la mano. In questo mentre i marinari avevano nuovamente spiegata la vela, ed avevano ripreso il solco già calcolato coll'andare e rivenire. Attraverso l'oscurità, Franz, un poco abituato alle tenebre, distingueva il gigante di granito che la barca andava costeggiando; poi finalmente, oltrepassando di nuovo l'angolo di una roccia, scoperse il fuoco che brillava più vivamente che mai, e intorno al quale erano assise quattro, o cinque persone. Il riverbero del fuoco si estendeva a un centinaio di passi nel mare.
Gaetano costeggiò la luce, mantenendo sempre la barca nella parte meno illuminata; quindi quando essa fu tutta dirimpetto al fuoco, volse capo su di quello, ed entrò bravamente nel circolo luminoso, intuonando una canzone da pescatori di cui cantava le strofe egli solo, ed i compagni ripetevano in coro il ritornello. Alla prima parola della canzone, gli uomini assisi intorno al fuoco si erano alzati, ed eransi avvicinati allo scalo, cogli occhi fissi sulla barca, sforzandosi visibilmente di giudicarne la forza, e d'indovinarne le intenzioni. Ben presto parve che avessero fatto un esame sufficiente, e ad eccezione di uno che rimase in piedi a fare la sentinella, gli altri andarono a sedersi intorno al fuoco davanti al quale veniva arrostito un capretto tutto intero. Quando il battello fu giunto a 20 passi dalla terra, l'uomo che stava in sentinella sulla spiaggia fece macchinalmente colla carabina un atto simile a quello di un soldato in fazione quando aspetta la pattuglia; e gridò chi vive? in dialetto sardo. Franz caricò freddamente i due fucili. Gaetano cambiò con quest'uomo alcune parole che il viaggiatore non capì, ma che dovevano necessariamente riguardarlo, perchè Gaetano volgendosi gli chiese.
Vostra Eccellenza vuol dire il suo nome o conservare l'incognito?
Il mio nome deve essere del tutto sconosciuto a questi signori, rispose Franz; dunque dite loro soltanto che io sono un francese che viaggia per diletto.
Allorchè Gaetano ebbe trasmessa questa risposta, la sentinella dette un ordine ad uno degli uomini assisi intorno al fuoco che subito si alzò, e disparve fra le rocce. Successe un silenzio di qualche minuto. Ciascuno sembrava preoccupato dei proprii affari: Franz dello sbarco, i marinari delle vele, i contrabbandieri del loro capretto; ma in mezzo a questa apparente noncuranza tutti si osservarono attentamente.
L'uomo che erasi allontanato ricomparve ben tosto dal lato opposto a quello da cui era disparso; fece un segno colla testa alla sentinella che voltandosi alla barca si limitò di dire, s'accomodi.
Il s'accomodi degl'italiani non è traducibile in altra lingua: significa ad un tempo, «Venite, entrate, siate il ben venuto, fate come se foste in casa vostra, voi siete il padrone;» il s'accomodi, è quella frase turca di Molière che meravigliava tanto il gentiluomo borghese per la quantità di significati che conteneva. I marinari non se lo fecero dir due volte; in due colpi di remi, la barca toccò terra: Gaetano saltò a prua, cambiò ancora qualche parola a voce bassa con la sentinella, i compagni discesero l'un dopo l'altro, quindi finalmente toccò a Franz.
Egli aveva uno dei fucili a bandoliera: Gaetano l'altro: uno dei marinari teneva la carabina. Il vestito era un misto del costume di un artista e di un elegante, non ispirò perciò alcun sospetto ai suoi ospiti e per conseguenza nessuna inquietudine. Fermata la barca alla spiaggia, si avviarono per cercare un comodo sito al bivacco; ma la direzione che presero non piaceva al contrabbandiere che faceva le funzioni di vigilatore, perchè gridò a Gaetano: Non andate da quella parte!
Gaetano balbettò una scusa, e senza aggiungere parola si avanzò dalla parte opposta, mentre che due marinari accesero dei tronchi d'albero al fuoco per illuminare il sentiero.
Fecero circa trenta passi e si fermarono sopra una piccola spianata, tutta circondata di rocce nelle quali erano stati scolpiti alcuni sedili, incavati in modo che vi si poteva stare seduti al coperto. Intorno intorno verdeggiavano alcune querce selvagge e dei cespugli di mirto. Franz prese uno dei tronchi accesi che servivano di torcia, e fu il primo a riconoscere dalla comodità del luogo, che questa doveva essere una delle stazioni abituali dei visitatori dell'isola di Monte-Cristo.
In quanto alla sua aspettativa di avvenimenti, essa era cessata, una volta messo piede a terra, una volta veduta la disposizione se non amichevole, almeno indifferente dei suoi ospiti, ogni preoccupazione era disparsa, e all'odore del capretto che arrostivasi nel vicino bivacco, la preoccupazione erasi cambiata in appetito. Egli disse due parole a Gaetano su questo nuovo incidente, e questi rispose che nulla era più facile quanto l'allestire una cena in pochi minuti, avendo essi nella barca del pane, del vino, le sei pernici prese alla caccia, e un buon fuoco per farle arrostire.
D'altra parte, aggiunse egli, se Vostre Eccellenze si trova tentato dall'odore del capretto, posso andare dai nostri vicini con due dei vostri uccelli ed offrirli in cambio di un pezzo del loro quadrupede.
Fate, disse Franz, fate pure Gaetano; voi siete nato veramente col genio di negoziare.
In questo tempo i marinari avevano svelte delle macchie, e fatti dei fasci di mirto e di querce verdi, ai quali avevano messo il fuoco, il che presentava un focolare molto rispettabile. Franz aspettò adunque con impazienza (annasando sempre l'odore di capretto) il ritorno del pilota, ed allorchè questi ricomparve, si presentò a lui con un aspetto molto preoccupato.
Ebbene! domandò egli, che abbiamo di nuovo? è stata rifiutata la nostra offerta?
Al contrario, disse Gaetano; il capo, a cui è stato detto che voi siete un gentiluomo francese, v'invita a cena con lui.
Va bene, disse Franz, è un uomo molto incivilito questo capo, ed io non vedo il perchè dovrei ricusare, tanto più che porto meco la mia parte di cena.
Oh! non è questo, egli ha di che cenare e al di là del bisogno; ma mette una singolare condizione alla vostra presentazione in casa sua.
In casa sua? riprese il giovine; egli ha dunque fatto costruire una casa? No, ma non per questo cessa dall'avere un appartamento molto comodo, almeno a quanto si assicura. Voi dunque conoscete questo capo? Ne ho soltanto inteso parlare. In bene od in male? In tutti e due i modi. Che diavolo! e qual è la condizione che m'impone? Che vi lasciate bendar gli occhi, e che non tentiate di togliervi la benda che allorquando ve lo dirà egli stesso.
Franz esplorò per quanto gli fu possibile lo sguardo di Gaetano per sapere ciò che nascondeva questa proposizione.
Oh! diavolo, riprese questi, rispondendo al pensiero di Franz, lo so bene, la cosa merita molta riflessione.
Che fareste voi al caso mio? disse il giovine.
Io, che non ho niente da perdere, accetterei.
Accettereste? Non foss'altro che per curiosità.
Vi è dunque qualche cosa di curioso da vedere presso questo capo? Ascoltate, disse Gaetano abbassando la voce, io non so se tutto ciò che si dice è vero. Si fermò guardando attorno se alcun estraneo lo ascoltava. E che si dice?
Si dice che questo capo abiti un palazzo sotterraneo in paragone del quale il palazzo Pitti è poca cosa. Questo è un sogno! disse Franz. Oh! non è un sogno, è una realtà. Cama, il pilota del San Ferdinando, vi entrò un giorno, e ne uscì tutto meravigliato, dicendo che simili tesori non si ritrovano che nei racconti delle fate. Ma sapete voi, disse Franz, che con simili parole mi fareste credere di dover discendere nella caverna d'Alì-Babà?
Vi dico ciò che mi è stato detto, eccellenza.
Allora voi mi consigliate di accettare?
Oh! non dico questo; Vostre Eccellenze faccia ciò che meglio crede: non vorrei darle un consiglio in una simile congiuntura.
Franz riflettè per qualche momento: e comprese che quest'uomo così ricco non poteva aver preso di mira lui che non portava altro che qualche migliaio di franchi; e siccome in tutto questo non intravedeva che un'eccellente cena, accettò.
Gaetano andò a portare la risposta. Noi abbiam detto che Franz era prudente; e per questo volle raccogliere quanti più particolari gli fu possibile sopra un ospite così strano e misterioso. Si volse adunque ad un marinaro, che durante questo tempo aveva spennato le pernici colla gravità di un uomo superbo delle sue funzioni, e gli chiese con che questi uomini avevano potuto approdare, mentre non vedeva nè barche, nè speronare, nè tartane.
Oh! non è questo che mi dà pensiero, disse il marinaro, perchè conosco il bastimento sul quale montano.
È un bel bastimento? Io ne desidero a Vostre Eccellenze uno simile per fare il giro del mondo E di qual forza è?
Di circa cento tonnellate. Del resto è un bastimento di fantasia, un yacht, come dicono gl'Inglesi, ma costruito in modo da potersi tenere in mare per un lungo viaggio.
E dove è stato costruito? Non so; ma credo a Genova.
E come mai un capo di contrabbandieri, continuò Franz, osa di far costruire un yacht deputato al suo clandestino commercio, nel porto di Genova?
Non ho detto che il proprietario di questo yacht fosse un capo di contrabbandieri.
No, ma mi sembra che lo abbia detto Gaetano.
Gaetano aveva veduto gli uomini dell'equipaggio da lontano, e quando lo disse non aveva ancora parlato ad alcuno. Ma se quest'uomo non è un capo di contrabbandieri, chi è dunque? È un ricco signore che viaggia per diletto. Andiamo avanti, pensò Franz, il personaggio diventa sempre più misterioso, poichè i racconti sono diversi.
E come si chiama? Quando gli si domanda, risponde che si chiama Sindbad il marinaro ma dubito che questo non sia il suo vero nome.
Sindbad il marinaro? Sì.
E dove abita questo signore? Sul mare.
Di qual paese è?
Non lo so.
L'avete voi mai veduto? Qualche volta.
Che uomo è? Vostre Eccellenze ne giudicherà da sè stessa.
E dove mi riceverà? Senza dubbio nel palazzo sotterraneo di cui vi ha parlato Gaetano.
E non avete mai avuto la curiosità, quando siete venuto a fermarvi qui ed avete trovata l'isola deserta, di cercare a penetrare in questo palazzo incantato?
Oh! davvero, eccellenza, e più d'una volta ancora, ma le nostre ricerche sono sempre riuscite inutili. Noi abbiamo cercata la grotta in tutte le parti, e non abbiamo ritrovato il più piccolo passaggio. Si dice però che la porta non si apra con una chiave ma con una parola magica.
Andiamo pur innanzi, mormorò Franz, eccomi capitato in uno dei racconti delle Mille e una Notte.
San E. vi aspetta, disse una voce dietro a lui, che egli riconobbe per quella della sentinella.
Il nuovo arrivato era accompagnato da due altri uomini dell'equipaggio del yacht. Per tutta risposta Franz si cavò di tasca il fazzoletto e lo presentò a colui che aveva parlato. Senza dire una parola furongli bendati gli occhi con tanta cautela che indicava il timore che commettesse qualche indiscretezza; dopo di ciò gli fu fatto giurare che non avrebbe tentato in nessun modo di togliersi la benda prima che fosse invitato a farlo. Egli giurò. Allora i due uomini lo presero ciascuno per un braccio e camminò guidato da essi e preceduto dalla sentinella. Dopo una trentina di passi sentì dal calore della brace e dall'odore sempre più appetitoso del capretto che egli ripassava davanti al bivacco, quindi vennegli fatta continuare la strada per un altri 50 passi, inoltrandosi evidentemente verso la parte ove la sentinella non aveva permesso a Gaetano di penetrare, proibizione che ora veniva spiegata. Ben presto un cangiamento di atmosfera avvertì Franz che entrava in un sotterraneo. Dopo alcuni secondi di cammino intese aprirsi una porta, e gli sembrò che l'atmosfera cangiasse di natura, diventasse tiepida e profumata, e s'accorse allora che i piedi posavano sopra un tappeto fitto e morbido; in quel momento le guide lo abbandonarono. Fecesi un breve silenzio, ed una voce disse in buon francese, quantunque con un accento straniero:
Signore, voi siete il benvenuto in mia casa, e potete togliervi la benda. Come si crederà facilmente, Franz non si fece ripetere l'invito due volte, si levò il fazzoletto, e si ritrovò dirimpetto ad un uomo dai 38 ai 40 anni che portava il costume tunisino, vale a dire una callotta rossa con una lunga nappa di seta turchina, una veste di panno nero tutta ricamata d'oro, pantaloni color sangue di bue larghi e gonfi, le ghette dello stesso colore orlate d'oro come la veste, e le pianelle gialle, una magnifica sciarpa di cachemir, cingevagli la vita al di sopra dei fianchi, e un piccolo cangiarro acuto e ricurvo passava dentro alla cintura. Quantunque di un pallore quasi livido quest'uomo aveva una fisonomia mollo bella, gli occhi erano vivi e penetranti, il naso dritto e quasi a livello della fronte indicava il tipo greco in tutta la sua purezza, e i denti bianchi come perle spiccavano mirabilmente sotto i baffi neri che li circondavano. Soltanto questo pallore era strano, sarebbesi detto un uomo rinchiuso da lungo tempo in una tomba e che non avesse potuto riprendere l'incarnato dei vivi. Senz'essere di grande persona, egli del resto era ben fatto, e come gli uomini del mezzogiorno, aveva le mani e i piedi piccoli, ma ciò che meravigliò Franz, che aveva trattato di visionario Gaetano, fu la sontuosità degli arredi.
Tutta la camera era parata di stoffa turca di color cremisi tessuta a fiori d'oro. In un voto eravi una specie di divano sormontato da un trofeo di armi arabe coi foderi di argento dorato e tempestate di pietre risplendenti; dal soffitto pendeva una lampada di cristallo di Venezia e di un color grazioso e i piedi posavano sopra un tappeto turco; erano magnifiche le portiere poste alla porta per la quale entrò Franz, e davanti un'altra che metteva in una seconda camera che sembrava splendidamente illuminata. L'ospite lasciò Franz per alcuni momenti in balia della sua sorpresa, e questi furono da lui impiegati a rendere esame per esame, non avendo lasciato un momento dall'investigarlo da capo a piedi. Signore, diss'egli finalmente, vi chiedo perdono delle cautele che sono costretto a prendere con quelli che vengono qui introdotti; ma siccome la maggior parte dell'anno quest'isola è deserta, se il segreto di questa dimora fosse conosciuto, al mio ritorno senza dubbio troverei questo mio recinto in cattivo stato, cosa che mi dispiacerebbe immensamente, non per la perdita che ciò mi causerebbe, ma perchè non avrei più la certezza di potermi separare dal resto della terra quando me ne vien la volontà. Frattanto cercherò di farvi dimenticare questo piccolo disturbo coll'offrirvi ciò che voi non avreste certamente creduto di ritrovar mai in quest'isola, una cena passabile ed un letto abbastanza buono.
In fede mia, mio caro ospite, rispose Franz, non vedo il perchè dobbiate fare scuse: ho sempre veduto che si bendano gli occhi alle persone che entrano nei palazzi incantati; vedete Raoul negli Ugonotti, e veramente non posso lamentarmi perchè ciò che mi mostrate fa seguito alle meraviglie delle Mille e una Notte.
Ah! io potrei dirvi come Lucullo, se avessi saputo di avere l'onore di una vostra visita, mi vi sarei preparato. Ma infine metto a vostra disposizione il mio eremitaggio tale quale si è; e vi offro la mia cena, per quanto sia poca cosa. Alì, è all'ordine?
Nel medesimo punto la portiera si sollevò, e un moro della Nubia, nero come l'ebano, e vestito di una semplice tonaca bianca, fece segno al padrone che poteva passare nella camera da pranzo.
Ora, disse lo sconosciuto a Franz, io non so se siate del mio avviso, ma trovo che non vi è niente di più incomodo quanto di restare due o tre ore in due, senza sapere con qual nome o con qual titolo chiamarsi. Io rispetto troppo, notate bene, le leggi della ospitalità per non domandarvi nè il nome nè il titolo; vi prego soltanto di indicarmi una frase con la quale possa indirizzarvi la parola. In quanto a me, per levarvi ogni incomodo, vi dirò che hanno l'abitudine di chiamarmi Sindbad il marinaro.
Ed io, rispose Franz, vi dirò, che siccome non mi manca altro, per essere nella situazione di Aladino, che la famosa lampada meravigliosa, così non trovo alcuna difficoltà che pel momento mi chiamiate Aladino. Per questo non andremo fuori d'Oriente, ove son tentato di credere di essere stato trasportato dalla potenza di qualche buon genio.
Ebbene! signor Aladino, disse lo strano Anfitrione, avete inteso che tutto è all'ordine? abbiate dunque il disturbo di passare nella camera da pranzo, il vostro umilissimo servitore andrà innanzi per indicarvi il cammino. A queste parole venne sollevata la portiera, e Sindbad passò effettivamente avanti a Franz.
Franz passava da incanto in incanto: la tavola era splendidamente apparecchiata. Una volta convinto di questo punto importante girò lo sguardo intorno a sè. La sala da pranzo non era meno splendida dell'altra, essa era tutta in marmo con bassorilievi antichi del maggior prezzo, e ai quattro angoli di questa sala alquanto bislunga stavano quattro statue con in capo dei cestelli contenenti delle piramidi di frutta magnifiche; vi erano degli ananassi di Sicilia, delle mele granate di Malaga, dei portogalli dell'isole Baleari, delle pesche di Francia e dei datteri di Tunisi. La cena poi si componeva di un fagiano arrostito circondato di merli di Corsica, di un cosciotto di cinghiale colla gelatina, di un quarto di capretto alla tartara, e di una gigantesca ragusta; gl'intervalli tra i piatti erano riempiti da piattini che contenevano principi di tavola. I piatti erano d'argento, i piattini di porcellana del Giappone. Franz si strofinò gli occhi per assicurarsi bene che non travedeva. Alì solo era impiegato a fare il servizio e se ne disimpegnava molto bene. Il convitato ne fece complimento al suo ospite.
Sì, rispose questi facendo gli onori della cena con molta disinvoltura, sì, questo povero diavolo mi è molto affezionato, e fa il meglio che può. Egli si ricorda che gli ho salvata la vita, e siccome amava molto la vita, a quanto pare, mi professa della riconoscenza per avergliela conservata. Alì, quantunque non intendesse una parola di francese, accorgendosi dagli sguardi di Sindbad che parlavasi di lui, si avvicinò alla tavola prese la mano del padrone, e la baciò.
Sarei troppo indiscreto, signor Sindbad, se vi chiedessi in quale combinazione faceste un così bell'atto?
Oh! mio Dio! è una cosa ben semplice. Sembra che il furbo avesse ronzato vicino al serraglio del Bey di Tunisi, più di quel che fosse conveniente ad uno del suo colore, dimodochè venne condannato dal Bey ad avere la lingua, la mano, e la testa tagliate; la lingua il primo giorno, la mano il secondo e la testa il terzo. Io aveva sempre desiderato di avere un muto al mio servizio; aspettai che gli fosse tagliata la lingua, e andai a proporre al Bey di darmelo in cambio di un magnifico fucile a due canne che il giorno prima erami sembrato avesse ridestato i desideri di San A. Egli stette per un momento in forse, tanto gli premeva di finirla con questo povero diavolo. Ma io aggiunsi subito al fucile un coltello da caccia inglese col quale avevo rotto l'Yatagan di San A. dimodochè il Bey risolvette a fargli grazia della mano e della testa; alla condizione però che non avrebbe mai più messo il piede a Tunisi. La raccomandazione era inutile. Quando il miscredente vede le coste d'Affrica, per quanto siano lontane, corre a salvarsi nel fondo del bastimento, e non si può farlo uscire di là che quando si è fuori delle viste della terza parte del mondo.
Franz restò un poco muto e pensieroso cercando ciò che doveva pensare della crudele bonarietà colla quale il suo ospite gli aveva fatto questo racconto.
E voi passate la vostra vita, diss'egli cercando di cambiare la conversazione, viaggiando come il degno marinaro di cui avete preso il nome?
Sì, è un voto che feci in tempi nei quali non credeva di poterlo compiere, disse lo sconosciuto sorridendo; ne ho fatti pure alcuni altri in questo modo, e spero ben presto poterli compiere.
Quantunque Sindbad avesse pronunziate queste parole colla più grande pacatezza, pure i suoi occhi avevano lanciato uno sguardo di selvaggia ferocia.
Voi avete molto sofferto, signore? diss'egli.
Sindbad fremè e lo guardò fissamente.
Da che lo arguite? diss'egli.
Da tutto, riprese Franz: dalla vostra voce, dal vostro sguardo e dalla vita stessa che conducete.
Io! conduco la vita più felice che si conosca, una vera vita da Pascià: mi piace un luogo, vi resto; me ne annoio, parto, sono libero come l'uccello, ho le ali come quello. Le genti che mi circondano mi obbediscono; a quando a quando mi diverto ad inceppare la giustizia umana o togliendole un bandito che cerca, o un reo che perseguita. Poi ho la mia giustizia tutta propria, giustizia alta e bassa senza dilazione e senza appello, che condanna, o assolve ed alla quale nessuno ha niente da rivedere. Ah! se aveste gustata la mia vita, non ne vorreste altra, e non rientrereste giammai nel mondo ammenochè non vi aveste da compiere un qualche gran disegno.
Una vendetta per esempio, disse Franz.
Lo sconosciuto fissò sul giovine uno di quei sguardi che penetrano nel più profondo del cuore e del pensiero:
E perchè una vendetta? domandò egli.
Perchè, soggiunse Franz, voi avete l'aspetto di un uomo che, perseguitato dalla società, ha qualche terribile conto da mettere in regola con essa.
Ebbene! fece Sindbad ridendo con quello strano riso che mostrava i denti bianchi ed acuti, voi non l'avete indovinato; tal quale voi mi vedete, io sono una specie di filantropo e forse un giorno anderò a Parigi per far concorrenza col signor Appert l'uomo dal piccolo mantello blu.
E sarà questa la prima volta che farete questo viaggio.
Oh! mio Dio sì, ho l'aspetto di essere ben poco curioso, n'è egli vero? ma vi assicuro che non fu colpa mia se ho ritardato tanto; ciò accadrà da un giorno all'altro.
E pensate voi di farlo presto questo viaggio?
Non lo so ancora; dipende da congiunture sottoposte ad incerte combinazioni.
Io vorrei esservi al tempo in cui vi verrete, cercherei di rendervi, per quanto mi fosse possibile, l'ospitalità che sì largamente mi prodigate a Monte-Cristo.
Accetterei la vostra offerta con gran piacere, rispose l'ospite; ma disgraziatamente, se vi vado, ciò sarà forse incognito. Frattanto la cena si avanzava e sembrava essere stata preparata soltanto per Franz, perchè era molto se lo sconosciuto avea toccato colle estremità dei denti uno o due piatti dello splendido festino che aveva offerto e al quale il suo inatteso convitato aveva fatto così largamente onore.
Finalmente Alì portò le frutta, o piuttosto prese i cestelli sul capo delle statue e li posò sulla tavola. Fra i quattro cestelli pose una tazza d'argento dorato, chiusa da un coperchio dello stesso metallo. Il rispetto col quale Alì aveva portata questa tazza punse la curiosità di Franz. Egli alzò il coperchio e vide una specie di pasta verdastra che rassomigliava alle confetture d'Angelica, ma che eragli del tutto sconosciuta. Rimise il coperchio senza aver saputo che cosa conteneva la tazza, e volgendo gli occhi sul suo ospite lo vide che sorrideva del suo impaccio. Voi non potete indovinare, disse questi, quale specie di commestibile contenga questo piccolo vaso, e ciò vi dà da pensare, n'è vero?
Lo confesso.
Ebbene! questa specie di confettura verde è nientemeno l'ambrosia che Ebe serviva alla tavola di Giove.
Ma questa ambrosia, disse Franz, passando per le mani degli uomini, avrà certamente perduto il nome celeste per prenderne uno umano? in lingua volgare come si chiama questo ingrediente dal quale non sento però di avere grande simpatia?
Ah! ecco precisamente, gridò Sindbad; spesse volte noi passiamo molto vicini ad una fortuna senza vederla, senza guardarla, senza riconoscerla. Siete voi un uomo positivo, e l'oro è il vostro Dio? gustate di questa, e le miniere del Perù, di Guzarate, e della Golconda vi saranno aperte. Siete voi un uomo d'immaginazione? siete voi poeta? gustate di questa, e le barriere del possibile dispariranno; vi si apriranno i campi dell'infinito, e passeggerete libero di cuore, di spirito nei dominii senza confine dell'ideale. Siete ambizioso? correte dietro le grandezze della terra? gustate di questa, e dopo un'ora sarete Re, non Re di un piccolo regno nascosto in un angolo d'Europa, come la Francia, la Spagna, o l'Inghilterra, ma sarete il Re del mondo, il Re dell'universo. Il vostro trono sarà eretto sopra la montagna di Satanasso, e senza aver bisogno di fargli omaggio, senza essere costretto di baciarne gli artigli, sarete il sovrano padrone di tutti i regni della terra. Non vi tenta ciò che vi offro, dite? non vi sembra cosa facile? osservate! A queste parole scoprì la piccola tazza d'argento dorato che conteneva la sostanza tanto lodata, prese un cucchiarino da caffè di questa confettura magica, la portò alla bocca, e l'assaporò lentamente cogli occhi semichiusi, e la testa rovesciata in addietro. Franz gli lasciò tutto il tempo di sorbire il suo cibo favorito; poi quando vide che ritornava un poco in sè:
Ma finalmente che cosa è questa vivanda preziosa?
Avete voi mai inteso parlare del Vecchio della montagna, quello stesso che volle fare assassinare Filippo Augusto? Senza dubbio. Ebbene! voi sapete che egli regnava in una ricca vallata dominata dalla montagna da cui aveva preso il suo nome pittoresco. In questa vallata erano magnifici giardini piantati da Hassen-Ben-Sabah, e in questi giardini dei padiglioni isolati: in questi faceva entrare i suoi eletti, e là faceva loro mangiare, disse Marco Polo, una certa erba che li trasportava nell'Eden, in mezzo a piante sempre fiorite, a frutti sempre maturi, e a donne le più seducenti. Ora ciò che questi giovani felici prendevano per una realtà non era che un sogno, ma sì dolce, sì inebriante, sì voluttuoso sogno, che si vendevano interamente a colui che loro lo impartiva, e l'obbedivano ciecamente. Essi andavano a colpire in capo al mondo la vittima designata, morivano fra i tormenti della tortura senza lamentarsi, nella sola idea che quella morte che soffrivano non era che un passaggio a quella vita di delizie di cui l'erba misteriosa, ora avanti a voi, avevagli dato un saggio.
Allora, gridò Franz, questa è l'hatchis. Sì, io la conosco almeno di nome.
Precisamente, voi avete detto il suo vero nome signor Aladino, questo è l'hatchis, tutto ciò si fa di meglio e di più puro in hatchis ad Alessandria, l'hatchis d'Abou-Gor, il gran confetturiere, l'uomo unico, l'uomo al quale si dovrebbe fabbricare un palazzo con questa iscrizione: Al mercante della felicità: il mondo riconoscente.
Sapete voi, disse Franz, che mi viene la volontà di giudicare da me stesso quanto vi ha di vero nell'esagerazione dei vostri elogi?
Giudicatene da voi stesso; ma non chiamatevi soddisfatto di un primo esperimento. Come in tutte le altre cose bisogna abituare i sensi ad una nuova impressione, sia essa dolce o violenta, sia triste o gioconda. Vi è una lotta della natura contro questa portentosa sostanza, della natura che non è fatta per la gioia, e che si avviticchia al dolore. Bisogna che la natura vinta soccomba nel conflitto; bisogna che la realtà succeda al sogno, e allora il sogno regna come padrone, allora è il sogno che addiventa la vita, e la vita diviene il sogno; ma qual differenza in questa trasfigurazione! vale a dire che paragonando i dolori dell'esistenza reale ai godimenti della fittizia, non vorrete più vivere, ma vorrete sempre sognare. Quando lascerete il vostro mondo per passare nel mondo degli altri, vi sembrerà di passare ad una primavera napoletana, ad un inverno della Lapponia. Vi sembrerà lasciare l'Eden per la terra, il cielo per l'inferno. Gustate dell'hatchis, mio caro, gustatene! Per tutta risposta Franz prese un cucchiaio di questa pasta maravigliosa misurato sulla quantità che ne aveva presa il suo Anfitrione, e lo portò alla bocca.
Diavolo, diss'egli dopo avere inghiottita questa pasta divina, io non so se il resultato sarà aggradevole quanto voi dite, ma la sostanza non mi sembra tanto saporosa quanto l'affermavate.
Perchè le papille del vostro palato non sono ancora adatte alla sublimità della sostanza che gustano. Ditemi, la prima volta che gustaste le ostriche, il thè, il porter, i tartufi, le assaporaste voi con tanto piacere quanto ne aveste poi in seguilo? comprendereste voi il piacere che provavano i Romani nel condire i fagiani coll'assa fetida, ed i chinesi che mangiano i nidi delle rondinelle? eh! mio Dio, no. Ebbene! accade lo stesso dell'hatchis: mangiatene soltanto otto giorni di seguito, e poi, nessun nutrimento al mondo vi sembrerà della squisitezza di questo che in oggi vi sembra forse fetido, e nauseante. Ma ora passiamo nella camera vicina, e Alì ci servirà il caffè, e ci darà la pipa.
Tutti e due si alzarono, e mentre che quello cui si è dato il nome di Sindbad, e da noi così chiamato per avere una denominazione qualunque onde distinguerlo dal suo convitato, dava alcuni ordini al suo domestico, Franz entrò nella camera attigua. Questa era arredata più semplicemente quantunque non meno riccamente; di forma rotonda, ed un gran divano le girava intorno. Ma il divano, i muri, il soffitto, e il pavimento erano tutti ricoperti di magnifiche pelli lisce e morbide come il più morbido tappeto, erano pelli di leoni d'Atlas dalle possenti criniere, pelli di tigri del Bengal dalle calde righe, pelli di pantere del Capo, macchiate scherzosamente come quella che apparve a Dante; finalmente pelli d'orsi della Siberia, e di volpi della Norvegia, e tutte gettate in profusione le une sulle altre dimodochè si sarebbe creduto di camminare su i prati più fioriti, e di riposare su i letti più soffici. Tutti e due si stesero sopra i divani, una quantità di pipe colle canne di gelsomino e le imboccature d'ambra erano alla portata della mano, e già preparate affinchè non si avesse la noia di fumare due volte nella stessa: ne presero una per ciascuno. Alì le accese, ed uscì per andare a prendere il caffè.
Fuvvi un poco di silenzio, durante il quale Sindbad si lasciò trasportare dai pensieri che sembrava l'occupassero senza posa anche in mezzo alla sua conversazione, e Franz si abbandonò a quella muta esaltazione nella quale cadesi quasi sempre fumando eccellente tabacco, che sembra portar via colla fumata tutte le pene dello spirito, e rendere al fumatore in loro vece tutti i sogni dell'anima. Alì portò il caffè. Come lo prendete? disse l'incognito; alla francese o alla turca, forte o leggiero, col zucchero o senza, filtrato o bollito? scegliete; ve n'è del preparato in tutti i modi.
Lo prenderò alla turca, disse Franz.
E avete ragione: ciò prova che avete delle disposizioni per la vita orientale. Ah! gli orientali, sono i soli che sappiano vivere. In quanto a me, soggiunse egli, con un di quei sorrisi singolari che non sfuggono ad un giovine, quando avrò finiti i miei affari a Parigi, andrò a morire in Oriente, e se vorrete ritrovarmi bisognerà che mi cerchiate o al Cairo, o a Bagdad, o a Ispahan.
In fede mia, disse Franz, questa sarà la cosa più facile del mondo, perchè sembrami che mi spuntino le ali d'aquila, e con queste farei il giro del mondo in 24 ore.
Ah! Ah! è l'hatchis che opera; ebbene! aprite le ali, e volatevene nelle regioni sovrumane; non temete, vegliasi su voi, e se, come quelle d'Icaro, le vostre ali si liquefanno al sole, noi siamo qui per ricevervi. Di poi disse qualche parola araba ad Alì, che fece un segno d'obbedienza, e si ritirò, ma senza allontanarsi. In quanto a Franz, una strana trasformazione si operava in lui: tutta la fatica fisica della giornata, tutta la preoccupazione di spirito che avevano fatta nascere gli avvenimenti della sera, sparivano come in un primo momento di riposo in cui si vive abbastanza per sentire che il sonno viene. Sembrava che il corpo acquistasse una leggerezza fuori del materiale, lo spirito s'illuminasse in un modo inaudito, i suoi sensi sembravano raddoppiare le loro facoltà. L'orizzonte si allargava, ma non più questo orizzonte cupo sul quale si spiega un vago terrore, e che aveva osservato prima del suo sonno, ma un orizzonte azzurro, trasparente, vasto, con tutto ciò che il mare ha di bello, che il sole ha di raggi, che la brezza ha di profumo; quindi in mezzo al canto dei suoi marinari, canto sì limpido, e sì chiaro che se ne sarebbe fatto un'armonia celeste se si fosse potuto notare, egli vedeva comparire l'isola di Monte-Cristo, non più come uno scoglio minaccioso sui flutti, ma come un'oasi perduta nel deserto; poi a seconda che la barca s'avvicinava, i canti divenivano più numerosi, poichè un'armonia incantatrice e misteriosa saliva da quest'isola al cielo, come se qualche fata come Lorelay, o qualche mago come Amfione avesse voluto attirarvi qualche spirito, o fabbricarvi una città. Finalmente la barca toccò la riva, ma senza scossa, nella stessa guisa che le labbra toccano le labbra, e sembrò a Franz di entrare nella grotta senza che cessasse questa incantevole musica; discese, o meglio gli sembrò discendere qualche scalino respirando un'aria fresca ed imbalsamata come quella che deve circondare l'isola di Circe, composta di tanti profumi da far andar in estasi, di ardori tali, che fanno bruciare i sensi, e rivide tutto ciò che aveva veduto prima del sogno, cominciando dall'ospite fantastico Sindbad fino ad Alì il muto servitore; poi gli sembrò che tutto si cancellasse, e si confondesse sotto i suoi occhi come le ultime ombre di una lanterna magica che si spenga, e si ritrovò nella camera delle statue, illuminata soltanto da una di quelle lampade antiche e pallide che ardono nel mezzo della notte sul sonno della voluttà.
Erano bene le stesse statue belle per le forme, e per la poesia, cogli occhi magnetici, coi capelli abbondanti; erano Frine, Cleopatra, Messalina, le tre donne più celebri per la loro dissolutezza; poi nel mezzo di queste s'introduceva una di quelle ombre calme, una di quelle visioni dolci che sembrano coprir di un velo i propri occhi verginali rimpetto a queste impurità del marmo. Allora gli sembrò che queste tre statue avessero riuniti i loro amori per un sol uomo e che questi fosse lui; che si avvicinassero ove egli faceva un secondo sogno, coi piedi coperti dalle loro lunghe, e bianche tonache, coi capelli cadenti ad onde, con una di quelle attitudini irresistibili, con uno di quei sguardi inflessibili e ardenti pari a quello che vibra il serpente all'uccello, e che egli si abbandonasse a quei sguardi, dolorosi come un laccio, voluttuosi come un bacio. Sembrò a Franz di chiudere gli occhi, e attraverso l'ultimo sguardo che aveva girato intorno a sè travedere la statua pudica che si velava interamente; quindi, i suoi occhi chiusi alle cose reali, i suoi sensi si aprirono alle impressioni impossibili. Allora, per Franz che subiva la prima volta l'impero dell'hatchis, fu una voluttà, un amore come quello che prometteva il Vecchio della Montagna ai suoi seguaci.
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Capitolo 32. RISVEGLIO.
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Allorchè Franz ritornò in sè, gli oggetti esteriori sembrarongli una seconda parte del suo sogno; si credè in un sepolcro ove a stento penetrava appena un raggio di sole, a guisa di uno sguardo di pietà; stese la mano, e sentì del marmo; si mise a sedere, e si trovò avvolto nel mantello sopra un letto di zolle secche molto molli ed odorifere. Tutta la visione era sparita; e, come se le statue non fossero state che ombre uscite dai sepolcri durante il suo sogno, erano disparse al suo svegliarsi. Fece qualche passo verso il punto di dove veniva la luce; e da tutta l'agitazione del sonno succedeva la calma della realtà. Videsi in una grotta, si avanzò dalla parte dell'apertura, ed attraverso la porta centinata, scoprì un bel cielo blu, ed un mare azzurro. L'aria e l'acqua rispondevano ai raggi del sole mattutino; i marinari erano assisi sulla riva, discorrendo, e ridendo; alla distanza di dieci passi la barca ondeggiava sul mare trattenuta dall'ancora. Allora egli gustò per qualche tempo quella fresca brezza che passavagli sulla fronte; ascoltò il debole rumore dell'onda che moriva sulla spiaggia lasciando sulle rocce un contorno di schiuma bianca come l'argento; si lasciò andare senza riflettere, senza pensare, a quell'incanto celeste che hanno le cose della natura particolarmente quando si esce da un sogno fantastico: poi un poco alla volta la vita esterna così pacifica, così grande, gli ricordò la inverisimiglianza del suo sogno, ed i trascorsi fatti cominciarono a rientrare nella sua memoria. Si sovvenne dell'arrivo nell'isola, del modo con cui fu presentato al capo dei contrabbandieri, del palazzo sotterraneo pieno di splendore, dell'eccellente cena, e del cucchiaio di hatchis. Solo, in faccia a questa realtà, e in pieno giorno, gli sembrò che fosse almeno un anno che tali cose fossero avvenute, tanto il sogno che aveva fatto si era impresso nel suo pensiero, e aveva preso forza nel suo spirito. Per tal modo a quando a quando la sua immaginazione faceva apparire in mezzo ai marinari, o traversare uno scoglio, o librarsi sulla barca, una di quelle ombre che avevano ricolma la sua notte di sguardi e di baci. Del rimanente egli aveva la testa del tutto libera, e il corpo perfettamente riposato; non alcuna pesantezza nel cervello; che anzi al contrario risentiva un certo benessere generale, ed attraenza maggiore a godere dell'aria e del sole. Si avvicinò adunque con ilarità ai marinari. Come lo videro essi si alzarono, ed il padrone si avvicinò a lui. Il signor Sindbad, gli disse, ci ha incaricati dei suoi complimenti per Vostra Eccellenza, e ci ha detto di esprimervi il dispiacere che ha di non potere prendere congedo di persona, ma spera che lo scuserete quando saprete che un affare importantissimo lo ha chiamato a Malaga.
È dunque vero, mio caro Gaetano, disse Franz, tutto ciò che mi è accaduto? esiste in realtà un uomo che mi ha offerta un'ospitalità regale, e che è partito durante il mio sonno?
È tanto vero, che potete vedere là il suo piccolo yacht che si allontana a vele gonfie, e se volete prendere il cannocchiale potrete scorgere probabilmente il vostro ospite in mezzo al suo equipaggio. Dicendo queste parole Gaetano stendeva il braccio nella direzione di un piccolo bastimento che faceva vela verso la punta meridionale della Corsica. Franz prese un piccolo cannocchiale, lo mise al punto della sua vista, e lo diresse verso il luogo indicato. Gaetano non s'ingannava; sulla poppa del bastimento vedeva il misterioso suo ospite, che ritto, e voltato dalla sua parte teneva egli pure il cannocchiale puntato verso di lui. Egli era vestito collo stesso costume con cui era apparso la sera innanzi al suo convitato, e come s'accorse di essere guardato agitò il fazzoletto in segno di addio. Franz resegli il saluto, e cavando egli pure il fazzoletto lo agitava del pari. Dopo un minuto una piccola nube di fumo sorse a poppa del bastimento, si staccò graziosamente dal di dietro, e salì lentamente in alto, quindi una debole esplosione giunse fino a Franz.
Sentite, sentite? disse Gaetano; eccolo là che vi dice addio. Il giovine prese la carabina, e la scaricò in aria, ma senza speranza che il rumore potesse superare la distanza che separava il yacht dalla costa.
Che comanda Vostra Eccellenza? disse Gaetano.
Che procuriate di accender subito una torcia.
Ah! sì, capisco, disse Gaetano, per cercare l'entrata dell'appartamento nascosto. Con molto piacere, eccellenza, se la cosa vi diverte, e vi darò subito la torcia che chiedete. Ma io pure ebbi la vostra idea, e per tre o quattro volte ho stancata la mia fantasia, ed ho finito per dovere rinunciarvi: Giovanni, soggiunse egli, accendi una torcia.
Giovanni obbedì, Franz prese la torcia, ed entrò nel sotterraneo seguito da Gaetano. Egli riconobbe il posto ove erasi svegliato, dal letto di zolle ancora tutto scomposto; ma non gli valse girare la torcia sopra tutta la superficie della grotta; non vide nulla, eccetto qualche traccia di fumo che manifestava che altri pure avevano tentata inutilmente la stessa investigazione. Ciò nonostante non lasciò un piede di quel muro di granito, impenetrabile come l'avvenire, senza esaminarlo. Egli non vide una screpolatura senza che v'introducesse la lama del coltello da caccia; non osservò alcun punto sporgere senza comprimerlo nella speranza che cedesse; ma tutto inutile, e senza alcun resultato perdè due ore in questa ricerca. Alfine rinunciò ad ogni ulteriore indagine. Gaetano trionfava. Quando Franz ritornò sulla spiaggia, il yacht non compariva più che come un punto bianco sull'orizzonte; ricorse al cannocchiale, ma anche con questo istrumento nulla distinse. Gaetano gli ricordò che era venuto per cacciare le capre, il che sembrava avesse dimenticato: prese il fucile, si mise a percorrere l'isola in quel modo che fa un uomo che compie un dovere invece di prendersi un diletto, e in capo ad un quarto d'ora aveva già ucciso una capra, e due capretti. Ma queste capre quantunque selvagge e fuggiasche come i camosci, avevano troppa rassomiglianza colle nostre capre domestiche, per cui Franz non le considerava come selvaggiume.
Dipoi idee ben molto più possenti ne occupavano lo spirito. Fin dalla scorsa sera egli tenevasi per il vero eroe di un racconto favoloso delle Mille e una Notte, e sentivasi ricondotto verso la grotta da una forza invincibile. Allora, ad onta della inutilità della sua prima perquisizione, ne cominciò una seconda, dopo di aver detto a Gaetano di fare arrostire uno dei capretti. Questa seconda visita durò molto tempo, poichè quando ritornò il capretto era arrostito, e la colazione preparata. Franz si assise nel luogo in cui la sera innanzi avea ricevuto l'invito della cena per parte del suo ospite misterioso, e scoperse ancora come una punta bianca il piccolo yacht che continuava ad inoltrarsi verso la Corsica. Ma, diss'egli a Gaetano, non mi avete annunziato che Sindbad faceva vela per Malaga, mentre mi sembra che vada direttamente verso Porto-Vecchio.
Non vi ricordate più, rispose il marinaro, che fra la gente che componeva il suo equipaggio si trovavano per il momento due banditi corsi?
È vero! andrà a depositarli sulla costa.
Precisamente. Ah! questo è un individuo, gridò Gaetano, che non teme cosa alcuna, per quanto mi vien detto, e che per fare un servizio ad un povero uomo devierebbe il suo viaggio di 50 leghe.
Ma questo genere di servizio potrebbe metterlo a cimento col magistrato del paese ove esercita questo genere di filantropia, disse Franz.
Ebbene! soggiunse Gaetano ridendo, che cosa fanno a lui i magistrati? egli se la ride! Non hanno che a tentare di perseguitarlo. Dapprima il suo yacht non è un naviglio, ma un uccello, e darebbe tre nodi sopra 12 ad una fregata; e poi non ha che a gettarsi egli stesso sulla costa e in ogni luogo troverebbe amici. Ciò che vi era di più chiaro in tutta questa faccenda si era, che Sindbad, l'ospite di Franz, aveva l'onore di essere in relazione con tutti i contrabbandieri ed i banditi di tutte le coste del Mediterraneo, la qual cosa però non lasciava di tenerlo in una strana posizione. Franz non aveva più cos'alcuna che lo ritenesse a Monte-Cristo; aveva perduto ogni speranza di ritrovare il segreto della grotta; si sollecitò dunque a far colazione, ordinando ai suoi uomini di tener pronta la barca pel momento che avrebbe finito; mezz'ora dopo egli era a bordo. Gettò un ultimo sguardo sul yacht che stava per disparire nel golfo di Porto-Vecchio. Dette il segnale della partenza. Nello stesso momento in cui la barca si metteva in movimento il yacht spariva, e con lui si cancellava l'ultima realtà della notte precedente: per tal modo la cena, Sindbad, l'hatchis, e le statue, tutto cominciava per Franz a confondersi nello stesso sogno.
La barca camminò tutto il giorno e tutta la notte: e la dimane quando il sole si alzava, l'isola di Monte-Cristo era a sua volta disparsa. Messo piede a terra, Franz dimenticò momentaneamente almeno, gli avvenimenti che erano passati, per non occuparsi più che dei suoi affari di piacere, o di obbligo in Firenze, e di raggiungere il compagno che lo aspettava a Roma: partì adunque col corriere e il sabato sera si ritrovava sulla piazza della Dogana. L'appartamento, come si disse, era già stato fissato da qualche tempo; non restava adunque che di recarsi all'albergo di Pastrini; il che non era molto facile mentre la folla ingombrava le strade, e Roma era già in preda a quel rumore sordo e febbrile che precede i grandi avvenimenti. Ora, a Roma, non vi son che quattro grandi avvenimenti in un anno, il carnevale, la settimana santa, il Corpusdomini, e la festa di San Pietro. Tutto il restante dell'anno la città ricade nella sua solita apatia, stato intermediario fra la vita e la morte, che la rende simile ad una specie di stazione fra questo mondo e l'altro; stazione sublime, alta, piena di poesia e di carattere, che Franz aveva già fatta cinque o sei volte, e che aveva sempre ritrovata più meravigliosa, e più fantastica. Finalmente traversò quella folla che sempre più s'ingrossava, e giunse all'albergo. Alla prima domanda gli fu risposto con quella impertinenza propria dei cocchieri delle carrozze da rimessa o dei grandi locandieri, che non vi era posto per lui all'albergo di Londra. Allora inviò il suo biglietto a Pastrini, e fecesi reclamare da Alberto de Morcerf. Il mezzo riuscì, e Pastrini accorse egli stesso scusandosi di avere fatto aspettare San E., rimproverando i servi, prendendo il lume dalla mano del servitore di piazza che erasi già impadronito del viaggiatore, e si disponeva a condurlo nelle camere di Alberto, quando questi gli venne incontro. L'appartamento fissato componevasi di due piccole stanze, ed un gabinetto. Le due camere davano sulla strada, particolarità che Pastrini fece valere come se vi aggiungesse un merito inapprezzabile. Il rimanente del piano era dato in fitto ad un ricco personaggio, creduto, o Maltese o Siciliano; ma che l'albergatore non potè dire precisamente a quale delle due nazioni appartenesse.
Tutto va bene, signor Pastrini, disse Franz, ma ci vorrebbe subito una cena qual si sia per questa sera, ed una carrozza per domani e pei giorni successivi.
In quanto alla cena sarete subito serviti; ma in quanto alla carrozza... Come in quanto alla carrozza! gridò Alberto; un momento, un momento, non scherziamo, Pastrini, ci abbisogna una carrozza. Eccellenza, disse l'albergatore, si farà tutto quello che si potrà per averne una; ecco ciò che posso dirvi.
E quando avremo la risposta? domandò Franz.
Domani mattina, rispose l'albergatore. Che diavolo! disse Alberto, si pagherà più cara, ecco tutto... si sa come accade: da Drake e da Aaron si paga 20 franchi nei giorni ordinarii, e 30 o 35 franchi in occasione di feste, mettete 5 franchi di giunta che farà 40, e non ne parliamo più. Ho ben paura, che questi signori, quand'anche offrano il doppio, non possano ritrovarla.
Allora che si facciano attaccare i cavalli alla mia... essa è un poco scrostata pel viaggio, ma non importa.
Non si troveranno cavalli.
Alberto guardò Franz come un uomo cui venga data una risposta che sembri incomprensibile.
Capite Franz, non vi saranno cavalli? Ma si potranno avere cavalli di posta?
Sono tutti impegnati da 15 giorni, e non restano ora assolutamente che quelli destinati al necessario servizio.
Che ne dite? domandò Franz. Io dico che allorquando una cosa è al di sopra della mia intelligenza, ho l'abitudine di non fermarmici, e di passare avanti. La cena è pronta? Sì, eccellenza. Ebbene! per ora ceniamo.
Ma la carrozza, e i cavalli? disse Franz. State tranquillo, amico caro, essi verranno da sè; non si tratterà che di fissare il prezzo. E Morcerf con quella ammirabile filosofia dell'uomo che nulla crede impossibile, fino a che la borsa è gaia, e il portafogli guarnito, cenò, andò a riposare, e sognò essere al Corso in una carrozza a sei cavalli.
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Capitolo 33. I BRIGANTI.
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La dimane Franz si svegliò pel primo e appena desto suonò. Il tintinnio del campanello risuonava ancora quando Pastrini entrò in persona. Ebbene! disse l'albergatore trionfante, e senza aspettare che Franz lo interrogasse, faceva bene io ieri sera a non prometter niente; voi avete aspettato troppo tardi a risolvervi, e adesso non v'è neppur una carrozza da nolo in Roma, pei tre ultimi giorni, s'intende.
Sì, rispose Franz, vale a dire per quelli in cui essa è assolutamente necessaria. Che c'è? domandò Alberto entrando: non si trovano carrozze? Precisamente, mio caro amico, rispose Franz, e voi avete indovinato al primo colpo. Ebbene! è una gran bella città, questa vostra città eterna!
Cioè, eccellenza, riprese Pastrini, che desiderava mantenere la capitale del mondo cristiano in un certo decoro in faccia ai viaggiatori, non vi sono più carrozze da domenica mattina a martedì sera; ma da oggi a Domenica ne troverete cinquanta, se le volete.
Non è poco, disse Alberto; oggi siamo a giovedì; chi sa di qui a domenica quello che può accadere.
Accadrà l'arrivo di dieci, o dodici mila forestieri, rispose Franz, i quali renderanno la difficoltà sempre più grande.
Amico mio, disse Morcerf, godiamo del presente, e non ci prendiamo cura per l'avvenire.
Almeno, domandò Franz, potremo avere una finestra?
Su che strada? Sul Corso, per bacco.
Ah sì! una finestra, esclamò Pastrini, impossibilissimo; ne restava una al quinto piano del Palazzo Doria, ed è stata appigionata ad un Principe russo per venti zecchini il giorno.
I due giovani si guardarono con aria stupefatta.
Ebbene, mio caro, disse Franz ad Alberto, sapete ciò che torna meglio di fare? di andare a finire il carnevale a Venezia; almeno là, se non troviamo carrozze, ritroveremo gondole. Oh! in fede mia, gridò Alberto, ho risoluto di vedere il carnevale di Roma, e lo vedrò, fosse ancora sopra una panchetta. Bravo, gridò Franz, è un'idea magnifica, particolarmente per ispegnere i moccolotti; ci maschereremo da pulcinelli, e faremo un effetto meraviglioso.
Le loro eccellenze desiderano sempre la carrozza fino a domenica? Per bacco, disse Alberto, credete che noi siamo persone da correre le strade di Roma a piedi come i portieri, e i cursori?
Vado ad eseguire gli ordini delle loro eccellenze, disse Pastrini; le prevengo soltanto che la carrozza costerà sei scudi il giorno.
Ed io, mio caro Pastrini disse Franz, che non sono il milionario nostro vicino, vi prevengo per parte mia che essendo la quarta volta che vengo a Roma, conosco il prezzo delle carrozze per i giorni ordinari, le domeniche, e le feste; vi daremo dodici piastre per oggi, domani, e dopo domani, e voi ci troverete ancora un non piccolo guadagno.
Ma Eccellenza... disse Pastrini tentando di ribellarsi.
Andate, andate mio caro, disse Franz, o vado da me stesso a fare il prezzo dal padrone delle rimesse, che conosco bene; è un mio vecchio amico che mi ha già rubato non poco danaro, e che nella speranza di rubarmene dell'altro accetterà anche per un prezzo minore di quel che io v'offro; perdereste la differenza, e questa sarebbe colpa vostra.
Non vi prendete questo incomodo, eccellenza, disse Pastrini col sorriso dello speculatore di locanda che si confessa vinto, farò il meglio che potrò, e voi sarete contento.
A meraviglia, ecco ciò che si chiama parlare.
Quando volete la carrozza? Fra un'ora.
Fra un'ora sarà alla porta. Un'ora dopo effettivamente la carrozza aspettava i due giovani; era un modesto calesse, che attesa la solennità della congiuntura era salito al grado di carrozza da rimessa. Ma qualunque fosse la mediocre apparenza, i due giovani sarebbero stati ben contenti di avere un eguale veicolo per gli ultimi tre giorni del carnevale.
Eccellenza, gridò il servitore di piazza vedendo Franz mettere il naso alla finestra, vuole che faccia avvicinare la carrozza al palazzo?
Per quanto Franz fosse abituato all'enfasi italiana, il suo primo movimento fu di guardarsi attorno; ma a lui stesso venivano dirette quelle parole. Franz era l'eccellenza, il calesse era la carrozza, il palazzo era l'albergo di Londra.
Tutto il genio di lode della nazione era in queste sole frasi.
Franz, ed Alberto discesero, la carrozza si avvicinò al palazzo, le loro eccellenze allungarono le gambe sui posti davanti, e il cicerone saltò nel sedile di dietro.
Dove vogliono andare le loro Eccellenze?
Prima a San Pietro, e poi al Colosseo, disse Alberto da vero parigino. Ma egli non sapeva una cosa, cioè che vi vuole un giorno per veder San Pietro, e un mese per istudiarlo. La giornata fu tutta impiegata nel veder San Pietro.
D'improvviso i due amici si accorsero che il giorno declinava. Franz cavò l'orologio, erano le quattro e mezzo.
Ritornarono all'albergo; giunti alla porta, Franz dette ordine al cocchiere di tenersi pronto per le otto, voleva egli far vedere ad Alberto il Colosseo al chiaro di luna, come avevagli fatto vedere San Pietro in pieno giorno. Allorchè si fa vedere ad un amico una Città che si è già veduta ci si mette quella civetteria che usasi quando s'indica una donna della quale si è stato l'amante. In conseguenza Franz indicò al cocchiere il suo itinerario; doveva uscire dalla porta del popolo, andare intorno le mura esterne della Città, e rientrare dalla porta San Giovanni. In tal modo il Colosseo comparisce d'improvviso, e senza che il Campidoglio, il Foro, l'Arco di Settimio Severo, il tempio di Antonino e Faustina, e la Via-Sacra abbiano servito di gradazione posta sulla strada per rammemorarlo. Si misero a pranzo: Pastrini aveva promesso a' suoi ospiti un eccellente desinare, gliene dette uno passabile, non v'era nulla a dirvi. Alla fine del pranzo entrò egli stesso; Franz sulle prime credè che fosse venuto per ricevere i loro complimenti, e si apparecchiava a farglieli, allorchè alle prime parole egli lo interruppe. Eccellenza, diss'egli, sono lusingato della vostra approvazione, ma non fu questo il motivo che mi fe' salire da voi.
È forse per venirci a dire che avete ritrovato la carrozza? domandò Alberto accendendo il sigaro.
Anche meno, ed anzi Vostre Eccellenze farà bene a non pensarci più. In Roma le cose, o si possono o non si possono. Quando vi si è detto che non si possono, tutto è finito.
A Parigi, è molto più comodo; quando una cosa non si può avere, la si paga il doppio, e si ha sul momento ciò che si domanda.
Sento sempre dire la stessa cosa da tutti i francesi, disse Pastrini punto alcun poco, e non so comprendere come con tante meraviglie che sono a Parigi, i parigini viaggino.
Ma è così, disse Alberto mandando flemmaticamente una fumata al soffitto e rovesciando il capo addietro sopra una poltrona; non vi sono che i pazzi, e gli oziosi come noi che viaggino; la gente di buon senso non lascia la casa della strada di Helder, il baluardo di Gand, e il caffè di Parigi.
Non fa mestieri di dire che egli abitava nella strada suddetta, che tutti i giorni faceva la sua passeggiata in tutta eleganza sul baluardo suddetto, e che pranzava tutti i giorni nel solo caffè in cui si può pranzare, e quando ancora si è in buona relazione coi camerieri. Pastrini restò un momento silenzioso; era evidente che meditava sulla risposta che avevagli data Alberto, risposta che senza dubbio non gli pareva molto chiara.
Ma in fine, disse Franz a sua volta, interrompendo le riflessioni geografiche del suo albergatore, voi eravate venuto con un qualche scopo: volete esporci l'oggetto della vostra visita?
Oh! è vero; eccolo: avete ordinato la carrozza per le otto. Sicuramente. Avete l'intenzione di visitare il Coliseo! Cioè il Colosseo. È la stessa cosa. Sia.
Avete detto al vostro cocchiere di uscir dalla porta del Popolo, e fare il giro delle mura per rientrare dalla porta San Giovanni! Queste sono le mie precise parole.
Ebbene! questo itinerario è impossibile, od almeno molto pericoloso. Pericoloso! perchè?
A cagione del famoso Luigi Vampa. Primieramente, mio caro Pastrini, chi è questo famoso Luigi Vampa? domandò Alberto. Egli può essere famosissimo a Roma, ma vi assicuro che è perfettamente sconosciuto a Parigi.
Come! voi non lo conoscete! Non ho quest'onore.
Ebbene! quest'è un bandito, vicino al quale i Decesari, e i Gasperoni sono una specie di chierichetti. Attenti! Alberto, gridò Franz, ecco dunque finalmente un brigante! Vi prevengo, mio caro Pastrini, che io non crederò una parola di tutto ciò che siete per dirci; perciò parlate quanto volete, che io vi ascolto.
V'era una volta... Ebbene! avanti adunque.
Pastrini si volse dalla parte di Franz sembrandogli il più ragionevole dei due giovani. Bisogna rendere giustizia al brav'uomo: egli aveva alloggiati molti francesi, ma non aveva mai ben capite alcune parti di ciò che essi chiamano il loro spirito.
Eccellenza, diss'egli con gravità, indirizzandosi come si disse a Franz, se mi credete un racconta-storie è inutile che vi dica ciò che volevo dirvi: posso però assicurarvi che lo facevo per la premura che ho per le loro eccellenze.
Alberto non vi ha detto che voi siate un racconta-storie, mio caro Pastrini, vi ha detto soltanto che non vi crederà. Ma io vi crederò, state tranquillo: parlate dunque.
Però convenite, eccellenza, che se si mette in dubbio la sincerità delle mie parole...
Mio caro, voi siete più suscettibile di Cassandra, che pure era una indovina, e alla quale nessuno credeva; mentre che voi siete sicuro di essere creduto almeno dalla metà del vostro uditorio. Sedetevi, diteci chi è questo signor Vampa.
Ve lo dissi, eccellenza, è uno di quei banditi di cui non abbiamo mai avuto l'uguale dall'epoca di Mastrilli.
Ebbene! che rapporto ha questo bandito coll'ordine che ho dato al cocchiere di partire da porta del Popolo, e di rientrare per porta San Giovanni?
V'è, rispose Pastrini, che potreste uscir dall'una, ma dubiterei che potreste entrare dall'altra.
E perchè? domandò Franz.
Perchè quando è venuta la notte, non si è sempre in sicurezza in queste vicinanze.
Parola d'onore? gridò Alberto.
Pastrini sempre punto nel fondo dell'anima pei dubbi emessi da Alberto sulla sua veracità, rispose: signor conte, ciò che dico non è per voi, è pel vostro compagno di viaggio che conosce Roma, e sa benissimo che su questi argomenti non si scherza.
Mio caro, disse Alberto volgendosi a Franz, ecco ritrovata un'ammirabile avventura: empiamo il nostro calesse di pistole, di tromboni, e di fucili a due canne, Luigi Vampa viene per arrestarci, e noi invece arrestiamo lui: lo portiamo a Roma, ne facciamo un omaggio al senato Romano: se il senatore domanda che può fare per dimostrarci la sua riconoscenza, reclamiamo puramente e semplicemente una carrozza e due cavalli delle scuderie del senatore: e gli ultimi tre giorni godiamo del carnevale in carrozza, senza calcolare che il popolo romano riconoscente potrebbe incoronarci in Campidoglio, e proclamarci, come Curzio e Orazio Coclite, i salvatori della patria.
Non è possibile poter descrivere i diversi atteggiamenti del viso di Pastrini, durante questo discorso.
In primo luogo, domandò Franz ad Alberto, dove prenderete queste pistole, questi tromboni, e questi fucili a due canne, coi quali volete riempire la vostra carrozza?
Il fatto sta, che certamente non potrei prenderli nel mio arsenale, diss'egli, perchè a Terracina mi è stato tolto perfino il mio coltello a pugnale; e a voi? Mi hanno fatto altrettanto ad Acquapendente. Così, mio caro Pastrini, disse Alberto accendendo un secondo sigaro al residuo del primo, sapete che questa è una misura comodissima per i banditi? San E. sa che non c'è l'uso di difendersi quando si viene aggrediti dai banditi, rispose Pastrini che non voleva mettersi a cimento con osservazioni sulle leggi che vi sono ai confini. Come! gridò Alberto, il cui coraggio si rivoltava all'idea di lasciarsi svaligiare senza dir niente; come! non c'è l'uso? No, perchè qualunque difesa sarebbe inutile; che volete fare contro una dozzina di assassini che escono da un fosso, da un antro o da un acquedotto, e vi mettono nello stesso tempo le armi alla faccia!
Ah! per bacco! voglio farmi ammazzare! gridò Alberto. L'albergatore si volse verso Franz con una espressione che voleva dire: davvero eccellenza, il vostro camerata è pazzo.
Mio caro Alberto, soggiunse Franz, la vostra risposta è sublime, e merita il dovea morir! del vecchio Cornelio; soltanto, quando Orazio rispondeva questo, si trattava della salute di Roma, e la cosa era abbastanza importante; ma in quanto a noi non si tratterebbe che di un capriccio, e sarebbe ridicolo l'arrischiare la propria vita per soddisfare un tal capriccio.
Ah! per bacco! gridò Pastrini, alla buon'ora, questo si chiama parlare! Alberto si versò un bicchiere di lacrima-christi, che bevve a sorsate, frammettendovi un brontolio di parole confuse che nessuno potè intendere. Ebbene Pastrini, riprese Franz, ora che il mio compagno si è calmato, e che voi avete potuto apprezzare le mie disposizioni pacifiche, sentiamo: chi è questo signor Luigi Vampa? è giovine o vecchio? è contadino o patrizio? descrivetecelo affinchè se lo avessimo per caso da incontrare nelle società, come Giovanni Sbogar, o Lara, lo possiamo almeno riconoscere.
Non vi potevate rivolgere meglio che a me per averne esatti particolari poichè ho conosciuto Luigi Vampa da ragazzo, e un giorno anzi che caddi nelle sue mani, andando da Ferentino ad Alatri, si sovvenne, fortunatamente per me, della nostra antica conoscenza; e non solo mi lasciò andare liberamente senza esigere da me verun riscatto, ma eziandio volle farmi il regalo di un bell'orologio, e raccontarmi tutta la sua storia.
Vediamo l'orologio, disse Alberto.
Pastrini cavò dal taschino un magnifico orologio a cilindro di Breguet, col nome dell'autore, il bollo di Parigi e una corona da conte. Eccolo qui, diss'egli.
Poffare! fece Alberto; ve ne faccio i miei complimenti. Io ne ho uno presso a poco come questo, che costa tremila franchi: Eccolo, e cavò l'orologio dal taschino del giubbetto.
Sentiamo ora la storia, disse Franz tirando una sedia avanti, e facendo segno a Pastrini di sedersi.
Le loro eccellenze mi permettono...? disse l'albergatore.
Per bacco! disse Alberto, non siete già un predicatore, mio caro, per parlare sempre in piedi.
L'albergatore si assise dopo aver fatto un saluto rispettoso a ciascuno dei suoi due futuri uditori, come per indicare ch'egli era pronto a dar loro quei particolari di Vampa ch'essi avessero domandato.
A noi! disse Franz arrestando Pastrini al momento che stava per aprire la bocca: voi dicevate d'aver conosciuto Luigi Vampa quando era ragazzo; è dunque molto giovine ancora?
Lo credo bene! ha appena 22 anni! è un galeotto che andrà molto avanti, state pur sicuri.
Che ne dite Alberto? è una bella cosa a 22 anni essersi già formata una riputazione, disse Franz.
Sì certamente, alla sua età! Alessandro, Cesare e Napoleone non erano tanto avanti, e sì che questi hanno fatto dipoi qualche rumore nel mondo.
E così, riprese Franz volgendosi all'albergatore, l'eroe di cui ora sentiremo la storia, non ha che 22 anni?
Appena, come ebbi l'onore di dirvi.
È grande o piccolo?
Di mezzana persona, presso a poco come lei; disse l'albergatore designando Alberto.
Grazie del paragone, disse quegli inchinandosi.
Avanti, Pastrini, riprese Franz, sorridendo della suscettibilità del suo amico. E a qual classe della società appartiene?
Era un semplice pastore, addetto alla fattoria del conte San Felice situata fra Palestrina e il lago di Gabri: nacque a Pampinara e fino dall'età di 5 anni entrò al servizio del conte. Suo padre, pastore anch'esso in Anagni, possedeva una piccola mandra e viveva della lana dei montoni e del prodotto delle pecore che veniva a vendere a Roma. Fin da fanciullo il piccolo Vampa aveva un'indole strana. Un giorno, all'età di 7 anni, andò a ritrovare il curato di Palestrina, e lo pregò d'insegnargli a leggere. Era una cosa assai difficile, perchè il pastorello non poteva lasciare le pecore. Ma il buon curato andava tutti i giorni a dire la messa in un piccolo borgo, troppo povero e troppo poco considerevole per poter mantenervi un prete, e che, non avendo neppure un nome, era conosciuto sotto quello di Borgo. Egli offrì a Luigi di trovarsi sulla strada che percorreva nell'ora del ritorno, e di dargli così la lezione, prevenendolo che questa sarebbe stata corta, e che per conseguenza avrebbe dovuto applicarsi molto da sè per renderla profittevole. Il fanciullo accettò con gioia. Luigi conduceva tutti i giorni il gregge a pascolare sulla strada da Palestrina al Borgo; e la mattina alle nove il curato passava: il prete ed il fanciullo si sedevano sulla riva di un fosso, e il giovine pastorello prendeva la lezione sul breviario del curato. Il prete fece fare a Roma da un maestro di calligrafia tre esemplari di alfabeto, uno grande, uno mezzano e l'altro piccolo, e gli fece vedere, che imitando quegli esemplari sopra una pietra di lavagna, coll'aiuto di una punta di ferro, poteva imparare a scrivere: la sera stessa, quando ebbe rinchiuso il gregge nell'ovile, il piccolo Vampa corse dal fabbro ferraio di Palestrina, prese un grosso chiodo, lo arroventò, lo martellò, lo arrotondì, e ne formò una specie di stiletto antico: la dimane unì una quantità di pezzi di lavagna, e si mise all'opera. Dopo tre mesi egli sapeva scrivere.
«Il curato, meravigliato di questa profonda intelligenza, e ammirando tutta questa attitudine, gli fece regalo di parecchi quaderni di carta, di alcune penne, e di un temperino. Allora ebbe a fare un altro studio; ma uno studio ch'era ben poca cosa dopo il primo. Otto giorni dopo maneggiava la penna come prima lo stiletto. Il curato raccontò quest'aneddoto al conte di San-Felice, che volle vedere il pastorello, lo fece leggere e scrivere innanzi a sè, ordinò al suo intendente di farlo mangiare coi domestici, assegnandogli due scudi al mese. Con questo danaro Luigi comprò dei libri e delle matite. Di fatto egli applicava a tutti gli oggetti il suo spirito d'imitazione, e, a guisa di Giotto fanciullo, copiava sulle lavagne le pecore, gli alberi, le case. Poi colla punta del temperino cominciò a tagliare dei pezzi di legno, e a dar loro tutte le forme che voleva. Pinelli pure, l'artista popolare, aveva cominciato così.
«Una ragazzina di sei in sette anni, cioè un poco più giovane di Vampa, era pur essa alla custodia delle pecore in una vicina tenuta, presso Palestrina: questa bambina era orfana, nata a Valmontone, e si chiamava Teresa. I due fanciulli s'incontravano, sedevano l'un presso all'altra, lasciavano le loro mandre mischiarsi e pascere insieme, discorrevano, ridevano, scherzavano; poi la sera separavano il gregge del conte San-Felice da quello del Barone Cervetri, e si lasciavano, promettendosi di ritrovarsi la dimane.
«La dimane infatto mantenevano la parola, e crescevano in età da una parte e dall'altra. Vampa compì i 12 anni, e Teresa gli undici. Frattanto i loro istinti naturali si sviluppavano. A lato del gusto per le arti, che Luigi aveva spinto tant'oltre quanto è permesso di poterlo fare nella solitudine, egli era ad intervalli triste, ardente a scosse, collerico per capriccio, burbero sempre. Nessuno dei giovani di Pampinara, di Palestrina e di Valmontone aveva potuto non solo prendere alcuna influenza su di lui, nè tampoco divenire suo compagno. Il suo temperamento assoluto e l'essere sempre disposto ad esigere, e non mai a lasciarsi piegare ad alcuna concessione, gli allontanava ogni movimento amichevole, ed ogni dimostrazione di simpatia. Teresa sola comandava con una parola, con un gesto, con uno sguardo a questa indole, che piegava sotto la mano di una donna, ma che sotto quella di un uomo si sarebbe irritata fino all'eccesso. Teresa al contrario era vivace, vispa e gaia, ma eccessivamente civetta; i due scudi che Luigi riceveva dall'intendente di San-Felice, il ricavato di tutti i piccoli lavori in intaglio che vendeva ai mercanti di giuocarelli in Roma, si tramutavano in pendenti di perle, in collane di cristallo, in spilli d'oro per la mercè di questa prodigalità del giovine amico. Teresa era la più bella e la più elegante di tutte le contadine delle vicinanze di Roma. I due giovani continuavano a crescere, passando le giornate insieme, e si abbandonavano senza opposizione a tutti gl'istinti primitivi della loro natura; così, nelle loro conversazioni, nei loro desideri, nei loro castelli in aria, Vampa si figurava sempre capitano di vascello, o generale, o governatore di una provincia: Teresa si vedeva ricca, vestita delle più belle stoffe, seguita da servitori in livrea; quindi quando essi avevano passata un'intera giornata a circondare il loro avvenire di questi folli e brillanti arabeschi, si separavano per ricondurre ciascuno la loro mandra alla stalla, ricadendo dall'altezza dei loro sogni alla umiliante realtà della loro condizione.
«Il giovine pastore disse un giorno all'intendente del conte, che aveva veduto un lupo uscir dalle montagne della Sabina e ronzare attorno al gregge. L'intendente gli dette un fucile; era ciò che ambiva Vampa. Questo fucile trovavasi ad avere per caso una eccellente canna di Brescia che mandava la palla come quella di una carabina inglese; l'incassatura soltanto era stata in qualche modo guastata dal conte mentre dava la caccia alla volpe, e per questo messo fra gli scarti. Ciò però non era di nessuna difficoltà per un intagliatore come Vampa. Egli esaminò la forma primitiva, calcolò ciò che bisognava cambiare per metterla in un migliore aspetto, fece un'altra incassatura zeppa di ornamenti così meravigliosi, che certamente avrebbe ritrovato a guadagnarvi una ventina di scudi, del solo incasso, se fosse venuto a venderlo in città. Ma si era astenuto dall'operar così; un fucile era stato da gran tempo il sogno del giovine. In tutti i paesi il primo bisogno che prova ogni cuor forte, ogni struttura possente, è quello di un'arma, che assicuri nello stesso tempo l'assalto e la difesa, e facendo terribile chi la porta, spesso lo fa pur anche divenir temuto. Da quel punto Vampa impiegò nell'esercizio del fucile tutti i momenti che gli rimanevano liberi: comprò della polvere e delle palle, e tutto gli serviva di bersaglio: il tronco di un olivo, triste, pallido, e cenerino, che vegeta sul declive delle montagne della Sabina; la volpe che nella sera usciva dalla tana per cominciare la caccia notturna; l'aquila che s'innalzava per l'aria. Ben presto diventò così valente, che Teresa, superato quel primo ribrezzo che le produceva sul principio la detonazione, si divertiva nel vedere il giovine compagno situare la palla ove aveva indicato, così giustamente, come se ve l'avesse gettata colla mano.
«Una sera, un lupo uscì effettivamente da un bosco vicino al quale i due giovani avevano l'abitudine di starsi; il lupo non aveva fatti dieci passi sulla pianura che già era morto; Vampa, altero di questo bel colpo, sel caricò sulle spalle e lo portò alla fattoria. Tutti questi particolari davano a Luigi una certa riputazione nei dintorni della fattoria: l'uomo superiore, in qualunque luogo si trovi si forma una clientela d'ammiratori. Nei luoghi circonvicini si parlava di questo giovine pastore come del più destro, del più forte, e del più bravo contadino che fosse a dieci leghe di circonferenza; e quantunque Teresa, in un circolo più esteso ancora, passasse per la più bella delle giovinette della Sabina, pure nessuno si arrischiava dirle una parola d'amore, perchè si sapeva amata da Vampa. E frattanto i due giovani non si erano mai detto che si amavano. Essi avevano vegetato l'uno accanto all'altro, come due alberi che uniscono le loro radici nel suolo, che intrecciano i loro rami nell'aria, il loro profumo nel cielo; soltanto era in loro lo stesso desiderio di vedersi; questo desiderio divenne bisogno, ed era per loro assai più facile il comprendere che cosa sia la morte, di quello che una separazione anche di un sol giorno. Teresa aveva allora 16 anni e Vampa 17.
«In quel tempo cominciavasi a parlar molto di una banda di briganti, che si ordinava sui monti Lepini. Il brigantaggio, per quante efficacissime misure siansi prese, non è stato mai affatto distrutto nelle nostre vicinanze. Qualche volta manca un capo, ma quando se ne presenta uno è difficile che manchi di una banda. Il celebre Cucumetto, circondato negli Abbruzzi, cacciato dal regno di Napoli ove sostenne una vera guerra, aveva traversato il Garigliano come Manfredi, ed era venuto fra Sonnino e Giuperno, a rifugiarsi sulle rive dell'Amasina, egli si occupava a riordinare una banda che avrebbe camminato sulle orme di Gasparone e di Decesaris, cui sperava ben presto di sorpassare. Molti giovanotti di Palestrina, di Frascati, e di Pampinara disparvero. Sulle prime si stette in pena sul loro conto, ma ben presto si seppe ch'erano andati a raggiungere la banda di Cucumetto. In capo a poco tempo Cucumetto diventò l'oggetto dell'attenzione generale. Venivano ovunque citati dei tratti di questo capo bandito di una estrema audacia, e di rivoltante brutalità.
«Le storie di ogni genere che si raccontavano di questo capo bandito, formavano spesso l'oggetto delle conversazioni di Luigi e di Teresa. La giovinetta tremava molto a questi racconti; ma Vampa la tranquillava battendo in terra il suo bel fucile che mandava così dritta la palla: poi, quando non era del tutto tranquilla, le faceva vedere un qualche corvo posato sopra una frasca secca di un albero, metteva il fucile alla guancia, premeva sul grilletto, e l'animale colpito cadeva ai piedi dell'albero. Frattanto il tempo passava, i due giovinetti avevano stabilito sposarsi quando Vampa avesse avuto 20 anni, Teresa 19. Erano orfani entrambi; entrambi non avevano altri permessi a chiedere che quello dei loro disegni sull'avvenire. S'intesero due o tre colpi di fucile, quindi un uomo uscì dal bosco presso al quale i due giovani erano soliti far pascolare i loro armenti, e corse verso di loro. Giunto alla portata della voce, gridò tutto ansante.
Io sono inseguito, potete voi nascondermi?
«I due giovani riconobbero ben presto che il fuggitivo doveva essere un bandito: ma fra i banditi ed i paesani romani vi è una innata simpatia, che fa sì, che il secondo è sempre disposto a rendere servigio al primo. Vampa, senza dire una parola, corse ad una pietra che chiudeva l'ingresso di una grotta, scoprì quest'entrata tirando a sè la pietra, fece segno al fuggitivo di entrare in questo asilo sconosciuto a tutti, rimise la pietra tosto che fu entrato, e ritornò a sedersi vicino a Teresa. Quasi subito dopo, quattro carabinieri a cavallo comparvero sul confine del bosco. Tre sembravano essere alla ricerca del fuggitivo, il quarto trascinava pel collo un bandito prigioniero. Essi esplorarono il luogo con un colpo d'occhio, s'accorsero dei due giovani, accorsero di galoppo alla loro volta, e l'interrogarono; ma questi risposero che nulla avevano veduto.
«È dispiacevole, disse il brigadiere, perchè quello che cerchiamo è il capo. Cucumetto? non poterono fare a meno di gridare insieme Luigi e Teresa. Sì, rispose il brigadiere, e siccome la sua testa porta la taglia di mille scudi romani, così voi ne avreste guadagnati 500 se ci aveste aiutati a prenderlo. I due giovani si guardarono reciprocamente. Il brigadiere ebbe un raggio di speranza. 500 scudi romani fanno circa 3 mila franchi; e 3 mila franchi sono una fortuna per due poveri orfanelli che sono sul punto di maritarsi.
«Sì, è dispiacevole, disse Vampa, ma non abbiamo veduto nessuno. Allora i carabinieri percorsero il luogo in tutte le sue diverse direzioni, ma inutilmente: quindi successivamente disparvero. Allora Vampa andò a togliere la pietra, e Cucumetto uscì. Egli aveva veduto attraverso una fessura della porta di macigno i due giovani discorrere coi carabinieri; non aveva alcun dubbio sull'argomento della conversazione; aveva letto sul volto di Teresa e di Luigi l'inalterabile risoluzione di non consegnarlo; cavò di saccoccia una borsa d'oro per fargliene dono. Ma Vampa rialzò la testa con fierezza; quanto a Teresa i suoi occhi brillarono pensando a tutto ciò che ella potrebbe comprare di ricchi gioielli, e belli abiti con quella borsa d'oro.
«Cucumetto era un satana molto abile, solo aveva preso la forma di bandito invece di serpente: egli s'accorse di questo sguardo, riconobbe in Teresa una degna figlia d'Eva, e rientrò nella foresta rivolgendosi più volte, col pretesto di salutare i suoi liberatori. Il tempo del carnevale si avvicinava, il conte di Sanfelice annunziò un gran ballo mascherato al quale fu invitato quanto Roma aveva di più elegante. Teresa aveva gran volontà di vedere questo ballo.
«Luigi domandò al suo protettore, l'intendente, il permesso di assistervi per lui e per lei, nascosti in mezzo alla servitù della casa; permesso che venne loro accordato.
«Il ballo veniva dato dal conte particolarmente per fare cosa grata a sua figlia Carmela ch'egli adorava. Carmela era precisamente dell'età e della persona di Teresa, la quale era per lo meno tanto bella quanto Carmela. La sera del ballo Teresa si mise quanto aveva di più bello, i suoi spilli di maggior valore, i gioielli di cristallo più rilucenti. Ella aveva il costume delle donne di Frascati; Luigi aveva l'abito tanto pittoresco del paesano romano in giorno di festa. Entrambi si mischiarono, come avevano promesso, fra i servitori ed i paesani.
«Il festino era magnifico. Non solo la villa era tutta illuminata, ma migliaia di lampioni a colori erano appesi ai rami degli alberi nel giardino: così ben presto l'onda degli accorsi straripò dal palazzo sulle terrazze, e dalle terrazze nei viali. Ad ogni crociera vi era una orchestra, trattamenti, e rinfreschi; coloro che passeggiavano si fermavano, formavano delle quadriglie, e ognuno ballava ove più gli piaceva. Carmela portava il costume delle donne di Sonnino: aveva la pettinatura intrecciata di perle, gli spilli dei capelli erano d'oro, e di diamanti, il busto era di seta turca a gran fiori di broccato, la giubba e le gonnelle di cachemire: il senale di mussolino delle Indie, i bottoni della giubba altrettante pietre preziose; altre due delle sue compagne portavano il costume delle donne della Riccia. Quattro giovani dei più ricchi e delle famiglie più nobili di Roma l'accompagnavano, essi erano vestiti da paesani d'Albano, di Velletri, di Civita-Castellana, e di Sora. Non fa mestieri dire che questi costumi da paesani, come quelli da paesana, erano risplendenti d'oro e di pietre. Venne a Carmela l'idea di fare una quadriglia uniforme; mancava però una donna. Carmela guardò intorno a sè, e fra le invitate non trovò alcuna che portasse un costume analogo al suo ed a quello delle sue compagne. Il conte di San-Felice le mostrò fra le contadine Teresa, che stava appoggiata al braccio di Luigi.
«Me lo permettete, padre mio? disse Carmela.
«Senza dubbio, rispose il conte; non siamo in carnevale?
«Carmela si accostò ad un giovine che l'accompagnava, e gli disse alcune parole a bassa voce, indicandogli col dito la giovinetta. Il giovine si volse, seguì cogli occhi la direzione della bella mano che gli serviva da indicatore, fece un gesto di obbedienza, e andò ad invitare Teresa perchè venisse a figurare nella quadriglia diretta dalla figlia del conte. Teresa sentì come una fiamma salirle al viso. Interrogò d'uno sguardo Luigi: non v'era mezzo di rifiutare: Luigi lasciò lentamente sdrucciolare il braccio di Teresa che teneva sotto al suo, e Teresa si allontanò condotta dal suo elegante cavaliere, e tutta tremante venne a prendere il posto nella quadriglia aristocratica. Certamente per un'artista l'esatto e severo costume di Teresa, avrebbe avuto tutt'altro carattere che quello di Carmela e delle sue compagne, ma Teresa era una giovanetta frivola, e civetta, i ricami del mussolino, le palme della cintura, lo splendore del cachemire l'abbagliavano, il riflesso dei zaffiri, e dei diamanti la rendevano pazza. Dall'altra parte, Luigi sentiva nascere in sè un sentimento sconosciuto; era come un dolore sordo lo mordesse sulle prime il cuore, e di là corresse fremendo nelle sue vene, e s'impadronisse di tutto il corpo.
«Egli non perdeva un momento d'occhio i piccoli movimenti di Teresa, e del suo cavaliere; allorchè le loro mani si toccavano provava delle vertigini, le arterie gli battevano con violenza, e sarebbesi detto che il suono di una campana ripercuotesse le sue vibrazioni all'orecchio di lui. Allorchè parlavan fra di loro, quantunque Teresa ascoltasse timidamente e con gli occhi bassi i discorsi del cavaliere, siccome Luigi leggeva negli occhi ardenti del bel giovine che questi discorsi erano elogi, gli sembrava che la terra girasse sotto di lui, e che tutte le voci dell'inferno gli soffiassero idee di uccisioni, e di assassinio. Allora, temendo lasciarsi trasportare a qualche pazzia si aggrappava con una mano all'albero contro il quale era appoggiato, e coll'altra stringeva con un movimento convulsivo il pugnale dal manico intagliato che era passato nella sua cinta, e che senza accorgersene qualche volta cavava dal fodero quasi interamente.
«Luigi era geloso, egli capiva che Teresa poteva sfuggirgli, trasportata dalla sua natura orgogliosa e ambiziosa, e frattanto la forosetta che sulle prime era timida, e quasi spaventata, erasi ben presto rimessa. Si disse che Teresa era bella. Questo però non era tutto, Teresa era graziosa, di quella grazia selvaggia molto più possente che la nostra grazia studiata, ed affettata. Ella ebbe quasi gli onori della quadriglia, e se fu invidiosa della figlia del Conte di San Felice, non oseremo dire che Carmela non fosse di lei gelosa. Così a forza di complimenti il suo bel cavaliere la ricondusse al posto ove l'aveva presa, ed ove l'aspettava Luigi.
«Due, o tre volte nel tempo del ballo la giovinetta aveva volto lo sguardo su lui, e ciascuna volta lo aveva veduto più pallido, e con i lineamenti più alterati. Una volta ancora i suoi occhi rimasero abbagliati come da un lampo di sinistro augurio nel vedere la lama del coltello cavata per metà dal fodero; quasi tremando riprese il braccio dell'amante. La quadriglia ebbe i suoi felici successi, e sembrava evidente che si sarebbe discorso di ripeterla una seconda volta. Carmela sola vi si opponeva, ma il Conte di San Felice pregò tanto teneramente la figlia, che finalmente v'acconsentì.
«Tosto uno dei cavalieri si slanciò per invitare Teresa senza la quale era impossibile che si potesse fare la quadriglia, ma la giovinetta era di già sparita. Infatto Luigi non avrebbe avuta la forza di sopportare un secondo esperimento, e parte per persuasione, e parte per forza, aveva trascinato Teresa da un'altra parte del giardino. Teresa aveva ceduto suo malgrado; ma aveva veduto la figura scomposta del giovine, e capiva dal suo silenzio, interrotto da un fremito nervoso, che in lui passava qualche cosa di strano. Essa pure non era esente da un'interna agitazione; e quantunque non avesse fatto niente di male, comprendeva che Luigi avrebbe avuto ragione di farle dei rimproveri; su che? non lo sapeva; ma si accorgeva ciò nonostante che questi sarebbero stati ben meritati. Pur nulla meno, con gran sorpresa di Teresa, Luigi si stette muto, e durante il rimanente della sera le sue labbra non dissero più una parola. Solo, allorchè il freddo della notte avea costretti tutti gl'invitati a lasciare i giardini, e che le porte della villa furono chiuse per dar luogo alla festa interna, ricondusse alla sua casa Teresa, poi quand'ella fu entrata, le disse:
«Teresa, che pensavi tu quando ballavi dirimpetto alla contessina di San Felice?
«Pensava, rispose la giovinetta con tutta la franchezza dell'animo suo, che io darei la metà della mia vita per essere abbigliata come lei.
«E che ti diceva il tuo cavaliere?
«Mi diceva che dipendeva soltanto da me, e che non dovevo dire che una parola per ottener questo.
«Egli aveva ragione, rispose Luigi. Lo desideri tu così ardentemente come tu dici?
«Sì.» Ebbene! tu l'avrai.
«La giovinetta maravigliata, alzò la testa per interrogarlo, ma il suo viso era così tetro e così terribile, che la parola le si agghiacciò sulle labbra. D'altra parte dicendo queste parole Luigi si era allontanato. Teresa lo seguì con gli sguardi fra le tenebre fino a che ella potè scorgerlo. Poi quando fu sparito rientrò sospirando nella sua cameretta.
«Questa medesima notte accadde un grande avvenimento che fu giudicato il prodotto, senza alcun dubbio, della imprudenza di qualche servitore, che aveva usata negligenza nello spegnere i lumi: la villa San Felice prese fuoco, precisamente dalla parte dell'appartamento della bella Carmela. Svegliata nel mezzo del sonno dalla luce delle fiamme, era saltata dal letto, si era inviluppata nella veste da camera, ed aveva tentato di fuggire dalla porta; ma il corridore pel quale abbisognava che passasse ere già tutto in preda all'incendio. Allora rientrò nella sua camera, chiamando ad alte grida soccorso, quando la sua finestra, posta a venti piedi dal suolo si aperse, un giovine contadino si slanciò nell'appartamento, la prese fra le braccia, e con una forza e destrezza sovrumana la trasportò sull'erba del prato ove rimase svenuta. Allorchè riprese l'uso dei sensi, il padre le era vicino, tutti i servitori la circondavano portando soccorsi. Un lato intero della villa fu bruciato; ma non premeva, poichè Carmela era sana e salva. Venne ovunque cercato il suo liberatore, ma questi non ricomparve più; fu domandato di lui a tutti, ma nessuno lo aveva veduto.
«Quanto a Carmela ella era così turbata che non lo aveva riconosciuto. Del rimanente, siccome il conte era immensamente ricco, se si eccettui il pericolo corso da Carmela, e che gli sembrò dal modo miracoloso con cui era stata salvata, piuttosto un novello favore della provvidenza che una disgrazia reale, fu ben poca cosa per lui la perdita di ciò che avevan consumato le fiamme.
«La dimane nell'ora consueta i due giovani si ritrovarono sul confine della foresta. Luigi era arrivato pel primo. Egli venne incontro alla giovinetta con molta allegria, e sembrava avere completamente dimenticata la scena della sera innanzi. Teresa era manifestamente pensierosa, ma vedendo la disposizione di animo di Luigi, simulò un'allegra non curanza che era la base della sua indole, quando qualche passione non veniva a disturbarla. Luigi prese sotto il braccio Teresa, e la condusse fino all'apertura della grotta; là si fermò. La giovinetta conoscendo che doveva esservi qualche cosa di straordinario lo guardò fissamente.
«Teresa, disse Luigi, ieri sera tu mi dicesti che avresti dato metà della tua vita per avere un costume uguale a quello della figlia del conte.
«Certamente, disse Teresa con meraviglia, ma era ben pazza quando esternava un simil desiderio.
«Ed io ti ho risposto: sta bene, tu l'avrai.
«Sì, soggiunse la giovinetta, la cui meraviglia si aumentava od ogni parola di Luigi; ma tu certamente hai risposto così, solo per farmi piacere.
«Non ti ho mai promesso cosa che non ti abbia data, Teresa, disse con orgoglio Luigi: entra nella grotta, e vestiti.
«A queste parole allontanò la pietra, e fece vedere a Teresa la grotta illuminata da due candele, che ardevano ai lati di un magnifico specchio. Sopra una tavola rustica fatta da Luigi, erano distesi gli spilli di diamanti, e la collana di perle; sopra una panca vicina era depositato il rimanente del vestiario. Teresa mandò un grido di gioia, e senza informarsi donde veniva questo vestito, senza prendere il tempo di ringraziare Luigi, si slanciò nella grotta trasformata in gabinetto da toletta. Luigi respinse la pietra dietro ad essa, poichè s'accorse che sulla cresta di una piccola collina, che impediva di vedere Palestrina dal posto in cui stava, un viaggiatore a cavallo si era fermato un momento, incerto sulla strada da tenere, e che compariva sull'azzurro del cielo con quella nettezza di contorno particolare alle vedute in lontananza dei paesi meridionali.
«Lo straniero vedendo Luigi, mise il cavallo al galoppo, e venne alla sua volta. Luigi non si era ingannato; il viaggiatore che andava da Palestrina a Tivoli era incerto sul cammino da prendere. Il giovine glielo indicò; ma siccome ad un quarto di miglio la strada si divideva in tre, e il viaggiatore giunto a questo luogo poteva nuovamente sbagliare, pregò Luigi di servirgli di guida: questi depose a terra il mantello, si pose sulla spalla la carabina, e liberato così dal pesante vestito camminò davanti al viaggiatore con quel passo rapido del montanaro, che un cavallo a stento può seguire.
«In dieci minuti, Luigi ed il viaggiatore si trovarono al crocivio indicato dal giovine pastore. Giunto là, con un gesto maestoso a guisa di un imperatore, stese la mano, e indicò al viaggiatore quella delle tre vie che doveva seguire. Ecco la vostra strada, eccellenza, voi ora non potete più sbagliare. E tu prendi la tua ricompensa, disse il viaggiatore offrendo al pastore alcune piccole monete. Grazie, disse Luigi ritirando la mano, io rendo un servizio, non lo vendo. Ma, disse il viaggiatore, che del resto sembrava abituato a quella differenza che passa tra la servilità dell'uomo di città, e l'orgoglio del campagnuolo, se tu rifiuti una mercede, accetterai un regalo?
«Ah! sì, questa è un'altra cosa. Ebbene, disse il viaggiatore, prendi questi due zecchini di Venezia, e dalli alla tua fidanzata per acquistarsi un paio di pendenti.
«E voi allora prendete questo pugnale, disse il pastore, non ne ritroverete uno la cui impugnatura sia meglio intagliata, da Albano a Civita-Castellana. Lo accetto disse il viaggiatore, ma allora sono io che ti resto obbligato, perchè il pugnale vale molto più di due zecchini.
«Per un mercante può essere, ma non per me che l'ho intagliato io stesso, e mi costa appena uno scudo.
«Come ti chiami tu? domandò il viaggiatore.
«Luigi Vampa, rispose il pastore collo stesso tuono come se avesse risposto: Alessandro re di Macedonia; e voi?
«Io, disse il viaggiatore, mi chiamo Sindbad il marinaro.»
Franz d'Épinay mise un grido di sorpresa.
Sindbad il marinaro! diss'egli.
Sì, rispose il narratore, è il nome che il viaggiatore disse a Vampa essere il suo.
Ebbene! che avete voi da dire in contrario a questo nome? interruppe Alberto; questo è un bellissimo nome e le avventure di chi lo portava mi hanno divertito assaissimo nella mia prima gioventù. Franz non insistè. Il nome di Sindbad il marinaro, come si capirà bene, aveva risvegliato in lui una quantità di ricordi, non diversamente da quello che aveva fatto la sera innanzi il nome di conte di Monte-Cristo: Continuate, disse all'albergatore.
«Vampa mise sdegnosamente i due zecchini in saccoccia e riprese lentamente il cammino pel quale era venuto. Giunto a due o trecento passi della grotta gli parve di sentire un grido. Si fermò ascoltando da qual parte venisse questo grido. Dopo un secondo, intese pronunziare distintamente il suo nome; la voce veniva dalla parte della grotta.
«Balzò come un camoscio, e mentre correva, caricava il fucile, e in meno di un minuto era sulla sommità della piccola collina opposta a quella ove aveva scoperto il viaggiatore. Là si fecero più distinte le grida «aiuto, soccorso!» Girò gli occhi sullo spazio che dominava; un uomo rapiva Teresa come il centauro Nesso Deianira. Quest'uomo, che si dirigeva verso il bosco, aveva già percorso tre quarti del cammino dalla grotta alla foresta. Vampa misurò l'intervallo; quest'uomo aveva già duecento passi di vantaggio su lui, non vi era possibilità di raggiungerlo prima che entrasse nel bosco. Il giovine si ferma come se i suoi piedi avessero messo radice: appoggia l'incasso del fucile alla spalla, leva lentamente la canna nella direzione del rapitore, lo segue un secondo nella corsa, e fa fuoco. Il rapitore si fermò sul punto; le ginocchia gli si piegarono, e cadde trascinando nella sua caduta Teresa la quale si alzò subito, ed il fuggito restò steso dibattendosi nelle ultime convulsioni dell'agonia. Vampa si slanciò verso Teresa, che era a dieci passi dal moribondo, ed alla quale erano a sua volta venute meno le gambe cadendo in ginocchio. Allora al giovine venne il terribile sospetto che la palla che aveva colpito l'avversario avesse puranco ferita la fidanzata. Fortunatamente però non fu; il solo terrore aveva paralizzate le forze di Teresa. Allorquando Luigi fu ben sicuro che era sana e salva, si volse verso il ferito; era di già morto, colle pugna serrate, la bocca contratta dal dolore, e i capelli ritti dal sudore dell'agonia; gli occhi erano rimasti aperti e minacciosi.
«Vampa si avvicinò al cadavere e riconobbe Cucumetto. Dal giorno in cui il bandito fu salvato dai due giovani, erasi innamorato di Teresa, ed aveva giurato che la giovine sarebbe stata sua. Da quel giorno, l'aveva spiata con assiduità; e, profittando del momento in cui il suo amante l'aveva lasciata sola per andare ad indicare la strada al viaggiatore, l'aveva involata e già la credeva sua, quando la palla di Vampa, diretta dal colpo d'occhio infallibile del giovine pastore gli aveva traversato il cuore. Vampa lo guardò un momento senza che la minima emozione si presentasse sul suo viso, nel mentre che Teresa al contrario, tutta tremante ancora, non osava avvicinarsi al morto bandito che a piccoli passi, e gettava esitando uno sguardo sul cadavere al di sotto della spalla del suo amante. Dopo un momento Vampa si rivolse verso la sua innamorata.
«Ah! ah! diss'egli, sta bene, tu sei di già vestita. Or tocca a me a fare la mia toletta.
«Infatto Teresa era vestita da capo a piedi col costume della figlia del conte San Felice. Vampa prese il corpo di Cucumetto fra le braccia, e lo trasportò nella grotta, mentre che Teresa l'aspettava di fuori. Se fosse passato allora un altro viaggiatore, avrebbe veduto una cosa strana; cioè una pastorella guardare il gregge, vestita di cachemire coi pendenti alle orecchie, una collana di perle, degli spilli di diamanti, e dei bottoni di zaffiri, di smeraldi e di rubini. Senza dubbio sarebbesi creduto di ritornare ai tempi di Florian: e di ritorno a Parigi, avrebbe assicurato di avere incontrata la pastorella delle Alpi ai piedi dei monti Sabini. A capo di un quarto d'ora, Vampa uscì dalla grotta. Il suo costume non era meno elegante, nel suo genere, di quello di Teresa. Aveva una veste di velluto granato coi bottoni d'oro cesellati, un giubbetto di seta tutto ricoperto di galloni, una sciarpa annodata intorno al collo, un porta cartucce tutto in oro ed in seta rossa e verde, i pantaloni di velluto celeste attaccati al di sotto del ginocchio colle fibbie di diamanti, le ghette di pelle di daino ricamate con mille arabeschi, ed un cappello su cui sventolavano dei nastri di ogni colore; due catene da orologio pendevano dalla sua cintura ed un magnifico pugnale era attaccato al porta cartucce.
«Teresa gettò un grido di ammirazione; Vampa sotto questo abito rassomigliava ad una pittura di Léopold Robert o di Schnetz. Egli aveva vestito il costume completo di Cucumetto. Il giovine s'accorse dell'effetto che produceva nella sua fidanzata, ed un sorriso di orgoglio gli sfiorò le labbra. Or dimmi Teresa, sei pronta a dividere la mia sorte qualunque essa possa essere?
«Oh! sì, gridò la giovinetta con entusiasmo.
«A seguirmi ovunque andrò? Anche in capo al mondo!
«Allora prendi il mio braccio, e partiamo, poichè non abbiam tempo da perdere.
«La giovinetta intrecciò il suo al braccio dell'innamorato, senza neppur domandargli ove la conduceva; perchè in questo momento le sembrava bello, superbo e potente come il Nume della guerra. E tutti e due s'incamminarono verso la foresta di cui in breve tempo sorpassarono il confine.
«Non fa bisogno di dire che Vampa conosceva tutti i sentieri della montagna; egli s'inoltrò dunque nella foresta senza esitare neppur per poco, e quantunque non vi fosse praticata alcuna strada, riconosceva la direzione che doveva seguire dal solo guardare gli alberi ed i cespugli; essi camminarono in tal guisa per circa un'ora e un quarto.
«Dopo questo tempo giunsero nel punto più fitto del bosco. Un torrente il cui letto era secco, conduceva in una gola profonda. Vampa prese questo strano sentiero, che incassato fra le due rive, e ottenebrato dall'ombra degli alberi sembrava il sentiero d'Averno di cui parla Virgilio. Teresa ritornata timorosa all'aspetto di questo luogo selvaggio e deserto si stringeva contro la guida senza dir parola; ma siccome lo vedeva camminare con un passo sempre uguale, siccome una calma sempre profonda irradiava il suo viso, ella stessa aveva la forza di dissimulare la sua emozione.
«D'un subito, dieci passi lontano da loro, un uomo sembrò staccarsi da un albero dietro cui era nascosto, e prendendo col suo fucile di mira Vampa, gridò:
«Non fare un passo di più o sei morto.
«Andiamo, via! disse Vampa facendo con la mano un gesto di disprezzo, nel mentre che Teresa non dissimulando il suo terrore, si stringeva sempre più contro di lui; e che i lupi forse si sbranano fra di loro?
«Chi sei tu? dimandò la sentinella. Io sono Luigi Vampa, il pastore della fattoria di San Felice. Che vuoi tu?
«Voglio parlare ai tuoi compagni che sono su lo spianato di Rocca-Bianca.
«Allora seguimi, disse la sentinella, o piuttosto, giacchè sai la strada, cammina avanti.
«Vampa sorrise con aria di disprezzo alla cautela di questo bandito, passò avanti con Teresa, e continuò il suo cammino collo stesso passo fermo e tranquillo che lo aveva condotto fin là. Dopo cinque minuti, il bandito fece loro il segno di fermarsi. Essi obbedirono. Il bandito imitò tre volte il grido del corvo, un altro grido eguale rispose a questo triplice appello. Ora tu puoi continuare la strada, disse il bandito. Luigi e Teresa si rimisero in cammino: ma, a seconda che s'inoltravano, Teresa tremante si serrava sempre più contro il suo amante; infatto attraverso gli alberi si vedevano comparire degli uomini e scintillare delle canne di fucile. Lo spianato di Rocca-Bianca era sulla sommità di una piccola montagna, che altre volte doveva certamente essere stata un piccolo vulcano, vulcano estinto prima che Romolo e Remo disertassero da Alba per andare a fabbricar Roma. Teresa e Luigi giunsero alla sommità e nello stesso tempo si ritrovarono circondati da una ventina di banditi.
«Ecco un giovine che vi cerca, e che desidera parlarvi, disse la sentinella. Che vuole egli da noi? chiese colui che in assenza del capo faceva le provvisorie funzioni di capitano.
«Voglio dirvi che mi sono annoiato di fare il mestiere del pastore, disse Vampa.
«Ah! capisco, disse il luogotenente, e tu vieni a domandarci di entrare nelle nostre file? Che sia il benvenuto, gridarono molti banditi di Ferrusino, di Pampinara, e d'Anagni i quali avevano riconosciuto Luigi Vampa.
«Sì, ma io vengo ancora a chiedervi un'altra cosa, oltre di esser vostro compagno. E che vieni tu a chiederci? dissero con meraviglia i banditi. Io vengo a domandarvi di esser fatto vostro capitano, disse il giovine. I banditi dettero in una gran risata. E che hai tu fatto per aspirare a questo onore? domandò il luogotenente. Io ho ammazzato il vostro capo Cucumetto, di cui porto le spoglie, disse Luigi, ed ho messo il fuoco alla villa di San Felice per dare il corredo di nozze alla mia fidanzata. Un'ora dopo, Luigi Vampa era stato eletto capitano nel posto di Cucumetto.»
Ebbene mio caro Alberto, disse Franz volgendosi all'amico, che pensate ora di questo cittadino Luigi Vampa?
Io dico che questo è un Mythe, rispose Alberto, e che non ha mai esistito. E che significa questo Mythe, domandò Pastrini. Sarebbe troppo lungo a spiegarsi, mio caro Pastrini, rispose Franz. E voi dite adunque che maestro Vampa esercita in questo momento la sua professione in queste vicinanze?
E con un tale ardire che nessun bandito ne ha mai dato esempio uguale.
E la polizia non cerca d'impadronirsene?
Che volete? egli è d'accordo ad un tempo coi pastori della pianura, coi pescatori del Tevere e i contrabbandieri della costa. Se si cerca nelle montagne è sul fiume; se si perseguita sul fiume, prende l'alto mare; poi d'improvviso quando si crede che sia rifugiato nell'isola del Giglio, di Gianuti, o di Monte-Cristo, si vede ricomparire in Albano, a Tivoli o alla Riccia.
E qual è il suo modo di operare verso i viaggiatori?
Eh! mio Dio! è semplicissimo; a seconda della distanza che si è dalla città, egli accorda loro otto ore, dodici ore, un giorno per pagare il loro riscatto; quando è passato il tempo accorda ancora un'ora di grazia. Al sessantesimo minuto di quest'ora se non ha il riscatto, fa saltare le cervella del prigioniero con un colpo di pistola, o gli pianta un pugnale nel cuore, e tutto è finito. Ebbene! Alberto, domandò Franz al suo compagno, siete ancora disposto ad andare al Colosseo per la strada fuori delle mura?
Certamente, disse Alberto, se la strada è più pittoresca.
In questo momento batterono le nove, la porta s'aprì, e il cocchiere comparve. Eccellenza, diss'egli, la carrozza è alla porta. Ebbene! disse Franz, andiamo al Colosseo.
Per la porta del Popolo, eccellenza, o per le strade interne? Per le strade interne, per bacco! per le strade interne, gridò Franz. Ah! mio caro, disse Alberto, alzandosi ed accendendo il suo terzo sigaro, in verità io vi credeva più coraggioso.
Dopo queste parole i due giovani discesero le scale e salirono in carrozza.
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Capitolo 34. LE APPARIZIONI.
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Franz aveva ritrovata una via di mezzo, perchè Alberto potesse giungere al Colosseo senza passare davanti ad alcuna rovina antica, e per conseguenza senza che alcuna preparazione graduata togliesse neppure un cubito alle gigantesche proporzioni del Colosseo. Questa fu di passare per la via Sabina, voltare ad angolo retto davanti a San Maria Maggiore e giungere per la via Urbana e San Pietro in Vincoli alla via del Colosseo. D'altra parte questo itinerario offriva ancora un altro vantaggio, quello di non distrarre con altre impressioni Franz da quella prodotta in lui dalla storia raccontata dal Pastrini, e nella quale vi si trovava mischiato il suo anfitrione di Monte-Cristo. Perciò erasi appoggiato col gomito nell'angolo, ed era ricaduto in quelle mille interrogazioni che infinite volte aveva di già fatte a sè stesso, e nelle quali mai era riuscito a darsi una risposta soddisfacente. Un'altra cosa avevagli ancora fatto risovvenire il suo amico Sindbad il marinaro, e questa era la relazione tra i banditi ed i marinari. Ciò che aveva detto Pastrini sul rifugio che Vampa ritrovava nelle barche dei pescatori e dei contrabbandieri, ricordava a Franz quei due banditi corsi ch'egli aveva ritrovato cenare insieme all'equipaggio del piccolo yacht, che deviando a bella posta dal suo cammino aveva approdato a Porto-Vecchio col solo scopo di metterli a terra. Il nome che il suo ospite davasi di conte di Monte-Cristo, pronunciato dall'albergatore della locanda di Londra, gli provava che colui sosteneva la stessa parte filantropica sulle coste di Piombino, di Civitavecchia, d'Ostia e di Gaeta, come su quelle di Corsica, di Toscana, di Spagna, non meno che su quelle di Tunisi e di Palermo. Era una prova che egli abbracciava un circolo di relazioni molto esteso.
Ma per quanto queste riflessioni fossero presenti sullo spirito del giovine, esse svanirono quando cominciò a farsi scorgere davanti a sè il tetro e gigantesco spettro del Colosseo fra le aperture del quale la luna faceva passare quei lunghi e pallidi raggi, che sembra cadano dagli occhi dei fantasmi. La carrozza si fermò a qualche passo dalla Fontana denominata Meta Sudans. Il cocchiere aprì la portiera, i due giovani saltarono a terra, e si trovarono in faccia ad un cicerone che sembrava uscito di sotto terra. Quello dell'albergo pure li aveva seguiti, e così ne ebbero due. Del resto però è impossibile di potere evitare a Roma questo lusso di guide; oltre il cicerone generale che s'impadronisce di voi dal momento che mettete il piede sulla porta di un albergo o di una locanda, e che non vi abbandona che il giorno in cui mettete piede fuor della città, vi è pure un cicerone addetto a ciascun monumento; si giudichi dunque se si può restar privi di cicerone al Colosseo, vale a dire al monumento per eccellenza, che faceva dire a Marziale: «Che Memfi cessi di vantare i barbari miracoli delle sue piramidi, che cessino di essere vantate le meraviglie di Babilonia; tutto deve annichilirsi davanti l'opera immensa dell'anfiteatro dei Cesari, e tutte le voci della celebrità devono riunirsi per lodare questo monumento.»
Franz ed Alberto non tentarono nemmeno di sottrarsi alla tirannide ciceroniana, molto più poi sarebbe stato difficile al Colosseo, perchè ivi le sole guide hanno il diritto di percorrere i diversi punti praticabili del monumento, colle torcie accese. Non fecero dunque alcuna resistenza, e si abbandonarono anima e corpo ai loro conduttori. Franz conosceva di già questa passeggiata per averla fatta dieci altre volte; ma siccome il suo compagno, più novizio, metteva per la prima volta il piede nell'anfiteatro di Flavio Vespasiano, debbo confessarlo a sua lode, non ostante il cicaleggiare ignorante delle guide, egli era commosso da vive impressioni. In fatto non è possibile, senza vederlo, formarsi un'idea della maestà di una simile rovina, le cui proporzioni sono eziandio tutte raddoppiate dalla misteriosa chiarezza di quella luna meridionale, i raggi della quale sembrano i crepuscoli d'occidente.
Il pensatore Franz, appena fatti cento passi sotto i portici interni, lasciò Alberto alle guide, che non volevano rinunciare ai diritti loro particolari, la fossa dei Leoni, le stanze dei Gladiatori, il Palco dei Cesari, e salì per una scala mezzo rovinata, facendo loro continuare il metodico giro, si assise all'ombra di una colonna, dirimpetto ad una curva che gli permetteva di potere abbracciare collo sguardo il gigante di marmo in tutta la sua estensione. Franz era là da circa un quarto d'ora, nascosto dall'ombra della colonna, ed occupato a guardare Alberto che, accompagnato da coloro che gli portavano le torce, usciva in quel momento da un romitorio, posto all'altra estremità del Colosseo, simili ad ombre che seguano un fuoco fatuo; discendevano di scalino in scalino verso il luogo che era riservato alle vestali, allorchè gli sembrò udire il rumore di una pietra, che si staccasse e cadesse dalla scala ch'egli pure aveva ascesa per portarsi al luogo che occupava. Certo che non è cosa rara il sentir cadere una pietra che sotto i piedi del tempio si stacca e va a rotolare nell'abisso: ma questa volta gli sembrò fosse il piede di un uomo sotto il quale si staccava, e che il rumore dei passi giungesse fino a lui, sebbene chi li causava facesse tutto per renderli impercettibili. Di fatto, dopo un momento, comparve un uomo, uscendo gradatamente dall'ombra a seconda che saliva la scala, la cui apertura, posta dirimpetto a Franz era illuminata dalla luna, ma i gradini si perdevano nell'oscurità a seconda che si discendeva.
Questi poteva essere un viaggiatore come lui, che preferiva una meditazione solitaria al ciarlare insignificante delle guide, e per conseguenza la sua comparsa nulla aveva di sorprendente: ma all'esitazione colla quale salì gli ultimi scalini, al modo con cui, giunto sul piano, si fermò e parve mettersi in ascolto, era evidente, essere egli venuto là con qualcuno. Per un movimento istintivo Franz si nascose quanto più potè dietro la colonna. A dieci passi dal luogo ove si trovavano entrambi, la volta era diroccata, e, da una apertura rotonda come quella di un pozzo, lasciava vedere il cielo tutto brillante di stelle. Attorno a questa che forse da qualche secolo dava passaggio ai raggi della luna, vegetavano dei cespugli il cui verde spiccava con vigore sul pallido azzurro del firmamento, mentre che grandi frasche, e mazzi di ellera pendevano da questa terrazza superiore, e ondulavano sotto la volta a guisa di corde fluttuanti. Il personaggio che aveva attirata l'attenzione di Franz era posto in una mezza ombra che non gli permetteva di distinguerne i tratti, ma che però non era abbastanza oscura per impedirgli di conoscerne i particolari del vestito. Egli era avvolto in un gran mantello scuro, un lembo del quale, gettato sulla spalla sinistra, gli copriva la parte inferiore del viso, mentre che un cappello a larghe tese copriva la parte superiore. L'estremità sola del vestito era illuminata dai raggi obbliqui della luna che passavano dall'apertura, e che permettevano di distinguere i calzoni neri, che elegantemente finivano sur un paio di stivali di pelle lucida. Quest'uomo apparteneva evidentemente se non alla aristocratica, almeno alla buona società.
Erano già trascorsi alcuni minuti da che egli trovavasi là, e già cominciava a dare qualche segno d'impazienza, allorchè fecesi sentire un piccolo rumore nella terra soprapposta. Nel medesimo punto un'ombra intercettò la luce; un uomo apparve all'orlo dell'apertura, gettò uno sguardo penetrante nelle tenebre, e scoperse l'uomo dal mantello: tosto sorreggendosi ad un pugno di quelle frasche e di quei rami d'ellera ondulante, si lasciò scivolare, e, giunto a tre o quattro piedi dal suolo, saltò leggermente a terra. Questi era interamente vestito da Trasteverino. Scusatemi eccellenza, se vi ho fatto aspettare, disse in dialetto romano; però non sono in ritardo che di pochi minuti; le dieci sono sonate or ora a San Giovanni in Laterano.
Sono stato io che sono venuto prima, e non voi che avete ritardato, rispose lo straniero nel più puro toscano; non facciamo cerimonie, perchè quand'anche mi aveste fatto aspettare, sarei ben certo che non sarebbe stato per qualche motivo dipendente dalla vostra volontà.
Ed avete ragione, eccellenza, vengo da castel San Angelo, ed ho avuto tutte le difficoltà possibili per poter parlare a Beppe. Chi e questo Beppe? Beppe è un impiegato delle prigioni al quale io passo una piccola rendita mensile per sapere ciò che succede in castello. Ah! ah! vedo bene che siete un uomo pieno di cautele, mio caro. Che volete, eccellenza, non si sa ciò che può accadere: forse io pure sarò un giorno o l'altro preso nella rete, come quel povero Peppino, ed avrò io pure bisogno di un sorcio per rodere qualche maglia della mia prigione.
Alle corte, che avete saputo?
Che martedì vi saranno due esecuzioni, a due ore, siccome è solito qui in certe ricorrenze particolari. Uno dei condannati sarà impiccato; è un miserabile che ha ucciso quella stessa persona che lo aveva allevato, e questi non merita alcun interessamento; l'altro sarà decapitato, e questi è il povero Peppino.
Che volete, mio caro, voi ispirate un terrore così grande non solo al governo pontificio, ma eziandio agli stati vicini, che assolutamente si vuol dare un esempio.
Ma Peppino non faceva neppur parte della mia banda; era un povero pastore che non ha commesso altro delitto, che quello di fornirci di viveri.
E ciò lo costituisce vostro complice in piena regola. Anzi vedete che gli si usano dei riguardi. Invece di appiccarlo come faranno a voi se mai vi metteranno le mani addosso, si contentano di ghigliottinarlo. E vedete bene che daranno due spettacoli differenti.
Senza contar quello che gli preparo io, e che non si aspettano, soggiunse il Trasteverino.
Mio caro, permettetemi di dirvi che mi sembrate del tutto disposto a fare qualche sciocchezza.
Sono disposto a far di tutto per impedire l'esecuzione di quel povero diavolo, che si trova nell'impaccio per avermi servito. Io mi terrei per un vile, se non facessi qualche cosa per questo bravo giovane.
E che farete?
Metterò una ventina di uomini intorno al patibolo, e quando vi verrà condotto, ad un segnale che darò io, ci slanceremo col pugnale alla mano sulla scorta, e lo porteremo via.
Questa è una cosa troppo eventuale, ed io ritengo che il mio disegno sia migliore del vostro.
E quale è il disegno di Vostra Eccellenza?
Io farei in modo di parlare ad uno che conosco pregandolo ad ottenere che la esecuzione si differisse a quest'altro anno: quindi nel corso dell'anno, tornerò a parlare con commovente eloquenza ad un altro tale che pure conosco, e lo farei evadere di prigione.
Siete voi sicuro della riuscita?
Parbleu! disse in francese l'uomo dal mantello.
Che vuol dire? domandò il Trasteverino.
Vuol dire che io da solo farò più colle mie insinuanti espressioni che voi con tutta la vostra gente coi loro pugnali, le loro pistole, le loro carabine ed i loro tromboni. Lasciatemi dunque fare.
A meraviglia! ma ricordatevi bene che, se non ci riuscite, ci terremo sempre preparati.
Tenetevi sempre preparati, se così vi piace, ma siate certi che avrò la sua grazia.
Ricordatevi che martedì è dopo domani. Voi non avete più che il solo domani.
Sta bene, ma un giorno si compone di 24 ore, ciascun'ora di 60 minuti, ciascun minuto di 60 secondi, e in 86m, 400 secondi si fanno moltissime cose.
Come sapremo se Vostre Eccellenze è riuscita?
È semplicissimo: ho preso in fitto le tre ultime finestre del caffè Ruspoli, se ho ottenuta la grazia, le due finestre ai lati avranno un tappeto di damasco giallo, e quella di mezzo ne avrà uno di damasco bianco con una croce rossa.
Sta benissimo; e da chi farete presentar la grazia?
Inviatemi uno dei vostri uomini travestito da confratello, e la consegnerò a lui. Mediante questo travestimento, egli potrà giungere fino ai piedi del patibolo, e rimetterà il foglio al capo della confraternita che lo passerà al carnefice. Frattanto, fate sapere questa notizia a Peppino che egli non abbia a morire di paura o non abbia a divenir pazzo, che sarebbe lo stesso che farci fare un'opera buona inutilmente.
Ascoltate, eccellenza, disse il Trasteverino, io vi sono affezionato, ve ne siete convinto? Lo spero almeno.
Ebbene, se voi salvate Peppino, la mia non sarà più affezione, ma per l'avvenire sarà cieca obbedienza.
Ebbene, fa attenzione a ciò che tu dici, mio caro, forse un giorno avrò a ricordarti questo discorso, forse un giorno io pure avrò bisogno di te...
Allora, eccellenza, mi troverete nel momento del bisogno, come io avrò trovato voi; allora, foste ancora all'altra estremità del mondo, non avreste che a scrivermi: «fate questo» ed io lo farei sulla fede di...
Zitto, disse lo sconosciuto, sento del romore.
Sono viaggiatori che visitano il Colosseo.
È inutile che ci trovino insieme. Queste spie di guide potrebbero riconoscervi, e per quanto sia onorevole la vostra relazione, pur nonostante se si sapesse che siamo uniti in amicizia, questo legame mi farebbe perdere non poco il mio credito. E così, se voi avrete la grazia?...
La finestra del mezzo avrà il tappeto bianco con una croce rossa. Se non la ottenete....? Tutte e tre le finestre saranno addobbate coi tappeti gialli. E allora?... Allora, menate il pugnale a vostro piacere, vi prometto di essere là per vedervi fare. Addio, eccellenza; io conto sopra di voi, e voi contate sopra di me. A queste parole il Trasteverino disparve per la scala, mentre che lo sconosciuto, coprendosi più che mai il viso col mantello, passò a due passi da Franz, e discese nell'arena per la gradinata esterna. Un minuto dopo, Franz intese il suo nome ripetersi sotto le volte: era Alberto che lo chiamava; egli aspettò per rispondere, che i due interlocutori si fossero allontanati, non avendo gran volontà che si sapesse da loro esservi stato un testimonio, il quale, se non aveva veduto i loro volti, non aveva però perduto una parola della loro conversazione; dieci minuti dopo, Franz percorreva la strada per andare alla piazza di Spagna ascoltando con una distrazione molto impertinente la dotta dissertazione che Alberto faceva, dietro la testimonianza di Plinio e Calpurnio, sulle reti guarnite di punte di ferro che impedivano agli animali feroci di slanciarsi sugli spettatori. Egli lo lasciò discorrere senza contradirlo; aveva troppa fretta di trovarsi solo, per pensare senza distrazione a quanto era avvenuto vicino a lui.
Di questi due uomini l'uno certamente era straniero, ed era la prima volta che lo vedeva e lo sentiva; ma non era così dell'altro, e quantunque Franz non ne avesse distinte le forme del viso, sempre nascoste nell'ombra o nel mantello, l'accento di questa voce lo aveva troppo colpito la prima volta che avevala intesa, perchè potesse mai più risuonare a lui vicino senza riconoscerla. Vi era particolarmente nelle intonazioni ironiche qualche cosa di stridulo e di metallico che lo aveva fatto rabbrividire fra le rovine del Colosseo, non meno che nella grotta di Monte-Cristo; per tal modo egli era ben convinto che questi non era se non che Sindbad il marinaro. In tutt'altra congiuntura, la curiosità che gli veniva inspirata da quest'uomo sarebbe stata sì grande, che egli sarebbesi fatto riconoscere; ma in questa occasione, la conversazione che aveva intesa era troppo intima per non essere trattenuto dal timore che una sua comparsa non sarebbe stata troppo gradita; egli avevalo adunque lasciato allontanare, come si è veduto, ma ripromettevasi, se lo avesse incontrato un'altra volta, di non lasciarsi sfuggire una seconda occasione come aveva fatto per la prima.
Franz era troppo preoccupato per potere dormire bene. La notte fu da lui impiegata a passare e ripassare nello spirito tutte le più minute particolarità che avevano relazione all'uomo della grotta, e allo sconosciuto del Colosseo, e che tendevano a formare uno stesso individuo di questi due personaggi; e più Franz ci pensava, più si convinceva della sua opinione. Egli si addormì sul far del giorno, per il che svegliossi molto tardi. Alberto, da vero parigino, aveva già prese le sue mire per la serata. Egli aveva mandato a cercare un palco al teatro Argentina. Franz aveva molte lettere da scrivere in Francia, e abbandonò la carrozza ad Alberto per tutta la giornata. Alle cinque questi ritornò; aveva già portate le lettere di raccomandazione, ricevuto inviti per tutte le conversazioni serali, e veduto Roma.
Un giorno era bastato ad Alberto per far tutto questo, ed aveva ancora avuto il tempo d'informarsi dell'opera che si cantava, e degli attori che la eseguivano. L'opera portava per titolo la Parisina; gli attori erano Coselli, Moriani, e la Spech. I nostri due giovani non erano disgraziati, come si vede: essi avrebbero intesa la musica di una delle migliori opere dell'Autore della Lucia di Lammermoor, cantata da tre artisti più rinomati d'Italia. Alberto non avea mai potuto abituarsi ai teatri oltramontani, nell'orchestra dei quali non è permesso d'andare e che non hanno nè palchi, nè logge scoperte; ciò era penoso per un uomo che avea il suo posto agl'Italiani, e nella loggia infernale all'Opera.
Ciò però non gl'impediva di vestirsi con acconciature tutte le volte che andava al teatro con Franz, tolette perdute, perchè, bisogna confessarlo a vergogna di uno dei rappresentanti più degni del nostro bonton, in quattro mesi che viaggiava l'Italia in tutti i sensi, non aveva avuta ancora alcuna avventura. Alberto qualche volta cercava di scherzare su questo argomento; ma nel fondo del cuore era grandemente mortificato, egli, Alberto Morcerf, uno dei giovani più scapati non aveva ancora fatta alcuna conquista. La cosa era ancor tanto più penosa, che, secondo l'abitudine modesta dei nostri cari compatriotti, Alberto era partito da Parigi con la ferina convinzione di avere in Italia il più felice successo, e di ritornare a formar la delizia del Baluardo di Gand col racconto delle sue buone avventure. Ahimè! non ne aveva avuta alcuna: le graziose contesse Genovesi, Fiorentine, e Napoletane si erano conservate pei loro mariti, pei loro amanti, ed Alberto aveva acquistata la crudele convinzione, che le Italiane sanno essere almeno fedeli: non voglio però dire che in Italia, come in ogni altro luogo, non vi sieno le loro eccezioni. Eppure Alberto non era solo un cavaliere molto elegante, ma aveva ancor dello spirito; più, era visconte, visconte di nobiltà recente, ciò è vero; ma oggi che non si fanno più le prove, che importa, che la propria nobiltà porti la data del 1399, o del 1815? Oltre a tutto ciò egli avea 50 mila lire di rendita; e questo è molto più di quanto bisogna, come si vede, per essere un giovine alla moda in Parigi. Era dunque un poco umiliante il non essere stato ancora seriamente osservato da alcuna signora nelle città in cui aveva soggiornato.
Ma egli avea stabilito di rivendicarsi nel carnevale, essendo questo un tempo di libertà in tutti i paesi della terra in cui è introdotta questa istituzione, e nella quale anche i più stoici cadono in qualche follia.
Ora, siccome il carnevale si apriva la dimane, era necessario che Alberto facesse conoscere il suo programma prima di quest'apertura.
Alberto adunque, con questa idea, aveva preso in fitto uno dei palchi più esposti al teatro, e prima di portarvisi fece una toletta irreprensibile. Era al primo ordine, che tien luogo della galleria in Francia, del resto però le tre prime file di palchi sono egualmente ed indistintamente aristocratiche, e per questo si chiamano gli ordini nobili. Questo palco nel quale si poteva stare in dodici senza pigiarsi, era costato molto meno che non sarebbero costati quattro posti in una loggia all'Ambigu. Alberto aveva ancora un'altra speranza, ed era, che se giungeva a prendere un posto nel cuore di qualche bella romana, ciò lo avrebbe naturalmente condotto puranche a conquistare un posto nella carrozza, e per conseguenza a vedere il corso dall'alto di una carrozza aristocratica, e da una finestra principesca.
Tutte queste considerazioni lo rendevano dunque di una estrema mobilità. Egli volgeva le spalle agli attori, sporgeva per metà fuori del palco, guardando tutte le più belle donne con un cannocchiale lungo sei pollici, cosa che non invitava alcuna signora a ricompensare di un solo sguardo, anche di semplice curiosità, tutti i movimenti che si dava Alberto. Di fatto ciascuna parlava dei suoi affari, dei suoi piaceri, del carnevale che cominciava la dimane, senza fare attenzione nè agli attori, nè alla musica, ad eccezione dei migliori motivi, chè allora ciascuno si volgeva verso il palco scenico, sia per sentire un recitativo di Coselli, sia per applaudire a qualche bella nota del Moriani, sia per gridare bravo alla Spech. Indi le particolari conversazioni riprendevano il loro corso abituale. Verso la fine del secondo atto si aprì la porta di un palco rimasto vuoto fino allora, e Franz vide entrarvi una persona alla quale egli aveva avuto l'onore di essere stato presentato a Parigi e che credeva ancora in Francia. Alberto vide il movimento che fece il suo amico a questa comparsa, e volgendosi a lui:
Conoscete forse quella signora? diss'egli.
Sì, che ve ne pare? Graziosa, mio caro, e bionda. Oh! che capelli adorabili! È una francese? Come si chiama? La Contessa G***.
Oh! io la conosco di nome, esclamò Alberto; dicono che sia tanto spiritosa quanto è bella. Per bacco! avrei potuto farmi presentare a lei a Parigi all'ultimo ballo della de Villefort, ov'era, e non la ho curata, sono un gran stupido!
Volete che io ripari a questo torto? domandò Franz.
Come! voi la conoscete con abbastanza intimità per presentarmi nel suo palco? Io non ho avuto l'onore che di parlarle tre o quattro volte in mia vita, ma a tutto rigore ciò basta per non commettere una inconvenienza.
In questo momento la contessa riconobbe Franz, e colla mano gli fece un saluto grazioso, al quale egli rispose con un rispettoso inchino di testa. Ma mi sembra che siate molto nelle sue grazie? disse Alberto.
Ebbene! ecco ciò che v'inganna, e che a noi francesi farà fare sempre mille sciocchezze all'estero; ed è di sottomettere tutto ai nostri punti di vista parigini. Nella Spagna, e soprattutto in Italia, non giudicate mai della intimità delle persone sulla libertà dei rapporti. Noi ci siamo trovati simpatici colla contessa, ed ecco tutto.
Simpatici di cuore? domandò ridendo Alberto.
No, di spirito; rispose seriamente Franz.
Ed in quale occasione? Nell'occasione di una passeggiata al Colosseo, come quella che abbiamo fatto insieme.
Al chiaro di luna? Sì. Soli? Quasi.
Ed avete parlato... Di morti.
Ah! doveva essere una cosa assai piacevole. Ebbene vi prometto che se avrò la fortuna d'essere il cavaliere della bella contessa in una simile passeggiata, non le parlerò che di vivi.
E forse farete male.
Frattanto, presentatemi alla contessa come mi avete promesso. Subito che sarà calato il sipario.
Quanto è lungo questo diavolo di primo atto!
Ascoltate il finale, è bellissimo, e Coselli lo canta mirabilmente. Sì, ma che portamento!
Non si può però essere più drammatici della Spech.
Quando si è intesa la Sontag e la Malibran...
Non trovate eccellente il metodo di Moriani?
A me non piacciono i bruni che cantano biondo.
Ah! mio caro, disse Franz volgendosi, mentre Alberto continuava a puntare col suo cannocchiale, in verità siete molto difficile a contentarvi.
Finalmente calò il sipario con grande soddisfazione del visconte di Morcerf, che prese il cappello, dette colla mano un'assestata ai capelli, alla cravatta, ai manichetti, e fe' osservare a Franz ch'egli aspettava. E siccome la contessa, che Franz interrogava con lo sguardo, avevagli fatto un segno impercettibile cogli occhi, per fargli conoscere che sarebbe stato il ben venuto, così non tardò a soddisfare la premura di Alberto, e mentre faceva il giro del corridoio, il compagno che lo seguiva approfittava di questi momenti per accomodare le false pieghe, che i movimenti del collo avevano potuto produrre sul colletto della camicia, e sui rovesci dell'abito; in questo batterono alla porta del N. 4 che era il palco occupato dalla contessa. Prestamente il giovine che sedeva a lato della contessa sul davanti del palco, si alzò cedendo il posto, giusta il costume italiano, al nuovo arrivato, che deve poi cederlo a sua volta quando entra un'altra visita.
Franz presentò Alberto alla contessa come uno dei giovani parigini più distinti per la sua posizione sociale, e pel suo spirito, cosa d'altra parte vera, perchè a Parigi e nel circolo in cui viveva Alberto era ritenuto per un cavaliere irreprensibile. Egli aggiunse che afflitto di non aver potuto approfittare del soggiorno della contessa a Parigi per farsi presentare a lei, lo aveva incaricato di riparare a questo errore, missione della quale si disimpegnava pregando la contessa, presso la quale aveva bisogno egli stesso di un introduttore, di perdonare la sua indiscretezza. La contessa rispose facendo un grazioso saluto ad Alberto e stendendo la mano a Franz. Invitato da lei, Alberto prese il posto rimasto vuoto sul davanti, e Franz si assise nella seconda fila presso la contessa.
Alberto aveva ritrovato un eccellente argomento di conversazione, era Parigi; parlava alla contessa delle loro comuni conoscenze. Franz capì ch'egli era sul terreno che gli conveniva, lasciollo andare, e chiestogli il gigantesco cannocchiale, si mise anch'egli ad esplorare il teatro. Sola, sul davanti di un palco al terz'ordine, in faccia ad essi, era una donna quanto può dirsi bella, con un costume alla greca, portato con tanta disinvoltura, che compariva evidente essere quello il suo costume ordinario. Dietro ad essa, nell'ombra delineavasi la forma di un uomo di cui era impossibile distinguere il viso. Franz interruppe la conversazione di Alberto colla contessa per chiedere a quest'ultima se conosceva la bella Albanese che tanto era degna di attirare l'attenzione non solo degli uomini, ma ben anche delle donne. No, diss'ella, tutto ciò che io so, si è che trovasi a Roma dal principio della stagione: perchè all'apertura del teatro l'ho veduta ove è ora, e da un mese non è mancata ad una rappresentazione, ora accompagnata dall'uomo che è con lei in questo momento, ora semplicemente seguita da un domestico moro.
Come la trovate contessa? Estremamente bella. Medora doveva rassomigliare a questa donna.
Franz e la contessa si contraccambiarono un sorriso; poi questa riprese il dialogo con Alberto, e Franz, seguitò a fissare la bella Albanese. Il sipario si alzò per la rappresentazione del ballo. Era uno dei buoni balli italiani, messo in iscena dal famoso Henry, che come coreografo, si è fatta in Italia una riputazione colossale, che poi il disgraziato perdè al Teatro Nautico, uno di quei balli ove dal primo personaggio fino all'ultima comparsa tutti prendono una parte così attiva all'azione, che 150 persone fanno nello stesso tempo lo stesso gesto, ed alzano insieme o il medesimo braccio, o la medesima gamba. Questo ballo era intitolato Dorliska.
Franz era troppo preoccupato della sua bella greca per potersi occupare del ballo. Quanto a lei, prendeva un manifesto piacere a questo spettacolo, piacere che formava una singolare opposizione colla non curanza di quello che l'accompagnava, e che durante tutta la rappresentazione coreografica non fece un movimento, sembrando che in mezzo al rumore infernale che facevano le trombe, i cembali, e i cappelli chinesi in orchestra, egli si godesse le celestiali dolcezze di un sonno pacifico.
Finalmente il ballo terminò, ed il sipario calò in mezzo agli applausi frenetici di una platea entusiasta. Mercè quest'abitudine di separare col ballo i due atti dell'opera, gli intermezzi fra un atto e l'altro sono cortissimi in Italia: i cantanti hanno tutto il tempo di riposarsi e di fare i loro travestimenti mentre che i ballerini eseguiscono le loro danze. L'introduzione del second'atto cominciò. Franz vide che, ai primi colpi d'archetto, il dormiente andava alzandosi lentamente, e si avvicinava alla greca, che si volse per dirigerli qualche parola, quindi tornò ad appoggiarsi al davanti del palco. La figura però dell'interlocutore si teneva sempre fra l'ombra, e Franz non poteva distinguerne i tratti del volto.
Rialzato il sipario, gli attori attirarono necessariamente l'attenzione di Franz: gli occhi lasciarono per un momento il palco della bella greca per dirigersi alla scena. Il secondo atto, come ognuno sa, comincia col duetto del sogno: Parisina, dormendo, lasciasi sfuggire, davanti ad Azzo, il segreto del suo amore per Ugo. Lo sposo tradito passa per tutti i furori della gelosia, fino a che, convinto che la moglie è infedele, la sveglia per annunziarle la sua vicina vendetta. Questo duetto è uno dei più belli, dei più espressivi, dei più terribili usciti dalla penna di Donizetti. Franz lo sentiva per la terza volta, e quantunque non passasse per un melomaniaco arrabbiato, produsse su lui un effetto profondo. Egli per conseguenza stava per congiungere i suoi applausi a quelli del pubblico, allorchè le sue mani, atteggiate a percuotersi, restarono allontanate; ed i bravi che gli sfuggivano di bocca, si estinsero sulle labbra. L'uomo del palco si era alzato in piedi e la sua testa veniva rischiarata dalla luce: Franz riconosceva in lui il misterioso abitante di Monte-Cristo, quello che la sera innanzi gli era sembrato di aver riconosciuto fra le rovine del Colosseo alla voce ed alla persona. Non v'era più dubbio, lo strano viaggiatore abitava in Roma. Senza fallo la fisonomia di Franz era in armonia al turbamento che gettava nel suo spirito quest'apparizione, poichè la contessa lo guardò, scoppiò in una risata, e gli chiese ciò che avesse. Signora contessa, rispose Franz, poco fa vi ho domandato se conoscevate quella donna albanese; ora vi domanderò se conoscete suo marito.
Niente più di lei, rispose la contessa.
L'avete mai osservato? Ecco una domanda alla francese! Sapete bene che per noi italiane non vi ha alcun altro uomo al mondo se non che quello che amiamo!
È giusto, rispose Franz. In ogni modo, diss'ella applicando ai suoi occhi il cannocchiale di Alberto, e dirigendolo verso il palco, egli dev'essere un qualche disotterrato, qualche morto uscito dalla tomba col permesso dei becchini, poichè mi sembra spaventosamente pallido.
Egli è sempre così, rispose Franz. Voi dunque lo conoscete? domandò la contessa; allora sono io che vi domando chi è. Credo di averlo veduto altre volte, e mi sembra di riconoscerlo. Infatto, diss'ella, facendo un movimento colle sue belle spalle, come se un brivido le percorresse le vene, capisco che quando un tal uomo si è veduto una volta non si dimentica più.
L'effetto che Franz aveva provato non era dunque un'impressione particolare, perchè un altro l'aveva risentita al pari di lui. Ebbene! domandò allora alla contessa dopo che l'ebbe guardato una seconda volta, che pensate di quell'uomo? A me sembra che sia lord Ruthwen in carne ed ossa. Infatto questo nuovo ricordo di Lord Byron colpì Franz: se qualcuno poteva fargli credere l'esistenza dei Vampiri, era quest'uomo.
Bisogna che io sappia chi è, disse Franz alzandosi.
Oh! no, gridò la contessa; no, non mi lasciate, ho calcolato su voi per accompagnarmi a casa, ed or vi trattengo.
Come! veramente, gli disse Franz, accostandosele all'orecchio, avete paura.
Ascoltate, gli diss'ella, Byron mi ha giurato che credeva ai Vampiri, mi ha assicurato di averne veduti, e me ne ha descritto i loro visi; ebbene! assomigliano perfettamente a quell'uomo là, con i capelli neri, grandi occhi brillanti di una strana fiamma, quel pallone mortale; poi aggiungete che non è con una donna come tutte le altre; è con una straniera... una greca... una scismatica... senza dubbio con una maga al par di lui... ve ne prego, non partite. Domani vi metterete sulle ricerche, se così vi aggrada, ma questa sera io vi dichiaro che vi ritengo impegnato. Franz insistè.
Ascoltate, diss'ella, alzandosi, io me ne vado; non posso fermarmi sino alla fine dello spettacolo, perchè ho gente in casa che mi aspetta; sareste così poco galante da negarmi la vostra compagnia? Franz non aveva altra risposta a dare che prendere il cappello, aprire la porta, e presentare il braccio alla contessa. E questo fece. La contessa era veramente molto commossa: lo stesso Franz non poteva sfuggire ad un certo terrore superstizioso, tanto più naturale in quanto che nella contessa era il prodotto di una sensazione distinta, ed in lui il resultato di strani ricordi.
Nel salire in carrozza sentì che la contessa tremava. Egli la ricondusse fino a casa: non era vero che era attesa; gliene fece perciò dei rimproveri.
In verità, diss'ella, io non mi sento bene ed ho bisogno di esser sola, la vista di quell'uomo mi ha tutta sconvolta.
Franz fece atto di ridere. Non ridete, gli diss'ella, da altra parte voi non ne avete la volontà. Promettetemi una cosa. E quale? Promettetemela. Tutto quel che vorrete, eccetto di rinunziare a scoprire chi è quell'uomo. Ho dei motivi che non posso dirvi per desiderare di sapere chi sia, donde venga, e dove vada. Donde venga, nol so, ma dove vada, vel posso dire a colpo sicuro; va all'inferno.
Ritorniamo alla promessa che volevate esigere da me. Ah! trattasi di tornare direttamente all'albergo e procurare di non veder questa sera quell'uomo. Vi è una certa affinità fra le persone che si lasciano e quelle che si raggiungono; non vogliate servire di conduttore fra quest'uomo e me. Domani corretegli dietro come più vi aggrada, ma non me lo presentate mai, se non volete vedermi morire di paura. Dopo ciò buona sera, cercate di dormir bene, quanto a me sento che non dormirò A queste parole la contessa si allontanò da Franz, lasciandolo irresoluto per sapere se erasi divertita alle sue spalle, o se aveva veramente risentita la paura espressa.
Ritornando all'albergo, Franz ritrovò Alberto in veste da camera, con larghi calzoni, e voluttuosamente disteso sopra una poltrona fumando un sigaro.
Ah! siete voi! diss'egli; in fede mia non vi aspettavo che domattina. Mio caro Alberto, rispose Franz, son ben persuaso di trovar l'occasione di dirvi una volta per sempre che avete la più falsa idea delle donne italiane; sembrami pertanto che le vostre sconfitte amorose avrebbero dovuto farvela perdere.
Che volete, non c'è niente da capire con queste diavole di donne; esse vi danno la mano, ve la stringono, vi parlano a bassa voce all'orecchio, si fanno riaccompagnare a casa: con un quarto di questo modo di fare una parigina perderebbe la sua riputazione.
Eh! questo accade precisamente perchè esse nulla hanno a nascondere, perchè vivono in pieno giorno, che le donne usano tanto pochi riguardi nel bel paese là ove il sì suona come dice Dante. D'altra parte vedeste bene che la contessa ha avuto veramente paura.
Paura! di che? di quell'onest'uomo che era in faccia a noi con quella bella greca? Ma io ho voluto vederci chiaro quando sono usciti, e sono loro andato incontro nel corridoio. Non so dove diavolo avete prese tutte le vostre idee dell'altro mondo! è un bellissimo giovine messo molto elegantemente, e gli abiti hanno l'aspetto d'esser fatti in Francia da Blin o da Humann. È un poco pallido, è vero, ma voi sapete che il pallore è un marchio di distinzione.
Franz sorrise, perchè Alberto aveva molta pretensione di esser pallido.
Io pure, disse Franz, sono convinto che le idee della contessa su quest'uomo non hanno senso comune. Ha egli parlato vicino a voi ed avete intesa qualcuna delle sue parole?
Egli ha parlato, ma in dialetto; ho riconosciuto l'idioma a qualche parola greca sfigurata. Bisogna che sappiate, mio caro, che in collegio io era molto valente nel greco.
Parlava adunque un dialetto greco?
È probabile. Non vi ha dubbio, mormorò Franz, è lui. Che dite?... Niente... ma che facevate voi là?
Io vi preparava una sorpresa. Quale? Sapete che è impossibile di ritrovare una carrozza? Perbacco! dopochè abbiamo tentato tutto ciò che era umanamente possibile di fare. Ebbene! io ho un'idea meravigliosa.
Franz guardò Alberto, come un uomo che non avesse gran fiducia nella sua immaginazione. Mio caro, disse Alberto, voi mi onorate di uno sguardo tale, che meriterebbe che vi domandassi una soddisfazione. Io sono disposto a darvela, amico mio, se la vostra idea è tanto ingegnosa quanto dite. Ascoltate. Ascolto. Non v'è mezzo di procurarsi una carrozza?
No. Neppur cavalli?
No, egualmente. Ma sarà facile procurarsi un carretto? Forse. E un paio di bovi? È probabile.
Ebbene! mio caro, ecco ciò che ci conviene. Io faccio ornare il carretto, ci mascheriamo da mietitori napoletani, e rappresentiamo al naturale il magnifico quadro di Leopoldo Robert. Se per una maggiore rassomiglianza la contessa volesse vestirsi alla foggia delle donne di Pozzuoli o di Sorrento, compirebbe la mascherata, ed ella è tanto bella che verrebbe presa per l'originale del quadro.
Perbacco! gridò Franz, questa volta avete ragione, ecco un'idea veramente felice.
E tutta nazionale, rinnovata dai re dei poltroni, mio caro. Ah! signori romani voi credete che si voglia andare a piedi come lazzaroni, e ciò perchè avete penuria di carrozze e di cavalli, ebbene! ne inventeremo.
E avete voi già partecipato a qualcuno questa trionfante invenzione? Al nostro albergatore. Quando sono ritornato, l'ho fatto salire, e gli ho esposti i miei desideri; egli mi ha assicurato che non vi è nulla di più facile. Io voleva far dorare le corna dei bovi, ma egli mi ha detto che ciò richiederebbe almeno tre giorni: bisognerà dunque che passiamo sopra a questa superfluità. E dove è egli? Chi?
Il nostro albergatore.
In cerca del necessario, domani forse sarebbe tardi.
Di maniera che ci darà la risposta questa stessa sera?
Io l'aspetto. A queste parole la porta si aprì, e Pastrini avanzò la testa: È permesso? diss'egli.
Certamente, gridò Franz. Ebbene! disse Alberto, avete rinvenuto il carretto ricercato ed i bovi domandati?
Ho ritrovato anche meglio di ciò, rispose egli con un'aria indicante essere perfettamente soddisfatto di sè stesso.
Ah! mio caro Pastrini, guardatevi, disse Alberto; il meglio è nemico del bene.
Le Vostre Eccellenze si fidino di me, disse Pastrini col tuono di persona sicura di sè.
Ma finalmente che c'è? domandò Franz a sua volta.
Sapete, disse l'albergatore, che il conte di Monte-Cristo abita su questo medesimo piano.
Credo bene, che lo sappiamo, disse Alberto, poichè è per lui che noi siamo alloggiati come due studenti della strada Saint-Nicolas-du-Chardonnet.
Ebbene! egli sa il vostro impaccio, e vi offre col mio mezzo due posti nella sua carrozza, e due posti alle sue finestre del palazzo Ruspoli.
Alberto e Franz si guardarono.
Ma, domandò Alberto, dobbiamo accettare l'offerta di questo straniero? di un uomo che non conosciamo?
Che uomo è questo conte di Monte-Cristo? domandò Franz all'albergatore.
Un ricchissimo signore siciliano o maltese, non lo so precisamente, ma nobile come un Borghesi, e ricco come una miniera d'oro.
Mi sembra, disse Franz, che se questo signore avesse avuto le maniere che decanta il nostro albergatore, avrebbe dovuto farci giungere il suo invito in altro modo, o con un biglietto, o...
In questo momento fu battuto alla porta.
Entrate, disse Franz.
Un domestico in elegante livrea comparve sulla soglia della camera: Vengo per parte del conte di Monte-Cristo a recare questo biglietto pel signor Franz di Épinay e pel signor visconte Alberto di Morcerf, diss'egli.
E consegnò all'albergatore il biglietto che questi passò ai giovani. Il signor conte di Monte-Cristo, continuò il domestico, domanda a questi signori il permesso di potersi presentare a loro, come vicino, domattina; egli avrà l'onore d'informarsi in che ora saranno visibili.
In fede mia, disse Alberto a Franz, non vi è niente a ridire; qui c'è tutto.
Dite al conte, rispose Franz, che sarà nostro l'onore di fargli la visita. Il domestico si ritirò. Ecco ciò che si chiama fare un assalto di eleganza, disse Alberto, andiamo avanti! davvero avete ragione, Pastrini, il vostro conte di Monte-Cristo è un uomo che conosce perfettamente le convenienze.
Allora voi accettate la sua offerta, disse Pastrini.
In fede mia, sì, rispose Alberto. Pure ve lo confesso, mi dispiace pel nostro carretto da mietitori; e se non vi fosse stata la finestra del palazzo Ruspoli per compensare ciò che perdiamo, credo che ritornerei al mio primo disegno: che ne dite Franz?
Dico che sono precisamente le finestre del palazzo Ruspoli che mi hanno fatto risolvere ad accettare, rispose Franz.
Infatto quest'offerta dei due posti ad una finestra del palazzo Ruspoli aveva ricordato a Franz la conversazione intesa alle rovine del Colosseo, fra lo sconosciuto ed il Trasteverino, conversazione nella quale l'uomo dal mantello scuro si era impegnato di ottenere la grazia del condannato. Or se questi era, come tutto lo faceva credere a Franz, il medesimo che gli era apparso al teatro Argentina, egli lo riconoscerebbe senza dubbio, ed allora non avrebbe più alcun ostacolo a soddisfare la sua curiosità sul conto di lui.
Franz passò buona parte della notte nel pensare alle due apparizioni, e nel desiderare la dimane. Infatto, la dimane tutto doveva schiarirsi, e a meno che il suo ospite di Monte-Cristo non possedesse l'anello di Gyges, e mercè questo la facoltà di rendersi invisibile, era evidente che questa volta non gli sfuggirebbe. Si svegliò prima delle otto.
In quanto ad Alberto, siccome non aveva gli stessi motivi di Franz per essere mattinante, dormiva ancora tranquillamente. Franz fece chiamare l'albergatore, che si presentò coi soliti ossequi. Pastrini, gli disse egli, non vi deve essere oggi una esecuzione?
Sì: eccellenza; ma se lo domandate per avere una finestra è troppo tardi.
No, rispose Franz, d'altra parte se volessi assolutamente vedere questo spettacolo, credo che ritroverei un posto sul monte Pincio.
Oh! io presumeva che Vostre Eccellenze non volesse mettersi con tutta quella canaglia di cui il Pincio è in qualche modo l'anfiteatro naturale.
È probabile che non vi andrò, disse Franz; ma desidererei qualche particolarità. Quale?
Vorrei sapere il numero dei condannati, i loro nomi, e il genere del loro supplizio.
Non poteva cadere più in acconcio, eccellenza; precisamente in questo momento mi hanno portato le tavolette.
Che cosa sono queste tavolette?
Le tavolette sono quadretti di legno che vengono attaccati agli angoli delle contrade il dì prima dell'esecuzione e sulle quali sono inscritti i nomi dei condannati, la causa della loro condanna ed il genere di supplizio. Questo avviso ha per iscopo d'invitare i fedeli a pregar Dio di concedere ai colpevoli un sincero pentimento.
E ve le portano perchè uniate le vostre preghiere a quelle dei fedeli? domandò Franz.
No, eccellenza, io me la sono intesa con quello che le attacca, e me ne porta una copia, come un altro mi porterebbe un avviso dello spettacolo, affinchè se qualcuno dei miei forestieri desidera assistere all'esecuzione, sia prevenuto.
Ma questa è proprio un'attenzione delicata!
Oh! disse Pastrini, non faccio per vantarmi, ma cerco di fare tutto il possibile per soddisfare i nobili avventori che mi onorano della loro confidenza.
Me ne avveggo, e lo ripeterò a chi vorrà intenderlo, siatene pur sicuro. Frattanto desidererei una di queste tavolette. È presto fatto, disse l'albergatore, aprendo la porta, ne ho fatto mettere una qui sul pianerottolo.
Uscì, staccò la tavoletta e la presentò a Franz. Ecco le parole dell'affisso patibolario.
«Si rende noto a tutti che martedì 22 febbraio, primo giorno di carnevale, saranno per decreto del Tribunale della Rota, giustiziati sulla piazza del popolo i nominati Andrea Rondolo, reo di assassinio sulla persona di un rispettabilissimo cittadino di Roma; ed il nominato Peppino detto Rocca Priori, convinto di complicità col detestabile bandito Luigi Vampa, e gli uomini della sua banda. Il primo sarà impiccato, ed il secondo decapitato. Le anime caritatevoli sono pregate di domandare a Dio un sincero pentimento per questi due infelici condannati.»
Questo era ciò che Franz aveva inteso fra le rovine del Colosseo, e non era stata cambiata alcuna cosa al programma: i nomi dei condannati, la causa del supplizio e il genere di esecuzione erano esattamente gli stessi. Così, secondo ogni probabilità, il Trasteverino non era altro che il bandito Luigi Vampa, e l'uomo dal mantello scuro Sindbad il marinaro, che a Roma come a Portovecchio e a Tunisi proseguiva il corso delle sue filantropiche spedizioni.
Frattanto il tempo passava, erano le nove, e Franz si disponeva di andare a svegliare Alberto, allorquando con sua grande sorpresa lo vide uscir di camera vestito di tutto punto.
Ebbene! disse Franz all'albergatore, ora che siamo all'ordine tutti e due, credete che potremmo presentarci al conte di Monte-Cristo?
Certamente; egli ha l'abitudine di alzarsi di buon mattino, e sono sicuro che è alzato da più di due ore.
E credete che non sarà un'indiscretezza il fargli visita a quest'ora? No, certamente.
In questo caso, Alberto se siete pronto...
Perfettamente pronto. Andiamo a ringraziare il nostro vicino della sua cortesia. Andiamo.
Franz e Alberto non avevano che il pianerottolo da attraversare. L'albergatore li precedeva, e suonò in loro vece; un domestico venne ad aprire.
I signori Francesi, disse l'albergatore.
Il domestico s'inchinò e fece loro segno di entrare. Essi traversarono due camere ammobigliate con un lusso che non credevano ritrovare nell'albergo di Pastrini, e furono introdotti in un salotto di una perfetta eleganza. Un tappeto di Turchia era steso sul pavimento, e i mobili più comodi offrivano i loro cuscini imbottiti e presentavano gli schienali inclinati in addietro. Magnifici quadri di pennello maestro, frammezzati da trofei di splendidissime armi, erano appesi alle pareti, e ricche portiere di trapunto pendevano davanti a tutte le aperture.
Se le loro eccellenze vogliono sedersi, disse il domestico, io vado ad avvisare il signor conte.
E disparve da una porta.
Al momento in cui questa si aprì, il suono di una guzla giunse fino ai due amici, ma si estinse subito; la porta, richiusa quasi nello stesso momento che fu aperta, non aveva lasciato passare nel salone che, per così dire, una buffata d'armonia. Franz ed Alberto si cambiarono uno sguardo, e tornarono a volgere la loro attenzione sui mobili, sui quadri e sulle armi. A questa seconda ispezione tutto sembrò loro ancor più magnifico che alla prima.
Ebbene! domandò Franz al suo amico, che ne dite?
In fede mia, mio caro, dico che bisogna che il nostro vicino sia un qualche agente di cambio che ha giuocato sui ribassi dei fondi spagnuoli, o qualche principe che viaggia in incognito. Zitto, gli disse Franz, questo è ciò che sapremo in breve, poichè eccolo.
Infatto il rumore di una porta che girava sui cardini si fe' sentire ai visitatori, e quasi subito fu alzata una portiera che lasciò passare il proprietario di tutte queste ricchezze.
Alberto gli andò incontro, ma Franz rimase al suo posto.
Quegli che entrava era infatto l'uomo dal mantello scuro del Colosseo, lo sconosciuto del palco, l'ospite misterioso di Monte-Cristo.
...
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...
Capitolo 35. IL PATIBOLO.
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...
Signori, disse entrando il Conte di Monte-Cristo, abbiate le mie scuse per essermi lasciato prevenire; ma avrei avuto timore di essere indiscreto venendo più presto da voi. D'altra parte mi avevate fatto dire che sareste venuti, ed io mi sono trattenuto a vostra disposizione.
Franz ed io dobbiamo farvi mille ringraziamenti, signor conte, disse Alberto; voi ci avete tolti da un grande impaccio, e noi stavamo per inventare un qualche veicolo fantastico al momento che ci mandaste il vostro grazioso invito.
Eh! mio Dio! signori, rispose il conte facendo segno cogli occhi a' due giovani di sedersi sopra un divano, la colpa è di questo imbecille di Pastrini che non mi ha detto prima il vostro impaccio, e vi ha lasciati per così lungo tempo nell'incertezza; solo e isolato come sono qui, non cercava che un'occasione di far conoscenza coi miei vicini. Cosicchè tosto che seppi poter esservi utile a qualche cosa, avete veduto con qual fretta ho afferrata l'occasione di prestarvi i miei servigi.
I due giovani s'inchinarono. Franz non aveva ancora trovata una sola parola da dire, egli non aveva ancora presa alcuna risoluzione, e poichè il conte sembrava non avesse volontà di riconoscerlo, o alcun desiderio di essere riconosciuto da lui, non sapeva se doveva fare allusione al passato con qualche parola qualunque, o lasciare il tempo all'avvenire per portargli nuove pruove. Del resto essendo sicuro che era lo stesso di quello della sera innanzi nel palco, non poteva egualmente assicurare che fosse quello che era al Colosseo due sere prima: risolvè adunque di lasciar camminare le cose senza fare alcuna osservazione diretta al conte. D'altra parte egli aveva una superiorità su lui, era padrone del suo secreto, mentre che al contrario il conte non poteva avere alcun ascendente su Franz, che nulla aveva a nascondere. Frattanto mentre aspettava avvenimenti naturali, risolvè di far cadere la conversazione sopra un punto che potesse sempre condurre degli schiarimenti su di alcuni dubbi.
signor conte, gli disse, voi ci avete offerto due posti nella vostra carrozza, ed altri due nelle vostre finestre del palazzo Ruspoli; potreste ora indicarci come potremmo fare per procurarci un posto, qualunque siasi, sulla piazza del popolo?
Ah! sì, è vero, disse il conte in modo distratto, ma guardando Morcerf con sostenuta attenzione, vi deve essere, se non sbaglio nella Piazza del popolo qualche cosa di simile ad una esecuzione?
Sì, rispose Franz vedendo che egli veniva da sè stesso dove voleva condurlo. Aspettate, aspettate, credo di aver detto ieri al mio intendente di occuparsi di questo, e forse potrò rendervi ancora questo piccolo servigio. Allungò una mano, e tirò il cordone del campanello. Sul momento videsi entrare un individuo dai 45 ai 50 anni che rassomigliava come due gocce d'acqua a quel contrabbandiere che aveva introdotto Franz nella grotta, ma che non fece menomamente sembiante di riconoscerlo. Si accorse allora che la parola era passata. Bertuccio, disse il conte, vi siete incaricato come vi ordinai ieri, di ritrovarmi una finestra sulla Piazza del Popolo?
Sì, eccellenza, rispose l'intendente, ma era troppo tardi.
Come, disse il conte, increspando il sopracciglio, vi aveva pure ordinato di ritrovarne una?
E Vostre Eccellenze l'avrà; è una finestra che era stata data in fitto al principe Lobagneff; ma sono stato costretto di pagarla cento...
Sta bene, sta bene, Bertuccio; risparmiate a questi signori dei particolari inutili; voi avete la finestra e questo è l'importante. Date l'indirizzo della casa al cocchiere, e trattenetevi sulla scala per condurci. Basta così: andate.
L'intendente salutò, e fece un passo per ritirarsi.
Aspettate! riprese il conte, fatemi il piacere di domandare a Pastrini se ha ricevuta la tavoletta, e se vuole inviarmi il programma della esecuzione.
È inutile, rispose Franz cavando il portafogli di saccoccia, ho avuto queste tavolette sotto gli occhi, e le ho copiate, eccole.
Sta bene; allora Bertuccio potete ritirarvi, non ho più bisogno di voi. Che ci avvisino soltanto quando sarà pronta la colazione. Questi signori, continuò egli volgendo ai due amici, mi faranno l'onore di far colazione meco?
In vero, signor conte, disse Alberto, sarebbe un abusare...
No, al contrario, voi mi fate un vero piacere; mi renderete tuttociò a Parigi, l'uno o l'altro, e forse anche tutti e due. Bertuccio, ordinate che preparino per tre.
E prese il foglio dalle mani di Franz.
Noi dicevamo adunque, continuò col tuono con cui avrebbe letto un tutt'altro avviso «che saranno giustiziati oggi 22 febbraio i nominati Andrea Rondolo, reo d'assassinio sulla persona di un rispettabilissimo cittadino di Roma, e il nominato Peppino detto Rocca Priori convinto di complicità col detestabile bandito Luigi Vampa, e gli uomini della sua banda.» Hum! «il primo sarà impiccato, e il secondo decapitato.» Sì, infatto precisamente così doveva andare la faccenda, ma io credo che da ieri sia sopraggiunto qualche cambiamento nell'ordine della cerimonia.
Ah! disse Franz.
Sì, ieri dal cardinale R..., presso il quale ho passata la serata era questione di qualche cosa come di una dilazione accordata ad uno dei due condannati.
Ad Andrea Rondolo? domandò Franz.
No... rispose negligentemente il conte, all'altro... e guardando il foglio come per ricordarsi il nome, a Peppino detto Rocca Priori. Questo vi priverà di vedere l'azione della ghigliottina, ma vi resta a vedere l'altra esecuzione, che è un supplizio molto imponente, quando si vede per la prima volta, ed anche per la seconda, nel mentre che l'altro, che voi certo dovete conoscere, è troppo semplice, troppo spedito, e nulla vi è d'inaspettato. La mannaia non isbaglia, non trema, non colpisce in falso, non si ripente trenta volte come il soldato che tagliava la testa al conte di Chalais, ed al quale forse era stato raccomandato il paziente da Richelieu. Ah! aggiunse il conte con un tuono disprezzante, non mi parlate degli Europei per le esecuzioni capitali, essi non se ne intendono affatto, e sono nella vera infanzia, o piuttosto nella decrepitezza in rapporto a quelle.
In verità, signor conte, rispose Franz, direbbesi che voi avete fatto uno studio comparato dei supplizi nei diversi popoli del mondo.
Ve ne sono pochi almeno che io non abbia veduti.
Ed avete ritrovato piacere ad assistere a questi spettacoli?
Il mio primo sentimento fu la ripugnanza, il secondo l'indifferenza, il terzo la curiosità.
La curiosità? la parola è veramente terribile, sapete?
Perchè? non vi ha nella vita una preoccupazione più grave di quella della morte; ebbene! non è curioso lo studiare in quanti differenti modi l'anima può uscir dal corpo, e come, secondo i naturali, i temperamenti, ed anche i costumi dei paesi, gl'individui sopportino questo supremo passaggio.
Non vi capisco bene, disse Franz; spiegatevi perchè non potete credere quanto punga la mia curiosità, ciò che mi dite.
Ascoltate dunque, disse il conte, ed il suo viso s'infiltrò di fiele nello stesso modo che il viso di un altro si colora col sangue. Se un uomo avesse fatto morire fra torture inaudite, in mezzo a tormenti senza fine, vostro padre, vostra madre, la vostra amica, uno di quegli esseri in fine che quando vengono sradicati dal nostro cuore vi lasciano un vuoto eterno ed una piaga sempre sanguinosa, credete che fosse sufficiente la riparazione che vi accorda la società, perchè il ferro della ghigliottina è passato fra la base dell'occipite, e i muscoli trapezzi dell'uccisore, e perchè colui che vi ha fatto soffrire degli anni di morali sofferenze, ha provato qualche secondo di fisico dolore?
Sì, lo so, risposo Franz, la giustizia umana è insufficiente, come consolatrice delle angosce sofferte; essa può versar sangue, per sangue, e niente più; non bisogna però chiederle più di quello che può dare.
Io ora vi propongo un altro caso materiale, riprese il conte, quello in cui la società, attaccata dalla morte di un individuo nella base sulla quale riposa, punisce la morte colla morte. Ma non vi sono dei milioni di dolori dai quali possono essere straziati i visceri dell'uomo, senza che la società se ne occupi menomamente, senza ch'ella gli offra il mezzo insufficiente di castigo di cui parlavamo or ora? Non vi sono dei delitti pei quali il palo dei turchi, i truogoli dei persiani, i nervi attorcigliati degl'indiani sarebbero supplizi troppo gentili, e che non pertanto la società indifferente lascia senza punizione?... rispondetemi, non vi sono questi delitti?
Sì, ed il duello è appena appena tollerato in alcuni paesi per punirli.
Ah! il duello, gridò il conte, graziosa maniera di giungere alla meta, quando questa è la vendetta! Un uomo vi rapisce l'amica, seduce vostra moglie, disonora vostra figlia: di una vita intera, che aveva il diritto di aspettare da Dio la parte di felicità che egli ha promesso ad ogni uomo nel crearlo, ha formato un'esistenza di dolore, di miseria, o di infamia, e voi vi credete vendicato perchè a quest'uomo, che vi ha messo il delirio nell'anima e la disperazione nel cuore, avete passato il petto con la spada, o traversata la testa con una palla? E poi! senza calcolare che spesso è il reo che riporta il vantaggio nel duello, e viene così scolpato agli occhi del mondo. No, no, continuò il conte, se avessi mai a vendicarmi, non mi vendicherei così.
Voi disapprovate dunque il duello? dunque non vi battereste in duello? domandò a sua volta Alberto meravigliato nel sentire emettere una tale teoria.
No certamente, non mi batterei, disse il conte.
Ma, disse Franz al conte, con questa teoria che vi costituisse giudice ed esecutore nella vostra propria causa, sarebbe difficile contenervi nei limiti per fuggire gli estremi, che sono sempre pericolosi; e converrete meco senza difficoltà, che l'odio è cieco, la collera sorda, e colui che si mesce la vendetta, corre pericolo di bere una bevanda amara.
Anche questo può esser vero, e qualche volta abbiamo veduto avverato ciò che ora affermate; ma, d'altra parte il peggio che potrebbe accadere ad un tale che avesse violato la legge, sarebbe d'incorrere in quest'ultimo servizio di cui parlavamo or ora, quello cioè che la filantropica rivoluzione francese ha sostituito allo squarto ed alla ruota. Ebbene! che cosa è questo supplizio, se egli si è vendicato? In verità sono quasi dispiacente che, secondo tutte le probabilità, questo miserabile Q Peppino non venga decapitato come si dice, vedreste il tempo che vi s'impiega, e se merita neppur la pena di parlarne. Ma sul mio onore noi facciamo una conversazione singolare per essere il primo giorno di carnevale. Come diavolo è avvenuto? Ah! mi ricordo: voi mi avete domandato un posto alla mia finestra; ebbene! sia, voi l'avrete; ma frattanto andiamo a tavola, poichè ecco che vengono ad annunciare che tutto è in ordine.
Infatto un domestico aprì una delle quattro porte del salotto e fece intendere la consueta frase:
È servito in tavola!
I due giovani si alzarono e passarono nella sala da pranzo. Durante la colazione, che riuscì eccellente, e fu servita con estrema ricercatezza, Franz cercò cogli occhi lo sguardo d'Alberto, per leggervi l'impressione che dovevano necessariamente avergli fatte le parole del loro ospite; ma sia che nella sua abituale non curanza, non vi avesse prestata grande attenzione, sia che la massima dal conte di Monte-Cristo esternata rapporto al duello lo avesse con lui riconciliato, sia finalmente che gli antecedenti raccontati, conosciuti particolarmente da Franz, avessero raddoppiato per lui solo l'effetto delle teorie del conte, non si accorse che il compagno fosse menomamente preoccupato; ed anzi Alberto faceva onore alla colazione come un uomo condannato da quattro o cinque mesi ad una cucina ben differente dalla sua; quanto al conte era in preda ad una preoccupazione troppo viva, che pareva inspirata dalla persona di Alberto, assaggiò appena ciascun piatto; sarebbesi detto nel mettersi a tavola con i suoi convitati adempisse ad un semplice dovere di gentilezza, e che aspettava la loro partenza per farsi portare qualche cibo strano e particolare. Ciò ricordava suo malgrado a Franz, il terrore che il conte aveva inspirato alla contessa G... e la convinzione in cui l'aveva lasciata che il conte, l'uomo che le aveva mostrato nel palco in faccia a lui, era un Vampiro. Alla fine della colazione, Franz cavò l'orologio. Ebbene! dissegli il conte, che fate dunque?
Ci scuserete, signor conte, rispose Franz, ma noi abbiamo ancora mille cose da fare. E quali?
Noi non abbiamo abiti da maschera, ed oggi il mascherarsi è di rigore.
Non vi occupate di questo. A quanto sembra abbiamo sulla piazza del Popolo una camera particolare; vi farò portare gli abiti che m'indicherete e ci maschereremo là.
Dopo l'esecuzione? gridò Franz.
Senza dubbio, dopo, nel tempo, o prima, come vorrete.
In faccia al patibolo?
Che discorso è questo? Noi che saremo presenti alla festa, staremo però nella nostra camera particolare.
Sentite, signor conte, vi ho riflettuto bene, disse Franz, io vi ringrazio della vostra gentilezza. Mi contenterò di accettare un posto nella vostra carrozza, ed uno alla finestra del palazzo Ruspoli; vi lascio in libertà di disporre del mio posto alla finestra della piazza del Popolo.
Ma voi perdete, ve ne prevengo, una cosa molto curiosa, rispose il conte.
Me la racconterete, rispose Franz, e sono convinto che dalla vostra bocca il racconto mi farà quasi tanta impressione, quanta ne potrei ricevere nel vedere il fatto. D'altra parte più di una volta ho già fatta la risoluzione di assistere ad una esecuzione, e non mi vi sono mai potuto risolvere; e voi, Alberto?
Io, rispose il visconte, ho veduto giustiziare Castaing; ma credo di essere stato un poco ubbriaco quel giorno, perchè era il primo dì che uscivo di collegio.
Ma, soggiunse il conte, non è una ragione, perchè se non avete fatta una cosa a Parigi non la dobbiate neppur fare all'estero: quando si viaggia è per istruirsi: quando si cambia luogo, è per vedere. Pensate adunque quale meschina figura fareste, quando vi si facessero delle dimande relativamente a queste esecuzioni che debbono oggi farsi in Roma, e voi non sapeste rispondere altro che non le vidi. E poi, dicesi che il condannato sia un infame malandrino, un birbante che ha ucciso a colpi di alare un buon canonico che avevalo allevato come figlio. Se viaggiaste in Ispagna, non andreste voi a vedere i combattimenti dei tori? ebbene! figuratevi che sia un combattimento quello che andiamo a vedere; risovvenitevi degli antichi romani al Circo, delle caccie ove venivano uccisi trecento leoni e un centinaio di uomini; risovvenitevi di quegli ottantamila spettatori che battevano le mani, di quelle sagge matrone che vi conducevano le loro figlie per maritarle, e di quelle graziose vestali dalle mani bianche che col pollice facevano un graziosissimo e piccolo segno che voleva dire: «via, non siate pigri, finite di ammazzarmi quell'uomo che è mezzo morto.»
Vi andate voi Alberto? domandò Franz.
In fede mia sì, io esitava come voi, ma l'eloquenza del conte mi ha determinato.
Andiamoci dunque, poichè lo volete, disse Franz, ma nel recarmi alla piazza dei Popolo desidererei passare per il Corso; è possibile, signor conte?
A piedi sì, in carrozza non è permesso.
Ebbene! vi andrò a piedi.
Ma avete tanta necessità di passare per il Corso?
Sì, ho qualche cosa a vedere. Ebbene! passiamo tutti pel Corso, manderemo la carrozza per la strada del Babbuino ad aspettarci sulla piazza del Popolo. Del resto anch'io ho piacere di passare per il Corso onde vedere se sono stati eseguiti alcuni ordini che ho dati.
Eccellenza, disse un domestico aprendo la porta, un uomo vestito da confratello della buona morte chiede parlarvi.
Ah! sì, disse il conte, so che cos'è. Signori, volete avere la compiacenza di rientrare nel salotto? Ritroverete sulla tavola di mezzo degli eccellenti sigari dell'Avana; vi raggiungerò fra poco.
I due giovani si alzarono ed uscirono da una porta, mentre che il conte, dopo aver rinnovato loro le sue scuse, uscì dall'altra. Alberto che era un gran dilettante di sigari, e che non contava come piccolo sacrificio quello di esser privo dei sigari del caffè di Parigi, da che era in Italia, si avvicinò alla tavola, e mandò un grido di gioia, nel riconoscere dei veri puros. Ebbene! gli domandò Franz, che pensate voi del conte di Monte-Cristo?
Che ne penso? disse Alberto grandemente meravigliato che il suo compagno gli facesse una simile interrogazione; penso che è un uomo carissimo, che fa a maraviglia gli onori di casa sua, che ha molto studiato, che ha riflettuto assai, che è come Bruto della scuola stoica, e, aggiunse mandando una voluttuosa fumata che salì a spirale verso il soffitto, e che oltre tutto ciò possiede eccellenti sigari.
Questa era l'opinione d'Alberto sul conte; ora siccome era noto a Franz che Alberto aveva la pretensione di non farsi mai un'opinione degli uomini e delle cose che dopo mature riflessioni, così Franz non tentò di cambiar niente alla sua.
Ma, diss'egli, avete voi notato una cosa singolare?
E quale? L'attenzione con cui vi guardava.
Alberto riflettè alcun poco.
Ah! diss'egli con un sospiro, nulla di meraviglioso in questo: sono assente da Parigi da quasi un anno, e debbo avere degli abiti di un taglio dell'altro mondo. Il conte mi avrà preso per un provinciale; disingannatelo, caro amico, e ditegli, ve ne prego, alla prima occasione, che non è vero. Franz sorrise, un momento dopo rientrò il conte:
Eccomi signori, diss'egli, e tutto per voi; ho già dati gli ordini. La carrozza andrà alla piazza del Popolo per la sua strada, e noi vi andremo per la nostra, se lo desiderate ancora, cioè per la strada del Corso. Su via, prendete dunque qualcuno di questi sigari, signor Morcerf, aggiunse, strisciando in un modo singolare le sillabe di questo nome che pronunziava per la prima volta.
In fede mia, con gran piacere, disse Alberto, perchè i vostri sigari italiani sono ancora peggiori di quelli della privativa regia; quando verrete a Parigi vi renderò tutto questo.
Ed io non rifiuto, conto di andarvi per qualche giorno, e poichè voi lo permettete, verrò a battere alla vostra porta. Andiamo, signori, andiamo, non abbiamo tempo da perdere; è mezzogiorno e mezzo, partiamo.
Tutti e tre discesero. Allora il cocchiere prese gli ordini dal padrone, seguì la via del Babbuino, mentre che i pedoni risalivano per la piazza di Spagna, e per la via Frattina che conduceva direttamente fra il palazzo Fiano e il palazzo Ruspoli. Gli sguardi di Franz furono diretti alle finestre di quest'ultimo palazzo; non aveva dimenticato il segnale convenuto al Colosseo, fra l'uomo del mantello scuro ed il Trasteverino: Quali sono le vostre finestre? domandò egli al conte col tuono più naturale che potesse prendere.
Le tre ultime, rispos'egli, con una negligenza non affettata, perchè non poteva indovinare con quale scopo gli veniva fatta questa interrogazione.
Gli sguardi di Franz si portarono rapidamente sulle tre finestre. Quelle laterali erano parate con un tappeto di damasco giallo, e quella di mezzo con un tappeto di damasco bianco che portava una croce rossa. L'uomo dal mantello scuro aveva dunque mantenuta la parola al Trasteverino, e non v'era più dubbio, era precisamente il conte. Le tre finestre erano ancora vuote. Da tutte parti si facevano preparativi; si mettevano al posto le sedie, si ergevano palchi, si paravano le finestre. Le maschere non potevano comparire, le carrozze non potevano entrare che dopo il suono della campana del Campidoglio; ma si sentivano le maschere dietro a tutte le finestre e le carrozze dietro a tutte le porte.
Franz, Alberto ed il conte continuarono a discendere lungo il Corso; a seconda che si avvicinavano alla piazza del Popolo, la folla diveniva più fitta, e al di sopra delle teste di questa folla, si vedevano due cose, l'obelisco sormontato da una croce, che indica il centro della piazza, e al davanti dell'obelisco, precisamente al punto di corrispondenza visuale delle tre strade del Babbuino, del Corso, e di Ripetta, i due travi supremi del patibolo, fra i quali brillava l'acciaio forbito della falce. All'angolo della strada era l'intendente del conte che aspettava il padrone. La finestra presa in fitto, a quel prezzo senza dubbio esorbitante che il conte non aveva voluto far conoscere ai convitati, apparteneva al secondo piano del gran palazzo situato fra la strada del Babbuino e il monte Pincio, era una specie di gabinetto che comunicava con una camera da dormire; ma chiudendo la porta di questa, quelli che avevano preso in fitto il gabinetto stavano come in casa loro: sulle sedie erano disposti i vestiti di maschera da pagliaccio di seta bianca e celeste della più grande eleganza.
Avendomi voi lasciata la scelta dei costumi, disse il conte ai due amici, ho fatto preparare questi. Primieramente saranno ciò che di meglio verrà indossato in quest'anno, poi sono ciò che vi ha di più comodo pei confetti, attesochè la farina non vi si scorge.
Franz non intese che imperfettamente le parole del conte, e forse non apprezzò col suo giusto valore questa nuova gentilezza, poichè tutta la sua attenzione era rivolta allo spettacolo che presentava la piazza del Popolo ed all'istrumento terribile che ne formava in quell'ora il principale ornamento. Era la prima volta che Franz vedeva una ghigliottina. Noi diciamo ghigliottina, perchè la falce romana è presso a poco della stessa forma del nostro istrumento di morte. La falce che ha la forma di una mezza luna che taglia dalla parte convessa, cade da minore altezza, ecco tutta la diversità!
Due uomini, seduti sulla tavola ad altalena, ove viene steso il condannato, mentre aspettavano, mangiavano a quanto sembrò a Franz, del pane e della salciccia; l'un d'essi sollevò l'asse e ne estrasse un fiasco di vino, ne bevè e passò il fiasco al suo camerata; essi erano gli aiutanti del carnefice! A questo solo aspetto, Franz aveva inteso venirgli il sudore fin dalla radice dei capelli. I condannati erano stati trasportati fin dalla sera innanzi, dalle carceri nuove alla chiesa di San Maria del popolo, ed avevano passata tutta la notte assistiti ciascuno da due preti in una cappella di conforteria chiusa da un cancello, davanti al quale passeggiavano le sentinelle cambiate d'ora in ora. Una doppia fila di carabinieri posti da ciascun lato della chiesa si estendeva fino al patibolo, intorno al quale formava un circolo di dieci piedi di spazio, che serviva di strada fra la ghigliottina ed il popolo. Tutto il resto della piazza sembrava un selciato di teste d'uomini e di donne delle quali molte avevano i loro bambini sulle spalle, e questi erano i meglio situati perchè venivano ad aver la testa al di sopra delle altre.
Il monte Pincio sembrava un vasto anfiteatro i cui gradini fossero stati caricati di spettatori; le finestre delle due chiese che formano l'angolo delle strade del Babbuino e di Ripetta col Corso, rigurgitavano di curiosi privilegiati; gli scalini dei peristili sembravano un'onda moventesi e variopinta che una marea incessante spingesse verso il portico, ciascuna sporgenza o rilievo di muro che potesse dare appoggio ad un uomo aveva la sua statua vivente. Ciò che diceva il conte era dunque vero: ciò che vi ha di più curioso nella vita è lo spettacolo della morte. E frattanto in vece del silenzio, che sembrava dovere essere comandato nella solennità di un tale spettacolo, un gran rumore usciva da quella folla; rumore composto di risa, di urli, di gridi giocosi; era ancora evidente, come lo aveva detto il conte, che a questa esecuzione interverrebbe una gran moltitudine di popolo pel fatto non già, ma perchè andava per caso a coincidere col principio del carnevale.
D'improvviso questo rumore cessò come per incanto; la porta della chiesa era stata aperta. La confraternita detta di San Giovanni decollato comparve, ciascun membro era vestito di un sacco grigio aperto soltanto agli occhi, e teneva in mano una torcia accesa, il capo di questa confraternita apriva la strada. Dietro ai confratelli veniva un uomo di alta persona, nudo, ad eccezione dei calzoni di tela, ad un lato de' quali stava attaccato un gran coltello nascosto nel fodero; e portava sulla spalla destra una quantità di corda affatto nuova; costui era il carnefice; aveva inoltre i sandali attaccati al basso della gamba per mezzo di funicelle. Dietro al carnefice camminavano, nell'ordine in cui dovevano esser giustiziati, prima Peppino e poi Andrea; ciascuno accompagnato da due preti. Nè l'uno nè l'altro avevano gli occhi bendati. Peppino camminava con passo molto sicuro; senza dubbio egli era stato avvisato di ciò che gli si preparava. Andrea era sostenuto sotto le braccia da un prete. Entrambi baciavano di tempo in tempo il simbolo della Redenzione che veniva lor presentato dal confessore.
Franz sentì che solo questa vista gli faceva venir meno le gambe, guardò Alberto. Egli era pallido come la sua camicia e per un movimento meccanico gettò lungi da sè il sigaro, quantunque non lo avesse fumato che a metà. Il conte solo pareva impassibile. Anzi eravi di più, una leggiera tinta rosea sembrava volere irrompere dal pallore livido delle sue guance. Il naso si dilatava come quello di un animale selvaggio che odora il sangue, e le labbra lasciavano vedere i denti piccoli bianchi ed acuti, come quelli di un lupo dorato d'Affrica. E ciò non ostante il viso aveva una espressione di dolcezza sorridente, che Franz non avevagli mai veduta; gli occhi soprattutto erano ammirabili per la mansuetudine.
Frattanto i due condannati continuavano a camminare verso il patibolo, ed a seconda che avanzavano si potevano distinguere i tratti del loro viso. Peppino era un bel giovine dai 24 a 26 anni di colorito scuro pel sole, con lo sguardo libero e selvaggio; portava la testa alta, e sembrava odorare il vento per conoscere da che parte gli sarebbe arrivato il liberatore. Andrea era grasso e corto: il viso, trivialmente crudele, non indicava la sua età, ciò non ostante poteva avere circa trent'anni. Nella prigione erasi lasciata crescere la barba. La testa pendolava sopra una delle spalle, le gambe gli si piegavano sotto; tutto il suo essere sembrava obbedire ad un movimento materiale, nel quale la sua volontà non prendeva parte alcuna.
Sembrami, disse Franz, al conte, avermi voi annunziato non esservi che una sola esecuzione.
Vi ho detto la verità, rispose egli freddamente.
Frattanto ecco due condannati.
Sì, ma di questi due l'uno è sul punto di morire, l'altro vivrà ancora lunghi anni.
Ma se deve venire la grazia non vi è tempo da perdere.
Ed appunto eccola che viene; guardate, disse il conte.
Difatto nel medesimo punto in cui Peppino giungeva ai piedi del patibolo, un penitente che sembrava essere venuto tardi, passò la fila senza che i soldati facessero ostacolo al suo passaggio, e venendo avanti presentò al capo della confraternita un foglio piegato in quattro parti. Lo sguardo ardente di Peppino non aveva perduto alcuno di questi particolari; il capo della confraternita spiegò la carta, la lesse ed alzò la mano:
Il Signore sia benedetto e sua Santità sia lodata, diss'egli ad alta ed intelligibile voce, vi è la grazia della vita di uno dei due condannati.
Grazia! gridò il popolo con un sol grido, vi è la grazia? A questa parola di grazia, Andrea si scosse e alzò la testa: Grazia, per chi? gridò egli.
Peppino restò immobile, muto ed anelante.
Vi è la grazia dalla pena di morte per Peppino detto Rocca Priori, disse il capo della confraternita. E passò il foglio nelle mani del comandante dei carabinieri che dopo averlo letto tornò a renderlo.
Grazia per Peppino! gridò Andrea interamente tolto dallo stato di torpore in cui sembrava fosse immerso. Perchè grazia per lui e non per me? Noi dovevamo morire insieme, erami stato promesso che sarebbe morto prima di me, e non vi è diritto di farmi morir solo; non voglio morir solo, non lo voglio.
E si attaccò alle braccia dei due preti torcendosi, urlando, ruggendo e facendo sforzi insensati per resistere al carnefice che voleva, a quell'impeto imprevisto, legargli nuovamente le mani. Il carnefice fece un segno ai suoi aiutanti i quali saltarono abbasso del patibolo, e vennero ad impadronirsi del condannato.
Che accade dunque? domandò Franz al conte, perchè la distanza non gli permetteva di bene intendere le parole.
Che accade? disse il conte, non lo indovinate? Accade che quella creatura umana che va alla morte, è divenuta furiosa perchè il suo simile non muore con essa, e che, se si lasciasse fare, lo sbranerebbe colle unghie e coi denti piuttosto che lasciarlo godere della vita di cui sarà in breve privato. Oh! uomini! uomini! razza di coccodrilli, come disse Karl Moor, gridò il conte stendendo i due pugni verso tutta quella folla, come vi riconosco bene, e in ogni tempo siete sempre degni di voi stessi.
Infatto Andrea, e i due aiutanti del carnefice si rotolavano nella polvere, ed il condannato gridava sempre «egli deve morire, io voglio che muoia, non hanno il diritto di farmi morire solo.»
Guardate; guardate, disse il conte afferrando ciascuno dei due giovani per la mano; guardate, perchè sull'anima mia è una cosa curiosa: ecco un uomo che era rassegnato alla sua sorte, che camminava al patibolo, che andava a morire come un vile, è vero, ma pure andava a morire senza resistenza e senza recriminazione. Sapete ciò che gli dava qualche forza? sapete ciò che lo consolava? sapete ciò che gli faceva prendere il supplizio con pazienza? era un altro che divideva le angosce, un altro che moriva come lui, un altro che moriva prima di lui. Conducete due montoni alla beccheria, o due bovi all'ammazzatoio, e fate intendere, se vi riesce, ad uno di questi che il suo compagno non morrà, il montone, cred'io, belerà di gioia, il bove muggirà di piacere; ma l'uomo a cui Iddio ha imposto per prima, per unica, per suprema legge l'amore del prossimo, l'uomo a cui Iddio ha dato la parola per esprimere il pensiero, ora vedetelo qui con i vostri propri occhi, che dà nelle furie perchè va a morir solo, perchè sa che il compagno è salvo. In verità, non me lo sarei mai aspettato! ecco là non più terrore, non più rassegnazione; oh! disgraziata creatura! quanto lagrimevole è la tua sorte! E il conte rise, ma di un riso terribile che faceva comprendere ch'egli aveva orribilmente sofferto per poter giungere a ridere in tal modo.
Frattanto la lotta continuava, ed era spettacolo orribile a vedersi. I due aiutanti portavano Andrea sul patibolo; tutto il popolo aveva preso partito contro di lui, e ventimila voci mandavano un sol grido: «alla morte! alla morte!»
Franz lasciavasi andare in addietro; ma il conte riprese il braccio, e lo trattenne sul davanti della finestra.
E che fate! diss'egli, avete pietà? in fede mia ella è ben situata! se sentiste gridare, al cane arrabbiato, prendereste il vostro fucile, vi appostereste sulla strada, e tirereste senza misericordia a piccola distanza sulla povera bestia, che in fin del conto non sarebbe rea che di essere stata morsa da un altro cane, rendendo ciò che gli fu fatto; ed ecco qua che avete pietà di un uomo che non fu morso da alcun altro, e che ciò non ostante ha ucciso il suo benefattore, e che ora non potendo più uccidere, perchè ha le mani legate, vuole a tutta forza veder morire il compagno d'infortunio? no, no, guardate, guardate.
Ogni raccomandazione sarebbesi resa inutile, Franz era come affascinato dall'orribile spettacolo. I due aiutanti avevano portato a gran stento il paziente fino a piè della scala fatale. Allora sì che incominciò una lotta terribile. Il misero si dibatteva, si contorceva, e puntava i piedi gittandosi con tutta la persona all'indietro. Uno di que' due tentò d'acquistare sopra di lui qualche vantaggio col salire alcuni scalini dalla sua parte, e tirarlo a sè mentre l'altro lo avrebbe sospinto all'insù. In quel frattempo il carnefice lo afferrò per la vita, e lo sollevò da terra. Trovatosi il misero senza punto d'appoggio e tirato e sospinto, in un attimo fu sotto al laccio. A tal vista Franz non potè trattenersi più lungamente, si ritirò in addietro, e andò a cadere sur una sedia, mezzo svenuto.
Alberto, cogli occhi chiusi, restava in piedi, ma aggrappato al telaio della finestra, senza l'aiuto del quale sarebbe certamente caduto.
Il conte solo era in piedi, e trionfante come l'angelo del male.
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FINE Parte 1.